giovedì, 30 giugno 2005

Riflessione - lunga - sulla musica e le puttanate di Simone
Categoria:musica, scritto da stefano havana


Alla fine ci siamo concessi pure Salerno. Siamo partiti Pat ed io mercoledì mattina e siamo ritornati, sempre di mattina, che s'era fatto giovedì. Ci hanno detto: dai, che mitomani siete. La verità è che Vasco è uno di quegli artisti che significano qualcosa nel mio vissuto: se ti fa schifo, Vasco, non è che dobbiamo litigare. Me lo tengo il tuo giudizio e pazienza, magari troviamo un altro punto di contatto (che so, i gomiti): resta che mi sono fatto Cagliari e Salerno nel giro di dieci giorni e che, ad averci il tempo, mi farei anche Firenze e Udine. Non è una cosa complicata: la sua musica significa qualcosa, tutto qua. La sua musica, mica lui. Come un quadro di Kandinsky. Un racconto di Carver: un artista in cui credere non è forse roba rara oggi? Un artista in cui credere vivo, poi, è merce ancora più preziosa. Perciò me lo tengo stretto insieme a quelle tipiche esagerazioni da appassionato: i) Dillo alla luna (live soprattutto) è la canzone più bella della musica italiana. ii) Per quanto riguarda Sally, invece, ecco Sally è qualcosa che viene immediatamente dopo la Cappella Sistina nei Grandi Tracciati dell'umanità. iii) E... è un'opera d'arte in grado di farti capire che l'ovvio non è altro che la punta dell'iceberg della genialità.

Non c'è possibilità di sfuggire da questo: possiamo invece sfuggire - e lo possiamo fare tutti - dalle opere demagogiche dei tiziani ferri e dei simone vari: non è tanto che sono canzonette (anche We Are The Champions è una canzonetta). Il problema serio è che parlano di una generazione che non esiste - ne abbiamo discusso a lungo con Pat, ieri, sdraiati sul prato dello stadio Arechi - parlano di una generazione mucciniana. Dicono: quando sei ragazzo, non te ne frega un cazzo. Dicono che fuggire da tutto è facile (anzi, che non ci vuole niente!) e che dormire sui tetti sotto le stelle si può. Dicono che i giovani sono ribelli, cavalieri solitari e avventurieri dell'amore. Non esiste una generazione così: si ostinano a dirci che i sogni possono realizzarsi, che non esiste un desiderio al mondo che non si avveri. Che basta crederci: demagogia. Arruffapopoli. Mistificatori della realtà: ecco cosa sono. Soprattutto per questo detesto l'ondata musicale attuale. Vogliamo tutti una vita come Steve Mc Queen, salvo poi ritrovarci al Roxi Bar, ognuno perso dentro i cazzi suoi: questa è La Realtà.

Simone, Simone: non è che ho detto a caso. Ha fatto music farm, adesso apre i concerti di Vasco: costui è pericoloso. E' demagogicamente pericoloso. Sta lì e ci viene a dire che bisogna credere ai sogni, perché - testualmente - lui due anni fa era uno di noi e adesso invece guardatelo un po': personalmente contesto questo aspetto. Che insegnamento dovrei trarre, io, da un cameriere vestito a festa che mi dice che ce la posso fare a diventare come lui? Perché la gente lo applaude, invece di lanciargli sassi? Che sta succedendo alla nostra generazione? Io dovrei chiudere gli occhi e stringere i pugni per aspirare - nel giro di due anni - a essere come Simone? Io preferirei essere morto piuttosto che essere Simone - piuttosto che essere le cose che dice Simone, ecco meglio. Se ne sta lì, lui, a dire che bisogna cantare la vita positiva e altre puttanate del genere e la sua è demagogia: come la foto del bimbo magro e pieno di mosche che c'è stampato dietro la mia tessera di Emergency che non rinnoverò mai più (ma che fa tanto scena, eh, quando tiro fuori il portafoglio per pagare scontrini chilometrici nei negozi di abbigliamento firmato. Ti può fare anche scopare con la commessa una cosa del genere).

Altre considerazioni piovute da questa trasferta: 1) il profondo sud si vede subito chè è profondo sud. Ho detto a Pat una frase strana a un certo punto, vagando di notte per le strade di Salerno (ci siamo fatto 12 chilometri a piedi). Gli ho detto: «A Cuba mi sentivo più a casa». E io sono nato molto più vicino a Salerno che a Roma (o a Cuba). 2) Il servizio ferroviario è un sistema che in Italia non esiste. Non è che funzioni male o non funzioni proprio: non esiste. Non c'è: il fatto dei treni, in Italia, è una cosa orwelliana: non esiste nulla. Non c'è Trenitalia. Non esiste. Non ci hanno controllato i biglietti: abbiamo viaggiato in tranquilla e assoluta clandestinità, accumulando compessivamente un'ora e mezzo di ritardo. 3) La cocaina è un fenomeno squallido e triste: è la droga peggiore che c'è. La droga della moda, degli scontrini fiscali, dei privé del bilionaire. Se ne stavano lì, certi ragazzi, al centro del prato dello stadio a dividere quattro strisce con una carta telefonica grattata e usando un cd come ripiano. Hanno sniffato a turno servendosi di un tubicino di carta e le loro espressioni arrugginite non sono cambiate di una virgola. 4) Il trittico di canzoni che lui fa dal vivo - E..., Sally e Stupendo - è un'esplosione di cose tutte insieme, un riassunto di tale rock 'n roll che il concerto potrebbe finire lì. Ci casco ogni volta. 5) Lucio Battisti è una squassante mazzata sui coglioni e io vorrei chiedere scusa a tutti gli amanti di musica all'estero che credono che Battisti (come Boldi e De Sica per la cinematografia) sia la musica italiana.

