martedì, 31 maggio 2005

La severa moralità insita nel Maxibon
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Credo che ci sia una moralità severa nell'ergonomia del Maxibon (ma anche del Magnum Sandwich e di qualunque altro gelato-biscotto configurato come adesso vi andrò a dire). Nei gelati-biscotto - seguitemi - c'è qualcosa che mi rimanda a certe spigolosità della vita e a certi atteggiamenti dell'umanità: il gelato-biscotto – secondo me – è un riassunto magistrale della retorica della vita e delle reti convenzionali a cui l'essere umano si sottopone pur di apparire regolare.

Per dire: a me del gelato-biscotto piace solo la parte – bé – biscotto. Quella che funziona anche da manico, insomma. L'altra – quella superiore – generalmente pralinata o comunque ricoperta di cioccolato a scaglie che si scompone ogni volta macchiando i pantaloni o il divano (ché è difficile che un gelato-biscotto lo si mangi in piedi, pensateci) – quella lì a me non piace. La mangio perché devo: la mangio perché c’è (esiste) ed è tutto un costituirsi d'aspettativa in attesa che arrivi la parte buona. Lo dimostra il numero di morsi necessari: la parte pralinata – quella superiore – la mando giù in tre mandate, con una mano raccolta a coppa per non far cadere i pezzi e, in generale, senza un vero confort o un'autentica goduria. Poi arriva la sezione biscottata e lì sì che godo. E' quello il vero momento che in seguito ricorderò come piacevole dell'Aver Mangiato Un Gelato-biscotto. Il resto è accessorio, come le parti noiose della vita: esse ti conducono a un dato momento e non servono ad altro che a formare un'aspettativa. Le lunghe code nel traffico cercando parcheggio, l'attesa davanti al portone aspettando che lei arrivi e ti posi il primo bacio della sera sulla bocca - ancora profumata di lucidalabbra e lacca per capelli. I secondi immediatamente precedenti al fischio d'inizio, quando tutto intorno è un azzardo di pronostici e critiche alla formazione. Il dramma (o la meraviglia) è che non c'è un modo per sbarazzarsi della parte superiore del gelato-biscotto. Te la devi sorbire. Né puoi (a meno di estreme sofferenze e una scomodità ancora più atroce) mangiarlo al contrario: non solo ti sporcherai stoltamente le mani, ma ti leverai il gusto maggiore subito, costringendoti al sacrificio senza nessuna dolce aspettativa successiva.

Insomma, io credo che non sia un caso che i gelati-biscotto siano fatti così e che i viaggi di ritorno siano sempre meno trafficati dell’andata.

lunedì, 30 maggio 2005

La più lucente corona d'angeli in cielo
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Abbiamo mangiato pesce spendendo una barca di soldi ed è andata benissimo così. La cena è stata splendida, la compagnia perfetta: è perfino piovuto sugli ombrelloni bianchi che sembrava una di quelle giornate di vacanza quando i turisti rientrano di fretta negli alberghi con i depliant aperti sopra le teste. C'era Pat, c'era il Granduca, c'era M____, c'era P____: tutti sotto l'ombrellone bianco a scavare con la forchetta dentro gli scampi. Ho bevuto due tipi di vino bianco, un passito e tre tipi di rum: ho bevuto male più che tanto. Il colpo me l'ha dato il bicchiere della staffa giù in spiaggia, alle tre del mattino: c'erano i falò accesi e delle persone, ragazze senza scarpe e un tipo inginocchiato. Vomitava. Pat si lamentava ché lui voleva mangiare. Ancora. Dopo una cena luculliana, lui stava lì a frugare in certi vassoi poco appetitosi (poi mi pare che abbia rubato due bottiglie di qualcosa, andandosene). Mi sono tolto le scarpe, ho arrotolato i jeans al ginocchio come Sampei e sono andato in acqua. Era tutta nera di notte, c'erano delle luci da qualche parte. M____ mi ha detto che lui parlava con i pescherecci. Poi s'è messo anche lui con i pantaloni arrotolati in acqua. Ci siamo tolti le magliette e abbiamo urlato al vento estivo, abbiamo urlato così forte e tutti insieme che quell’urlo ha fatto un giro lunghissimo senza più tornare indietro e adesso è lì. Insieme alle barche, ai delfini - che ne so che c'è laggiù oltre l'orizzonte – alle alghe, c'è anche il nostro urlo. Ci siamo stesi sulla sabbia. Questo silenzio. Che rumore è quello del mare di notte che scava la sabbia? Il rumore perfetto: meno di questo, non è. Abbiamo parlato: non so quando ma di sicuro è successo che ho brindato con P____ con altro rum alle cose belle della vita. Si poteva fare finta di essere ovunque. Mi sono alzato per vomitare, poi non ho vomitato più. Cinque uomini stupidi sdraiati nottetempo sulla sabbia sporca di Fregene a fare versi, sognare l'Oceano, parlare di donne, calci di rigore e la misura giusta delle tette. Ci siamo messi lì – non mi ricordo più fino a che ora – felicissimi, a banalizzare la vita.

venerdì, 27 maggio 2005

Non credo alle favole, figuriamoci ai favolosi
Categoria:dissenso, scritto da andy capp


Quei favolosi anni '60. Sono cresciuto sentendo continuamente ripetere questa frase dalla generazione dei miei genitori. Ogni volta che Pippo Baudo presenta un programma in tivù non vede l’ora di pronunciarla anticipandola con un malinconico Aah. Esistono anche delle raccolte musicali dal titolo Quei favolosi anni '60. Credo che mai nessun lavaggio del cervello sia riuscito meglio di quello che ha fatto credere alla maggior parte della popolazione italiana che gli anni '60 sono stati favolosi. E’ stato uno dei periodi di maggior decadimento culturale del dopoguerra, dove la televisione e la radio erano entrate in pianta stabile nelle case degli italiani diventando strumenti di controllo sugli interessi e sui bisogni della popolazione. Qualcuno oggi parla di alfabetizzazione del paese dovuta alla tivù quando il programma più seguito era un gioco a premi creato per inculcare nella testa delle persone il sogno di una realizzazione dovuta alla fortuna e al successo facile. Per non parlare della musica degli anni '60: Gianni Morandi che cantava "Andavo a cento all'ora per veder la bimba mia, yeah, yeah, yeah", Rita Pavone "Datemi un martello" e Adriano Celentano insieme alla moglie "Chi non lavora non fa l'amore" (la canzone è del 1970, ma si usciva dal periodo caldo degli scioperi nella fabbriche. E' l'anno dello Statuto dei Lavoratori).

