domenica, 31 ottobre 2004

Il calcio, a volte, è ancora bello
Categoria:scritto da stefano havana


Mi dispiace per il Vicerey, interista, e per tutti i nerazzurri che passassero da codeste parti (perdonami ragazza disegnata male!), ma vaffanculo quanto ho esultato ieri sera, in redazione; io e quegli altri due cani sciolti laziali che siamo rimasti dietro a questa squadra da salvezza che ci ritroviamo.

E vaffanculo a Stankovic che per due anni non ha più giocato con noi salvo tornare fenomeno appena sbarcato a Milano e Mihajlovic e Mancini e tutti quelli che hanno attraversato il confine quest'estate. 'Fanculo ad Adriano che è un fenomeno, certo, ma fanculo lo stesso. Un tiro in porta e un goal: che meraviglia più bella di questa c'è per una squadra costruita con centomila lire, alla cui presidenza c'è un perfetto cranioleso e i cui tifosi invadono San Siro?

Sì, vaffanculo e una sola parola: Talamonti.
Chiunque egli sia.


domenica, 31 ottobre 2004

Nemesi divina
Categoria:scritto da stefano havana


Lanciata una collezione di accessori per animali domestici
Costosi cappottini di montone e sciarpette in lana colorata

Harrods, cani in passerella
Ecco la moda "Pet-a-porter"

Quattrocento persone alla sfilata nei grandi magazzini
Per gli ospiti champagne e biscotti a forma di osso

Biscottini a forma di osso? Costosi cappottini?

Ecco, io spero che uno tsunami di proporzioni bibliche arrivi a sconquassare quei fottuti grandi magazzini londinesi, le modelle con i cani in braccio, i cappottini del cazzo e le sciarpette colorate. E che dall'onda cataclismatica si elevi un enorme pitbull femmina con le mestruazioni e che a colpi di zanne e unghiate recida qualsiasi cosa ancora si muova e che, infine, i sopravvissuti siano costretti ad ascoltare e ad assistere vita natural durante a una ripetizione ciclica di concerti di Max Pezzali, un altro cane (musicale) per antonomasia.

Sì, dovrebbe bastare.






domenica, 31 ottobre 2004

Sorrisi verticali
Categoria:scritto da stefano havana


Volevo dire alla proprietaria di questo culo - presente ieri tra la folla della giornata di laurea del vicerey - che qualora si riconoscesse in questa foto potrebbe gentilmente pensare di mandarmi una mail al fine di instaurare con me un rapporto tipicamente basato su mescolanze culturali, buone letture, discreti scambi di opinione, confronti di interessi e prolungate visite a mostre e musei.

Sono addirittura disposto a ricorrere alla trasmissione "C'è posta per te" di Maria De Filippi. Ma solo se poi me la dai d'ufficio.

sabato, 30 ottobre 2004

Come quando
Categoria:filosofia, scritto da granduca di palau


Sì. Come quando avete voglia di ballare. Come quando avete voglia di volare, come quando avete voglia di amare, di guardare gli occhi di una donna , di sognare posti o situazioni che non esistono o sono lontane. Come quando non avete voglia di lavorare, di studiare ma di vivere. Come quando il Brasile è li a un passo, meta sconfinata e affascinante. Come quando non sapete star fermi dalla fretta di vivere più intensamente, come quando l' adrenalina vi scorre veloce nelle vene. Come quando siete soli e vi sembra di essere in mille, come quando non vi manca nulla, come quando guardate lontano e li c'è il futuro, luminoso, che vi aspetta. Come quando non esiste un problema e se c'è si supera ridendo, come quando una disgrazia vi fa crescere. Come quando un desiderio si avvera, come quando fate del tutto per far si che si avveri, come quando una nascita, come quando un viaggio, come quando una sconfitta insegna. Come quando si diventa uomini, come quando si sa di Essere, come quando si sa di Potere. Come quando si sa Fare , come quando non si sa Fare e si Fa lo stesso. Come quando una sera ridi senza fermarti, come quando piangi per una storia bella o brutta e te lo senti dentro che non sempre è tutto come quando la vita ti sorride.

Come quando io spero che la vita sia questa e magari non lo è grazie a chi proprio non sa vivere. Il granduca.

sabato, 30 ottobre 2004

La mattina dopo
Categoria:sport, scritto da granduca di palau


Ore 8.50 sabato 30. La mattina dopo la serata in onore del vicerey dove più che altro ho bevuto. Avevo un appuntamento con Stè alle ore 11.00 per andare a correre. Ma squilla il telefonino: Andrè c'è vento annamo alla centrale. La macchina era ancora carica da ieri mi dovevo solo lavare e andare. Avendone la forza. Indi mi dico daje daje se po' fa, poi dormirai in fondo hai 24 anni e tra un po arriva il freddo vero quindi... ok.

Partenza ore 9.35 direzione Civitavecchia Centrale Enel. Due orette col ventone e qualche ondina sufficiente per 3 frullate sulle roccie con conseguente taglio sulle dita del piede destro. Caldo incredibile, una 30 di persone di cui 4 donne. Scenario non propio da urlo ma acqua APPARENTEMENTE pulita coi tubi di scarico della centarle sott'acqua a riva. La telefonata di Stè non c'è stata quindi bene cosi domani vediamo di replicare. Queste di seguito sono alcune foto per chi c'era e per chi è solo curioso o annoiato e gira per i blog.

p.s. "Quando in gioco ci sono le vostre passioni fermarsi è come morire".
Il granduca.

sabato, 30 ottobre 2004

Di lauree di palloni. Anche i dottori, nel loro piccolo, fumano erba
Categoria:scritto da stefano havana


Tutto è cominciato così: col nostro arrivo alla sacra facoltà di Giurisprudenza della Sapienza di Roma con addosso queste devastanti t-shirt create per l'occasione. Tra uomini e donne incravattati e elegantissime, stimati professori e discrete vacche vestite a festa, non c'è stato modo migliore per arrivare nella maniera più sonora possibile e in clamoroso ritardo alla laurea del Vicerey Federico.


[Bonifacio IX gloriosamente griffato dalla magica t-shirt]

Ma eccolo qua il fottuto dottore. Vecchio giocatore di calcetto, straordinario talento alla chitarra, amico di ginnasio, liceo, esame di maturità, milleuno vacanze passate a ridere, ubriacarci, qualche volta a urlare. Eccolo qua il compagno di giochi, di donne, di goal sbagliati sottoporta, di situazioni strane e irripetibili nel fuoco sacro dei nostri vent'anni, ormai quasi cinque anni fa, davanti a una tazza di caffé mentre ci raccontavamo cose e ne chiarivamo delle altre. Eccolo qua colui il quale un certo giorno nel futuro chissà quando, mi vedrà bussare alla porta del suo studio - anticipato dalla sua segretaria sottostipendiata che già svariate volte avrà provveduto a brutalizzare - a domandare forense udienza. Ah, ma non vedrai mai una lira da me medesimo: non parteciperò economicamente alla tua ascesa al potere. Ma - dicevamo - eccolo qua, in tutto il suo splendore, conciato in una maniera vergognosa, bottiglia di Rum in mano e ci mancherebbe altro, un giorno di ottobre duemilaquattro.


[Il Vicerey, non pago di tutti i suoi errori, ha almeno pagato da bere]


[Il buon Cristiano provvede alla vestizione di Azzecca-garbugli]

Ah, ma che impressione. Che ribrezzo, certo. Mi chiedo, ogni tanto, tra un bicchiere e l'altro, ma che fine avranno fatto tutti quei rutti sulla spiaggia, tutte quelle donne, tutte quelle notti passate chissà dove, che fine hanno fatto quelle risate esagerate mentre Luca - al Circeo - giocava a racchettoni completamente NUDO? Che fine hanno fatto quelle facce contrite dalla malinconia e da nuove perversioni ogni volta che la radio nel traffico di Roma centrava Sweet Child of Mine? Sono ancora tutte lì? Tutte lì dentro, Vicerey? Me lo auguro. Scatto foto a ripetizione e me lo auguro.


