giovedì, 31 marzo 2005

Solipsismo
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


solipsìsmo: s. m., in filosofia, l'atteggiamento di chi nega ogni esistenza fuori della sua esistenza personale; per alcuni pensatori (Kant), il termine ha un sign. morale e indica l'egoismo pratico, l'amore esclusivo di se stessi (est. e lett. egocentrismo, individualismo).

Ecco. Io sono solipsista. Quasi tutti i miei miti artistici (scrittori soprattutto, ma anche cantanti, attori e - perché no - donne) soffrono (ma anche godono) di solipsismo. Allora volevo scrivere qualcosa sul solipsismo; non per il blog (difficilmente scrivo qualcosa solo per il blog), piuttosto scriverlo per me, io il più affezionato lettore e appassionato di me stesso (solipsismo, appunto). Poi mi sono ricordato di questa pagina di Wallace, dal libro "Verso Occidente l'Impero dirige il suo corso" (una pietra fondamentale del racconto post-moderno statunitense e della mèta-letteratura in generale) e ho pensato meglio di lasciar fare a lui. E' una di quelle pagine - ne capitano ogni tanto, raramente, nei libri - che ho consumato con gli occhi. Che ho ricopiato a mano. Che ho riscritto e reinterpretato. Una di quelle pagine che sono come quelle morette irresistibili sedute sulle panchine al parco: non ti stancheresti mai di guardarle, le corteggeresti a morte e non te ne andresti mai da lì. Parla del solipsismo, naturalmente. E fa così:

Tutti noi abbiamo illusioni solipsistiche, spaventose intuizioni di una nostra assoluta singolarità: crediamo di essere gli unici della casa a riempire il contenitore dei cubetti di ghiaccio, gli unici a svuotare la lavastoviglie dai piatti puliti, gli unici a fare ogni tanto pipì nella doccia, gli unici ad avere un piccolo tic alle palpebre al primo appuntamento; di essere gli unici a prendere la nonchalance tremendamente sul serio; di essere solo noi a dare alle suppliche l'aspetto della cortesia; di essere solo noi a sentire il gemito patetico nello sbadiglio di un cane, il sospiro senza tempo nell'apertura di un barattolo ermeticamente sigillato, la risata sputacchiata qua e là in un uovo che frigge, il lamento in re minore nel rombo di un'aspirapolvere; di essere solo noi a provare quando il sole tramonta lo stesso tipo di panico che un bimbo al primo giorno di asilo prova quando la mamma si allontana. Di essere solo noi ad amare i solo-noi. Di essere solo noi ad aver bisogno dei solo-noi. Il solipsismo ci tiene insieme.

Magari essere uno Scrittore significa anche dire qualcosa in modo tale che nessun altro poi possa trovare un modo per dirlo meglio. Un'illusione di solipsismo anche questa dopotutto, vero?

martedì, 29 marzo 2005

Punti di vista
Categoria:attualità, scritto da stefano havana


Si può firmare contro la pena di morte, volendo.
Io, potessi, firmerei prima contro la pena di vita.

domenica, 27 marzo 2005

Avanti, chiedimi chi erano i Beatles
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Ho deciso una cosa strana. Aspetta, premessa: al momento attuale sono molto soddisfatto di me stesso. Almeno per quanto riguarda il nesso logico aspetto/rapporto con gli altri/intelligenza/realizzazione; la mia autostima è a livelli medio-alti e il controllo che ho di me - nonostante un certo isolamento sociale che sta germogliando - è sufficientemente corposo da evitare stragi e/o rapine in banca. I miei vizi raggiungono un livello di banalità esemplare: spendo il mio denaro per beni consumabili e non, ma comunque di pericolosità civile trascurabile. Il mio impegno politico è prossimo al nulla e quello rivoluzionario è fortissimo solo a livello ipotetico: nei fatti la mia pigrizia e la mia accidia (elementi che uccidono i rivoluzionari molto più dei fucili automatici e degli agguati) mi riducono a esemplare giovane classe 1980 la cui coscienza politica è quella tipica di una generazione nata nell'agio, lontana da guerre e da riottosi sessantotti. Il mio rapporto con il sesso è del tipico consumista: lo faccio perché va fatto e mai con fine altruistico. L'idea di famiglia e procreazione è lontana da me quanto la terra dalla luna: niente di irraggiungibile visti i tempi che corrono, ma certamente non vicina alla mia ideologia tipica di quell'esistenza casa propria/stereo/cane/donna appena fuori città. Il mio motto è: io con i cazzi miei, poi gli altri. E' una cosa diversa dall'egoismo. Detesto il sabato sera, tanto per dire. Detesto quando tutti sono in giro perché devono essere in giro. Non sono a mio agio tra persone gravide di quella felicità istituzionale da scontrino fiscale. La consapevolezza di tutto questo - l'esorcizzare tutto questo - mi fa vivere bene: mi fa vivere quasi come vorrei. Ma costituisce un problema: ed eccola qua la cosa strana che ho deciso.

 

Avrei dovuto nascere nel 1965. Questo ho capito. Ora avrei già quarant'anni e - d'accordo - nel mio modo di vedere la vita sarei dunque un vecchietto salmodiante, svuotato di vizi e pieno di disillusioni. Ma - sono sicuro - saprei fare meglio le cose che mi piacciono. Per dire: se fossi nato nel 1965, senza Internet, tv via cavo, sesso facile, dvd, il cinema degli effetti speciali, senza euro e con una coscienza politica decisamente più marcata, ora sarei uno scrittore di successo, al pari di tutti gli autori americani post-moderni di quella generazione che ammiro come tanti piccoli cristi. Questo semplicemente perché conoscerei più cose, sarei più impolverato per dirla come Flannery O' Connor e mi sarei dato maggiormente allo studio piuttosto che alle pippe, ai joypad e alle tette. Quando avrò quarant'anni io - nel 2020 o giù di lì - non ci sarà più tempo per leggere, non ci sarà più spazio per lettori e scrittori. Tutto si farà premendo un bottone e - soprattutto - stando all'in piedi. Mi sto convincendo che la generazione del 1980 sia stata la sfornata peggiore degli ultimi cinquant'anni, quella contraddistinta da maggiore passività, ma comunque la migliore di quelle immediatamente successive. Il che - pensandoci bene - è l'incipit di una visione catastrofica del mondo che verrà. Quando io avrò quarant'anni, sarò circondato da falliti modelli e presunti uomini di spettacolo, costantini e scrittori da reality show, figli di papà e grandi industriali decaduti, emuli di will smith e tiziani ferri. E' come se io avessi aperto gli occhi su un mondo già bello che creato: voialtri invece ve lo siete sudato eccome. Ecco, io - per dirne una - non ce li ho mai avuti i Beatles.

giovedì, 24 marzo 2005

L'esistenza media
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Capire che sei invecchiato da una passeggiata a Via del Corso, ma si può? Così, ad occhio e croce, direi di no soprattutto considerato il fatto che gli anni che mi porto sul groppone sono ancora relativamente pochi (pochissimi direbbe qualcun altro) e che tutto mi sento (uno gnu, perfino) ma certo non un anziano.