Inoltre volevo ringraziare a) Il Gianni per quelle due cosette che ci ha dato da fumare. b) Pasquale, detto Campo, GIORNALISTA e il suo meraviglioso contatto Zeppettone grazie al quale abbiamo visto il concerto (oh, perché eravamo partiti senza i biglietti) pagando meno di qualunque altra persona presente allo stadio e in tutti gli stadi dell'intero tour (abbiamo pagato meno del prezzo stampato sul biglietto). Approfitto anche per dire che mi scuso con Zeppettone per aver declinato il suo gentile invito a dormire a casa sua fino a sabato così da poter pranzare anche noi insieme a Diego Armando Maradona che sarà suo ospite (...). c) Il paninaro davanti allo stadio perché si è dimenticato di farci pagare.

E poi: sorridi e abbassi gli occhi un istante e dici non credo di essere così importante. Ma dici una bugia: infatti scappi via. Le canzoni sono come i fiori: nascon da sole e son come i sogni. A noi non resta che scriverne in fretta perché poi svaniscono e non si ricordano più. Che ti devo dire? Io ogni volta che mi canta questa cosa qui, divento uno scemo che si deve guardare la punta delle scarpe e passarsi una mano frettolosa dietro la nuca e tra i capelli. Era d).

lunedì, 27 giugno 2005

Voglio pensarla così
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


This is the end… cantavano i Doors e certe volte cantano tuttora negli stereo delle macchine o nelle cuffiette dei passanti (pure se sono trascorsi tanti anni e i prezzi sono aumentati). Ascolto questa canzone, ripenso a Marlon Brando (...l'orrore...) e mi viene in mente che quando le cose finiscono, a riempire la mente della gente arrivano sempre i ricordi del giorno in cui erano cominciate.


Il giorno in cui ci si conosce
, per esempio: io ci penso spesso e ogni volta mi convinco che il giorno in cui si conosce qualcuno di importante (oppure si dà vita a qualcosa di grosso), tutto è predestinato perché accada proprio quello, quello e basta. Il giorno in cui ci si conosce è sempre un giorno bellissimo (generalmente c'è il sole, oppure è una serata fresca o se piove, significa che la pioggia ci sta veramente bene): secondo me ci sono schiere impossibili di persone - di cui non ci rendiamo conto - perse per le strade che camminano con gli occhi sollevati perché dentro di loro stanno ripensando a quel giorno, il giorno in cui ci si conosce (magari un mercoledì). La Fine Delle Cose – io l'ho sempre detto – è una fortuna che ci sia: l'eternità, come ogni condimento eccessivo, rende disgustosa la portata più prelibata (troppo uovo e non riesco più a mangiare neanche la carbonara). Quello che dovremmo fare - quello che dovrei fare io, almeno - è godere di più delle cose mentre accadono. Mi piacerebbe, da oggi in poi, carpire meglio i momenti iniziatici e assaporarli con tutta la lingua e i polpastrelli. Perciò da un paio di giorni mi sento anche io facente parte della schiera di quelle persone: cammino con gli occhi alzati (ma senza patimento) e ripenso a quel giorno generico e ideale in cui ci si conosce (che può anche essere un giorno qualunque in cui, semplicemente, ti sentivi meglio). Secondo me è così che va avanti la vita (o forse vorrei che andasse così): si procede immalinconiti (oppure accecati da qualcosa), non si guarda a dove si mettono i piedi e bum, si finisce per scontrarsi con qualcun altro in uno svolazzare di fogli, appunti o che ne so. Gli occhi tornano ad abbassarsi e quel momento, il momento in cui stavi prendendo coscienza della fine e tutto ti sembrava strano, ecco che diventa l'ennesimo giorno in cui ci si conosce.

venerdì, 24 giugno 2005

Una cosa troppo seria per un sabato pomeriggio d'estate
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Questa cosa che G____ si sposa io non la riesco proprio a mandar giù. Voglio dire: da piccolo amavo F____. F____ all'inizio non è che mi cagasse. Poi ho cominciato a non cagarla io nell'ambito di una specie di processo vendicativo adolescenziale e addirittura quando a scuola lei entrava in classe per chiedere qualcosa (eravamo in aule adiacenti, io un po' più grande), facevo sempre finta di non accorgermene (magari frugavo nella cartella, oppure scrivevo parole tutte uguali su una pagina a caso del diario). F____ credo sia stata l'unica bionda al mondo che abbia trovato veramente bella (ho questa predilezione feticista per le more). Comunque: alla fine ci siamo fidanzati F____ ed io (andò che io le scrissi una lettera e lei venne giù a parlarne e, a un certo punto, qualcuno disse all’altro: «Ok, siamo fidanzati» e poi ce ne tornammo a casa – ciascuno nella propria): sto parlando di parecchio tempo fa, avevamo qualcosa come 13 anni, e tra noi non c'è stato mai neanche un bacio durante quel fidanzamento goffo, vissuto sui trampoli. Quando uscivo la mattina per andare a scuola e la vedevo passare, aspettavo appunto che passasse prima di uscire anche io dal portone: era una vergogna tutto quanto. Io a 13 anni pensavo fosse vergognosa qualunque cosa: perfino farsi vedere dagli altri. Esistere, in qualche misura, ecco io lo trovavo insopportabile.

Insomma F____: siamo stati fidanzati per finta, perché nessuno di noi sapeva come si faceva. Non sono mai stato come quei ragazzi dei film o quelli dei sondaggi che a 14 anni escono già da storie quinquennali e pause di riflessione. Io il primo bacio l'ho dato che già ero maggiorenne e sono molto contento, ogni volta, di raccontare questa cosa. Ad ogni modo, da quei tempi lì sono poi passati tanti anni e siamo un po' cresciuti tutti quanti. Sono finiti i giochi in giardino e ognuno s'è imbarcato nelle rispettive navigazioni, così F____ ed io non ci siamo mai più visti – il che è stranissimo perché abbiamo un sacco di amici in comune e viviamo pure nello stesso condominio. Ma tant'è: ogni tanto ci si rincontra nelle feste a distanza di 15, 16 mesi ogni volta e ogni volta che la vedo, sempre, io mi dico, guardandola, che cazzarola si mantiene proprio bella. Certe donne col tempo non è che invecchiano (a 25 anni mica puoi invecchiare talmente – al limite smarrisci il coraggio di indossare certe cose), però perdono quel qualcosa che le rendeva belle. Invece F____ io l'ho sempre trovata bella ed è incredibile questa cosa, perché io prima o poi finisco per trovare brutto tutto. Comunque anche la fine del fidanzamento tra F____ e me si è consumata come il principio: senza che ce lo dicessimo. A un certo punto ci siamo lasciati senza essere mai stati insieme (ne sono certo perché lei ha conosciuto altri amori e anche io e nessuno di noi s'è arrabbiato con l'altro).