"Aah, la dolce vita di Fellini… che belli gli anni '60 a via Veneto" (c’erano solo puttane, papponi, principi e ricconi, ndP), racconta ancora il nostro Pippo Baudo di turno.  Ma qualcuno ha mai visto il film? Tutti i personaggi sono negativi. La pellicola anticipava il decadimento dei costumi e della morale della società: gossip, tradimenti, omicidi, suicidi. E il boom economico? Un bellissimo spot per la Fiat, che da una parte voleva passare per benefattrice di benessere e dall’altra licenziava gli operai (nel '63 la percentuale di licenziamenti tra i sindacalisti e le ore di sciopero erano superiori a quelle del 1950, l'ultimo anno di grandi conflitti sociali). Senza parlare della censura che colpì intellettuali come Pasolini o l’allontanamento da Canzonissima (uno dei tanti miti rimpianti) di Dario Fo e Franca Rame dopo una scenetta che denunciava il comportamento degli imprenditori. In ogni città d'Italia, inoltre, si registravano incidenti tra polizia e manifestanti. E solamente nella seconda metà degli anni '60 i valori politici e culturali sui quali si erano costruite le società occidentali del dopoguerra entrarono in crisi, tanto da provocare un aumento degli squilibri sociali provocati dall'industrializzazione. La risposta dello Stato ai disagi fu un altro boom. Quello di piazza Fontana.

giovedì, 26 maggio 2005

Due aspetti rivoluzionari della pubblicità
Categoria:televisione, scritto da stefano havana


Allora, zitti tutti. La blogosfera si interroga su certi temi e per una volta - io che odio l'ipod e brucerei la Notte dei Blogger in una pira pubblica - voglio unirmi alla contestualizzazione generale. Vi parlerò, perciò, di due pubblicità tanto discusse: quella di Faletti contro la pirateria e quella della Tim con Adriana Lima. Che bello, non vedo l'ora di iniziare.

Faletti: ispirato da uno dei più straordinari post mai letti sulla blogosfera, ho finalmente capito cosa non mi ha mai convinto dello spot anti-pirateria (a parte il fatto che scarico file mp3 illegali e mi sento a postissimo con la coscienza, alleggerito perfino). Il problema è nello scioglimento narrativo del geniale plot promozionale. Faletti (a proposito, chiunque abbia comprato i suoi libri è pregato di uscire da qui e con effetto immediato), per convincerci che la pirateria è cosa brutta, ci dice: «Non ruberesti mai un televisore». Ecco, è qui che la mia attenzione scema in un istante: chi cazzo te l'ha detto a te? Io ruberei eccome un televisore. Ruberei una Ferrari, se avessi l'occasione. Quindi fine dei giochi: la pirateria è cosa bella, giusta e - soprattutto - è molto cool.

Spot della Tim: qui c'è il vero aspetto rivoluzionario. Perché io sono qui per difendere Adriana Lima e - soprattutto - il tizio figo e allampanato che tutti voi volete far passare per idiota e mezzo frocio. Idioti voi: avreste dovuto notare che l'incipit della meravigliosa trama vede Adriana nell'atto di svegliarsi e contestualmente passare una mano sul cuscino e sulla porzione di letto a sé stante, evocando sonnolenta il nome di Diego. Ciò significa che Diego stesso, carissimi i miei invidiosoni (cit.) se l'è sbattuta tutta la notte e talmente tanto e con cotanta passione da essersi - a mattino fatto - dovuto alzare a prendere aria. La stessa rabbia scaturita in voi dall'episodio del bacino sul naso che il mio assistito Diego regala alla bella Adriana (in luogo - questa l'opinione generale - di un morso sul culo) è la prova manifesta del fatto che lui ha trascorso tutta la notte a scoparsela sul cofano della Panda parcheggiata in garage spalmandola di yogurt alla vaniglia, mentre voialtri no. L'ha posseduta - secondo me - in tanti di quei modi e così fantasiosamente che alle otto di mattina, vagamente puzzolenti di sudore, è già tanto che si possano ancora guardare negli occhi. Il fatto delle quattro paperelle, dei quattro gattini e del perché Diego fuoriesca da un armadio, invece, resta il motivo per passare alla Wind, ovviamente.

Ho finito.

giovedì, 26 maggio 2005

You'll never walk alone
Categoria:sport, scritto da granduca di palau


Allora, diciamo che ho sempre odiato il Liverpool se non altro perché si prese la NOSTRA Coppa dei Campioni anni orsono e, per di più, ogni volta che la Roma lo affronta, perde. Ora vi direte: chissà come sarà nero il Granduca per questa vittoria! No, ragazzi: stasera ho imparato ad amare questa squadra sia sportivamente (non molla mai e a me piacciono le squadre di cuore), sia per avermi fatto vedere la faccia del Cavaliere nel dopo partita, sia perché mi ero giocato alla Snai 25 euretti che si son triplicati. Il Granduca sarà lieto di offrire al Jarro una birra ai lettori di Noantri (lettrici sarebbe meglio).

Indimenticabile. Grazie Reds, you'll never walk alone.

mercoledì, 25 maggio 2005

Una mail può fare del bene
Categoria:svago, scritto da stefano havana


Mandate, se potete, una e-mail a Pat (il suo indirizzo lo trovate nella colonna di sinistra, cliccando sul suo nome nelle descrizioni). E' stato visto controllare il suo account gmail nelle ore più disparate, sottraendo tempo al lavoro, agli svaghi e alle amicizie: lo fa - più o meno - una volta ogni tredici minuti e sempre - dico sempre - ha sul viso quell'espressione tra il sognatore e il rivoluzionario. Non ce la fa più, è diventata un'ossessione peggiore della Roma e di Fidel Castro. Anche spam o spazzatura o offerte speciali per confezioni di viagra. Qualunque cosa, ma scrivetegli. Fate del bene a un uomo (e a chi gli sta intorno).

>>> scarica qui il modulo prestampato per scrivere una mail a Pat <<<

martedì, 24 maggio 2005

Una donna, cassetti, lettere e matite
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Ho un cassetto – il primo della scrivania, tipicamente – pieno di cose assurde. C'è il passato dentro, passato, sparpagliato come una manata di carte da gioco lanciata per aria. L'ho spalancato poco fa: è pieno di lettere d'amore. Davvero dico: lettere d’amore. Scritte a mano. Scritte da donne che mi hanno attraversato. Sui francobolli ci sono date antiche: 2000, 2001 e qualcuna anche precedente. Tra le righe si scorgono prezzi ancora in lire e nomi di persone che non ci sono più. [Mi sento più come Amelie nel favoloso mondo o come Lolita tra le braccia del professor Humpert]. Mi ricordo di A____: era bella e straordinaria e chissà che fa adesso. Così mi scriveva in queste pagine che avevo del tutto scordato. [Poi, ferma al semaforo, ho aperto il finestrino. La pioggia mi ha bagnato la faccia. Ho smesso un istante di piangere e ho detto, ad alta voce, guardando nel vuoto della strada: «Ti amo»]. Mi pare impossibile che di tutto questo non avessi più sentore: che tutto questo pulsasse in un cassetto come la percezione di una bugia nel profondo del cuore. Ci sono scontrini: lo scontrino – 1500 lire – della Fanta che acquistai in un bar di Cagliari un giorno che litigai con I____. E' liscio e come nuovo e sembra che abbia passato neanche un secondo nella tasca di un jeans. [Ma tutto è diventato aria. Tutto è finito in un pugno che stringe un ricordo. Magari ti mando qualcosa che vorrei tu avessi. Perché niente potrà mai cancellare il fatto che io ti volevo]. Leggo ancora le righe di A____ e rifletto su quanti mai vengono detti oppure scritti senza pensare a quello che si dice oppure scrive. Rifletto a quanti mai e quanti per sempre vengono sollevati dalla superficie delle labbra per morire altrove, da soli. Dimenticati. Trasformati in significati diversi. [Ciao Teller]. A____ mi chiamava così e il motivo resterà tra noi, anzi tra me. [Sulla mia pelle un aggressivo profumo di dolce miele. Con la tua lettera partono anche tre articoli che sto mandando al Messaggero e all'Unità. Probabilmente quando ti arriveranno queste mie parole, sarò già in viaggio].