[Azzecca-garbugli in versione - involontaria - Fidel Castro]

La discussione della tesi, accennavo prima, non l'abbiamo vista. Ci mancava anche che un gruppo di esagitati come noi potesse arrivare per tempo; ad ogni modo, siamo riusciti almeno a scorgerlo scendere dalle Sacre Scale con la tesi in mano e lo zaino melanconicamente tenuto per una mano a parlare al vento con un volume di voce esageratamente sostenuto. Bonifacio e io ci siamo guardati e abbiamo capito che quell'eterno cazzone aveva già finito. Oh bé, si fottesse.


[Eccolo qui, fa già il gradasso]

Poi siamo andati a bere. Il pomeriggio romano era tiepido e piacevole. Consumata a favore della ragione l'idea di farsi un bagno nudi nella fontana di Minerva, abbiamo proseguito verso il più deplorevole bar della zona, dove il miglior rum che abbiamo trovato rispondeva al nome di Montero. Proprio così: Rum Montero. Come il Pampero ma distillato nei peggiori bar di Milano Marittima. Comunque ha fatto il suo effetto e in men che non si dica, il dottore ha cominciato già a sparare le sue prime sentenze alcoliche.


[L'azzecca-garbugli con Bonifacio e la mitica t-shirt]

A proposito della t-shirt, la meravigliosa scritta davanti sarà possibile apprezzarla tra poco. Giusto il tempo che l'oppiesco pomeriggio intercorso ieri giunga alla sua magnifica sublimazione, nel momento esatto in cui - reminiscenza di Marrakesh Express - tre baldi ragazzoni di colore incontrati per caso in un parco dell'Università, dopo averci visto ciondolanti e vomitanti improperi ci hanno immediatamente proposto in un imbarazzante accento francese: "Partitona?". Come dire di no.


[Il vicerey desnudo. Già le sento le ragazzine strepitanti...]

Dunque, ci sono un paio di cose da tenere presente: è assolutamente impossibile, indicibile, improponibile, assolutamene fuori luogo e offensivo pensare che noialtri possiamo restarcene fermi o indifferenti di fronte un pallone che rotola. Per questo, fatte le squadre, si è preso immediatamente a giocare. Il Vicerey ha indossato un paio di scarpe numero 37 di quella santa fidanzata dell'altrettanto santo Cristiano, in luogo dei suoi mocassini di pelle numero 44. Il sottoscritto non è riuscito a barattare le proprie scarpone di pelle a punta con nulla, giacché recalcitrante e sotto sedativi è dovuto rimanere in panchina insieme a pochi altri a fare foto. Il pallone era sgonfio, il terreno di gioco di cemento, le porte due panchine, i riflettori quattro lampioni gialli, gli spettatori sporadici studenti stranieri occupati a fumare erba, il nostro doping una giusta dose di alcol nelle vene, il nostro contratto quello dell'amicizia che ci ha portati lì. C'è niente di più bello al mondo? Nossignore.


[Cristiano in condizioni vergognose e Kofi Annan - giuro su Dio, si è presentato così]

I ragazzoni di colore erano tecnicamente scarsi, ma fisicamente del tutto superiori a noi. Dopo mezz'ora di gioco, Cristiano versava sudore da ogni poro, contro la freschezza degli avversari.


[Il vicerey al cross dopo prolungata discesa sulla destra]


[Il mitico Coco mostra ai fotografi la schiena commossa del dottore]

Intanto sulla nostra panchina cominciava a girare marijuana e le braci arancioni nella notte attiravano i giocatori in campo come falene verso la luce di un lampione.


[Prima pausa. L'erba della panchina è migliore dell'erba del campo]


[Anche il Nonno si avvicina a chiedere rinforzi...]


[Poi, in un commovente gesto di fair-play, i giocatori in campo si scambiano... cortesie eccitanti]

E' incredibile il calcio. Cominci a giocare che non te ne frega niente. Sei lì che tiri via la palla con disinvoltura, provi giocate insulse, tanto tutti la stanno prendendo a ridere. Poi a un certo punto succede che ti dimentichi tutto: dove sei, con chi sei, perché sei lì e ti interessa solo una cosa: vincere, cazzo. Solo vincere. Sono una decina in campo, cinque contro cinque, e la vittoria è diventata una cosa di cultura, costume, razza, onore e orgoglio. Urlano, sbraitano; il portiere indica col dito le mosse che gli altri dovrebbero fare, gli attaccanti uniscono le mani al petto verso i compagni come a dire "cazzo fai?". Qualcuno si ferma, esausto, mani sulle ginocchia mentre da dietro gli urlano di rientrare. Quello che si è prestato come Kofi Annan è una furia, ride sempre, ma è una furia e si vede che vuole vincere.


[Cristiano in velocità è inafferrabile. Ne so qualcosa]


[Prova il tiro dalla distanza, la gara è quasi finita...]


[E' goal]


[Felicità, semplicemente]


[Poi Federico incassa un goal]


[Accetta così e così la sostituzione]


[Ma poi segue la partita dalla panchina con fumata serenità]

Il fischio finale, in questi casi è dettato dalla stanchezza, dalle vesciche sotto i piedi e dal fatto che è tardi e che è ora di fare una convenzionale puntata a casa Federico per l'incontro con i parenti e gli altri amici che anche loro hanno diritto. Si va così, ovviamente, puzzolenti e sudati, 'sti cazzi del mondo. Oggi va così. Oggi festeggiamo un nuovo dottore, ma nessuno di noi ha più di 14 anni. Forse anche per questo alla fine della partita, prima dei saluti, ci si immerge in un delirante defaticante-affaticante.


[Questo è Cristiano, ma in giro erano tutti in tale delirio]

E finalmente a casa, ricchi premi e cotillons per i reduci dalla festosa giornata. Si mangia e si beve. Il padre del Vicerey si ubriaca ed è uno spasso vederlo urlare "Pampero-Pampero-Pampero", con un cappello di paglia in testa (ho le foto, ma non so se posso pubblicarle!). Qui ci raduniamo anche con il Granduca, elegante e reduce da un'estenuante maratona nel traffico romano. Ed eccola finalmente la mitica scritta sul davanti della t-shirt...


[Vomito ergo rum. Geniale o no?]


[Il Vicerey nella sua reale magione con un buon flute di champagne]

Poi si va. Via, in macchina a raggiungere altri. Per il fine serata, giornata, parte di vita: tutto. In macchina con Gian è un delirio: alla fine decidiamo. Apriremo un negozio di valori bollati. Ma perché certe stronzate fanno venire il vomito dalle risate, certe volte?


[Mi ci metto anche io in questa gallery (con t-shirt), mi pare giusto. Foto by Giorgia]


[Antonio e Francesca. Anzi, direi Francesca e Antonio]

Poi a notte fonda anche la serata è scemata. Molti sono arrivati al nostro tavolo e se ne sono andati. E' tornato Cristiano con la stessa camicia della partita del pomeriggio; lui asserisce di no, ma io lo smaschererò. E' venuto Filippo (anche lui fresco dottore), sono venuti altri, ho visto Luca, c'era Giulia, Jonathan. Ci sono state pacche sulle spalle e promesse soffiate al vento. Fuori fa più fresco, adesso. Le nostre t-shirt spariscono sotto maglioni e camicie. C'è il tempo perché Federico e Antonio ne girino un'altra. C'è tempo perché Cristiano provi a violentare Federico nella mia macchina.