Poi è successa questa cosa che G____ sabato prossimo si deve sposare e che io sia andato a casa di F____, ieri, per i soldi del regalo. Le ho detto ciao, ho detto ciao pure all'amico con cui stava studiando. Abbiamo parlato, c'era anche Fede con me, eravamo tutti in piedi al centro del salone. L'ho trovata bella pure stavolta: neanche a F____ va tanto per la quale che G____ si sposa. Tutti pensiamo che sia una cosa troppo seria per un sabato pomeriggio d'estate.

giovedì, 23 giugno 2005

C'era una volta la spia più famosa del mondo
Categoria:cinema, scritto da andy capp


L'Afi (American Film Institute) ha stilato una classifica delle frasi più famose della storia del cinema. Ecco le prime dieci.
1) "Francamente, mia cara, me ne infischio" (Via col Vento: Clark Gable a Vivien-Leigh)
2) "Sto per farti un'offerta che non potrai rifiutare" (Padrino: Marlon Brando)
3) "Tu non capisci! Avrei potuto essere rispettato, avrei potuto essere un lottatore. Avrei potuto essere qualcuno invece di essere un buono a nulla che è quello che sono" (Fronte del Porto: Marlon Brando)
4) "Toto credo che non siamo più in Kansas" (Il mago di Oz: Judy Garland)
5) "Buona fortuna, bambina" (Casablanca: Humphrey Bogart a Ingrid Bergman)
6) "Coraggio, fatti ammazzare" (Coraggio, fatti ammazzare: Clint Eastwood)
7) "Eccomi, De Mille, sono pronta per il primo piano" (Viale del tramonto: Gloria Swanson)
8) "Che la forza sia con te" (Star Wars)
9) "Allacciate le cinture, stasera si balla!" (Eva contro Eva: Bette Davis)
10) "Stai parlando con me?" (Taxi Driver: Robert De Niro)

Tra le prime dieci posizioni, a mio avviso, non può non esserci "Il mio nome è Bond, James Bond".

mercoledì, 22 giugno 2005

La droga dei trailer
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


Un'altra cosa sono i trailer. I trailer dei film del cinema. Voi non li guardereste per ore? Sono bellissimi e anche in questo fatto io ci vedo una metafora della vita, così come nell'ergonomia del Maxibon. I trailer sono come dieci bicchieri di vino: ti rendono tutto allegro, bellissimo, perfetto. I trailer - come una cazzuta ubriacatura - lisciano le grinze e ammorbidiscono gli spigoli della realtà: niente di un film può sembrarti più bello se lo guardi attraverso un trailer di presentazione. Non è soltanto che ti scelgono le scene più significative e te le incollano una dopo l'altra; non è tanto il montaggio - serratissimo e accompagnato dal tema musicale principe del film, quello più emozionante che ti resterà dentro -; non è neanche che ti scrivono i nomi dei protagonisti a caratteri cubitali e che per ciascun nome ti dicono vita, morte e miracoli se per caso quello ha fatto qualcosa di particolarmente significativo, prima. Il discorso è che mentre guardi un trailer - mentre sei lì e il tuo film, quello per cui hai pagato il biglietto o fatto la fila da Blockbuster, non è ancora iniziato - ebbene, mentre guardi un trailer sai che non ti potrà accadere nulla di male, niente di perverso. Un horror attraverso il suo trailer è accattivante, non spaventoso. Durante il trailer di un thriller non ti devi preoccupare per la salute del protagonista, perché tanto lo sai che non ti faranno vedere la sua morte, né ti lasceranno intuire che fine farà. Tutto andrà bene: non esistono problemi nei trailer. C'è solo spettacolo, luci e rumori forti. Tutto è semplicemente carino, incuriosente, passabile. E' come la zia che pizzica la guancia rotonda del nipotino: è un gesto d'affetto laico, senza impegno. Non sta a lei volergli bene. Lei è solo un trailer di passaggio. Ci penseranno i genitori a prendersi gli oneri e gli onori di tutto. E' il film quello vero che poi si deve fare il culo per 120 minuti e sorbirsi le critiche negative dei critici.

Adesso, onestamente, non è che abbia capito bene quale dovrebbe essere questa metafora della vita insita nei trailer dei film, eppure – credetemi – sono convinto che c’è. Magari l'avete capito voi.

martedì, 21 giugno 2005

Fotogrammi di ordinaria importanza
Categoria:musica, scritto da stefano havana


C'erano culi che parlavano di mare e canzoni voce e pianoforte. C'erano senoritas sedute sul bordo di transenne a far oscillare le caviglie. C'erano scarpe da ginnastica e infradito. C'erano ore da far passare.

C'erano reggiseni e uomini sugli alberi. Uomini sugli alberi.

Pochi con le magliette addosso. C'era un genio dello spettacolo davanti a tutti. Un dispensatore di felicità. C'erano un milione di cose fuori e soprattutto dentro la mia persona. Ho capito parecchia roba durante questa trasferta a Cagliari; due anni che non la vedevo.

Ho capito che Vita Spericolata dal vivo è spettacolare. Ho capito ancora una volta che i sardi sono persone meravigliose e se ne conosci uno alle tre del pomeriggio, a mezzanotte stai con lui a mangiare pizza e a bere birra come se fosse sempre stato così. Ho capito che il mare rende le città più belle e vitali. Ho capito che la musica fa diventare felici e che l'alcol all'aria aperta rende tutti innocui e simpaticissimi. Ho capito che le more di queste latitudini sono roba seria.