Ci sono righe interamente cancellate col bianchetto – come lo chiamavo al Liceo – altre distrutte con un deciso passaggio della penna: chissà perché questa differenza. [Ho pianto sai? La sera del nostro penultimo pomeriggio. Ero in macchina. Le labbra mi bruciavano. Sentivo ancora il tuo calore tra le mani. Ho pianto. Non per i sensi di colpa. Ho pianto non perché avevo mentito agli altri, ma a me stessa. Mi ero detta che potevo gestirti benissimo. Tattiche. Giochi di persuasione. Una donna, se vuole, può addirittura convincerti che sei innamorato di lei. Strumenti di seduzione]. C'è tanto altro in questo cassetto, ma niente come queste lettere di A____ riguarda un passato (anche recente, dopotutto) che – sono sicuro – non tornerà più. Perciò lo posso far ardere qui, su questa pira dei ricordi condivisi ed esorcizzati. Ho ritrovato locandine di vecchi capodanni – 2000, 2001, 2002 – appunti di viaggio, il biglietto aereo per Parigi, quando partii da solo – a 17 anni – per andare a vedere la Finale di Coppa Uefa. C'è la risposta che un'agenzia letteraria mandò a un editore che si era interessato a me nel 2002: "Dopo varie riflessioni e riunioni, abbiamo deciso di non occuparci del testo per due motivi". Seguono motivi. La carta è tutta stropicciata: credo che nel 2002 me la prendessi troppo per queste cose. Ci sono post-it con dieci nomi di amici incolonnati: la lista di vecchie partite di calcetto. A parte me e il nome Fede, non è rimasto più nessuno a giocare con noi di quelli lì (uno sta per sposarsi). Ho trovato un foglio, del tutto bianco fatta salva una frase: "Cuthbert, il quale aveva sempre riso e alla propria morte era andato ridendo". Gli appassionati di Stephen King riconosceranno il libro, ma chissà perché ne avevo tirato fuori proprio questa riga. Ci sono vecchie poesie – scritte da me – pacchiane, orrende: "E' persa la stella nell'ardente luce del giorno/senza strada/e il buio è solo un ricordo arenato". Poesie dei miei diciotto anni, focoso innamorato completamente illuso. E' tutto chiuso dentro un vecchio quaderno di matematica (c'è il mio nome sopra, ma prima il cognome e poi il nome).  Anche queste lettere A____ su fogli protocollo: [Mia madre era una sessantottina che si incatenava ai cancelli ed incatenava le amiche. Mio padre un comunista praticante con il cappello da cow-boy e la sigaretta in bocca, capelli lunghi, orecchino e mani in tasca]. Credo di portare A____ nei ricordi, perché ho sempre ritenuto A____ il personaggio perfetto per un romanzo di successo (oltre alla donna con la migliore scrittura insieme a Sylvia Plath): [Uno psicologo, quando avevo quattordici anni, mi inserì nella categoria borderline. Sono un caso limite]. Ma ci sono anche vecchie formazioni del fantacalcio: avevo un attacco non male con Boksic e Mancini: purtroppo ero e resto troppo inaffidabile e non consegnavo mai (né ci riuscirei oggi) la formazione in tempo. [Solo due persone mi sono mancate nel profondo: Veronica, la mia ex migliore amica ed Alessandro, il mio migliore amico che è morto. Ora, ci sei anche tu]. Chissà se queste frasi mi spaventavano allora come mi spaventano adesso. Non me lo ricordo. Ricordo, invece, che le leggevo in bagno. Seduto sulla tazza del cesso, il posto dove mi pare di aver versato più lacrime in vita mia. Non c’è un posto della casa in cui puoi pensare di essere veramente solo come il cesso con il rubinetto del lavandino che scroscia acqua per fare rumore.


[Tu mi spaventi. Eppure sto lì, ore, a pensare che vorrei scrivere come te]. Non capisco nemmeno io se riporto queste righe perché mi fanno tremare i polsi o perché mi riempiono d'orgoglio, considerato che razza di Donna era A____.  [Vorrei ascoltare tutte le favole che ancora non mi hai raccontato, favole da piegare, stirare e mettere nel cassetto accanto ad Agia, Cluster, tutti i tuoi personaggi. Vorrei sapere di Antonio. Della sabbia nel pugno. Della canzone “Bridge Across Forever”. Ma basta. Non mi va più di leggerti. Tutto quello che sei, ora non mi va più. Mi fa stringere il respiro. Mi fa lacrimare gli occhi]. Niente come queste stille di passato mi fa capire che sono un uomo fondamentalmente orribile e destinato a stare da solo.

Ho richiuso il cassetto con il quaderno di matematica dentro e ho continuato a cercare una matita con la punta altrove (non l'ho trovata).

domenica, 22 maggio 2005

Il problema di Enzo Biagi
Categoria:televisione, scritto da stefano havana


Il problema - fondamentalmente - di Enzo Biagi oggi (ovvero dopo che la tirannia italiana - e poi parlano di quella cubana - lo ha tirato sotto la ruspa della censura) è che non lo si può ascoltare. Aspetta: lui resta uno dei più grandi pensatori della corrente era dell'umanità e ospite da Fabio Fazio in quella che è forse la migliore trasmissione del servizio pubblico (lo stesso che preferisce mandare in onda reality show spazzatura e non i Mondiali di calcio) ospite da Fazio, dicevo, fa comunque la migliore figura che essere umano possa fare in televisione. Il suo problema - e nostro, indirettamente - è che adesso non lo si può ascoltare perché qualunque cosa dica (anche, che so, gfiydfdfddiu hiphipurrà) viene forzatamente, puntualmente, retoricamente, indiscutibilmente, immancabilmente accompagnata da un applauso lungo dodici secondi netti che - è inevitabile - piega di un po' verso il basso la curva dell'attenzione dello spettatore e riduce me - a cena - a masticare nervosamente la forchetta, perché vaffanculo, mi andrebbe proprio di sentire cosa dice.

sabato, 21 maggio 2005

La breve che ti cambia la vita
Categoria:sport, scritto da andy capp


La Lega Calcio ha raggiunto l'accordo sul calendario del prossimo campionato di serie B. Nella stagione 2005/2006, la cadetteria scenderà in campo il sabato alle ore 15, anziché alle 20.30. Una decisione che ha raccolto consensi. Lo rivela Enrico Preziosi, numero uno del Genoa e vicepresidente di Lega per la B: "E' un motivo di soddisfazione per tutti. Sarà importante anche per gli sponsor".