 

A distanze siderali dell'età pensionabile, dunque, ho affrontato ieri pomeriggio una traversata post-lavorativa di Via del Corso stile Jules Verne. Le avventurose peripezie (ringrazio, a proposito, la coraggiosa Elisa per avermi accompagnato nella guevariana missione), avrebbero dovuto avere come scopo ultimo ed escatologico quello di reperire un paio di scarpe di mio gusto e gradimento. Naufragata l'impresa nella più tipica incapacità di far conciliare le tre varianti impazzite modello-colore-misura, mi è rimasta tra le dita soltanto questa sopracitata sensazione di latente invecchiamento; tale percezione mi è stata comunicata da un senso di completo disorientamento verso certe mode e certi atteggiamenti che adesso - a freddo - non riconosco più. Un modo di camminare dei giovani, un modo di acconciarsi, parlare e porsi nei confronti degli altri che percepisco lontanissimo dalle mie abitudini, io che pure sono un quasi 25enne cazzaro, solipsistico e dedito a pulsioni scarsamente raccomandabili nonché ad assunzioni alcoliche poco consigliate dai medici curanti. Me lo ricordo quand'ero ragazzino, che ti credi? Quelle camminate al Centro foriere di divertimenti e nuovi incontri. Si era perfettamente calati nella parte, allora, del tutto mischiati nella folla: noi i giovani, adulti tutti gli altri. Stavolta mica è andata così: mi sono sentito come il soggetto sbiadito di una fotografia per il resto marcatissima. Il fotomontaggio malriuscito di un montatore poco scaltro: le ragazzine di oggi - signore e signori - sono tutte di una bruttezza caprina. Genitori, fate qualcosa; stilisti e acconciatori, intervenite. Non si possono guardare: sono sgradevoli, si muovono come maschi, hanno accostamenti cromatici che vorrebbero essere divertenti e invece risultano inconcepibili. Tacchi alti dimenticati, forme lasciate chissà dove, femminilità perduta tra le sale house di una discoteca, evidentemente. S'è persa una leggerezza nel camminare: non uno che sorridesse. Tutti caricati a molla, tesi e tirati come se ci stessero rimettendo dei soldi o tempo prezioso. Bocche cucite, sguardo fiero e collo ritto: tutti concentrati a mostrare qualcosa di se stessi dimenticando altrove la rilassatezza, la nonchalance, il gusto. Non uno dava l'impressione di essere lì per una passeggiata; tutti sembravano trovarsi da quelle parti per un lavoro faticoso e frustrante. Paradossale il fatto che l'unica donna che io abbia trovato bella e con cui mi sia scambiato il solito sguardo che piace a me, spingesse un passeggino davanti a sé.

 

Capire che sei invecchiato da una passeggiata a Via del Corso, forse no: è troppo. Dire che nel frattempo sei andato da tutta un'altra parte rispetto l'esistenza media, questo sì. Questo mi sento di poterlo dire.

giovedì, 24 marzo 2005

Non è che una si può inventare puttana
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Lo ammetto. Ho un sacco di vizi. Lo sapete, del resto: mica l'ho mai nascosto. Uno di questi - e gravissimo - riguarda il fatto che letteralmente impazzisco per Cronache Marziane, programma di seconda serata (ma anche un po' di terza) di Italia Uno. Finto trash di regime, sempre controllato dagli alti piani per carità. Nulla di sconvolgente: ma per essere un contenitore dissacrante di intrattenimento - ebbene - intrattiene i miei due neuroni litigiosi.

Passano in sovraimpressione, durante la trasmissione, tutti questi sms che a un costo inverosomile è possibile inviare da casa e vedere dunque mandati in onda su schermo (il programma è in diretta). Ce ne sono di tutti i tipi, solitamente indirizzati agli stessi ospiti in studio: Fabio sei grande; Flavia sei bona; Paola faccela vedere e altre perle intellettuali del genere. Poco fa ne è passato uno. Diceva più o meno così: siete la cosa che più mi diverte, dopo tradire il mio ragazzo Paolo. Siete grandissimi!

Ecco, tu invece sei una lurida puttana e ti meriti di essere violentata da un cosacco. Niente, te lo volevo dire.

martedì, 22 marzo 2005

Paradossale immortalità
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Arriva sempre questo giorno, un solo giorno all'anno, in cui più di ogni altro mi sveglio con piglio diversissimo. C'è questo giorno in cui mi stiracchio come in uno di quei film di soffitte di legno e adolescenti in fuga; c'è questo giorno in cui improvvisamente sorrido di più e con maggiore semplicità. Il giorno in cui le complicazioni perdono spigoli e l'altalena dell'umore fa quest'oscillazione lunghissima verso il suo picco positivo e se ne resta lì - magicamente fossilizzata - mentre io con le mani strette a pugno sulle catenelle, mi guardo indietro senza avere paura del vuoto, anzi ridendo. Aspetto tutto l'anno questa rinnovata sensazione di decollo e sempre cullerò quest'illusione di paradossale immortalità che mi prende la mattina in cui, senza saperne molto, apro gli occhi e mi accorgo che - niente - è di nuovo Primavera.