[All'opera. A trenta metri dalla centrale di polizia, come faceva notare il Granduca]

C'è tempo per un'ultima foto impietosa. Altre non ne ho pubblicate. Questa sì. perché nonostante una laurea, nonostante tanti anni di sacrifici sui libri, dopo tante cose passate e ingoiate, lacrime e pianti, cose belle e brutte, questa faccia ha resistito. E' viva. Perdura. E così sia.

In bocca al lupo, fratello.

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p.s.
vista la brillante idea avuta da altri blog di mettere in vendita le proprie t-shirt, mi premeva dire che codesto sito - come più volte precisato - si dissocia completamente da vendita di magliettine, cotillons, libri e produzioni commerciali e che se anche voi voleste la fichissima maglietta dei noantri visibile in queste foto, bé il sito è www.e-shirt.com e fatevela da soli. Il mouse ce l'avete no? Non vedo perché dovreste acquistarla da noi, dunque. Non solo: io ne ho una che mi avanza. E' un po' sudata, ma in compenso posso farvela autografare dal vicerey in persona. Viva il blog come FINE e non come MEZZO.





























venerdì, 29 ottobre 2004

Io, me e lei: chi ci capisce è bravo
Categoria:scritto da stefano havana


Avevo deciso che mi sarei sbarazzato di te.
[Andiamo, sii onesto con te stesso]

Ok, ti eri sbarazzata di me.
[Ecco, ora sì]

Abbiamo passato due settimane d'incanto che sembravamo due liceali a un appuntamento di nascosto. Il nostro primo bacio, quasi un mese fa, è stata una cosa tacitamente inseguita per almeno tre anni. Nel frattempo abbiamo risolto vecchie storie, trovato nuovi amori, assaggiato fresche labbra e morti un altro po'. Poi sei sparita come neve stretta nel palmo di una mano. Due giorni, tre giorni. Una settimana. Tre. Me ne sono fatto una ragione. Sapevo che eri così: avevamo sottoscritto un contratto d'intesa al nostro primo appuntamento. Io non so fare il fidanzato, tu non sai fare la fidanzata, diamoci alla pazza trasgressione punto e basta. Massì: ne abbiamo appannate di macchine non sapendo dove andare.

[E allora? Dove vuoi arrivare?]
E tu e le tue storie e le tue idee strane nel cuore della notte e le tue passioni folli e il tuo francese e Amelie e i chicchi di riso e grandine, le tue labbra, le tue tette rotonde e tutte le cose che sono sparite con te il giorno in cui, semplicemente, non mi hai più cercato - oddio - mi sono rimaste dentro. Scorrevano tra le mie mani, saltellando da un dito all'altro e mi sono ricordato il giorno in cui ti cercai con un messaggio e tu mi rispondesti: "Come posso meritarmi ancora la tua attenzione?". E io: "Non te la meriti. Stavo guardando il soffitto e ad un tratto sei comparsa tu". Mi sono ricordato la tua mail: "Conservami una delle tue notti". Lungo queste settimane mi sono sempre detto che ti avrei dimenticata, ma che non sarebbe stato facile. Una pietra sopra. Ho perfino provato a spingere con un'altra donna, ma poi a parlarne con un amico saggio quello mi ha risposto: "Cazzo te frega". Proprio così.

[Ok ok, e allora?]
Mi hai scritto un giorno, nel pieno della tua latitanza: "Perdonami, non mi va neanche di approfondire i motivi del mio gesto". Oh bene, non ti ho più cercata neanche io, in definitiva sei pur sempre soltanto una donna e io non ho affatto bisogno di te.

[Certo, certo...]
Poi l'altra sera mi hai chiamato. Porco giuda. Ci siamo parlati un po', io mi sono appoggiato al cofano di una macchina e la cosa più bella è che io non ti ho chiesto alcun perché. Non sono per i perché. Ognuno ha i propri e sono cazzi suoi. La cosa bella è che tu non mi hai avanzato nessuna spiegazione. Poi quel messaggio, qualche ora dopo: "Conservami un posto nella tua vita".

Che faccio?
[....]

Fanculo, non mi sei mai d'aiuto quando servi.







venerdì, 29 ottobre 2004

Mi chiedevo
Categoria:scritto da stefano havana


Ma Gesù Cristo è una cosa di destra o di sinistra?

venerdì, 29 ottobre 2004

Una bella esperienza
Categoria:scritto da stefano havana


Questo signore nella foto si chiama Fabio Alberti. E' il presidente della ONG "Un Ponte Per...": l'ho scattata io stesso oggi pomeriggio nella sede centrale di Roma. Ci sono andato insieme a Gianfranco, un mio collega giornalista. Lui doveva intervistarlo per un altro giornale dove collabora e io l'ho accompagnato: così io ho imparato qualcosa e a lui ho fatto il favore di scattare qualche foto.

Niente, solo per dire che è stato bello. La sede era piena di gente giovane con facce cordiali e bandiere della PACE da tutte le parti. Nell'ufficio di Alberti, dove ci ha accolti lui stesso, c'erano tutte queste foto di Simona e Simona chiaramente; istantanee del loro ritorno in quelle stesse sale. Le ho fotografate le pareti, ma non mi va di pubblicare qui il risultato degli scatti, così mi dice il cuore. In ascensore, mentre salivamo, Gianfranco mi fa: "Se incontriamo le due Simone non fotografarle". Io lo guardo attraverso lo specchio come a dirgli: "Scherzi? Non ci penso nemmeno". Mi ha emozionato entrare lì dentro: erano le stesse stanze e lo stesso portone mandati in onda dalle televisioni durante i brutti giorni. Quando mi sono presentato con il mio nome, Alberti mi ha stretto la mano e mi ha detto: "Salve, benvenuto Stefano". Non so perché, ma nutro una simpatia istantanea per la gente che mi chiama subito per nome. A Cuba funziona sempre così; figuriamoci quando mi succede a Roma, dove la gente spesso non è molto diversa da una panchina in quanto a sensibilità.

L'intervista è stata bella e interessante. Gianfranco è una persona che stimo molto: ha una cultura e una conoscenza delle cose profonde. Ha visto il mondo, ha guardato con occhi grandi certi posti della terra inimmaginabili e quando insisti per pagare tu il caffé, ti dice sempre: "Ma non mi scassare la minchia!". Conosce tutto della cultura araba e della situazione internazionale, ha lavorato con Emergency, è stato a Damasco; è uno che starei ad ascoltare senza fiatare anche un pomeriggio intero. Ha diversi anni più di me, tifa Palermo, ovviamente, e guai a toccargli bomber Toni.

Mi dispiace solo di non aver fatto in tempo ad andare al concerto per Enzo Baldoni al teatro Ambra Jovinelli: Gianfranco ci è andato (in dolce compagnia), ma stavo troppo a pezzi stasera per raggiungerlo. Spero abbia guardato e sentito anche per me.

E niente.
Prima di salutarci davanti le porte della Metropolitana, abbiamo deciso che uno di questi giorni andiamo in Cina.


venerdì, 29 ottobre 2004

L'insana necessità
Categoria:scritto da stefano havana


Porca miseria.
Ho un'insana voglia di spendere e spandere soldi.
Oggi mi sono fermato per tre volte all'ultimo istante prima di comprare altrettante cose del tutto inutili. Fermato io! Il padre dei vizi sfogati! Io che odio i soldi a tal punto da dovermene colpevolmente liberare il prima possibile appena incasso il mio assegno mensile? Ebbene sì, oggi mi sono trattenuto.