Di solito notizie come questa sui giornali finiscono nel colonnino delle brevi. Di solito notizie come questa non vengono nemmeno lette. A noi notizie come questa cambiano la vita.

venerdì, 20 maggio 2005

C'è sempre una frase di Bukovski che ti spiega la vita
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


"Come può dirvi chiunque, non sono un tipo molto gradevole. Non so nemmeno cosa voglia dire. Ho sempre ammirato i cattivi, i fuorilegge, i figli di puttana. Non mi piacciono gli uomini perfettamente rasati, con la cravatta e un buon lavoro. Mi piacciono gli uomini disperati, con i denti rotti, il cervello a pezzi e una vita da schifo. Sono loro che mi interessano.  Sono pieni di sorprese. Ho anche un debole per le donnacce, quelle che si ubriacano e bestemmiano, che hanno le calze molli e il trucco sbavato. Mi interessano più i pervertiti dei santi. Mi rilasso con gli scoppiati, perché anche io sono uno scoppiato. Non mi vanno le leggi, la religione, le regole. Non mi va di essere plasmato dalla società".

giovedì, 19 maggio 2005

Roma, vorrei che tu fossi la mèta e io il viaggiatore
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti romani


E' un periodo che Roma ed io andiamo alla grande. Odio Roma. L'ho sempre detto: fantastica amante, pessima moglie. Eppure nell'ultimo mese andiamo alla grande: mi sembra che perfino il traffico sia scemato. Per di più non conosco Roma: dimentico i nomi delle vie e - chi meglio degli amici lo sa - devo sempre farmi indicare la strada dagli altri. Però, che ti devo dire, ultimamente Roma ed io si flirta alla grande: ci capiamo, mi lascia i miei spazi. Sarà la Primavera. Marrazzo alla Regione. Non lo so, giuro. Se scopassimo, Roma ed io, ecco sarebbe la volta buona che lei mi strapperebbe brani di carne dalla schiena e io mi ritroverei con la bocca piena di suoi baci.

Sto riscoprendo Trastevere. Grazie anche alla comune passione condivisa con Pat e a un paio di serate strepitose che abbiamo passato ultimamente da quelle parti: lì la gente parla tutte le lingue e cammina a piedi. Si ciondola bevendo da bicchieri di plastica e nei locali si deve camminare di lato chiedendo permesso per arrivare al bancone e farsi servire. Le luci le abbassano sempre: Santa Maria in Trastevere è in penombra come la platea di un teatro, mentre la gente si accalca sui gradini, fa rotolare bottiglie di birra con i piedi e lancia monete da 20 centesimi nelle mani aperte dei mendicanti e degli artisti da strada. Gli artisti da strada di Trastevere sono diversi dagli artisti da strada di Piazza Navona: a Trastevere gli artisti da strada fanno ridere perché sono ridicoli, non sanno fare nulla, sono troppo ubriachi per far roteare birilli o restare immobili come statue di sale. Gli artisti da strada di Trastevere sono impiccioni tracotanti che provano numeri da baraccone di un pacchiano grottesco: l'altra sera uno era vestito tutto zebrato e dalle casse usciva un filo di musica che nessuno sentiva. Lui si è sporto su un microfono scassato e ha detto: «Ok, tra due minuti mi spoglio». Non ha riso nessuno. Dico nessuno: eppure tutti ridevano già per conto loro ma che ti devo dire? Lui ha detto questa cosa e deve essere sembrata talmente penosa, così priva di effettivo spirito che qualunque rumore è cessato ed è rimasto solo l'imbarazzo. C'è anche un ristorante che si chiama La Tana de Noantri a Trastevere: però non ci sono mai andato perché in qualche modo è pacchiano pure quello. Non ispira come le trattorie di Piazza dei Mercanti o il Meo Patacca: lì attori da strada fanno le stesse scene da anni eppure ridono tutti. Funziona: perfino i camerieri si fermano con i piatti in mano o i pugni stretti su ciuffi di banconote e ridono sapendo esattamente il momento giusto in cui ridere per far ridere gli altri. La gente a Trastevere parla a bassa voce: camminano ubriachi, giovani siedono in terra perché fa molto di sinistra, altri girano canne appoggiati ai muri e mentre respiri quest'effluvio di erba e fumo, t'accorgi che le voci non sono alte. L'altra sera - quand'era? - due ragazze ci hanno offerto da fumare. Non erano particolarmente belle, né interessanti in nessuna maniera peculiare: eppure hanno fatto qualcosa che altrove non si fa. Abbiamo parlato guardandoci negli occhi per venti minuti e mai nell'aria è galleggiato un che di depravato, o lascivo. Si era semplicemente lì, a condividere un momento, un'onda, una Tennents da 0.33. A Ponte Milvio, vicino casa mia, dove tutti sono ricchi e le ragazze indossano solo minigonne e stivali bianchi e tutte - dico tutte - non riescono ad essere meno appariscenti di una velina e i ragazzi parcheggiano le Porsche in mezzo alla strada, esibendo completi D&G elegantissimi - lì a Ponte Milvio tutti urlano perché - io credo - fa molto di destra. E gridano per farsi sentire e in cinque minuti sai tutto di tutti, non perché lo hanno detto a te ma perché non hai potuto fare a meno di sentirlo. Roma è così: te la devi andare a cercare. San Lorenzo, per esempio, è una zona che detesto: maleodorante, troppi cassonetti: eppure l'altra sera con Pat - a vedere Comandante - mi è sembrata intensamente affascinante. Via dei Volsci: non l'avevo mai vista. Pat m'ha detto: «La via più di sinistra d'Italia». E cazzo era vero: le scritte sui muri, i portoni, le persone fuori dai locali, le tavolate comuni, i pantaloni larghi, i sandali, le ragazze con i jeans strappati e le mani in tasca, lo smalto scheggiato, l'orecchino al naso. Di nuovo: quel silenzio rispettoso, no anzi: involontario. «In quel locale ci mangia Manu Chao, quando viene a Roma», m'ha detto ancora Pat. Io non lo sapevo, ma c'ho creduto. La macchina - mi ricordo - non stava mai ferma, l'asfalto era uno schifo, rotaie ovunque, passaggi del tram, auto parcheggiate male, mai un senso di pulizia reale. Eppure mi sembrava tutto perfettamente calzante. Sarà che s'era appena visto un documentario su Fidel e dopo che hai sentito parlare due ore uno come Fidel ti sembra giusto tutto, pure quello che giusto non è. E' il potere dell'intelligenza: non importa usata come. L'intelligenza: ah, che raro bene.