lunedì, 21 marzo 2005

Come va a finire
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Negli ultimi mesi - complice anche il corso di scrittura che sto facendo - ho preso a leggere tutti questi libri di un certo tipo, dimenticando la mia provenienza molto più campagnola in fatto di gusti di lettura. Ho messo pesantemente le mani su Italo Calvino, ho ripreso alcuni libri di Aldo Busi che mi ero lasciato dietro, ho riscoperto - per dirne qualcuno - la grande narrativa americana contemporanea (i recenti fatti mondiali mi avevano del tutto distolto dalle cose made in usa a favore di una certa disistima aprioristica), quindi Wallace, Franzen, Means, Yates, Eugenides, Barthelme, Moody, Fante; inoltre sto riprendendo Stevenson, mentre con Thackeray mi pare di avere qualche difficoltà (Dickens lo batte di gran lunga), dimenticando - come dicevo sopra - la mia vecchia e primigenia passione per i racconti gotici del sovrannaturale e della fantascienza. Stephen King, il meraviglioso Peter Straub, Philip Dick, il delizioso Ray Bradbury, Algernon Blackwood, Arthur Clarke, Isaac Asimov, Edgar Allan Poe, H.P. Lovecraft: ecco, quanto ancora mi piace la narrativa di questo registro. Le avventure, le cascate di episodi fantastici e semplicemente avventurosi che ti tengono incollati alla pagina grazie a quel vecchio strumento - vecchio, ma mica elementare - dell'escamotage narrativo, del colpo di scena, del finale a sorpresa, del mostro orrendo, della paura nascosta nel buio. Quant'è difficile scrivere buon materiale di questo tipo.

Allora stamattina ho detto basta. Mi sono seduto a gambe incrociate sul letto, saturo del mio raffreddore/influenza/allergia, e ho cominciato "Radio libera Albemuth" di Philip Dick (autore - tra l'altro - di "Do Androids Dream of Electric Sheep?", meglio conosciuto ai più nella versione Scottiana di Blade Runner). Il prologo al primo capitolo recita così:

Nell'aprile del 1932 un bambino aspettava insieme al padre e alla madre il traghetto per San Francisco su un molo di Oakland, California. Il bambino, che aveva quasi quattro anni, notò un vecchio mendicante cieco, grosso, bianco di barba e capelli, che se ne stava in piedi con un piattino in mano. Il piccolo chiese al padre una moneta, poi la porse al mendicante. L'uomo, con una voce sorprendentemente robusta, lo ringraziò e gli diede in cambio un pezzo di carta, che il bambino consegnò al padre perché vedesse di che cosa si trattava.
   «Parla di Dio» gli spiegò suo padre.
   Il bimbo ignorava che non si trattava affatto di un mendicante, ma di un'entità soprannaturale in visita alla Terra per una verifica dei suoi abitanti. Anni dopo il bambino era cresciuto, diventato un uomo. Nel 1974 quell'uomo si ritrovò in grosse difficoltà: dovette affrontare la vergogna e la prigione, e rischiò di morire. Allora l'entità soprannaturale tornò sulla Terra, prestò all'uomo una parte del proprio spirito e lo salvò dalle sue difficoltà. L'uomo non si spiegò mai perché l'entità soprannaturale fosse tornata per riscattarlo. Aveva dimenticato da molto tempo il grosso mendicante cieco e barbuto e la monetina che gli aveva dato.
   E' di questo che vi parlerò adesso.

Ed è di questo, invece, che vi volevo parlare io. Del penetrante e ardente desiderio di andare a vedere come va a finire.

domenica, 20 marzo 2005

Altro che Nicoletti: ecco il post che mi renderà una blogstar
Categoria:blog, scritto da stefano havana


Cazzo, figa, sesso, come fare un pompino, agustina pan dulce, agustina de pan dulce, modella modelle, modella di intimissimi, paris hilton, cazzo di stefano accorsi, uomo peloso, donna pelosa, scimmia, scimmie, scimmie che scopano con squali, sborrare, eiaculare in un camino, spegnere un fuoco pisciando, dare fuoco a uno scorreggia, come penetrare in un obitorio e farsi passare per morto, scherzi da fare a catechismo, vestiti da suora, scoparsi una suora, tanga, perizoma, mutande da mangiare, vibratore, vibratore anale, vibratori analis, super vibratori, maxi vibratori, vibratori enormi, vibratori a forma di cazzo storto, berlusconi fa i pompini, numero di telefono delle lecciso, come diventare un amico di maria de filippi, maurizio costanzo depilato, cacca, statue di cacca, golem di cacca, vasca da bagno di cacca, come diventare di cacca, cesso umano, bidet umano, salire e scendere una scala fino a morire, infarti durante una scopata, freddie mercury violentato, ridere tanto fino a scoppiare, starnutire ad occhi aperti, video di mamma e figlio che scopano, gianluca nicoletti.

 

Ok, ora che Google e l'idiozia generale che pervade il navigatore medio facciano il resto.

venerdì, 18 marzo 2005

In massimo cento parole
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Le librerie Feltrinelli si sono inventate questo strambo concorso, per cui devi raccontare in massimo 100 parole una storia che abbia come sfondo - come scenario - l'interno di una libreria. Insomma, l'ho trovato divertente e ho voluto provare: il problema è che alla fine mi sono venuti fuori quattro mini-racconti sul tema. Ecco, li ricopio qui. Magari mi dite quello che vi piace di più. O - ancora meglio - va a voi stessi di provare, perché vi giuro che si prende gusto dopo un po’: pensate che anche quest’introduzione conta giusto cento parole e non una di più.

 

Senza virgole o punti ma solo parole cento

 

Tutto è cominciato che me ne stavo a guardare la copertina di un libro mai letto dove una donna con un’ascia argentata minacciava un uomo impotente ho preso il libro in una mano con l'altra tenevo un gelato mamma più lontana comprava altra roba e mentre leggiucchiavo la trama crescevo e crescevo i miei nove anni diventavano venti e sono corso alla cassa per aggiungere alle cose già prese anche quel bellissimo libro non ancora vissuto ed ecco che t'ho raccontato di com'è cominciata perché è stato quel giorno che ho posato a fatica la prima di queste cento parole.

 

Quel giorno Bukowski, Linda ed io

 

Cazzo Linda sei bellissima mentre leggi le poesie di Bukowski e io ti guardo un po' scrutando dentro Finzioni di Borges, un po' no. Salterei tutti i preliminari, rimetterei questo libro dove l'ho preso, farei due passi sicuri verso di te e ti bacerei senza lasciarti respiro. Morderei le tue labbra mentre alle casse battono scontrini e tra le mani delle commesse friccicano nuove buste prima riempite e poi consegnate. Ti bacerei interrompendo tanto bruscamente la tua lettura che per un solo momento avvertirei in bocca il sapore impastato di gin e vodka e delle centomila sigarette aspirate da Hank.