Dunque voglio comprare:

- un paio di occhiali da sole che mi facciano strafigo e che, contemporaneamente, non nascondano i miei occhioni azzurri
- un lettore mp3 da almeno 20 giga
- una stampante portatile per stampare fotografie digitali collegandola direttamente alla fotocamera
- il cofanetto de Il Padrino
- la PlayStation2
- Driver3 e Fifa 2005 per Pc
- quelle scarpe Puma gialle che mi fanno impazzire
- il tatuaggio nuovo

Non so da dove cominciare.
E ad agosto mi servono quasi 3000 euro per una certa cosa che ho in mente.

Ok, comincio con gli occhiali da sole.
Vi farò sapere.












giovedì, 28 ottobre 2004

Che notte questa notte di Roma e di luna
Categoria:scritto da stefano havana


Vi racconto di stanotte.
Vi va?

Giornata lavorativa di serie A, dunque me ne sto in redazione fino alle 23.30 circa. Cronache in diretta delle partite per 30 milioni di telefonini Tim non è uno scherzo; punto cumulativo sul campionato per 2 milioni di lettori, interviste ai tecnici nel dopo-partita, il caporedattore che strilla perché siamo in ritardo; Mancini e Zeman li mettiamo in home page, no meglio Ancelotti; quel coglione di Lotito che parla di distacco recuperabile dalla prima in classifica. Le solite cose meravigliose.

Alla fine riaccompagno a casa una tipa che il Vicerey (gente, domani si laurea) ha avuto modo di conoscere e su cui abbiamo riso dandoci di gomito nelle costole: fica da morire (è una lettarata, sapete? Ex valletta di Sarabanda, mica cotica) e intellettualmente un gradino sotto un secchio di vernice. Mi manda una serie di messaggi che sono un invito a nozze, roba del tipo: "Non ho voglia di tornare a casa" e ancora "Dove ce ne andiamo?", oppure "Ti guardavo mentre lavoravi, quanto eri bello".

Avrei accettato di portarla da qualche parte, se non fossimo passati in macchina ai piedi del Colosseo, su per Via dei Fori Imperiali e io non avessi visto, illuminato dalla luna, uno scorcio di mondo stupendo. Dovevo fotografare. Dovevo vedere. Ma lei, oh lei era di troppo. Quei dodici centimetri di tacco alto e quel culo fasciato da dei jeans che a raccontarli in giro ti prendono per matto, non c'entravano nulla. Bacio sulla guancia: "La prossima volta che vengo a trovarvi in redazione, ti faccio sapere prima così mi porti le foto di Cuba". Sì. Va bene, va bene. Via.

Parcheggio la macchina a Piazza Venezia, ore 01.00 di notte. Serata non fredda. Decido: mi trasformo in turista. Macchina fotografica al collo, zaino su entrambe le spalle, camicia annodata in vita e maglietta a maniche corte: hanno o non hanno sempre caldo i turisti? Gioco: sembro un argentino, uno spagnolo o un americano? La gente mi guarda - sono tutte coppie - e io, da solo, me ne vado in giro per le vie più turistiche di Roma. Mi sento come se l'avessi inventata io, Roma.

Mi fermo a scattare fotografie a destra e a manca, il 70% le cancello subito dopo. Alla mia postura manca ancora qualcosa: allora comincio a camminare lentamente, così lentamente che non c'è nessuno che non riesca a superarmi. Mi guardo intorno: c'è una luna velata. Prendo a fantasticare: anche se non ho nulla su cui scrivere, lo sto facendo lo stesso. Sono un giramondo che sotto il Colosseo si è innamorato e ora sta guardando Roma per l'ultima volta prima di partire e lasciare la sua bella forse per sempre; sono un noto attore di chissà quale posto sperduto dell'America Latina in cerca di nuove ispirazioni; sono un fuggiasco colpevole di delitti politici e da qualche parte, nel mio paese lontano, qualcuno mi chiama Ernesto e mi ricorda in ballate locali. Mi piace giocare. Faccio un'altra foto.

Che aria stanotte. Una notte qualunque d'ottobre. Nessuno che parli la mia lingua intorno a me: dunque il mio gioco non è poi tanto fittizio. Sono davvero uno straniero che si aggira nella notte. Nei locali resistono gli ultimi avventori: le macchine si accalcano ai semafori. Poggio una mano sul corpo robusto del Colosseo, ho paura che crolli: Roma non si merita una cosa bella come il Colosseo. Roma puzza e i romani urlano, sbraitano, non sono mai contenti. La odio Roma: la odio perché riesce a essere bellissima e detestabile e volete saperlo? Mentre mi guardo intorno nel posto più visitato del mondo, scopro che non me ne frega un accidenti: baratterei tutto e subito alla volta di un altro continente. Questa notte è magica e io mi sento in pace con tutto: eppure. Eppure. Eppure. Sento che non è da queste parti il mio completamento.

E' stupenda la luna. Vorrei vedere la terra da lassù e scegliere il posto dove andare. Mi siedo su una panchina, invece, e rifletto su qualcosa che non so. Sorrido: ho amato una sola volta in vita mia e quella donna non l'ho mai portata qui sotto nottetempo. Mai. Mi prende un verso di malinconia, ma dura poco. La gente - poca ormai - passa e mi guarda, solitario vagabondo, seduto a fare foto. Se sapessero che a quindici minuti da lì ho una macchina che mi aspetta, una casa, un lavoro, un blog addirittura! Chissà che penserebbero. Ma non conta adesso: sono un uomo che ha perso l'unico suo amore e che da un luogo ameno dell'America del Nord è arrivato in treno fino a Roma. Che importa chi sono veramente? Stanotte sono quello che sono soltanto agli occhi degli altri. Li lascio pensare. E va bene così.

Quando alzo gli occhi al cielo nero per l'ultima volta scopro che la luna ha trovato posto proprio in quel pertugio famoso che fa del Colosseo il monumento più fotografato al mondo. Se ne sta lì, lei, dove il muro è crollato o mai stato costruito o chissà cosa: fa capolino, occhieggia da 318mila chilometri a tutti quelli che la stanno osservando o bevendo alla sua salute e che almeno una volta l'hanno guardata in compagnia di altri occhi. E' stata una bella notte, questa notte. Avreste dovuto esserci. Ma ognuno per conto suo.


mercoledì, 27 ottobre 2004

Riscoprendo la Natura
Categoria:viaggi, scritto da granduca di palau



Alla fine sono partito. La destinazione per questo week end non era il mare data la cippa mortale che avvolgeva le nostre coste bensi un qualunque posto dove poterLa ammirare, dove poterLa toccare . Si lei, la Natura. Non fa parte anch' essa dello stato dell' arte? A mio avviso si. Mi ci immergo appena posso, fuori dalla città, in mezzo al mare o tra i monti. La mia vita si divide in fondo in due emicicli alla ricerca di vento e onde o della neve e dei pendii vergini. Sarà che sono convinto di essere davvero me stesso in queste situazioni, sarà che in fondo cerco emozioni che quotidianamente non provo ma tant'è. Bene. Il granduca è indi partito in data 23/10. Si diceva Toscana, agriturismo. Ma poi no meglio di no, andiamo lì, dove trascorro da una vita giorni interi senza far niente se non ubriacarmi a qualche festa o, d' inverno, facendo un pò di snow. Pescasseroli , Parco Nazionale d' Abruzzo. El vicerey de civataquana y (anche) cuba approverebbe. E allora tra temperature estive, cibarie che nn si commentano e motociclisti a frotte eccolo li il mio week end con lei. Senza cercarla troppo è venuta lei da me. Come la amo io, a mezza stagione. D' estate al mare son capaci tutti ma il mare d' inverno è solo per noi pochi e tenaci e soprattutto appssionati. In autunno la montagna è bella , deserta come poche volte ho visto quel posto, pieno di turisti, sempre.Ottobre no, vuoto. E con un regalo: i mille colori autunnali che non ci credi siano naturali, che nenche mischiando i colori con la tavolozza per un' ora. Bene. Il granduca non c' era perchè era li, testa e anima, e queste di seguito sono le sue foto, colori tenui dalla Marsica. Hangloose. Il granduca

mercoledì, 27 ottobre 2004

Ho trovato la risposta
Categoria:scritto da stefano havana


Ti odio, o mio ipotetico e poetico Scrittore Preferito.
Ti avrò maledetto almeno tante volte quante sono state le benedizioni.
E ti odio.