Ho capito che l'amore è una cosa che prima o poi si perde, si perde completamente voglio dire. Sembra assurdo, ma può succedere che di cose che sono state meravigliose - le più belle della tua vita - non rimanga nulla se non fotografie e occhi che girano per la stanza. Ho capito che farò di tutto per non perdere quel poco che rimane. Perché questo poco che rimane ho scoperto che è ancora tantissimo e che - soprattutto - mi rende una persona migliore.

E sì, il concerto è stato grandioso.
E sì, confermo che la laurea ad honorem è stata strameritata.
E sì, il sano rock 'n roll non morirà mai.
E si', le droghe leggere sono totalmente innocue a parte che ti fanno venir voglia di abbracciare le persone.

domenica, 19 giugno 2005

Forse mi ci vuole un corso di geografia
Categoria:le grandi domande, scritto da davide firenze


Tornimparte. San Vittore e Caianello. Pratola Peligna, Pescina, Torano. Cocullo, il Passo della Cisa.

Sono anni, forse decenni, che mi chiedo: ma questi luoghi esistono veramente da qualche parte? Oppure questi nomi del cazzo nascono, vivono e muoiono solo ogni giorno nella mia radio?

sabato, 18 giugno 2005

Posso chiederle un'informazione?
Categoria:televisione, scritto da andy capp


Uno dei primi accorgimenti per non far scadere un blog nella banalità è quello di evitare post di critica alla televisione di oggi, ormai specchio di una società malata. Quello che tuttavia è andato in scena ieri sera su RaiUno può essere utile per riflettere. Ricorreva infatti la puntata numero 1000 di Porta a Porta e la scelta editoriale è stata quella di ripercorrere in ordine sparso tutti i momenti salienti della trasmissione: gli eventi storici, gli ospiti più importanti, i dibattiti più accesi.

Per quanto possa essere stato toccante rivedere l’ultimo intervento pubblico di Giovanni Paolo II o Alberto Sordi che già manifestava qualche problema di salute, lungo la mia schiena è corso un brivido quando è passata l’immagine di Mino Reitano che urlava nel microfono “Italia, Italia” abbracciato a Umberto Bossi che come controcoro intonava “Padania, Padania”. Senza commentare le risate compiaciute del conduttore e degli ospiti in studio. Difficili da digerire anche Valeria Marini che si infuocava per difendere un poco lucido Vittorio Cecchi Gori appena privato di buona parte del suo patrimonio o Simona Ventura che spiegava allo psicologo Crepet il successo dell’Isola dei Famosi.

Spesso sento dire che le responsabilità maggiori sono del pubblico che guarda queste cose, che se Porta a Porta raggiunge i picchi d’ascolto quando Anna Maria Franzoni racconta com’è andata nella villa di Cogne non è colpa della televisione. Personalmente credo molto in un certo tipo di informazione, credo nella professionalità. Decidere la scaletta di un telegiornale, l’ordine delle notizie, cosa mettere in evidenza, è di per sé già una scelta politica. Un'informazione priva di ciò non esiste: Studio Aperto è pericoloso proprio perché non dà notizie. Il pubblico va educato, può essere educato. Non mi scandalizzo più quando vedo Vissani che parla del caro vita o Alba Parietti che difende la dignità delle donne sul posto di lavoro. Il vero pericolo è negli spot gratuiti della tv di Stato alla Fiat o alla Ferrari, è nel Contratto con gli Italiani, è nei sondaggi di Mannhaimer. E' in quello che non viene detto. E' compito della nostra generazione creare l'alternativa.

venerdì, 17 giugno 2005

I puri di mente
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


Io adesso volevo dire questa cosa (lo fanno i blogger, ogni tanto no? Io non l'avevo mai fatto).

Ho visto un film, stasera, che si chiama The Eternal Sunshine Of The Spotless Mind. E mentre scorrevano i titoli di coda - in quel momento catartico che mi prende alla fine di tutti i film che mi sono piaciuti e che non avevo mai visto prima - mi è ritornato in mente questo post dell'amico Trenta.

Perché se l'avesse girato Fellini o Michelangelo Buonarroti, questo film, oppure l'avesse scritta Manzoni, questa storia, - in luogo di quel genio moderno di Kaufman - ebbene The Eternal Sunshine Of The Spotless Mind sarebbe, io credo, leggittimamente considerato il film più bello della storia del cinema.

Da stasera per me è così.
E se sei un critico del cazzo o un nostalgico di Otto e mezzo, ti prego, per oggi (solo per oggi, se preferisci), vai a cagare.

mercoledì, 15 giugno 2005

Una prigione tutta per loro
Categoria:attualità, dissenso, scritto da andy capp


Stefano Moncherini, regista Rai e giornalista indipendente, il 7 giugno ha iniziato uno sciopero della fame per protesta contro la censura di Mare Nostrum, documentario di denuncia delle violenze del cpt Regina Pacis di San Foca (Lecce). Ecco il suo appello: "Può capitare di sbagliare a chi da oltre due anni e mezzo vive semimbavagliato con l'angoscia dei diritti umani che in questa umiliata Italia sembra non valgano più nulla. Capita, ma occorre subito riprendere il cammino e prima o poi, come diceva Pasolini la notte prima di essere ammazzato, c'è da aspettarsi che a forza di battere sempre sullo stesso mattone (con energia e determinazione) alla fine la casa crolla. Oggi parliamo della Casa delle libertà deviate”.

In Italia è emergenza immigrati. Ma non nel senso che intende il ministro dell’interno Pisanu (secondo dati del Viminali il 38,81% degli arresti compiuti lo scorso anno riguarda irregolari e persone di nazionalità sconosciuta. Gli immigrati rappresentano ormai il 30,84% dei detenuti). Dietro questi numeri, infatti, si cela una piaga sociale, scomoda e da nascondere agli occhi di uno dei paesi dell’Europa democratica: quella dei centri di permanenza temporanea (sul territorio nazionale ne esistono 14 e altri 7 stanno per aprire nonostante le smentite del ministro). I cpt esistono in Italia dal 1998 e secondo il parere di diversi avvocati che si occupano di migranti risultano come veri e propri luoghi del non-diritto. L’articolo 14 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione prevede che su disposizione del questore lo straniero sia trattenuto presso il cpt quando non sia possibile eseguire con immediatezza l’espulsione mediante accompagnamento alla frontiera, o per accertamenti di altro tipo. L’immigrato, quindi, può essere trattenuto e rinchiuso per sessanta giorni senza aver commesso nessun tipo di reato.