 

Usurpatori di rabbia

 

«Io ti amo quando sei gentile». «Non dire una cosa del genere. Cristo, non puoi amare la gente solo quando è gentile. E' come dire: "Che me ne viene in tasca"? Senti, o tu mi ami oppure non mi ami, bisognerà che ti decidi». L'ultimo frammento di quel litigio perfetto si depositò e i due rimisero il libro dov’era stato tratto. Facevano così: andavano per librerie a re-interpretare litigi letterari famosi. Litigavano loro al posto dei personaggi. Mi avvicinai a "Revolutionary Road" di Richard Yates , aprendolo a caso: regnava la calma e Frank e April erano tornati a fare all'amore. 

 

Il Graal

 

Sorrise di un sorriso così bello, mentre leggeva, che mi domandai subito cosa stesse leggendo. Occhi e capelli neri, un cappello divertente piegato da un lato, maglione abbondante con le dita che spuntavano appena, smalto viola, questi jeans strappati al ginocchio: bellissima. Meno di questo, non era. Mi avvicinai saltando pile di best-seller e saggi in offerta, mi affrettai tra lingue che inumidivano dita e occhiali calati sulla punta del naso. Eppure non arrivai in tempo: lei sparì altrove, quel libro mischiato tra i tanti. E' la storia di come mi appassionai alla lettura. La storia di come passai la vita a cercare non lei ma, in un tale tesoro di lettere e righe, la frase che quel giorno l'aveva illuminata così.

giovedì, 17 marzo 2005

Fiorentina.it
Categoria:sport, scritto da granduca di palau


Davide ma eri in tribuna stampa ieri pomeriggio? Leggere il sito suddetto e specialmente l'articolo "Tribuna stampa come la curva sud" per capire come l' Italia non sarà mai unita davvero.

E poi mi dite di sventolare il tricolore e tifare la merda di Nazionale e mille altre cose belle. Non sono Fratelli miei. Loro preferiscono così.
Il granduca

giovedì, 17 marzo 2005

Altro che Papa
Categoria:le grandi domande, scritto da davide firenze


Da buon giovane d'oggi non interessato alla religione, assisto con distacco alle vicende che coinvolgono il caro Giovanni Paolo: non riesco ad interessarmi più di tanto alla salute del capo di uno Stato che per me rappresenta ben poco, alla stregua di un Putin qualsiasi, anche se a differenza del caro e fidato amico di Berlusconi vive a Roma, ragione per la quale mi rimane almeno geograficamente più affine.

Domenica pomeriggio, mentre consumavo il consueto appuntamento con le immagini calcistiche riservate ai non paganti, ho anche assistito al primo Gran Premio di Roma: c'era la camera car (giuro), la gente festosa, il cronista in mezzo al pubblico e la telecronaca ispirata... tutto per sancire la prima uscita d'ospedale in mondovisione della storia.

E mentre assistevo a quello spettacolo che non riusciva ad emozionarmi, proprio in quel momento, mi sono interrogato sulla mia aridità spirituale, chiedendomi se ci fossero delle persone la cui scomparsa avrebbe potuto causarmi degli scompensi. Ora, dopo un paio di giorni che ci rifletto, sono giunto a una rosa di nomi che vorrei sottoporre al sempre maggior numero di lettori che, grazie Ste, si fermano da queste parti.

Ecco, in ordine sparso, i nomi: Franco Sensi, Carlo Mazzone, Gianfranco Funari, Franco Califano, Scalfaro (si, proprio Oscar Luigi), Maradona, Nelson Mandela e, chiaramente, Fidel. Ecco, se penso al momento in cui inevitabilmente se ne andrà una sola di queste persone mi corre un brivido lungo la schiena.

Altro che Papa.

E voi? Pensateci, e fatevi avanti: quali sono i personaggi la cui scomparsa non vi farebbe dormire per il dolore?

Ultima cosa, prima che scriviate il nome di Costantino, voglio precisare che valgono solamente quei nomi per i quali, causa età avanzata o attuale stato di salute cagionevole (ecco spiegata, ahimé, la presenza di Maradona), è possibile, se non probabile, una prossima dipartita.

mercoledì, 16 marzo 2005

The show must go on
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


E voi che musica vorreste al vostro funerale?

mercoledì, 16 marzo 2005

Sono impazzito io?
Categoria:blog, scritto da stefano havana


Stamattina ho aperto il blog e l'ho trovato diverso dal solito (a parte che le date erano [sono?] improvvisamente diventate in inglese). Non saprei dire in cosa: come quando entri in casa dopo un paio di settimane e qualcuno ha cambiato la disposizione dei quadri o delle piante. Avverti un non so che, ma non identifichi subito. Chiedo: sono semplicemente impazzito io?

martedì, 15 marzo 2005

Tre cose che prima o poi dovevo scoprire
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


La prima è sull'esistenzialista: la vità non è altro che le cose che succedono tra il momento in cui esci da un portone e il momento in cui entri in un altro.

La seconda è di pratica utilità: stamattina ho scoperto che sono in grado di togliermi i pantaloni, le scarpe e la maglietta contemporaneamente. Voialtri che sapete fare?

La terza è di politica accettazione: posto che odio ed esecro a priori e a mani basse qualsiasi cosa sia destrorso e - soprattutto - di Berlusconi, devo ammettere che il Cavaliere una cosa buona nei suoi affari la conduce: le edizioni Mondadori - le edizioni Oscar in particolare - sono strepitosamente belle. Leggerle, sfogliarle e annusarle è una goduria per l'appassionato.

lunedì, 14 marzo 2005

Una spallata al mondo
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Oggi - tra l'altro - è successo semplicemente questo: ho bucato la tipica gomma anteriore destra. Di ritorno dalla palestra, come se non bastasse, quindi affamato come un indù e con i muscoli gonfi come la faccia da culo di Fabio Capello. Ebbene, prima di rassegnarmi a prendere l'autobus per tornare a casa, azzardo un colpo di telefono a Gian. Gli faccio: "Per caso sei in giro?". Mi risponde: "No, sono comodamente a casa. Perché?". Glielo spiego. E' arrivato a prendermi con la sua macchina neanche dieci minuti dopo.

