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Mi hanno preso. Mi hanno bendato. Mi hanno fatto fare due piroette sul posto per farmi perdere il senso d'orientamento e mi hanno condotto lungo una scala. Mi hanno fatto entrare in una stanza e mi hanno lasciato in silenzio. Quando mi hanno tolto la benda dagli occhi, lui era lì. Babbo Natale esiste, giuro. Sono rimasto più di mezz'ora solo con lui e gli ho potuto chiedere com'è che volano le renne.
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Questa è una storia vera. E' successo tutto giovedì 10 febbraio a Roma. Tu non sei obbligato a leggere: sto scrivendo per me, quindi non sarò breve per venirti incontro. Oggi mi faccio gli affari miei, se a te va bene. Tantomeno sei obbligato a crederci. Questa storia fa il punto su di me. Questa storia – la mia e di come ho potuto tirare la barba a Babbo Natale e scoprire che è vera – sarà una di quelle cose che racconterò per sempre a chi mi chiederà. Anche quando sarò vecchio abbastanza da potermi permettere un sigaro o una pipa senza sembrare demodè, avrò questa storia nella mente. Ci sono dei momenti che ti cambiano: il mio è arrivato ieri sera, verso le otto mentre tu – verosimilmente – stavi già a mangiare.
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Il mio corso di tecniche di scrittura, hai presente? È successo tutto lì. A un certo punto. Nessuno si è accorto di niente. Ci dicono: "Venite, andiamo giù un secondo". Andiamo. Siamo in quattro e siamo andati tutti. La stanza è piccola e ci sono delle sedie impilate l'una sull'altra. Due scrivanie. Un computer con un leggio piccolo, di ferro. Una libreria. L'odore dei libri. Fortissimo. Dice: "Ecco". Poi una pausa, nella quale capisco tutto. "Questa è la sala dei manoscritti". Un'altra pausa, in cui c'è tutto questo brivido, la prima cosa che racconterò a mio figlio - se mai ne avrò uno - quando lui piccolino e in calzoncini corti mi domanderà una storia sulla vita. "Questi sono quelli da leggere. Questi sono quelli messi in Purgatorio". Quattro casse in terra, piene di fogli, storie di altri come me. Sognatori. Scrittori per forza. Scrittori di notte, quando tutti gli altri dormono e scopano. E una libreria. Un adesivo: roba decente. Dice, sventagliando gli indici da una parte all'altra per farci capire: "Prendete e leggete. Se qualcosa vi colpisce la mettete lì". Il che significa che possiamo decidere delle sorti di qualcuno. Prendere una storia in attesa di futuro e piazzarla – se è il caso – tra le altre che sono state valutate bene. "Statevene tranquilli, ci vediamo più tardi". Ho preso nel pugno la barba di Babbo Natale e ho tirato forte.
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Alla fine non me la sono sentita, però. Mi sono messo seduto in terra. Le gambe incrociate. Le ho prese tutte, quelle storie, una dopo l'altra: mi tremavano le mani. Le mani erano fredde. E non me la sono sentita di fare distinzioni o dare preferenze. Non so se riesci a credere a quello che ti dico, ma è proprio così che è andata. Io stesso ho mandato una mia storia – quella a cui sono più affezionato – all'attenzione della stessa casa editrice. L'illusione di trovarci anche il mio, tra quei manoscritti, è svanita quando ho capito che erano tutti relativi al mese in corso. Io sono roba di qualche tempo fa. Ho scavato tra la polvere: sulla prima pagina di ogni plico la presentazione dell'autore. Anche io ho fatto la stessa cosa e so che cosa significa trovare le parole giuste. Quella è la prima pagina su cui posa gli occhi l'editore e tu cosa gli dici a Dio quando è il momento di farti dare la camera più bella? Ce l'hai tu il discorso giusto? Nomi e motivazioni, numeri di telefono e indirizzi mail, speranze e sogni, tutti intrecciati in un gomitolo. Ho sentito di peccare. Per la prima volta in vita mia ho avuto paura di finire all'Inferno, maledetto da qualcuno. Ho letto cose che mi sono sembrate buone, ho letto altre cose che mi sono sembrate pessime e mi sono sentito nudo. Mi sono osservato dall'altro lato del mondo, mi sono visto morto e steso nella tomba. La mia storia, inviata e confezionata perché l'editore potesse incuriosirsi, anche lei è apparsa tanto stupida e anonima tra tante, quando è stata scoperta la prima volta? E quell'adesivo: roba decente. Alla fine è a quello scaffale che mi sono diretto e proprio lì davanti mi sono sentito come l'ultimo contabile della banca. Quello che rimane più a lungo di tutti e che alla fine della giornata si trova da solo nell'edificio col culo sopra un milione di dollari e tutte le chiavi per aprire la cassaforte. Mi sono trovato davanti alla mia rapina in banca: ho cominciato a frugare tra la roba decente, tra quei manoscritti giudicati pubblicabili e quale sconcerto nel vedere che certi erano datati 2002. Quegli autori, magari, si sono arresi nel frattempo: ora lavorano in una lavanderia a gettoni oppure fanno gli avvocati o semplicemente hanno smesso di sognarci su e – invece – il loro lavoro se ne sta nel Purgatorio, in attesa di verdetto. Qualcuno li ha avvisati? Arriva un altro pensiero mentre le dita frugano: e se ci trovassi la mia storia, tra queste decenti? O peggio: e se non ce la trovassi? Non faccio in tempo ad assicurarmene, però riesco a dare una letta in giro e – effettivamente, aspiranti scrittori e scrittrici – sono proprio questi i lavori migliori. C'è un criterio. Li mettono via con un senso: Babbo Natale c'è e le sue renne volano per la stanza in attesa del Natale.