Ma c’è da fare un’ulteriore considerazione. L’attuale legge sull’immigrazione Bossi-Fini, non è altro che l’attuazione, o meglio, il proseguimento dell’opera iniziata nell’estate del 1997 dal governo Prodi (ricordate l’emergenza per gli sbarchi in Puglia?). I centri di permanenza temporanea nascono infatti con la 40/98, la famosa Turco-Napolitano, all'epoca ministri del Governo di centrosinistra. Alcuni passi della legge a mio avviso risultano ancora più ambigui in quanto espressione del punto di vista delle forze progressiste, o meglio del pensiero democratico inserito in un contesto di multiculturalismo. Nell’articolo 1, infatti, si differenziano i diritti fondamentali della persona da quelli civili, tracciando di fatto un confine tra chi può essere soggetto a qualsiasi trattamento (come essere rinchiuso senza aver commesso reati) e chi invece è equiparato a un cittadino italiano. La stessa Turco-Napolitano si rifaceva, inoltre, all’articolo 7 bis del precedente decreto Dini che autorizzava misure di restrizione della libertà personale dell'immigrato solamente in base a notizie di pericolosità.

Questo post arriva in un momento delicato. A Varese l'ennesima tragedia che ha visto coinvolti un ragazzo albanese e uno italiano (21 anni l'assassino, 20 la vittima) ha scatenato in città una violenta ondata xenofoba. Peccato che alla testa dei cortei che chiedevano la pena di morte ci fossero Ministri della Repubblica e rappresentanti del Parlamento italiano.

martedì, 14 giugno 2005

Una sola frase
Categoria:filosofia, scritto da granduca di palau


Tutto quello che non ha senso nasconde le infinite verità sulle cose.

Io ci credo.

sabato, 11 giugno 2005

III B
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Adesso ci sono Marco e Luca che corrono senza cartella (le hanno lasciate vicino ai motorini, che tanto sono semivuote: all'ultimo giorno di scuola che libri vuoi portare?). Corrono fino all'incrocio, si acquattano, diventano piatti. Due ramarri. Fanno capolino solo con un lembo di naso (c'è un orecchino su quello di Luca), ma Giorgio li colpisce lo stesso (il suo polso nasconde l'abilità consumata del Lanciatore di prima fila. Tintinnano dei braccialetti). Allora la tensione si spezza e loro scappano via fradici ridendo. Le scarpe slacciate: correranno così, urlando parolacce, finché Marco non scoprirà Teresa all'Università (vestita tutta di viola) e allora amerà talmente tanto e così forte da diventare vecchio; anche Luca correrà così, con i jeans strappati al ginocchio e le All Stars senza lacci (per non farle scappare via deve sempre arricciare le dita dei piedi). Correrà perfino lui che ha una pancia così e tutti alle medie lo chiamavano Panzerotto. Ma correrà, finché sua moglie non avrà una pancia superiore alla sua e a quella pancia decideranno di dare nome Lorenzo. Giorgio, intanto, se la ride con le mani sulle ginocchia. Poi con il polso destro si asciuga una goccia di sudore sul sopracciglio: lui è uno di quelli che mandano in avanscoperta (le ragazze vanno in tilt a guardarlo). E' il kamikaze della Squadriglia Gavettoni III B, non ha più nulla da perdere e tutto fradicio com'è non c'è altro da fare per salvarlo; molto meglio usarlo come carne da macello. A lui va benissimo così: sotto la Chiesa, all'ombra, Cristina lo guarda con il mento affondato nei pugni e di nascosto fa pensieri strani. Giorgio e Cristina si guarderanno per tutta l'estate senza sapere come si fa e lei non taglierà più i suoi capelli neri perché una sera, al cinema, Giorgio le si avvicinerà da dietro - durante l'intervallo del film - e le rivelerà quanto sono belli così lunghi (poi il buio ripiomberà in sala ed entrambi penseranno a mille cose mangiandosi le unghie). Sotto la Chiesa Cristina porta anelli alle dita, solo i due pollici ne sono liberati; scarpe larghe ai piedi con la linguetta rovesciata e una spilla con la statua della libertà che le penzola dai jeans. Sogna un tatuaggio (ma la madre staziona con le mani sui fianchi e la guarda strana, quando lei prova soltanto ad avanzare l'idea), un tatuaggio a forma di fata (con le ali e una collana rossa), mentre i suoi occhi verdi ammiccano nel sole di giugno e un residuo di rimmel le annerisce la pelle umida. Va tutto benissimo così: Mimì (anche lei è tutta bagnata e il reggiseno nero si intravede attraverso la magliettina bianca. Mimì ne ha stesi di ragazzi e all'inizio dell'anno uno le ha premuto la bocca così forte sulla sua che i denti si sono scontrati), Mimì sussurra qualcosa all'orecchio di Cristina che si volta ridendo piena di quell'atteggiamento bellissimo che hanno i giovani quando sono al centro di tutto e sanno di essere osservati (gli occhi celesti di Giorgio lei li avverte perfino tra i capelli, pure quando è girata di spalle li immagina lì puntati sul sedere e poi lungo la schiena e infine sul collo e, pure se non è successo niente, lei si sente tutta baciata quando Giorgio la guarda così). E' bellissima Cristina mentre si riavvia due ciocche dietro le orecchie. E' bellissima perché lo fa senza pensarci. Giorgio addormentandosi, più tardi, ripenserà a quel gesto e capirà quella cosa strana che si chiama Amore. Giorgio: è tra i più felici lì in mezzo, tra quelle pozze d'acqua che i grandi guardano torvi. Davvero, lui la scuola non l'ha mai potuta sopportare: cammina bagnato, i calzini fanno un rumore strano nelle scarpe come se pestasse rane gonfie ad ogni passo e camminerà così, sicuro e orgoglioso, finché risponderà di a qualcosa a cui avrebbe dovuto dire no e le cose finiranno male e Cristina taglierà i capelli, scoprendosi affascinante il doppio – pure a quell'età.