Lo so che magari tra amici queste cose sono normali, tuttavia sono gli istinti naturalmente belli quelli che più degli altri mi lasciano con un sorriso inutile stampato sulla faccia. I semplici meccanismi azione-reazione. E, ancor di più, tutte quelle persone che non ti danno neanche il tempo di chiederle, le cose. Mi piace quando succede; ancora di più quando succede a me. E' come dare una spallata al mondo e rimetterlo in riga: t'accorgi che - dopo tutto - basta poco per sollevare la polvere dalle cose belle.

lunedì, 14 marzo 2005

Dall'altra parte del letto
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Non c'è niente da fare: io nutro e nutrirò questa idiosincrasia politico-razziale verso ogni singola divisa. Dal bidello al portiere d'albergo: è la profonda e quasi violenta  disistima a innescarsi nei miei pensieri quando ho a che fare con un'entità del genere. Tuttavia c'è una categoria, in particolare, a mandarmi letteralmente in bestia - giuro - ogni volta che mi si palesa davanti ed è quella del Funzionario (o Autista, che dir si voglia) dell'Auto Blu con le Sirene Lampeggianti Immotivatamente.

Ieri - domenica - stava per palesarsi la tragedia. In breve: ho sfiorato l'arresto. Ore dieci e quaranta del mattino, a tre quarti del viadotto di Corso Francia (i romani capiranno) - dopo aver sopportato una serie di assurde deviazioni per via della tipica maratona del cazzo dove orde di orribili personaggi sovrappeso sfoggiavano canotte e pantaloncini acetati pieni di tarme dell'armadio - mi si presentano davanti non una, bensì due Auto Blu con Sirena Lampeggiante Immotivatamente al seguito. Non ci ho più visto.

Per almeno due chilometri non sono riuscito a superarle: andavano lentissime che neanche al corteo di Kennedy. Ho cominciato a tamburellare le dita sul volante: sono in ritardo, devo andare a lavorare, la maratona, il traffico. Questo sottile e cortese velo di nervosismo. Ottocento metri dopo azzardo il sorpasso - un po' eccessivo, lo ammetto - guardando contemporaneamente nel finestrino della seconda auto blu in coda cercando gli occhi dell'uomo in divisa per dirgliene tacitamente quattro. Lui mi manda velatamente a cagare, facendomi un gesto con le mani come a dire: "Guarda che non puoi superarmi, imbecille". Non ci ho più visto/parte seconda.

Abbasso il finestrino. Gli faccio: "Cosa, scusa?". Lui NON abbassa il finestrino, ma continua a dirmi cose decadenti del tipico gergo in terzine delle guardie. Mi risupera. Io - dietro - mi ci appiccico. E - certo che mi stia guardando dallo specchietto - gliene propongo di ogni colore. Agito una mano in aria disegnando un cerchio per imitare la sirena e l'altra la muovo su e giù, con le dita riunite a becco come a dire: che cazzo ci devi fare con quella stupida cosa accesa? Non ci ha più visto, lui stavolta. Mi si mette di taglio davanti la macchina, come in quei film polizieschi, per non farmi passare: una scena di pietoso esibizionismo. Io insisto nel fargli larghi cenni. Gli dico: "Cosa?". Così, semplicemente. Ma lui - che cazzo gli dirà il cervello - non cala il finestrino. Mi fa solo cenni. Forse l'importante personalità politica mono-testicolare che porta dentro gli sta intimando di lasciar perdere. "Che ci devi fa' con quella cosa là accesa?". Glielo urlo proprio, indicando col dito la sirena. "Sto andando a lavorare, IO". Con un accento su IO che non lascia spazio a dubbi circa il fatto che - nel mio modo di vedere il mondo - LUI col lavoro non ha mai avuto nessun tipo di rapporto.

C'è questo uso della divisa che alle volte mi ricorda l'uso che la donna spesso fa della bellezza. Quelle donne che pretendono di poter fare tutto, parcheggiare prima degli altri, entrare nei locali anticipando la fila, evitare multe e problemi solo con uno stacco di coscia più sinuoso del normale. Così questi uomini: non hanno fica - né anatomicamente né utopisticamente - e provano a scardinare le porte del mondo con una divisa. Ma sono autisti, ecco cosa sono. Maggiordomi: servi di un potere e di un manganello. Piango le sfortune dei civili e di chi sta da un certo lato della cattedra: quando succede qualcosa a questi personaggi qui, io mi giro dall'altra parte del letto.

venerdì, 11 marzo 2005

Chissà come sarei adesso
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Non è tanto il fatto che a scuola andavo malissimo. Sì, non studiavo mai e non mi sono mai avvantaggiato i compiti. Mai andato volontario a un'interrogazione e mai partecipato a una gita scolastica. Ero un piccolo, peloso ragno che sognava di essere un puledro con una di quelle belle criniere: si può immaginare una condanna peggiore? In più ero anche piuttosto sfigatello: cinque anni di superiori senza mai alzare gli occhi dalla punta delle mie scarpe. Cinque anni di superiori e l'approccio più azzardato che io abbia mai osato verso una ragazza deve aver riguardato la sfera del Prestarle Un Temperamatite Durante l'Ora di Disegno. Eppure - nonostante lo scenario surreale - c'era una cosa che più di ogni altra mi gettava nel panico profondo; una cosa che superava per insopportabilità anche l'algebra e il greco. Questa cosa era per me il buco nero sopra la mia gioventù, quella cosa - ce n'è una per ogni ragazzino, credo - che di notte mi faceva rigirare nel letto portandomi a pensare: "Voglio diventare grande, voglio diventare grande, voglio diventare grande". Questa cosa era dover andare in un'altra classe a chiedere qualcosa.

 

Succedeva sempre che la professoressa mi domandasse la cortesia (l'ordine!) di recarmi - per dire - in IV B a chiedere il gesso/una circolare/il registro. Succedeva anche che ci andassero altri, per carità, ma il più delle volte (almeno dal mio punto di vista ossessionato) era a me che toccava. Una mazzata: il cuore cominciava ad andarmi a mille, percorrevo quel corridoio di marmo a chiazze con l'angoscia del condannato a morte. Facevo un giro lunghissimo per arrivare a destinazione, così, nella speranza che l'ordine venisse revocato all'ultimo momento (la grazia!). Poi me ne rimanevo con il pugno a un centimetro dal legno della porta (di un beige anonimo come mai dovrebbero essere i colori), gli occhi sempre sulle punte delle mie maledette scarpe. Qualche volta il coraggio me lo inoculava il passaggio di un bidello: allora mi imbarazzavo il doppio e mandavo giù la pillola in un sorso - indeciso perfino se sarebbe stato meglio bussare una o due oppure tre volte - pur di non dover elargire altre spiegazioni. Dentro, poi - in dubbio se richiudermi la porta alle spalle o lasciarla aperta - mi sembrava che tutte le risatine e i mormorii fossero per me; mi pareva che sulla lavagna ci fosse scritto il mio nome e che tutti dai posti lanciassero freccette. Ogni volta avrei voluto scomparire in una nuvola di foglie secche e ritrovarmi inspiegabilmente a casa, nella mia cucina a mangiare gli spaghetti  al pomodoro di mamma.