Perciò ultimamente Roma me la sto andando a cercare: non l'attraverso più di fretta e provo a respirarla. Credo abbia un'anima da qualche parte. Un'anima che ha il giallo, il rosso e il verde dei semafori che rallentano il traffico. Ha un'anima tagliente della volgarità media dei romani. Ha un'anima zoppicante, di tutti i poveracci fermi agli angoli che ti barcollano fino al finestrino sempre senza una gamba, o un braccio o un occhio. Ha un'anima che gronda acqua, l'acqua delle fontane delle Piazze; fiori, dei fiori di Piazza di Spagna; musica, della musica delle chitarre e dei bonghi di Campo de' Fiori; sanpietrini, di Viale Regina Margherita che ci metti due ore a fartela per quanto è stretta la corsia e per quanti semafori ha e se per caso ti scappa da pisciare sei fottuto, perché non puoi neanche accostare per farla dove capita; archi, ponti, Roma è la città dei ponti. Dei ponti e dell'egoismo: mai vista tante gente sola come a Roma. Nessuno ti aiuterà mai a Roma, Roma è piena di gente che corre sempre, piena di grugniti e negozi di musica dove chi vende non ci capisce nulla. Però ultimamente andiamo d'accordo. Che cosa manca a Roma? Non saprei dire. Ha un clima talmente perfetto. Il Golfo del Messico, forse. L'Oceano Pacifico. E quel fascino meticoloso che hanno 12mila chilometri di distanza da casa. Mi dispiace talmente tanto che Roma sia casa mia, in effetti: avrei voluto scoprirla un mercoledì qualunque, di passaggio, io il turista che ti chiede informazioni e che guarda il tuo dito senza capirci nulla, se non – conoscendomi – che hai dei bellissimi occhi neri.

mercoledì, 18 maggio 2005

Magie della blogosfera
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Gli ho mandato una e-mail l'altro giorno a Hotel Messico. Che siccome sul suo blog non c'è lo spazio per i commenti, non avevo altro modo per fargli sapere che mi piace un sacco quello che scrive, perbacco. Gli ho chiesto anche altre cose, tutto umilmente, perché per carità: qualunque sia lo scrittore, il lettore gli si deve sempre rapportare quasi genuflesso. Ho aspettato un paio di giorni, poi mi ha risposto. E che ho scoperto? Ho scoperto che in un vorticoso giro di specchi e di riflessi, anche Hotel Messico è mio lettore e ho scoperto che sul suo blog, Noantri è compreso tra i preferiti. Ho scoperto poi - perché me l'ha detto lui - che addirittura mi leggeva da tempo e che da tempo pensava di scrivermi per dirmi questa e altre cose. E' stato un illuminante esempio di meta-appassionamento. Una fulgida prova che la blogosfera è circolare. Leggete anche voi Hotel Messico, se vi capita.

mercoledì, 18 maggio 2005

Quei cinque minuti che ce l'hanno con te
Categoria:musica, scritto da stefano havana


Ci sono canzoni che sembra che ce l'abbiano con te. Come dice Jonathan Lethem, è proprio una questione di razzismo: quelle ce l'hanno solo con te. Stai loro sul cazzo, ti guardano male appena passi, non hanno pietà. Ce l'hanno con te, non c'è un altro modo per dirlo e non è questo il post per raccontare quale, delle centomila canzoni che ci sono, sia quella che ha deciso di avercela con me. Però c'è: e magari ti sorprende in macchina alla radio, la figlia di puttana. Oppure te la ritrovi nel cd che ti porti sempre in giro: t'eri dimenticato di avercela infilata, ma quella - ormai l'hai capito - ce l'ha con te e - puf - te la devi sorbire. Ce l'ha con te: continua a graffiarti le guance, ti soffia negli occhi e impedisce la vista. Vedi tutto sfuocato e se stai fermo a un semaforo dai ragione a quelli dietro che ti suonano. La detesti, sbatti i pugni sul volante o sulla scrivania o dove cazzo stai e la vorresti sfidare, ridurre gli occhi a due fessure e invitarla a fare un passo avanti se ha il coraggio. E lei ce l'ha sempre il coraggio: ti soffia nelle orecchie quelle note che sai e addio. Può essere un R&B, una musica country tutta cappelli e bordi delle strade, un blues tenero con un assolo lungo di chitarra. Può essere un inno generazionale, sputtanatissimo e inflazionato, può essere un hit da discoteca, può essere un'improvvisazione jazz pianoforte-voce, può essere la versione acustica di un pezzo che hai già sentito mille volte ma che attaccato alla corrente non t'aveva mai usato quel tipo di violenza, può essere un attacco hip-hop che poi diventa raggae in uno di quei connubi mal riusciti degli incestuosi deejay d'oggi, può essere una musica soul, house, acid, può essere - che ne so - una scarica violenta di piedi sulla cassa. Può essere tutto, a dir la verità. Tre, quattro, cinque minuti che ce l'hanno con te. Sempre. Ti capita sempre. A tutti, credo io. Comincia quando sei grande abbastanza e te lo porti dietro tutta la vita questo razzismo. Glielo domandi ad alta voce - perfino - a quei minuti cosa diavolo è che vogliono da te. Ma quelli niente: si limitano ad esaurirsi e il dispetto definitivo che ti fanno è lasciarti con quel desiderio masochistico di ascoltarne comunque un altro po'.

lunedì, 16 maggio 2005

Un ingresso in punta di piedi
Categoria:blog, scritto da andy capp


Il mio primo pensiero è per Stefano. Voglio ringraziarlo per avermi proposto di entrare a far parte di noantri. Lo farò in punta di piedi, rispettando in maniera profonda questo non luogo dove un gruppo di amici, lontani e vicini, si incontra e si confronta scoprendo magari di conoscersi davvero oppure di non conoscersi affatto.

Questa amicizia inizia con un viaggio Roma-Napoli Napoli-Roma una notte di cinque anni fa. Sogni e ambizioni ci catapultarono  in uno studio televisivo di una tv locale campana. Stefano ed io ci conoscevamo appena, ma quel pomeriggio partimmo insieme. E vi giuro che tra mozzarelle di bufala, parcheggiatori e vallette, per raccontare quella serata non basta un blog.

 

Qualche mese dopo, però, le nostre strade si divisero. Ma la colpa non fu di nessuno. A voi non è mai capitato di perdere di vista qualcuno con cui andavate d’accordo?

Poi come ci eravamo persi, qualche anno dopo ci ritrovammo. Gli stessi sogni e le stesse ambizioni ci unirono di nuovo. E ora che siamo tornati sulla stessa barca (lavorativamente e noantri parlando) voglio augurargli le migliori soddisfazioni professionali. Aspettando Cuba, naturalmente.

 

Ps: un saluto sincero anche a tutti gli altri componenti di noantri conosciuti in questi ultimi mesi. Alla vostra.

sabato, 14 maggio 2005

La macchina del tempo
Categoria:svago, scritto da stefano havana



Io in una posa stupida - 25 anni


Io a 35 anni (ci può stare, via)


Io a 45 anni (neanche Tom Cruise)


Io a 65 anni (il tracollo)

Tutto ciò secondo questo allucinante sito qui (via Quattropassi).

venerdì, 13 maggio 2005

Oliviero Beha e Gesu Cristo
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


La mia perversione mi impone di andarmene ogni tanto in giro sul Web a digitare gli indirizzi più folli e vedere se esistono. Non sto qui a fare l'elenco di quelli che ho appena provato, vorrei solo chiedere a voialtri se sapete il motivo per cui il dominio www.gesucristo.it - non ancora attivo (mi dà pagina inesistente) - sia registrato (provate) a nome di Oliviero Beha, giornalista, scrittore e pure blogger.

update: Dio c'è.

giovedì, 12 maggio 2005

Giornata di segnalazioni, oggi - Chi è Suzanne?
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Lo segnalo perché è una di quelle cose verso cui non ho mai saputo esattamente come pormi. Che ne pensate voi dei progetti relativi ai detenuti? Ogni volta che leggo o sento di qualcuno che cita i miei amici di Rebibbia oppure i cari ragazzi di Regina Coeli, mi è sempre venuto da sorridere amaramente. Dico: stanno dentro, cazzo, che si fottano! Ne ho parlato spesso con un sacco di persone di questa faccenda: la mia non-posizione non è variata di molto, sebbene abbia preso maggiore coscienza. Meritano un'opportunità di coesione col mondo esterno?