Lorenzo: lui diventerà grande e amerà la matematica: troverà la foto della III B di suo padre in un cassetto e non lo riconoscerà. Servirà l'aiuto della madre con l'indice puntato, perché Luca - Panzerotto - dopo la nascita del figlio ha pescato il coraggio di iscriversi in palestra e adesso corre i 100 metri in sedici secondi. Adesso a Luca - davvero, lui ci pensa a questa cosa ogni tanto - non lo bagnerebbe più nessuno.

venerdì, 10 giugno 2005

Chi ha rapito chi?
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


La porta rossa del Grande Fratello questa volta ha vomitato Clementina in un boato mediatico da pubblica liberazione. Sotto l'aereo della presidenza del consiglio dei ministri la solita pletora di cariatidi in abiti da circostanza. Mi chiedo a cosa serva tale assembramento di microfoni davanti la bocca dell'ennesima carneade portata alla ribalta se, tanto, ciò che ne esce fuori è sempre la stessa richiesta - un po' scocciata - di riportatemi subito indietro! Certe volte non capisco bene chi abbia rapito chi e, soprattutto, perché di Enzo ancora nessuna traccia.

giovedì, 09 giugno 2005

Residuo di realtà
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Certe volte tocco il terreno quando s'è appena fatta sera e lo trovo ancora caldo. L'asfalto o la sabbia: ci arrivo con le dita e, seppure il sole non c'è più, io percepisco ancora il calore trattenuto dalla terra. Questa cosa del residuo di realtà (bò, l'ho sempre chiamato così) mi accompagna da parecchio: quand'ero innamorato e tutto sembrava fatto nell'ottica di un’altra persona, guardavo la scia della nave che mi separava da lei (che io le cose non me le sono mai scelte facili) e urlavo con la mente a quella schiuma di salutarla al posto mio - mentre io mi allontanavo - e mi piaceva pensare che l'oggetto del mio amore, dall'altra parte di quel filo, poteva desiderare lo stesso, se voleva, anche se io ero già sparito oltre l'indice dei bambini puntati all'orizzonte.

Il residuo di realtà: alla fine delle feste c'è un residuo di realtà. Quando la casa è vuota e lo stereo tace. Quando i bicchieri hanno smesso di rotolare in tutti gli angoli e mancano - e mancheranno per sempre – le mani che li hanno trattenuti e portati alla bocca. C'è un residuo di realtà nei divani ammaccati, nelle sedie spostate nei vassoi semi svuotati fatta eccezione per l'ultima pizzetta, l'ultimo panino, l'ultima oliva, l'ultimo stuzzichino, ché quelli non ce l'ha mai nessuno il coraggio di mangiarli. Resta qualcosa nei primi giorni di settembre: qualcosa di quello che s'è fatto durante le settimane precedenti. C'è questo residuo di realtà quando ci si ritrova con i gomiti su un tavolo, tutti un poco più abbronzati, a raccontarsi l'un l'altro delle reciproche vacanze. Il rumore del vetro dei bicchieri. La bocca che diventa una -o-, una -c-, una -s-, una -t- e forma piano piano il cammino dei giorni appena morti. C'è un residuo di realtà anche in questi casi, con gli amici che ti dicono tocca qui e ti fanno sentire il bernoccolo di quando sulla spiaggia erano ubriachi, guarda qui e ti mostrano il retro di uno scontrino con il numero di telefono della tipa mora e bona. E' tutta una risata e quando poi te la presenterà, la sua tipa mora e bona, ti ricorderai di come lui l'ha conosciuta e quello sarà il vostro residuo di realtà.

Il residuo di realtà è uno strascico che c'è anche negli occhi della gente la domenica mattina se il sabato notte è stato per caso indimenticabile. Per me è come un abbraccio, non lo so, un conforto: mi siedo con gli amici sui muretti alle otto della sera e lo sento sotto al culo che la terra è ancora calda e il cielo è viola, quasi nero. Il sole non c'è più ma ha lasciato la sua promessa. Noi con una tennents in mano a sparare cazzate e a fare ampi cerchi con le braccia.

giovedì, 09 giugno 2005

Era tutto già scritto nelle stelle
Categoria:segnalazioni, scritto da andy capp


Un amico neoblogger (http://pennyroyaltea.splinder.com) dal promettente avvenire mi segnala il profilo astrologico di Silvio Berlusconi tratto dal sito forzaitalia.it.

"Silvio Berlusconi, nato a Milano il 29 settembre 1936, Bilancia. Come la maggior parte dei nati sotto questo segno è un personaggio comunicativo, capace di forti passioni e amori profondi. Carismatico, grazie alla grande adattabilità e al talento innato, spicca in attività che lo portano di fronte al grande pubblico, ha ottime capacità di giudizio, di analisi e di sintesi, costruisce ogni ragionamento con logica stringente, riesce a conferire chiarezza a ogni argomento. [...] Combattente determinato e tenace, ha come segreto un fiuto preciso che gli fa subito comprendere quali sono i personaggi che gli saranno più congeniali e quali, prima o poi, saranno fonte di delusione. La sua indole critica lo porta a valutare con serenità le diverse facce della verità e della personalità umana; esigente e instancabile, ha innanzitutto il culto del lavoro e dell’efficienza".