 

Io pagherei oro - oggi - perché una magia mi riportasse a quegli anni, in quello stesso corpo e in quegli stessi vestiti, ma con un'altra considerazione di me stesso. Che sogno sarebbe: arriverei di corsa a una di quelle porte beige, darei due o tre colpetti veloci e risolverei la pratica. Anzi sai che ti dico? La sfonderei con una spallata, quella porta, mi rotolerei dentro come Rambo, eseguirei il mio compito davanti alle bocche spalancate di tutti - prof compresa - e me ne andrei portandomi via la più bella della classe. Ostenterei il mio Essere, gliela farei vedere io a quelli lì e mi richiuderei la porta con tanta forza da far cadere l'intonaco dalle pareti. Ci penso qualche volta e, davvero, chissà come sarei adesso.

giovedì, 10 marzo 2005

Un silenzio più lungo del normale
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


C'è tutto un particolare fare all'amore in quei momenti di corteggiamento brevissimi e inconsapevoli in cui un uomo e una donna - seduti a un tavolo al chiaroscuro di un locale - restano svuotati di fiato e silenziosi alla fine di una lunga chiacchierata con i bicchieri pieni per un quarto e le cannucce ormai stese verticalmente e dimenticate dopo innumerevoli giochi con le dita che le hanno accartocciate, ammaccate, distorte, arrotolate e torturate; cala improvviso e ingombrante - in quei momenti - un silenzio in cui lei fa a pezzettini il suo tovagliolo di carta affidando a piccoli coriandoli improvvisati le sue tormentate indecisioni e ciascuno dei due non sa più che dire all'altro, eppure resiste quel sorriso sottile che piega le labbra in un parossismo di consapevolezza ed elettricità ed ecco che è proprio lì - in quel preciso istante di supremo silenzio in cui entrambi sollevano gli occhi per caso e si regalano un'occhiata semplicemente più intensa - che si annida tutta la loro futura vita insieme. Di fatto ogni storia d'amore dell'umanità - come un prendere fiato prima di un salto - è cominciata con un silenzio più lungo del normale.

martedì, 08 marzo 2005

L'avete voluto voi - la verità sulla Festa della Donna!
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Era il marzo del 1908 quando una manciata di Uomini Meno il Cervello in evidente stato premestruale decise di protestare contro un'industria tessile di New York per le terribili condizioni in cui era costretta a lavorare (nello specifico gli Uomini Meno il Cervello lamentavano una atavica mancanza di specchi a figura intera e l'eccessiva basculanza dei portasapone nei bagni). La prima mossa di questi Uomini Meno il Cervello (che per comodità da adesso in poi e senza cadere più in tentazione chiameremo solamente Donne) fu quella di indire un assurdo e illegittimo sciopero (da qui la simpatica abitudine evolutiva di incrociare le braccia di tanto in tanto e pronunciare la formula comune di: "Se non mi porti subito a fare shopping, io qui non muovo più un dito"). Suddetta rimostranza si protrasse vergognosamente a lungo - per giorni addirittura - fino all'otto, quando l'insano proprietario Mr. Johnson decise leggittimamente di bloccare tutte le porte della sua fabbrica, mentre - contestualmente - la incendiava.

Inutile dire che le 129 Donne perirono tutte nel fortuito incidente (si sa, loro non le conoscono le mezze misure: o tutto oppure niente. Le uniche mezze misure che conoscono - purtroppo - sono relative alle tette, spesso inflaccidite e tenute sù da un trucchetto da quattro soldi che col tempo è venuto a chiamarsi Wonder-Bra). Doppiamente inutile dire che, successivamente, quella data venne proposta come giornata di lotta internazionale a favore delle suddette operaie morte e più in generale delle Donne tutte del creato intiero. Oh yeah.

Conclusioni:

- è evidente che tutto ciò non serve a spiegare il perché io oggi dovrei essere costretto a fare gli auguri alle donne e perché le stesse donne stasera dovrebbero indossare Wonder-Bra e perizoma per andare a far sfraceli in locali alla moda, per di più deserti di martedì sera, perché - evidentemente - gli uomini l'hanno passato a lavorare e nottetempo restano alla casa al fine di godere di un legittimo riposo

- tantomeno spiega perché le Donne nel traffico in salita debbano usare il freno a mano

- non spiega - invero - nemmeno i motivi del tutto incomprensibili per cui se non rispondi a una loro telefonata entro il quarto squillo, è deciso che te ne stai trombando un'altra o che di loro non te ne frega niente (ma forse - c'è da dire - in tal senso le fiamme purificatrici in cui arsero le 129 eroine potrebbe aver fatto da agente inibitore nei confronti dell'autostima)

- non spiega affatto perché l'unica pubblicità pseudo-femminista della tv - quella in cui un belloccio cerca di far funzionare una lavatrice e non ci riesce finché un geniale appunto lasciato dalla di lui donna (ricordati di accenderla) risolve il problema, volendo così far passare per solito maschio incapace lui e per grande emancipata lei - riesca invece a essere del tutto ridicola nel suo tacito voler significare che l'unico aspetto per cui sono utili a noi uomini, le Donne, è nel corretto utilizzo degli elettrodomestici (quando in realtà sono straordinarie anche come alternativa alla masturbazione!)

- non spiega perché davanti a una vetrina una donna debba assolutissimamente pettinarsi

- oppure perché debba uscire da una discoteca in canottiera a meno quattro gradi per rispondere a una telefonata [vero Pat? Ciao Fabiana!]

- perché debba entrare in un locale camminando al rallentatore

- non spiega - in definitiva - perché debba portare una borsa firmata e costosissima, mentre noi facciamo tutto con le tasche.