Non di quell'odio di cui ho odiato i miei professori, beninteso: quelli che non mi hanno fatto venire la curiosità di leggere una cosa come David Copperfield, allora, quando forse non lo avrei capito ma quando sarebbe stato giusto leggerlo. Non ti odio così, ma a volte, sai, a volte me lo chiedo di notte, quando nessuno mi sente e io sono solo con i miei pensieri. A volte me lo chiedo, mi giro dall'altra parte del cuscino e mi domando: come fanno quei professori a dormire sonni tranquilli? Come ci riescono? Non per quello che hanno fatto a me - io sto recuperando, figuriamoci -, ma per quello che hanno fatto e sempre faranno a tutti i quattordicenni del mondo.

Come si può non incuriosire un bambino di quell'età? Ci riesce un fiore, ci riesce un ragno che zampetta sul cornicione della finestra, ci riesce una nuvola della forma di un coniglio, ci riesce un pesce rosso in una vasca, ci riescono due pattini a rotelle, ci riesce una pozzanghera fatta apposta per saltarci dentro. I professori no, non ci riescono. Non ci riescono mai. Come si può non incuriosire, non interessare con una poesia di Ungaretti, un passaggio di Montale, un aneddoto delle violenze dei barbari? Come si può? Come fanno i professori a non generare curiosità agli occhi di un bambino con i racconti del terrore di Mary Shelley? Com’è possibile che in tanti anni di scuola io non abbia mai letto nulla di Mark Twain? Com’è possibile che io abbia scoperto solo di recente che King Kong è un racconto di Edgar Wallace, prima che un film americano? Come mai nessuno mi ha mai dato in mano le avventure di Jules Verne, sussurrandomi in un orecchio che quelle nascondevano qualcosa di immenso, non solo un bel sette all’interrogazione se per caso mi fossi ricordato al momento giusto dove e quando fosse nato l'autore. Perché tutto questo continua ad accadere? Perché mi è venuta solo ora la curiosità di leggere Italo Calvino? E' la storia che conta o chi la racconta? Per quindici anni della nostra fanciullezza ci insegnano che è più importante un voto sul registro che la propria autonomia di pensiero. Un tre in pagella giudica chi sono e cosa sono?

Si diceva, o mio ipotetico e poetico Scrittore Preferito, che, ecco vedi, non ti odio a questa stregua. Ti detesto perché alle volte, quando scrivo io stesso, quando mi incartapecorisco davanti a un passaggio ostico, quando vorrei tessere romanzi immensi pieni di personaggi e intrecci secondari, quando vorrei essere come te, ti detesto perché è detestabile non essere te.

Per me tu e quelli come te, continuerai e continuerete ad essere i proprietari dei miei rifugi. E' nelle storie come quelle che scrivi tu, o mio ipotetico e poetico Scrittore Preferito che io vado quando qui fuori qualcosa non va. E' lì che io so di tornare quando alla mattina mi si prospetta innanzi una giornata dura: so che alla sera sarò lì, con le luci della mia camera riflesse sul bianco della pagina e intorno a me si alzerà la polvere e suoneranno campanelli muti e trilleranno telefoni destinati ad aspettare. So che esiste un mondo alternativo a quello reale. Questi rifugi per la mente sono di quanto più importante io abbia contratto in vita: se non li avessi, non so come farei. Se nel traffico ottuso di Roma, io non potessi pensare alla prossima pagina, a quella che ancora non ho letto, a quella che sto per leggere, a quella che mi aspetta, io non so come ne uscirei. Forse sarei come loro, come gli altri, quelli che maledicono il mondo e la propria vita; sarei come quelli che vomitano e basta, sarei come quelli che si lamentano del costo degli oggetti in una vetrina.

Ho i miei rifugi, grazie a te, grazie a quelli come te. Ho i miei rifugi per la mente, quando fuori piove e del sole nessuna traccia. Sono rifugi rischiosi, polverosi, camere d'albergo alla fine di corridoi allucinanti, di solito deserti. Ma è lì che io cresco, mi rendo sempre più conto; non nel mondo vero. In quello sono sempre lo stesso, noioso sacco di carne e sangue. Altrove non posso invecchiare, non posso sbagliare, non posso reagire, non posso inventare, non posso mentire, non posso avere paura. In questi rifugi bellissimi c'è chi lo fa per me, c'è chi mi solleva dalla strada e mi regala l'insostenibile leggerezza del non-essere. Io sento di essere al massimo quando non-sono.

Leggere mi fa non-essere.
Ecco cosa risponderò a chi mi domanderà il perché lo faccio.
Perché solo così posso non-morire.
Leggendo.
E scrivendo.







martedì, 26 ottobre 2004

Amletici dubbi e mediatiche perplessità
Categoria:scritto da stefano havana


Ma voi.
Voi dico.
Ci riuscite, quando mettete il dentifricio sullo spazzolino, a creare quelle forme stilistiche perfette che fanno vedere sempre nelle pubblicità? Quelle strisce meravigliose leggermente appuntite alle due estremità che sembrano disegnate da Dalì?

Io no.
A me viene una cacatina informe che puntualmente perde un pezzo quando mi infilo lo spazzolino in bocca.




martedì, 26 ottobre 2004

Svolta o disastro?
Categoria:scritto da stefano havana


Fidel Castro riappare in tv dopo la caduta
Dall'8 novembre stop alle transazioni con il biglietto verde

Dollari vietati a Cuba
"Gli Usa ci aggrediscono"

L'AVANA - Stop ai dollari a Cuba. Riapparso in televisione dopo la rovinosa caduta in diretta tv, Fidel Castro ha annunciato che a partire dall'8 novembre prossimo, a Cuba, non saranno più accettati i dollari statunitensi per le transazioni sull'isola. La misura, ha spiegato il presidente cubano, è la risposta all'inasprimento delle sanzioni imposte dagli Usa sull'isola. I cubani, ma anche i residenti stranieri e i turisti, potranno usare sul territorio nazionale solo i pesos cubani convertibili. Attualmente il peso convertibile viene scambiato uno a uno con i dollari e circola parallelamente al peso normale, che ha scarso valore. Tutti coloro che cambieranno i dollari Usa in pesos convertibili dopo l'8 novembre prossimo "saranno soggetti ad una tassa del 10 per cento a causa degli alti rischi che genera il maneggio di dollari per l'economia nazionale". Mentre non sarà punito il possesso di dollari Usa.