mercoledì, 08 giugno 2005

Pavlov
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Io ho un fischio. Voi ce l'avete un fischio? Io ho un fischio: è il fischio che si inventò mio padre quando io ero un bambino. Lo usava per chiamarmi o attirare la mia attenzione o solo per salutarmi, a sera, quando rientrava a casa dal lavoro (oggi a casa dal lavoro non ci rientra più e un po' di cose sono cambiate). Poi il fischio di papà l'ha imparato anche mamma e in breve tutti in casa mi chiamavano così, neanche fossi un cane: a me piaceva, perché era una cosa strana che capivo solo io. Funzionava - mi ricordo - anche in vacanza: in spiaggia riecheggiava questo fischio se mi allontanavo troppo o se era ora di uscire dall'acqua. Non c'è mai stato nulla di severo in questo fischio, non ha mai portato cattive notizie, né occhiate fosche. E' sempre stato il mio fischio. L'altro giorno ho dimenticato le chiavi della macchina a casa; allora sono arrivato giù, ho mosso il primo passo fuori dall'ascensore e dalla tromba delle scale è arrivato il mio fischio: mia madre con le chiavi della macchina nel pugno. Mi sono sbattuto la mano sulla fronte e sono ritornato di sopra. Mamma mi ha fatto penzolare il mazzo di chiavi davanti al naso con una mano su un fianco e il viso leggermente inclinato, perché io passano gli anni ma sono sempre il solito che si dimentica le cose e non sta mai attento quando attraversa la strada. Sono rientrato in ascensore un'altra volta palpandomi tutte le tasche per accertarmi di non aver dimenticato altro e che bello - ho pensato - il mio fischio funziona sempre. No, anzi: funziona ancora. Alcune cose, invece, non vanno più: i cartoni animati che mi facevano impazzire, adesso mi fanno schifo (ma la pallavolista Mimì mi dava la nausea anche da piccolo). Riesco a dormire anche se non mi copro fino al naso col lenzuolo. In spiaggia non sgranocchio più la sabbia. Eppure quando sento quel fischio lì, scatto subito sull'attenti ché di sicuro ho fatto qualcosa di sbagliato. Certe volte mi pare un'ingiustizia che i bambini debbano mettere su anni. Eppure ce l'avrà da qualche parte un senso, questo fatto di disimparare la giovinezza.

martedì, 07 giugno 2005

Frocio per questo giochino
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Provatelo e battetemi.
Il mio record, per ora, è 317.

martedì, 07 giugno 2005

Voglio conoscere il copy!
Categoria:svago, scritto da davide firenze


Velocemente, una confessione e una chicca.

La confessione: ieri sera ho visto il wrestling, a 18 anni mi piaceva e lo seguivo, e adesso che sta tornando di moda ogni tanto un'occhiatina gliela do, anche se ancora confondo i vari personaggi.

Ieri, dicevamo, nella mezz'oretta di puntata che ho seguito c'è stato un momento veramente bello: la televendita. E qui la chicca: sulla ribalta, due personaggi non più giovanissimi che, in abbigliamento da quindicenni, magnificavano le proprietà di card, figurine, magliette e album del wrestling, descrivendo queste mirabilie tramite la ripetizione ossessiva del termine "super flùo", usato nel senso di "molto colorato", "estremamente fluorescente".

Magari era un gioco di parole divertentissimo e gggggiovanissimo che io non ho capito, ma mentre sentivo che l'album delle figurine del wrestling era "coloratissimo e super fluo", ecco, ho pensato di non essere mai stato così d'accordo con una telepromozione.

lunedì, 06 giugno 2005

Orwell
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Quattro quattro quattro.
Vi verranno a dire che è soltanto una coincidenza che dalla fine di maggio sono spariti gli spot con Adriana Lima quattro quattro quattro. Vi diranno che non c'entra niente: ma io ho avuto una soffiata. E sembra che quei quattro quattro richiamino troppo e con troppa positività colorata (non certo da astensione, ecco) una cosa che c'è a giugno, tra poco. Quindi adesso il numero magico è diventato il sette. Ma poi tutto tornerà come prima. Anche Rutelli.

venerdì, 03 giugno 2005

Una piccola goccia, ma m'ha bagnato anche lei
Categoria:musica, scritto da stefano havana


Non sono favorevole, né sono contrario alle lauree ad honorem: tutto sommato non me ne importa un cazzo. Diciamo che capisco tutti gli studenti che mettono il broncio quando vedono Vasco Rossi con quel pezzo di carta lì, o Valentino (che sia il cognome la discriminante?). Giuro, li capisco perché so che è una fatica. Perciò ammetto di ignorare se questa che segue sia più una difesa o semplicemente una constatazione (di sicuro c’è che io amo Vasco Rossi) in merito alla laurea data al Blasco; tantomeno posso dire io - che dello studente non ho mai avuto nulla, ma nulla nulla - se sia una cosa giusta, normale o del tutto sbagliata conferire lauree ad honorem a chicchessia. Quello che vorrei dire e lo faccio con umiltà - giuro - perché ho un rispetto grande così della cultura, quello che vorrei dire (e che non ho mai detto a nessuno finora) questo qualcosa che vorrei dire e che - vi avviso - forse va a favore della laurea ad honorem pro Vasco Rossi, riguarda un certo pomeriggio d'estate in cui ero un po' più bimbo e meno ragazzo di adesso e in cui Fede - nella sua camera - mi fece ascoltare Gli Angeli di Vasco per la prima volta nella mia vita. Successe che mi fermai, qualunque cosa stessi facendo - tutto si fermò - e al termine di quei sei minuti nonché alla fine del nostro pomeriggio insieme, io tornai a casa in motorino e con quelle note in testa che si mischiavano al ricordo fresco di un amore che mi aveva appena frantumato il cuore, io decisi - così - che da grande dovevo fare lo Scrittore. E' solo una goccia nel mare dei Maestri che mi hanno spinto verso quest'arte - che io la sappia praticare o no, non mi interessa, ma la perpetrerò fino a che ne avrò le forze o sangue o fiato o vita - soltanto una piccola gocciolina. Ma per ognuno di essi, per ciascuno di loro che da sempre, da che il mondo è rotondo, spingono giovani verso una strada così in un tentativo eterno di franca emulazione, per tutti tutti loro, una laurea - ad honorem oppure no - è poco.

mercoledì, 01 giugno 2005

Nella pancia del mostro
Categoria:società, scritto da andy capp


Sono stato in un centro commerciale Ikea una sola volta nella mia vita. Era l’agosto del 2002. Al tempo sognavo di fare il giornalista impegnato, mentre la laurea in antropologia era ancora un miraggio. Quel pomeriggio mi trascinarono in quell’inferno, così decisi di cogliere il lato positivo della faccenda. Presi appunti e scrissi quest’articolo. Mai avrei pensato di pubblicarlo un giorno su noantri.
Nella pancia del mostro aveva anche un catenaccio: "Un pomeriggio estivo all’interno di una delle nuove realtà della grande distribuzione multinazionale a
Roma".