Qualcuno mi aiuti a capire. Una donna, perfino, a patto che sia dotata di senso dell'umorismo e posto che non pretenda - dopo - di essere riaccompagnata a casa.

martedì, 08 marzo 2005

Festa della donna
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Ma - esattamente - auguri di che?

martedì, 08 marzo 2005

Io, che non sarò mai come voi
Categoria:sport, scritto da granduca di palau


Leandro Cufré, l'esempio.
Il Granduca

lunedì, 07 marzo 2005

Scegliere
Categoria:le grandi domande, scritto da granduca di palau


Come scegliere tra il facile e il difficile, tra ciò che conosco e ciò che ignoro, tra un E' e un Potrebbe essere?

Mi faccio di queste domande spesso e in molte circostanze diverse; senza riflettere non riesco più ad agire e mi fa paura questo diventare, in fondo, un po' adulto.
Il Granduca

lunedì, 07 marzo 2005

Questo razzismo verso i wurstel
Categoria:blog, scritto da stefano havana


Stavo pensando che c'è una vera e propria discriminazione verso i wurstel. Sono alimenti per lo più considerati sfiziosi e vengono mangiati di tanto in tanto e solo per stuzzicare l'appetito in attesa del pasto vero e proprio. E' un tipo di cibo divertente. Un po' come una ragazza simpatica.

Niente, solo per dirvi - ma lo potete vedere da voi - che ho un po' ridipinto in giro. Le cose tendono a tediarmi e ogni tanto devo rivoluzionare l'ambiente che mi circonda. Questo è quanto: ancora non è testato completamente, quindi potrebbe dare certi problemi. Per esempio FireFox lo carica strano. Ma io lo vedo perfetto e mi piace un bel po'.

lunedì, 07 marzo 2005

Sull'onestà e la goliardia
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Scena: sabato sera, ubriachi abbastanza in profondità. Dopo una giornata di lavoro la redazione si sposta in un locale dalle parti di Via Veneto. Ci siamo quasi tutti. Si beve, gli aficionados della birra, gli amanti del rum (io).

Scena: Pat mi dice di andare a ricaricare i bicchieri. Andiamo. Un po' di fila: la romanità media mi scorre a fianco sottoforma di bicipiti gonfi e sopracciglia rifatte. Arriva il nostro turno: "Un havana sette liscio e una chiara media". La tipa alla cassa, menomata di molti neuroni, enuncia un conto di 12 euro e afferra la mia lucente banconota da cinquanta. Quindi ritorna restituendomela con aria corrucciata: "Non ho il resto", mi fa. Allora interviene Pat con una moneta da due euro. Gliela porge, così magari è più facile. Lei afferra la moneta e riscompare nella folla.

Scena: Pat mi sta dicendo qualcosa muovendo solo le labbra, tipo film di gangster in cui due non devono assolutamente farsi sentire da un terzo, pena la morte. Più o meno il contenuto biascicato è il seguente: "Rimettiti in tasca quei cinquanta. Non te li far vedere". Non capisco, ma credo c'entri qualcosa la ventilata possibilità di una svista con il resto, di quelle tipiche che non capitano mai. Però che ne sai: magari nella confusione ci tornano indietro un paio di euro in più. Non che ci creda molto, comunque.

Scena: Arrivano di nuovo da noi. Ma non è più la ragazza di prima. Adesso è un omone tatuato che mantiene in mano una quantità spropositata di bancononte di piccolo taglio - a occhio e croce la cifra giusta per uno che abbia appena pagato con 50 euro un conto da 12. E le da proprio a me, incredulo. Io afferro (ma sarebbe meglio dire arraffo) tutto e - onestamente italiano - me ne vado dando un cinque a Pat, tipo finale dei Mondiali.

Scena: Siamo lì che contiamo. Quaranta euro puliti puliti. Avendo dato loro solo una monetina da due, per un conto da dodici. Eccola l'onestà: tornare indietro al bancone e offrire da bere qua e là. Pat c'ha pure mezzo rimorchiato una (lo potevo dire?). Alla faccia di quei quattro stronzi che fanno pagar oro due bicchieri. La prossima volta staranno più attenti e - come si dice a Roma - magari ce ricascheno.

Alla vostra, fratelli.

venerdì, 04 marzo 2005

Sulla struttura, Eugenides e Che Guevara
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


La struttura. Sto capendo il valore della struttura. Dice: che è la struttura? La struttura è quella sottile rete metallica su cui si tessono gli eventi. Che siano parole, immagini o scritture, la struttura è la capacità di caricare di genialità narrativa o figurativa un apparato di per sé simbolico. Una storia per esempio: la storia di cinque sorelle adolescenti che si suicidano una dopo l'altra per motivi piuttosto banali è qualcosa di irraccontabile per 280 pagine se non ti chiami Jeffrey Eugenides e se non riesci a dare una struttura clamorosamente bella al tutto. Le vergini suicide corre il pericoloso rischio di diventare la cosa più bella che mi sia mai capitata di leggere. E corre il rischio di farlo non essendo di certo la cosa più bella che mi sia capitata di leggere stilisticamente parlando. Erri De Luca, stilisticamente parlando è da Nobel: quando lui parla dei fulmini che scavano la roccia delle montagne come le mani di un bambino distruggono un giocattolo volendone cercare l'anima, è qualcosa di irraggiungibile artisticamenteAlessandro Baricco - sempre stilisticamente parlando - è un altro numero uno: tecnicamente non la scrivi una piéce come Novecento se non sei Baricco e se non hai quelle dita lì a picchettare sulla tastiera. Per dirne due. Ma la struttura è una cosa diversa: le storie di De Luca e di Baricco iniziano e hanno una fine senza indugi. Il fuoco della trama è posizionato lì dove deve stare: sui protagonisti, sugli eventi principali. Non c'è disvelamento improvviso. Non c'è intervento dell'autore: non c'è nulla di ellittico. Non sono ambiziosi, da questo punto di vista. Loro sono assoluti genii nella ricercatezza della parola, nell'uso della metafora, nella scrittura pura. Il mio amato Aldo Busi: stesso discorso. Ma la struttura, sto scoprendo: ecco cos'è che mi piace veramente. Prendi John Lennon: Imagine tu l'ascolteresti sempre. Dopo una giornata di lavoro sarebbe Imagine che metteresti nello stereo. Se ne sta lì, galleggia nella sua assoluta semplicità. E' organicamente meravigliosa: la puoi toccare con le dita tanto è evidentemente geniale. Poi prendi i Queen: Bohemian Rhapsody è una canzone diametralmente opposta. Di Bohemian Rhapsody è geniale soprattutto la struttura ambiziosa: quel modo di diventare azzardatamente qualcosa d'altro all'improvviso. Non lo fai se a un certo punto non decidi che vuoi sfidare i secoli e la retorica.

