E' un periodo che Roma ed io andiamo alla grande. Odio Roma. L'ho sempre detto: fantastica amante, pessima moglie. Eppure nell'ultimo mese andiamo alla grande: mi sembra che perfino il traffico sia scemato. Per di più non conosco Roma: dimentico i nomi delle vie e - chi meglio degli amici lo sa - devo sempre farmi indicare la strada dagli altri. Però, che ti devo dire, ultimamente Roma ed io si flirta alla grande: ci capiamo, mi lascia i miei spazi. Sarà la Primavera. Marrazzo alla Regione. Non lo so, giuro. Se scopassimo, Roma ed io, ecco sarebbe la volta buona che lei mi strapperebbe brani di carne dalla schiena e io mi ritroverei con la bocca piena di suoi baci.
Sto riscoprendo Trastevere. Grazie anche alla comune passione condivisa con Pat e a un paio di serate strepitose che abbiamo passato ultimamente da quelle parti: lì la gente parla tutte le lingue e cammina a piedi. Si ciondola bevendo da bicchieri di plastica e nei locali si deve camminare di lato chiedendo permesso per arrivare al bancone e farsi servire. Le luci le abbassano sempre: Santa Maria in Trastevere è in penombra come la platea di un teatro, mentre la gente si accalca sui gradini, fa rotolare bottiglie di birra con i piedi e lancia monete da 20 centesimi nelle mani aperte dei mendicanti e degli artisti da strada. Gli artisti da strada di Trastevere sono diversi dagli artisti da strada di Piazza Navona: a Trastevere gli artisti da strada fanno ridere perché sono ridicoli, non sanno fare nulla, sono troppo ubriachi per far roteare birilli o restare immobili come statue di sale. Gli artisti da strada di Trastevere sono impiccioni tracotanti che provano numeri da baraccone di un pacchiano grottesco: l'altra sera uno era vestito tutto zebrato e dalle casse usciva un filo di musica che nessuno sentiva. Lui si è sporto su un microfono scassato e ha detto: «Ok, tra due minuti mi spoglio». Non ha riso nessuno. Dico nessuno: eppure tutti ridevano già per conto loro ma che ti devo dire? Lui ha detto questa cosa e deve essere sembrata talmente penosa, così priva di effettivo spirito che qualunque rumore è cessato ed è rimasto solo l'imbarazzo. C'è anche un ristorante che si chiama La Tana de Noantri a Trastevere: però non ci sono mai andato perché in qualche modo è pacchiano pure quello. Non ispira come le trattorie di Piazza dei Mercanti o il Meo Patacca: lì attori da strada fanno le stesse scene da anni eppure ridono tutti. Funziona: perfino i camerieri si fermano con i piatti in mano o i pugni stretti su ciuffi di banconote e ridono sapendo esattamente il momento giusto in cui ridere per far ridere gli altri. La gente a Trastevere parla a bassa voce: camminano ubriachi, giovani siedono in terra perché fa molto di sinistra, altri girano canne appoggiati ai muri e mentre respiri quest'effluvio di erba e fumo, t'accorgi che le voci non sono alte. L'altra sera - quand'era? - due ragazze ci hanno offerto da fumare. Non erano particolarmente belle, né interessanti in nessuna maniera peculiare: eppure hanno fatto qualcosa che altrove non si fa. Abbiamo parlato guardandoci negli occhi per venti minuti e mai nell'aria è galleggiato un che di depravato, o lascivo. Si era semplicemente lì, a condividere un momento, un'onda, una Tennents da 0.33. A Ponte Milvio, vicino casa mia, dove tutti sono ricchi e le ragazze indossano solo minigonne e stivali bianchi e tutte - dico tutte - non riescono ad essere meno appariscenti di una velina e i ragazzi parcheggiano le Porsche in mezzo alla strada, esibendo completi D&G elegantissimi - lì a Ponte Milvio tutti urlano perché - io credo - fa molto di destra. E gridano per farsi sentire e in cinque minuti sai tutto di tutti, non perché lo hanno detto a te ma perché non hai potuto fare a meno di sentirlo. Roma è così: te la devi andare a cercare. San Lorenzo, per esempio, è una zona che detesto: maleodorante, troppi cassonetti: eppure l'altra sera con Pat - a vedere Comandante - mi è sembrata intensamente affascinante. Via dei Volsci: non l'avevo mai vista. Pat m'ha detto: «La via più di sinistra d'Italia». E cazzo era vero: le scritte sui muri, i portoni, le persone fuori dai locali, le tavolate comuni, i pantaloni larghi, i sandali, le ragazze con i jeans strappati e le mani in tasca, lo smalto scheggiato, l'orecchino al naso. Di nuovo: quel silenzio rispettoso, no anzi: involontario. «In quel locale ci mangia Manu Chao, quando viene a Roma», m'ha detto ancora Pat. Io non lo sapevo, ma c'ho creduto. La macchina - mi ricordo - non stava mai ferma, l'asfalto era uno schifo, rotaie ovunque, passaggi del tram, auto parcheggiate male, mai un senso di pulizia reale. Eppure mi sembrava tutto perfettamente calzante. Sarà che s'era appena visto un documentario su Fidel e dopo che hai sentito parlare due ore uno come Fidel ti sembra giusto tutto, pure quello che giusto non è. E' il potere dell'intelligenza: non importa usata come. L'intelligenza: ah, che raro bene.
Perciò ultimamente Roma me la sto andando a cercare: non l'attraverso più di fretta e provo a respirarla. Credo abbia un'anima da qualche parte. Un'anima che ha il giallo, il rosso e il verde dei semafori che rallentano il traffico. Ha un'anima tagliente della volgarità media dei romani. Ha un'anima zoppicante, di tutti i poveracci fermi agli angoli che ti barcollano fino al finestrino sempre senza una gamba, o un braccio o un occhio. Ha un'anima che gronda acqua, l'acqua delle fontane delle Piazze; fiori, dei fiori di Piazza di Spagna; musica, della musica delle chitarre e dei bonghi di Campo de' Fiori; sanpietrini, di Viale Regina Margherita che ci metti due ore a fartela per quanto è stretta la corsia e per quanti semafori ha e se per caso ti scappa da pisciare sei fottuto, perché non puoi neanche accostare per farla dove capita; archi, ponti, Roma è la città dei ponti. Dei ponti e dell'egoismo: mai vista tante gente sola come a Roma. Nessuno ti aiuterà mai a Roma, Roma è piena di gente che corre sempre, piena di grugniti e negozi di musica dove chi vende non ci capisce nulla. Però ultimamente andiamo d'accordo. Che cosa manca a Roma? Non saprei dire. Ha un clima talmente perfetto. Il Golfo del Messico, forse. L'Oceano Pacifico. E quel fascino meticoloso che hanno 12mila chilometri di distanza da casa. Mi dispiace talmente tanto che Roma sia casa mia, in effetti: avrei voluto scoprirla un mercoledì qualunque, di passaggio, io il turista che ti chiede informazioni e che guarda il tuo dito senza capirci nulla, se non – conoscendomi – che hai dei bellissimi occhi neri.