L'annuncio della nuova misura, varata con decreto della Banca Centrale, è stato diffuso dalla televisione nazionale. Castro, con il braccio al collo, inquadrato dalla vita in su, si è mostrato alle telecamere con il ginocchio e il braccio rotti ed ha affermato che la questione era così importante da richiedere la sua presenza. Ha poi aggiunto che il provvedimento giunge in risposta alle ostili politiche economiche degli Stati Uniti. "L'impero è determinato a crearci altre difficoltà", ha detto Castro, che aveva depenalizzato l'uso del dollaro sull'isola nel 1993, subito dopo la caduta del Muro.





martedì, 26 ottobre 2004

Delirio di onnipotenza
Categoria:scritto da stefano havana


Ultimamente ho degli slanci di onnipotenza. Ho l'esagerata impressione di essere la cosa più prossima a Dio che il mondo possa vantare dalla Creazione e dalla cacciata dal Paradiso. In tram me ne sto immobile, senza reggermi, e gli scossoni e le intemperanze della strada sembrano colpire tutti tranne me: me ne rimango tranquillamente a leggere, io, mentre il mondo vacilla. E sentite questa: quando arriva la metropolitana, io mi fisso in un punto della banchina e - indovinate un po' - è esattamente lì che le porte vanno ad aprirsi. Gli altri pendolari corrono per correggere la loro posizione prendendo a spallate il mondo e certamente invidiando me, detentore di tanta efficacia. Perfino i controllori mi lasciano passare: io il biglietto ce l'ho timbrato in tasca, ma quelli danno un'occhiata a tutti tranne che a me.

Se piove, esco di casa e viene fuori il sole. Cammino per strada e se vedo una tipa che mi piace, quella immancabilmente si gira verso di me come attirata. Devo attraversare la strada? Ebbene, come mi fermo pronto al guado ecco che il semaforo scatta da rosso a verde proprio come se aspettasse me; l'altro giorno ho trovato l'unico parcheggio non a pagamento del centro di Roma. Non riesco a fare tardi, anche se mi impegno: come passo io il traffico si apre, le piazze si svuotano. La gente mi sorride dai portoni come se fra tante persone nel mondo loro stessero aspettando me. Sono fermamente convinto che finché io non vorrò, l'inverno non arriverà. Ieri pomeriggio avevo voglia di vedere un certo film: accendo su Sky e - tac - ce l'ho trovato. Sono in sostanza un essere divino, tutto si centralizza intorno alla mia persona: se Dio avesse creato me invece di Adamo, Eva sarebbe morta per un parto quadrigemino.

Eppure.
Nonostante tutto.
Porca puttana, non riesco a spiegarmi perché, puntualmente, ogni volta che entro al cesso mi squilla il telefono in salone.



martedì, 26 ottobre 2004

La televisione che funziona
Categoria:scritto da stefano havana


Ma quant'è bello Blu Notte e quanto è bravo Carlo Lucarelli?
Vai così: non ce ne sarà per nessuno. Il mondo sarà degli Scrittori.


martedì, 26 ottobre 2004

Momento cul...turale
Categoria:scritto da stefano havana


La cantante messicana Paulina Rubio ha ben pensato, in occasione degli Mtv Award di presentarsi sul palco come stava vestita per casa, ovvero così:

In una analoga serata intellettuale, la simpaticissima Paris Hilton, salita alla ribalta sui ribaltabili delle varie auto dei suoi accompagnatori, ha invece pensato di indossare questi tipici mutandoni della nonna sotto l'abitino succinto:

Come si può vedere è stata molto accorta a non piegarsi più del necessario.
Non c'è niente da fare: le donne stanno una spanna avanti.


lunedì, 25 ottobre 2004

Stile Juventus
Categoria:scritto da stefano havana


Tre anni e due mesi di reclusione.


[Antonio Giraudo]

Due anni e un mese di reclusione.


[Riccardo Agricola]



domenica, 24 ottobre 2004

Importante valutazione medico-sociale
Categoria:scritto da stefano havana


Apprendo che Silvio Berlusconi, probabilmente, non degnerà il derby di Milano della sua presenza a causa di un intervento odontoiatrico.

Dunque a forza di dire stronzate anche i denti ne risentono, oltre che l'Italia.

domenica, 24 ottobre 2004

Paradisi perduti che neanche Milton
Categoria:scritto da stefano havana


Oggi Roma è un po' così. Uggiosa, stanotte c'è stata addirittura una gran nebbia dickensiana: niente della Roma dei giorni scorsi, quasi troppo estiva, anacronistica e meravigliosa nei suoi 30 gradi d'ottobre. Tuttavia è la mia prima domenica libera da non so quante settimane, dunque - è meglio che lo sappiate - me ne sto in pigiama e conto di rimanerci. E' in giornate come queste, quando il cielo diventa di uno strano viola malaticcio che mi ritrovo a pensare alla mia amada Cuba. Torno a guardare le foto davanti al computer, mi siedo alla maniera indiana con le gambe incrociate e ci ritorno per davvero a Cuba per pochi minuti e riattraverso le meravigliose avventure che ci sono capitate.

Guardate questo posto: è la spiaggia più bella che sia mai entrata nella mia fantasia: si chiama Perla blanca ed è imprevedibilmente a una settantina di chilometri da Remedios, non certamente la mia città preferita tra quelle che ho conosciuto laggiù, ma più vivibile di Roma questo è certo.


[clicca per ingrandire questo paradiso]

Ho voglia di parlarvi un po' di questo posto, vi va? A ridurre gli occhi a due fessure e a concentrarsi molto sulla foto, è possibile scorgere due macchiette supine in fondo in fondo, sulla sabbia bianca: quei due sono il Vicerey, in quel giorno d'agosto senza un pensiero per la testa e Fabio, per cui l'Ohio era solo uno scoglio lontano a cui rivolgere il pensiero ogni tanto e niente più. Poi quella lunga fila di impronte sulla sabbia, la vedete? Erano le nostre. Solo le nostre, perché su quella spiaggia c'eravamo solo noi: nessun altro. Qualche iguana, zanzare e un branco di animaletti invisibili che facevano rumore tra le foglie.


[clicca per ingrandire]

Mi ricordo benissimo l'attimo in cui arrivammo, dopo quasi due ore di macchina (i chilometri a Cuba - a meno che non vai in quella spazzatura commerciale chiamata Varadero - si macinano con una lentezza esasperante, esasperata dalle strade quasi ovunque impraticabili). Fu bello, lo ricordo alla grande: bello, non com'è bello arrivare in un posto che vale in compagnia di amici; bello in una maniera curiosa, diversa, prepotente. Ce ne stavamo lì a guardare la spiaggia, avvolti nei teli da spiaggia per schermarci dalle zanzare e realmente avemmo la percezione di non aver guardato mai niente di simile. L'istante preciso della rivelazione fu incredibile: poi ce ne siamo dimenticati, è chiaro. Abbiamo nuotato fino a screpolarci la pelle, fatto bagni di sabbia, ci siamo rotolati su quella spiaggia impalpabile e senza orme eccetto le nostre, abbiamo guardato lontano, oltre il filo dell'orizzonte, abbiamo urlato, detto cazzate, riso e progettato il futuro. Non è che stessimo lì a ricordarci di dove fossimo: però quell'attimo in cui il paradiso si rivelò ai nostri occhi di mortali, fu sensazionale, da film.


[clicca per ingrandire]

E' divertente dover convincere qualcuno che una foto non è frutto di un montaggio. Mi è capitato: fa sentire orgogliosi di averlo visto quel pezzo di mondo dove le onde battono sempre al sole.

 

"Stille di pianto allor mandò natura,
Ma tosto le asciugaro. A sè dinanzi
Avean tutta la terra, ove un soggiorno
Scegliersi di riposo, e loro scorta
Era la Provvidenza. A incerti e lenti
Passi, dell'Eden pei solinghi campi,
Tenendosi per man, preser la via"

[Il paradiso perduto - John Milton]










domenica, 24 ottobre 2004

Piccola rivincita sull'orrore
Categoria:scritto da stefano havana


Enzo Baldoni aveva conosciuto Mohammed durante il suo viaggio a Baghdad, quello che l'ha ucciso. Aveva spinto e si era impegnato perché a Mohammed venissero riconsegnati gli arti inferiori, perduti in un'esplosione insieme alla moglie e al figlio che stava nascendo. Enzo è morto, Mohammed sparito, rifugiato chissà dove. Ma in molti si sono mossi per ritrovarlo: ne sono spuntati tanti di Mohammed. Tutti senza gambe e con altri problemi: tutti meritevoli di aiuto, tuttavia nessuno di loro era il Mohammed che Enzo aveva conosciuto e con cui aveva scattato questa stupenda foto. Poi Mohammed è stato ritrovato e presto tornerà a camminare, a vivere.