- Certo che sì.
- Non so.
- Assolutamente no.

Ignoro - giuro - quale di queste tre caselle barrare. Certo, se mi scappa il freno della macchina domani mattina e nella quotidianità disarmante di un venerdì mattina faccio secco un tredicenne e finisco in carcere - rifletto - mica divento automaticamente un fuorilegge da friggere al più presto. O sì? No Cristo, sarei sempre io. E se non potessi più scrivere? E se non avessi una corda per impiccarmi? Dentro e Fuori è una possibilità per i carcerati, ecco. Dice il disclaimer: per portare Internet dove Internet non può entrare. Lo segnalo perché dietro c'è anche Jaco, al secolo Matteo De Simone, blogger e - sono certo - futuro scrittore. Istintivamente l'ho sempre stimato dal primo giorno che lo lessi online (era morto da dieci minuti Arafat, tanto per dire quando), perciò ho deciso che magari a qualcun altro di voi poteva interessare questa cosa di Dentro e Fuori e dei detenuti. Io - ripeto - non lo so. Detesto troppo la retorica per dire Sì Che Bello Fatelo Anche Voi, Solo Perché Questo Qui Mi Sta Simpatico: quindi resto agnostico (la peggiore delle posizioni).

L'ultima iniziativa "lettararia" del progetto si chiama Chi è Suzanne?, dalla canzone di Leonard Cohen, tradotta da Fabrizio De André. I detenuti hanno provato a scriverne. Uno di loro lo ha fatto così: Suzanne è ciò che un tempo era perfetto... nella giovinezza. Perché ora sogno basso. Per me - invece - Suzanne è l'odore del sale e del mare e di crema da sole di cui è intriso il telo da spiaggia, quando a settembre disfi le valigie e scopri che sei invecchiato un altro po'. Ma io non conto, io sono libero/io non ho fatto niente (vedete come - sul serio - non sappia che pensare?).

giovedì, 12 maggio 2005

Diamola a questo blogger (non la mano)
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


C'è un blogger che mi piace assai. Credo che lui ed io si abbia idee sul mondo un po' diverse (si definisce il riferimento per l'elettore medio di Forza Italia), tuttavia non importa: leggerlo mi diverte e clamorosamente condivido gran parte dei suoi pensieri e il modo di esporli. Ha solo un cruccio, poveretto: l'intento principe di farsi qualche bloggeressa qua e là - durante la sua permanenza in questa vita virtuale - sta miseramente fallendo. Qualora la faccenda non si risolvesse entro 100 giorni dalla pubblicazione del suddetto lamento, questi chiuderà per sempre il proprio blog sollevando le femminucce da una presenza molesta ma noialtri da una lettura piacevole.

Farselo diventa a questo punto un preciso dovere di qualunque signorina affezionata alla qualità della blogosfera. Restano esclusi dalla singolar tenzone: uomini, cozze, racchie, e non tenutarie di blog. Per il resto - come si dice - basta che respiri e che sia dotata di quel peculiare fascino - come diceva un mio amico - di chi la dà via con noncuranza.

martedì, 10 maggio 2005

Io sì che sarei una donna con le palle
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Il gioco di immaginarvi donna (dico ai maschietti), voi lo fate mai? Non parlo di immagini ciondolanti in tacchi alti riflesse in uno specchio a figura intera, quello è facile (o tremendamente stupido, a seconda dei casi). Dico proprio il mettervi lì a pensare come sareste dell'altro sesso attitudinalmente. Io dopo tanto andare e venire con l'immaginazione, ho ineluttabilmente capito che il sottoscritto donna sarebbe sì una gran figa con un culo da paura e continuamente in litigio con i propri capelli, ma soprattutto una troia senza grosse riserve che la darebbe a tutti piuttosto indiscriminatamente, sebbene con estrema consapevolezza.

Non appena ne scorgessi uno passabile in maniera sufficiente, glielo scodinzolerei in faccia (il fondoschiena) e gli sbatterei contro le ciglia talmente forte da fargli vibrare il nervo sciatico. Mi aggrappaerei con le unghie alle sue spalle possenti e ai muscoli addominali immancabilmente scolpiti - emettendo mugolii e miagolii pieni di vocali - e dopo settantadue minuti d'ufficio me lo tromberei nel retro di un furgone della posta tra sacchi delle lettere e le ricevute di ritorno  mi si incollerebbero sul culo (la cui sommità recherebbe un tatuaggio dai dubbi valori morali).

E come accavallerei le gambe io, nessuno mai: perfino Kim Basinger - al mio cospetto - se ne andrebbe dritta dritta in una puntata di Bim Bum Bam col suo ridicolo raso bianco da infermierina proto-collegiale. Indosserei queste gonne e nei locali mai e poi mai limiterei le mie cosce sotto a un tavolo. Tutti dovrebbero guardarmi e mi riderebbe dentro fino all'ultimo globulo rosso nell'osservare quelle facce improvvisamente farsi serie, davanti alla più inaspettata svolta della serata farsi largo tra la folla tutta rossa di rossetto. Giuro, mi riderebbe tutto mentre disarciono le gambe e le riallaccio un'altra volta e tutti gli uomini presenti si danno di gomito, cambiano d'espressione, dissimulano indifferenza ché tanto loro sono tutti gran scopatori e hanno il cellulare che trabocca di donnine petulanti, figuriamoci se posso essere io quella da guardare. Poi il colpo di teatro: farei oscillare dal mio piede la scarpa con tacco da dodici e li guarderei tutti, uno per uno, sfidandoli a non abbassare mai lo sguardo su quella tentazione. Poi mi alzerei e tutte le sigarette diventerebbero cilindri di cenere - mentre nessuno oserebbe più fumare - mi avvicinerei all'unico che ha resistito alla cosa rimanendo orgogliosamente piantato nei miei occhi e dopo avergli passato un dito sulle labbra generando un ohhhh di meraviglia, gli direi: «Frocio di un eroe, stasera sei l'unico che va in bianco, sei contento?» e uscendo dal locale con il resto della comitiva (su per giù una quindicina di elementi), tutti dalle finestre penserebbero malissimo di me.