5
Ho riempito di domande l'insegnante, alla fine. Gli ho chiesto di tutti i meccanismi. Ho puntato l'indice verso tutti gli ingranaggi che non mi erano chiari, gli ho chiesto cose, lui mi ha risposto cose. Mi sono fatto idee, ho tremato; non mi sono mai sentito tanto pieno di domande da fare, di parole da lasciar fuggire. Il respiro affannato, il ricordo nella testa di tutti gli esperimenti fatti e di tutte le ore della mia vita passate a scrivere; mi sono visto dall'alto immerso tra altri cinquecentomila come me. Come un concerto: insignificante. Non sono da solo in questa spiaggia: è stato un bagno d'umiltà impressionante, fortissimo. Non solo ho scoperto che Babbo Natale esiste, ma ho anche capito che non sono io il suo bambino preferito e che non è detto che il trenino elettrico più bello – alla fine della corsa – lo porti necessariamente a me. Questo non mi distoglie dalla via: scrivere è la mia giostra. Non c'è altro che voglio fare, insieme a stare con gli amici, guardare belle donne, ubriacarmi, vedere il mondo, ridere, non crescere mai, esistere al massimo, respirare la vita, sapere di cose, leggere nuove storie e incantarmi di fronte un paio d'occhi nuovi. Scrivere è quello che so dare al mondo. Ma devo migliorare. Devo imparare. Devo costruire ancora molto. Con una penna in mano mi sento Dio e per me riempire foglio è come creare una vita. Ma devo camminare. C'è questa stanza buia e non particolarmente riscaldata dove i sogni di tanta gente si annidano. Io li ho visti: tutti lì, in fila a giocare ai marziani o agli astronauti. Persone cresciute con questo sogno tra le dita o sul cuscino. Bambini diventati adulti sempre con lo stesso vizietto di trascorrere giorni e notti a inventare storie. Li ho visti tutti lì, racconti buoni e meno buoni, ottimi e altri pessimi. C'è questa stanza dove le storie di quelli come me se ne stanno a riposare o a morire o a impolverarsi. Ho visto di tutto: editori con esperienze centenarie domandarmi quale amicizia con quale personaggio del mondo dello spettacolo potevo vantare al fine di ottenere una pubblicazione. Ho visto scrittori famosi vomitarmi addosso la loro spocchiosa presunzione di autori editi e straediti. Ho visto blogger pubblicare libri insulsi e atteggiarsi a Umberto Eco. Ho visto i miei racconti presentati in bettole a Trastevere insieme ad artisti pazzi che coloravano tele bianche con l'impronta colorata del pollice della mano destra. Ho visto editori minuscoli chiedere cifre enormi per strani favori e curiose promozioni. Ho visto come funzionano le grandi case editrici, ho visto come funzionano le distribuzioni, ho perfino visto come si comportano i librai. Ma Babbo Natale, quello no, quello non l'avevo mai visto così da vicino.
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Quando uno è triste, il taglio visivo dello sguardo si abbassa di un palmo. Quando uno è felice, il taglio visivo dello sguardo si alza fino al cielo. Quando uno è malinconico di quella malinconia positiva, piena di costrutti e nuove immagni, il taglio visivo dello sguardo si abbassa giusto di un po'. L'orizzonte cala, ma non così tanto. Trovandosi a guidare - diciamo – non si guardano fisse le ruote della macchina di fronte, ma le luci degli stop. Così me ne sono andato, alla volta di casa. Mi sono dimenticato perfino di accendere la radio. Ho mangiato, sono uscito e mi sono moderatamente ubriacato, prima col Vicerey, poi con Pat e Gianni a forza di rum e giri pagati, a proposito la prossima volta tocca a me ragazzi. Stasera si esce un'altra volta e credo che il destino sarà il medesimo. Fabio è tornato a Roma e starà qui qualche giorno prima di ritornare negli States. Più tardi brinderemo anche con lui. Non è che sia cambiato nulla. Ho solo sentito un click e ho visto una luce accendersi. Anche questo fatto di Babbo Natale, magari è un trucco narrativo pure lui e io ci sono cascato fino al collo.
Ad ogni modo, la mia storia - ora - è stata raccontata.