Eccolo qua. Sorridente e felice e bello, ritratto nella copertina di Diario: è proprio lui. Thank you Enzo, dice il cartello.
Missione compiuta. Bene così, non serve aggiungere altro. E' la rivincita della vita, come direbbe Enzo stesso.


sabato, 23 ottobre 2004

La solita repubblica delle banane
Categoria:scritto da stefano havana


Qualcuno parlerà d'invidia, ma io non mi stancherò di dire che tutto questo non è blog.

Tutto questo è solo la solita, classica, vomitevole commercializzazione di qualsiasi cosa possa portare un cartellino del prezzo appeso dietro come una stupida coda.

Piuttosto.
Questa è l'alternativa proposta da altri e decisamente più simpatica.
Almeno non si vende per davvero.



sabato, 23 ottobre 2004

Italiano desaparecido in Ohio
Categoria:scritto da stefano havana


Dunque.
Dal momento che il buon Fabio ormai è un integratissimo e integerrimo lavoratore americano in quel di Columbus e non ha più tempo da dedicare a questo blog, penserò io stesso a fare un breve riassunto delle sue ultime peripezie, giacché lui - leggendone - possa sentirsi definitivamente in colpa nei nostri confronti per l'imperdonabile latitanza che verrà fatta scontare al suo ritorno con ampia pagata di alcolici nonché elargizione di bastonate.

L'avevamo lasciato in compagnia di una manciata di donzelle vogliose, un paio di immensi e definitissimi ragazzoni di colore e il cesso di casa intasato. Stando alla sua ultima telefonata, esattamente tre giorni fa, ritroviamo il prode Fabio nelle seguenti condizioni:

- cesso decentemente funzionante
- telefono fisso con relativo abbonamento
- iscrizione in palestra per assumere una degna postura da governatore
- iscrizione alla scuola guida
- quasi possessore di una Honda S2000 di seconda mano, 15mila euro chiavi in mano e l'unica incognita di doversi recare fino in Indiana (Indiana) per assumerne il possesso

La cosa che gli fa assai disonore, invece, è quella di ritenere la più carina delle donne nel suo giro troppo fidanzata per interessarsi a lui. Si fa notare al gentile pubblico che l'uomo di codesta signorina risiede in Italia, dunque sufficientemente lontano perché Fabio stesso abusi - e a lungo - della stessa impunemente. D'altra parte è o non è l'America la terra delle libertà per antonomasia? Ed è vero o non è vero che il tradimento per la donna è un sacrosanto dovere?

Dunque, c'mon Fabio.
Molla quei Mc Chicken menu e lanciati sulla vacca.







sabato, 23 ottobre 2004

Dov'è il trucco?
Categoria:scritto da stefano havana


In Francia succede che una studentessa di 27 anni rischi tre anni di carcere perché sorpresa a scaricare mp3 dal suo computer. Lei si sta difendendo disperatamente dicendo che i file le servivano per farsi un'idea del cd da acquistare successivamente: nonostante ciò, il governo ha deciso di inasprire le pene in tal senso e sarà dunque molto difficile per lei trovare una buona chiave difensiva.

In Italia succede che un tal Salvatore Vitale, condannato a un cortese ergastolo per aver ucciso e poi sciolto nell'acido un bambino di nome Giuseppe Di Matteo, sia liberato per buona condotta e perché "realmente pentito" del simpatico gesto.

Sbaglio o c'è qualcosa che non quadra?

venerdì, 22 ottobre 2004

Non c'è più posto per i gabbiani
Categoria:scritto da stefano havana


Sono morte le cassanate. Non importa come andrà a finire la faccenda: le cassanate giacciono sotto un metro di terra. Franco Sensi ha messo al muro il giocatore ("E' da schiaffi"), Del Neri lo sta facendo allenare a parte. Cadono con Cassano tutti coloro che non amano dire di 'sì' incondizionatamente. Cadono con lui i cavalli pazzi, i gabbiani Jonathan Livingston che a differenza di tutti gli altri stormi vogliono provare nuove tecniche di volo a scapito della loro stessa vita e dell'integrazione col resto del gruppo. Il gabbiano Jonathan fu espulso dalla sua comunità con nessun tatto e tanta violenza retorica. Antonio Cassano, ecco, lui ha subito lo stesso trattamento, giusto o sbagliato che sia, lui è uno che difficilmente "ci fa", prendere o lasciare. Le corna all'arbitro, le proteste in allenamento, i litigi ripetuti e continui con i suoi allenatori, le scorbutiche prese di posizione, i ritiri abbandonati, le braccia alzate a stigmatizzare un mancato passaggio, le urla, i battibecchi: tutto questo sarebbe una immane spazzatura esecrabile se Cassano in campo non fosse un genio, una meraviglia a vedersi, il calcio stesso nella repubblica dei gattusi e degli ambrosini, dei giannichedda e dei corradi, degli stranieri a tutti i costi, a tutti i costi campioni.

Chi ha deciso che il calcio è ordine e ordinabile? Chi lo vuole un calcio così? Facciamoci un esame di coscienza: Cassanate o doping? Diciamolo, perbacco. Lo urlino e se lo domandino i giornalisti nelle conferenze stampa. Cassanate o brogli amministrativi, debiti con lo stato, Irpef non pagati? Pugni alzati verso il grugno del proprio allenatore - come si faceva sui campi in terra e sassi - oppure mazzette sotto banco, aghi endovenosi e sostanze indotte? Cassano ha perduto. Le cassanate sono morte o tremendamente agonizzanti. Tuttavia chi può dire con fermezza cosa sia più diseducativo? Cassano che alza i pugni e se ne va, oppure talune conferenze stampa macchiate di bei pensieri-manifesto e allegre maschere da Pulcinella sempre sorridenti a microfoni accesi? Vincono così gli yes-man, vincono i padroni, vincono le giacche e le cravatte, vincono i goal a un metro dalla porta, quelli facili facili che basta spingerla dentro la palla. Vincono i vertici del costume sociale da cui siamo inglobati e automatizzati. Vincono i primi della classe, quelli con il vaso di fiori per la professoressa il primo e l'ultimo giorno di scuola.

Perdono i ritardatari, gli zoppi, quelli che le magliette se le infilano al contrario. Perdono quelli che la barba non se la tagliano mai, quelli che non si pettinano, quelli che ai ristoranti parlano a voce troppo alta e non sanno impuntare un'oliva con la forchetta senza farla saltar via nel decolleté della signora accanto. Vince quello che deve vincere: vince quello che può essere trasmesso dalle televisioni, vince tutto quello che è sponsorizzabile. Cassano adesso sta allenandosi in un campo diverso da quello degli altri compagni e, puff, d'improvviso si ritorna a scuola: Tu! Dietro la lavagna. Tu! Due in pagella. Il cappello da asino, le orecchie lunghe. Cassano ha perso, le cassanate morte, sepolte, esiliate nel paese dei balocchi.