Dico: come fate voi donne ad essere donne senza fare così?
Io non resisterei.

lunedì, 09 maggio 2005

Puttana, oltre che cozza
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Stamattina ho affondato la torta di mamma in un mezzo litro buono di cappuccino, contestualmente rivolgendo gli occhi dentro il televisore dove il muso baffuto e demonicamente sempre identico a se stesso di Maurizio Costanzo conduceva una puntata di Tutte le Mattine.

C'è quella sensazione di ultimo arrivato a una tavolata che ride con le mani sulla pancia di qualcosa, quando ti imbatti in un programma televisivo (disgustoso per altro) già cominciato e in cui tutti mostrano facce contrite dall'angoscia, mani sotto il mento, gomiti appoggiati sulle ginocchia, sguardi persi verso le Quinte, tristezza varia e retoricamente di facciata e tu non sai di che cazzo si stia parlando. Così questa mattina: la faccia di Costanzo sembrava la faccia di Costanzo dopo l'attentato dell'11 settembre (quella per intenderci che costringeva una donna a baciare la terra di Ground Zero, urlandole: «E' ancora lì! Suo marito è ancora lì sotto!»). C'erano altri artisti: Laura Freddi - che ormai rassomiglia sempre di più a una mia vecchia zia settantacinquenne di Campobasso, Enrico Brignano (l'unico comico che riempie i teatri avendo un solo sketch in repertorio), Serena del Grande Fratello - le cui tette ormai hanno raggiunto dimensioni enneniche - e altri simpatici burattini di regime. Tutti tristissimi, ma davvero, al punto che mi sono preoccupato fosse una puntata registrata del dopo-morte di Wojtyla (o di Alberto Sordi, che tanto le frasi isteriche sono state le medesime). Telefonicamente collegata, una donna - il cui tono di voce batteva per frustrata rassegnazione quella di tutti gli altri presenti - raccontava la sua storia travagliatissima. Il marito della De Filippi ogni tanto batteva il pugno sul tavolo, scuoteva la testa sussurrava frasi tipo: «Tot è pottibile» e amenità simili. Io lì, al tavolo a scavarmi le guance con le unghie, gravido di angoscia, una mattinata di sole ormai definitivamente rovinata. Infine la rivelazione, grazie al tipico serpentone, la scritta che scorre orizzontalmente sovrimpressa in basso al teleschermo. Diceva così, testualmente: La testimonianza di Valeria. I colleghi d'ufficio maschi la chiamano "brutta cozza" e lei sta molto male.

Al di là dello spreco di facce di circostanza per una puttanata simile, volevo semplicemente dire che io mi schiero con forza dalla parte dei colleghi maschi, noin fosse altro che Valeria - oltre che brutta cozza - è anche gran mignotta, avendo telefonato in diretta da Costanzo per chiedere il loro licenziamento.

domenica, 08 maggio 2005

Disclaimer
Categoria:blog, scritto da stefano havana


Per la tipologia dei suoi contenuti, la visione di questo blog è consigliata ad un pubblico intelligente.

giovedì, 05 maggio 2005

Mentre le cose accadono
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Non accorgersi delle cose che succedono è l'unica speranza che abbiamo perché le cose continuino ad accadere. Ci ho pensato, secondo me è così. Ci sono delle cose che semplicemente accadono. Io mi metto lì a guardarle succedere, ma - niente - quando lo vorresti quelle non si palesano mai. E' impossibile sorprendere un'unghia nell'istante in cui cresce di un millimetro, ad esempio. Non si può fare: tu puoi restare lì a guardarla con gli occhi puntati finché la pupilla non s'è fatta rossa e le lacrime si sono riunite in un puntino sotto al mento, ma niente. Verrà un bel giorno in cui - ecco - dovrai tagliarla via perché s'è fatta troppo lunga e tu ti sei perso quel cammino. La barba che cresce: a che serve restare fermi davanti allo specchio ad osservare? Non è neanche una questione di tempo o di temperamento: tu ci puoi avere un anno davanti, ebbene accadrà qualcosa proprio nell'istante decisivo e un leggero pop! ti farà battere il pugno nel palmo dell'altra mano perché - di nuovo - hai perso e un'altra di quelle cose che succedono, è successa. Sei mai riuscito a vedere la lancetta dei minuti scorrere in avanti di una tacca? Hai mai visto con i tuoi occhi le 15.59, diventare le 16? Sapessi le volte che me ne sono rimasto con il naso penzoloni sull'orologio, eppure non c'è mai stato niente da fare: fregato! Sempre. Ho ben presente tutte le albe della mia vita e mai una volta che sia riuscito a definire l'istante esatto della nascita del sole. Un momento prima è notte, l'attimo dopo ecco il cielo tinto di rosa e quel disco arancione tremare di indecisione timida.

Che succede in quell'istante teso in cui le cose accadono? Succederebbero lo stesso se le vedessimo accadere? Hai mai sorpreso l'acqua ad asciugarsi sul tuo corpo? Al sole, su una spiaggia per esempio? Io no: esco dal mare, mi metto lì e dopo un po' mi scopro asciutto. Che è accaduto mentre succedeva? Dov'è che si va mentre i capelli crescono? Mentre il sonno ha la meglio sulla veglia? Mentre il tempo incide un'altra ruga sotto l'occhio? Tutto scorrerebbe ugualmente se lo guardassimo scorrere? Oppure quell'incapacità è proprio l'olio nel meccanismo della realtà?

Prendi me, per esempio. Caspita, da quando ho cominciato a starmene lì, immobile a fissarlo con gli occhi spalancati aspettandolo al varco che succedesse, non è mai più arrivato l'amore.

mercoledì, 04 maggio 2005

Another one bites the dust (una storia vera)
Categoria:narrativa, quotidianismi, scritto da stefano havana


Il Terrore Della Nostra Giovinezza, così, steso sull'asfalto con un lenzuolo bianco addosso nella prima pagina di cronaca locale, non faceva più tanta paura.

L'ho visto ieri mattina. Sfogliavo nebbiosamente la Repubblica. Affondavo le macine nel cappuccino. Sedevo con le gambe incrociate. Ed era davvero il Terrore Della Nostra Giovinezza: avevamo dodici, tredici, qualcuno faceva il gradasso dall'alto dei suoi quattordici con la prima sigaretta all'angolo della bocca e lui - adulto veramente - ci terrorizzava. Davamo del tu a tutti e alle undici di sera eravamo già a casa, pure d'estate: c'erano le cicale, bim bum bam, Falcone e Borsellino e volavano ancora i pipistrelli. Il Terrore Della Nostra Giovinezza: una volta rincorse A____ con la catena del motorino: secondo lui A____ non doveva tirare così forte col pallone e A____ scappava ridendo perché a quell'età non si può morire mica (credevamo fosse vietato). Un'altra volta sgommò tanto forte con l'auto che le strisciate di copertone non le hanno lavate via neanche dieci anni di pioggia, neanche due guerre del golfo, gli attentati di mafia, il Brasile campione del mondo, l'11 settembre, niente: noi dietro i cespugli a spiarlo facendo boccacce. Correvano certe leggende sul suo conto: chissà se erano vere. Certe leggende. Fatto sta che tutti noi ce lo siamo detti almeno una volta, a voce bassa, mantenendo oggetti nelle nostre mani morbide, imparando a conoscere le musiche, gli autori, i film, gli amori che ci avrebbero fatti diventare gli uomini che siamo. Ce lo siamo detti con gli occhi grandi: quello farà una brutta fine. Certa gente ce l'ha scritto in fronte. Certa gente non è fatta per crepare a letto con gli occhi cisposi di lacrime gialle: chi lo sa se è più condanna o benedizione. Il Terrore Della Nostra Giovinezza: gli siamo sopravvisuti tutti: S____, dalla parlata veloce, G____ il mago dei videogames, A____ il guru del computer (ma soprattutto dell'Amiga), F____, il signore delle pippe, F____ con quei capelli biondi, I____ che bella che è sempre stata.