Ora, io non lo so tutto questo che c'entra col fatto che oggi sono uggiosamente deluso della bagarre che s'è scatenata intorno la foto del Che. Stavo rileggendo i commenti in calce al post in questione e mi sono detto che - vaffanculo - da oggi starò attento a svendere un mio sentimento alla mercè di occhi indagatori che si limitano a farne un discorso politico. Stavo riguardando i pensieri espressi da tutti - me compreso - e mi sono ricordato di come, quel giorno a Santa Clara, Fabio - che davvero non nutriva e nutre nessuna simpatia per il Che - ne rimase comunque emozionato. Me lo ricordo ancora, Fabio, mentre passeggiava in quel caldo colloso con le mani dietro la schiena in rispettoso silenzio. Perciò ho deciso che alla fine non c'è niente da fare: è comunque e sempre una questione di intelligenza e di saper stare bene al mondo. Così come una buona storia è tale grazie soprattutto alla struttura e non grazie alla ricercatezza stilistica o al semplice saper scrivere bene.

giovedì, 03 marzo 2005

'na giacca e 'na cravatta.....?!?
Categoria:quotidianismi, scritto da federico roma


[Scritto il 1 di marzo 2005]

Non so bene da dove ricominciare a scrivere. L'ultima volta era più o meno la stessa ora di adesso, ero appena tornato a casa. Certo la mia giornata sarebbe stata diversa. "Buste" e chitarra, BBT e calcetto, un centinaio di canzoni a scaricare e i lunghissimi bagni patrizi. Ma non voglio menarla con questa sorta di malinconia. 

[Silenzio]

Popolo del Blog,
Uomini e, soprattutto, donne de Noantri,
è il vostro Viceré che parla.

[Visibilio della folla. Un fremito di euforia percorre la massa degli astanti. Si scorgono donne che si stracciano lembi di vesti. Purtroppo sono così lontane che non si vede un cazzo]

Il vostro numero è cresciuto nel corso dei mesi e io, con la mia Augusta pietas, ho seguito gran parte delle vicissitudini e dei pensieri che si sono addensati in questo luogo.

[Un moto di commozione è percepibile. Taluni ragliano.]

Credevate di esservi liberati della mia ingombrantissima presenza? Della mia infinita prosopopea?
Mai sia!

[I vessilli di Noantri garriscono al cielo. L'amatissima bandiera con l'immagine del culo di Agustina de Pan Dulce in campo azzurro riempie la gigantesca piazza. I più anziani espongono le vecchie insegne, quelle con la faccia tumefatta di Galliani, ingraziandosi in eterno il Viceré che approva con gesto pastorale]

E' che semplicemente ho cambiato vita. I tempi, le cadenze. E che sarà mai! Sarà successo anche a voi ogni tanto. L'ultima volta ho parlato di un colloquio di lavoro. E' andata bene e ora sono qui. Fa ridere vedere lo Studio ora. Dopo quasi due mesi qui dentro. All'inizio tutto sembrava dilatato, distante, freddo. Ora va meglio, molto meglio. Dalla mia scrivania simil-ikea, ficus finto alla mia destra, telefono con interfono e sedia girevole regolabile, ho pensato tante volte di scappare in Cile (a Tal Tal per la precisione). Poi però vedo questo fantasmagorico cielo azzurro e questi bei palazzi dei Parioli e mi dico che tutto sommato devo tacere.

Pensavo di fare una foto alla vista dalla finestra e mandarla a Fabio. Sarebbe troppo... un gesto da vero infame. Proprio per questo penso che lo farò. Finora ho quello che volevo: la famosa bicicletta per pedalare. In questo breve lasso di tempo ho capito che il Diritto è infinitamente più bello di tutto quello che ci gira intorno e questo mi rincuora. Probabilmente ho scelto giusto. Ho anche capito che non voglio dedicare tutta la mia vita al lavoro. La sto prendendo come fosse una sorta di hobby serio. Come dire "invece di stare a casa me ne vado là...". Penso sempre di essere precario.

A volte mi figuro come potrebbe essere il "benservito". Immagino di scendere le scale, magari in pieno giorno!, di andare al bar di fronte... un campari. Poi Villa Glori, una busta. I mari del Sud. Bhè? Credete che me lo auguri? In realtà no, tutto sommato mi trovo bene qui. I "ragazzi" sono simpatici e stranamente poco squali. Ho saputo di amici che stanno in studi dove devono guardarsi continuamente dagli altri loro pari. Cani fottuti. Ora vado sperando di aver più tempo di leggere, e soprattutto, di scrivere sul blog... il fatto è che sono in una postazione scomoda, visibile a tutti...

Tornando a cose più interessanti e vitali ieri sera [il 2 di marzo] ho passato una splendida, struggente serata con una Donna degna, sensuale e sensibile. Merce rara. Il Vostro Viceré vi benedice e vi abbraccia (in special modo le legioni di giovani donne del blog... venite a me, sarete ben accette e non sarete giudicate per i vostri peccaminosi comportamenti).

Don Federico di Civitaquana e della Nora

martedì, 01 marzo 2005

Senza perdere la tenerezza
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti cubani


Quel giorno d'agosto del 2004 a Santa Clara mi apparve la sagoma del Che. Lui era morto da una vita ormai, ma la sua figura maestosa se ne stava lì, tra le fronde degli alberi a misurare una distanza. Il capo chino. Il suo caratteristico basco. Il fucile con la tracolla penzolante. Era un giorno d'agosto e con una mano sullo sportello della macchina a nolo e l'altra sul volante, decisi di voltarmi per l'ultima volta. Quello sguardo definitivo che dai alle cose prima di lasciarle per sempre. Hai presente? Il vento attraversò le piante e tutto si mosse del trascorrere di un attimo. Un sorriso, un saluto rispettoso: hasta Ernesto. Quella postura tra le fronde che mi sono portato dietro fino alle scalette dell'aereo. C'era l'odore dei sigari quel giorno a Santa Clara, Cuba.