Parlano di giusti insegnamenti per i bambini che guardano il calcio. I bambini cresceranno, puliti e istituzionalizzati. Degni di mamma e papà e dei loro sacrifici. Ma, viene da domandarsi, è davvero così che sono nati e cresciuti i Pelé, i Maradona, gli Oscar Wilde, i Giacomo Leopardi, i Salvador Dalì, i vari Pablo Picasso, i Quentin Tarantino, i Mozart e i Beethoven, i Michelangelo e i Platone, i Beatles e i Rolling Stones, i Madonna e i Led Zeppelin, i Jimi Hendrix, i Nelson Mandela, i Pirandello, i Bukovski, i Carmelo Bene? E' così che è venuto su lo scolaro più distratto della classe, quello incorreggibile e sempre con un occhio fuori dalla finestra? E' venuto su confinato? Tirato via lontano? Ghettizzato? Spento?

Che succede? Non c'è più spazio per quelli che osano sedersi all'ultimo banco? Non c'è più spazio per quelli che ancora fanno le cerbottane con le penne bic svuotate? Davvero non c'è più spazio per i Jonathan Livingston di questo mondo?

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Questo l'ho scritto
nel sito Web dove lavoro.
Ho pensato di postarlo anche qui, perché è in linea con molte cose che si sono dette da queste parti.



venerdì, 22 ottobre 2004

Avviso pubblico
Categoria:scritto da stefano havana


Se qualche ragazza di mia conoscenza volesse aprire un blog, faccio presente che il dominio puttana.splinder.com è libero. A questo, invece, hanno già pensato.

giovedì, 21 ottobre 2004

Il mio rotolo di carta igienica
Categoria:scritto da stefano havana


Accade sempre qualcosa - quando sono tremendamente in ritardo e l'orologio segna neanche le otto di mattina - per cui il mio ritardo incrementi vertiginosamente e io debba frustrarmi nel traffico di Roma, passando nervosamente tra macchine appannate e pertugi impenetrabili. Sempre - dico sempre - un che di indefinito e indefinibile arriva e mi passa tra le dita sottoforma di fastidio, incongruenza, imprevista essenza, portandomi ad accumulare minuti su minuti nel mio piccolo quadrante dell'orologio al polso.

L'altra mattina per esempio.
Dovete sapere che la scorsa notte ho dormito la matematica precisione ticchettante di un'ora e quaranta minuti. Praticamente nel momento stesso in cui ho abbandonato le braccia arrese al sonno, le ho subito rialzate alla volta della sveglia: le maniche del pigiama non avevano neanche fatto in tempo ad arrotolarsi in su, come tipicamente mi accade durante il sonno. Sul viso neanche il segno del cuscino aveva fatto in tempo a solcare la sua chirurgica presenza.

E insomma.
L'altra mattina, nonostante il sonno e il vago senso di vuoto generale, sembrava fosse andato tutto liscio. Ero lì ore 07.40, pronto a imbracciare lo zaino, chiavi della macchina e uscire. Un'ultima occhiata allo specchio, il mio dopobarba, aggiustatina al colletto della camicia e via. Sì, sembrava tutto in ordine: ogni cosa se ne stava placidamente al proprio posto non intaccando in alcun modo la mia via: le lenti a contatto non erano finite nel cesso, lo spazzolino da denti non si era infilato nello scarico, il tubetto di gel non era accidentalmente finito al posto di quello della schiuma da barba.


Solo che.
Ad un certo punto.
Non so nemmeno io come sia successo.
Forse una distrazione.
Un improvviso movimento.
Un anticipo anacronistico dei sussulti che il mio corpo avrebbe subìto nella metropolitana colma di viandanti innervositi da lì a poco.
O forse un calcio distratto.
Proprio un attimo prima di spegnere la luce e andare via dal bagno.
Non lo so che è stato.

Fatto sta che il rotolo di carta igienica è saltato via dalla sua storica e tipica ubicazione e, niente, semplicemente ha cominciato - nomen omen - a rotolare via. Ora, cari amici miei, io dubito che voialtri abbiate mai visto veramente un rotolo di onesta, sfortunata, nostalgica, ruvida, triste, coraggiosa carta da culo rotolare via dal suo asse e andarsene in giro per la casa. Non lo so se vi sia mai capitato, se non nelle pubblicità dove un grazioso batuffolo di cane testa di cazzo se ne va in giro spingendo col muso il solito rotolone Regina, quello dei quattro piani di morbidezza - che neanche Moira Orfei ce l'ha un elefante dal culo così grosso -, ma nella realtà oh no, io non lo so se lo avete mai visto.

Generalmente un rotolo di carta igienica è destinato a:

- nascere
- vivere
- morire

nella medesima stanza - vale a dire il cesso - a meno che un'improvvisa allergia al polline e la concomitante assenza di fazzoletti non porti al disperato gesto di trascinarsi dietro l'affezionato Eroe. Generalmente un bel rotolo ciccione di carta da deretano se ne sta lì, noioso e annoiato a fare il giro della morte quelle due o tre volte al giorno all'occorrenza e poi, puf, più niente. Il suo compito termina così tra una merda e l'altra. Al limite, nell'acme della trasgressione la sua quotidianità può portarlo a fare un mezzo in giro per asciugare un poco d'acqua sul bordo del lavandino o detergere una leggera ferita sulla guancia da lametta.

Ma il mio invece!
Il mio rotolo di carta igienica, lui sì che è un duro, ho scoperto l'altra mattina!
Se n'è andato, a un certo punto, e - vi giuro - ha preso a rotolare lasciandosi dietro la sua scia bianca come un delicato e morbido velo di sposa. Giù, lontano dal bagno finalmente, un po' pulp. E io, sì - mentre lo osservavo con una mano sulla maniglia e l'altra che già stava posizionandosi sull'interruttore della luce - sotto sotto tifavo per lui, vai-vai-vai! Me ne stavo così, ritto nel mio bagno odorante di gel al lampone e intanto lui, eroe!, si allontanava verso il salone, rotolando rotolando, finalmente pago del suo ruolo di rotolo come si deve. Ah se l'aveste visto! Ne sareste stati fieri pure voi: quel rotolo bianco scondinzolante era lo zenit della libertà, il fulcro, la massima estensione dell'anticonformismo, della tracotanza! Me lo guardavo come un genitore osserva il suo figliolo andarsene traballante traballante la prima volta in bicicletta: le mie mani sul cuore, la testa inclinata, le labbra a uncino a soffiare sottovoce un istintivo incoraggiamento.

Lui, bianco, vergine, candido, coraggioso e unico: il mio personale gabbiano Jonathan Livingston.

Signori, credo fortemente che il mio rotolo di carta igienica, ieri mattina, abbia provato a scappare. E ho i brividi nel pensare cosa potrebbero fare tutti i rotoli di carta igienica del mondo riuniti sotto un'unica ala rivoluzionaria. Sarebbe probabilmente la fine di noi tutti, indistintamente. Perfino Berlusconi ne morirebbe e con lui la politica e la società e la civiltà civile e le metropoli e gli aerei su nel cielo impatterebbero delicatamente contro un migliaio di strati di carta da culo ribelle, scivolando giù - lentamente - verso un enorme giaciglio di carta igienica in luogo di paglia e fieno.

Insomma, alla fine l'ho inseguito il mio Jonathan Livingston privato. L'ho inseguito eccome: quello era arrivato fino al salone e stava già cominciando ad infilarsi sotto la poltrona - e dio solo sa per quanto tempo avrei dovuto braccarlo, lì sotto - quando l'ho acchiappato. Lui ha provato a mordermi, ma alla fine si è arreso, ho dovuto tagliar via quel cordone ombelicale, lo strascico da sposa, il legaccio di lenzuola che si era lasciato alle spalle nella sua fuga da Alcatraz - il mio cesso - dov'è confinato lui con i suoi fratelli di confezione. L'operazione ha richiesto svariati fastidiosi minuti e alla fine Roma ha conosciuto un uomo in più corrente invece che camminante. Il ritardo, comunque, è stato minimo.