Gli è sopravvissuta anche M____ che del Terrore Della Nostra Giovinezza era la Sorella e che una sera di quasi dieci anni fa mi convocò per una dichiarazione d'amore che io non colsi mai. Ecco perché questa storia è una storia triste ed ecco perché ne sto scrivendo un po'. Mi dispiace per M____, mi dispiace davvero. M____ non è mai stata particolarmente fortunata: niente di tragico (almeno fino a ieri). Era solo un po' così M____: la bellezza l'ha sempre soltanto accarezzata, facendola oscillare da tacchi continuamente troppo alti o troppo bassi e dentro abiti mai perfettamente calzanti. Nessuno vedendola, avrebbe detto che fosse brutta, ma pochi guardandola l'avrebbero preferita a un'altra: M____ ha avuto un cane bellissimo che s'è perso, mi disse parole stupende che io non seppi apprezzare perché a 16 anni o giù di lì ti devi limitare a fare il duro con le ginocchia scorticate e poco altro. Si è sempre distinta per una certa intelligenza, ma nessuno l'ha mai notata per alcunché di particolarmente brillante: è probabile che M____ prima o poi farà qualcosa di bellissimo o di particolarmente sciocco e che in entrambi i casi nessuno ci farà caso. M____ faceva cose strane come giocare a pallone e non credo di averla mai vista con una gonna prima dei diciott'anni, capirai, noi bavosi maschietti curiosissimi (e arrapati) davanti alle prime cosce scoperte della nostra vita. L'abbiamo sempre ignorata, preferendo strisciare a terra sui gomiti in qualche gioco bagnato d'agosto; abbiamo sempre preferito D____ oppure G____ con quelle tette lì (le scommesse su chi sarebbe stato il primo a stringerle: poi J____ ci fregò tutti e noi gli guardavamo sempre le mani da quel momento in poi). Avevamo questo modo di essere inconsapevolmente cattivissimi, noialtri, nei confronti di M____: l'ho rivista due settimane fa, perché nel frattempo si è trasferita altrove. L'ho incontrata per caso come per caso la incontrai un paio d'anni orsono, al supermercato: entrambi tenevamo in mano cose di cui ci vergognavamo un po' - prodotti da bagno o roba simile - e ci siamo impegnati tutti e due tantissimo per non abbassare gli occhi mai. Mi ricordo l'ultima volta, la più recente: avevo appena fatto il mio secondo tatuaggio: le ho detto guarda, lei mi ha risposto bello, ci siamo salutati con due baci sulle guance e siamo andati via. Io verso la mia vita o chissà cosa; lei verso una cosa informe, bianca che era stata il Terrore Della Nostra Giovinezza durante quelle estati lì.

martedì, 03 maggio 2005

Ah, se solo Macchianera fosse un blog...
Categoria:blog, scritto da stefano havana


Non so esattamente cosa pensare della deflagrante esplosione generata da Gianluca. Tutti hanno già detto tutto. Qualcuno anche in maniera particolarmente interessante. Poco fa Alberto, però, mi ha fatto pensare: è vero che i blog sono stati Re Per Una Notte, ma è proprio vero che tutto è destinato a tornare nel menefreghismo più generale? Mi sembra che il caso generato da Macchianera sia stato lo tsunami della blogosfera: le acque della rete si sono ritirate all'improvviso per convergere in un solo punto (il blog di Gianluca, appunto), salvo - secondo me - essere destinate ad inondare tutto il resto da qui a breve. Chi dei blog non sapeva l'esistenza, ora qualcosa ne sa: è andato su Macchianera per vedere di che diavolo si trattasse, magari ha ceduto alla tentazione di cliccare su qualche link e di link in link forse è arrivato chissà dove, scoprendo il fascino di qualcuno di questi blog (almeno quelli che non hanno dimenticato la loro origine e non insistono per elevarsi a quotidiani o portali).

La gente (quella parte intelligente) potrebbe accorgersi (e si accorgerà) che i blog (alcuni, almeno) sono assai più interessanti dei giornalisti accomodati e accomodanti di cui l'informazione italiana è pregna. Perché come dice Beppe Grillo, non è vero che non esiste libertà di stampa; il problema è costituito dai giornalisti. Costoro fanno schifo (e lo dico facendo parte della categoria e conoscendone - invece - di straordinari e veramente liberi). Lo tsunami Macchianera - che ha ritirato le acque e adesso le sta espandendo - ha fatto venire a galla una cosa soprattutto, a parte lo straordinario scoop di Gianluca: l'informazione italiana (lo ha dimostrato il processo alla Juve, per dirne una) non esiste. C'è bisogno - urgente - di alternative. I blog possono essere una via. E al di là della primogenitura della scoperta sugli omissis del rapporto Calipari, credo che - da blogger convinto quale sono - io debba necessariamente dire grazie all'opera di Gianluca Neri. Non importa che lo avessero capito già altri o che tutti adesso siano bravi a dire bof, che ci voleva? C'è sempre uno che fa le cose e altri che si limitano solo a parlare. Gianluca Neri ha fatto. Gli altri blaterino pure nei commenti o sui rispettivi siti. Lo dico quasi detestando Macchianera e le sue t-shirt, le sue inascoltabili radio online, i suoi interventi pomposi e spesso poco documentati (ma capita per i siti multi-autore), le continue markette, le pubblicità, i banner di google, i libri scritti da gente che della scrittura non gliene importa un baffo, le foto di donne nude. Ma lo dico. Lo dico nonostante tutto e dico - viva Gianluca. Anche se Macchianera tutto è, tranne che un blog.

domenica, 01 maggio 2005

Altro mese, altra automarketta
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Qualora vi andasse (e sarebbe bello che vi andasse!), sempre grazie alla fiducia del maestro Mr. Trenta, ecco un mio nuovo raccontuzzo brevissimo pubblicato sull'ultimo numero di Noluogo. Il tema è la paura.

Che poi questa cosa mi ha fatto pensare al racconto di paura in generale. Mi sono chiesto: che cos'è il racconto di paura (o il romanzo dell'orrore)? E mi sono risposto che il racconto di paura (o il romanzo dell'orrore) è quella cosa che quando te la leggi a letto, prima ti fa venire voglia di pisciare e poi ti fa mancare il coraggio per andare in bagno.

Dice: che c'entra? Assolutamente nulla.
Leggetevi il racconto, via (e anche tutti gli altri, se avete il tempo).