Già all’uscita Anagnina del GRA, gli intriganti colori del capannone di Ikea catturano la vista degli automobilisti. Alla fine della rampa inizia la fila di auto che attendono di poter invertire il senso di marcia per raggiungere il grande parcheggio. Nella zona sono aperti numerosi cantieri; grandi condomini sorgeranno in quest’area a pochi metri dalle corsie a scorrimento veloce. Il fatto che poi non ci siano scuole, strade, mezzi pubblici e negozi, non fermerà la fame di appartamenti che c’è a Roma. La prima scritta che si nota arrivando sotto il grande capannone, e che trionfa su tutti i cartelli e sulla facciata dell’entrata, sembra forzata: Sconti. Un grande cartello a sfondo giallo con scritta nera e rossa accompagna il cliente dal parcheggio sottostante fino all’entrata. In una domenica pomeriggio d’estate, anche se piovosa, è curioso che una città come Roma non abbia da offrire di meglio ai cittadini della sua periferia orientale, che fare la fila all’ingresso di grossi centri commerciali. Una cinquantina di persone è assiepata sotto il portico che immette all’entrata, con la speranza di evitare la pioggia che un cielo minaccioso promette. E forse tutti non vedono l’ora di raggiungere "il bar del primo piano e gustare un aperitivo diverso, un aperitivo svedese", come ripete di continuo l’altoparlante.

Un omone con tanto di divisa e pistola fa entrare le persone a scaglioni, venti per volta. Nemmeno all’ultimo Roma-Lazio c’era una ressa del genere. Quando arriva il proprio turno, due porte automatiche in vetro infrangibile si aprono svelando la grande scala mobile. Tutt’intorno, pubblicità di automobili e telefonia catturano lo sguardo. Al primo piano un mondo virtuale circonda i consumatori: vengono consegnati, da sorridenti commessi in camicia gialla e pantaloni blu, una matita e un foglio di carta millimetrata, insieme a delle grosse sacche gialle. Il giallo è il colore predominante, quello che caratterizza i cartelli dei prezzi, tutti rigorosamente scontati. Un insieme di ambienti perfettamente ricostruiti, uffici, camere da letto, salotti, camere per bambini, permette di farsi un’idea precisa di quello che si desidera, o meglio, non permette di farsene una diversa da quelle proposte. E non c’è nessuno pronto ad ascoltare le proprie richieste: un mobile più lungo, se è possibile inserire dei cassetti o una mensola, se quella sedia c’è solo di quel colore. E’ tutto rigorosamente fai-da-te. Una formula che riempie la gente di importanza, o almeno sembra sollevarla da ogni fastidioso contatto col venditore, visto sempre come il solito approfittatore pronto a dare l’ennesima fregatura. Ogni ambiente è a completa disposizione: si può toccare, smontare, osservare tutto e accendere e spegnere la luce. Di questo, si viene anche ringraziati da una voce amica: "grazie, spegnendo la luce avete contribuito a dimostrare come i nostri ambiente siano perfettamente illuminati in base alle esigenze di questo spazio della casa". I bambini sono un’altra caratteristica di Ikea. Ogni due o tre ambienti si incontrano piccoli scivoli di legno o giochi in plastica con scritte suggestive, ovviamente rivolte  ai genitori: "per loro: i più importanti del mondo". Questo basta a sollevare un padre e una madre che fanno passare tre o quattro ore a un bambino all’interno di uno spazio chiuso e pieno di confusione. O forse si spera che siano proprio i bambini a chiedere ai genitori di riportarli all’Ikea, perché è pieno di giochi.

Il salone successivo è quello degli accessori: si va da quelli per il bagno, ai cuscini iraniani, ai giocattoli in legno, ai quadri con le relative cornici, alle lampade, alle candele, alle piante finte, ai tappeti. Tutti gli oggetti in legno sono made in Malesia, in Cina, in Taiwan. L’oggettistica in metallo è stata invece confezionata nei paesi dell’ex blocco sovietico. Solamente i tovaglioli di carta sono made in Italy e le lampadine made in UK. Probabilmente di tanti oggetti il cliente non conosceva nemmeno l’esistenza prima di entrare all’Ikea. Quest’area è interminabile: sembra impossibile uscire a mani vuote, tant’è che la solita voce amica ripete continuamente che "la cassa numero dodici è esclusivamente riservata a donne in attesa e a i disabili, mentre la numero ventiquattro è riservata a chi non acquista nulla". Della serie: "provate a uscire alla cassa ventiquattro se ne avete il coraggio". Camminando ancora per qualche metro lungo il percorso obbligato, naturalmente su pavimenti Ikea "che vengono calpestati ogni anno da milioni di persone" (recita una scritta), si arriva nel padiglione degli imballaggi. Sotto una luce cupa bisogna cercare lo scaffale dove è custodito l’oggetto scelto nelle precedenti esposizioni. Se di misure discrete, è possibile portarlo via subito, altrimenti ci penseranno gli addetti alle consegne. Superato il bar che offre l’aperitivo svedese, in fondo si arriva alle casse, ventiquattro, tutte con il loro bel cartello giallo. E per arrivare all’ultima, a quella per chi non acquista nulla, bisogna passare davanti a tutte le altre, tagliando la fila di carrelli e di persone che stanno per portarsi a casa sedie, mensole, lampadari e tappeti. Qualcuno ha trovato anche il tempo di fermarsi a scegliere, nell’ultima sala, una felce. Superata la cassa ventiquattro, la scala mobile trasporta direttamente all’uscita, le due grandi porte in vetro infrangibile si aprono di nuovo, l’omone con la pistola saluta educatamente,  e in un instante si raggiunge il parcheggio sotterraneo. E’ il segnale che finalmente si è usciti dalla pancia del mostro.

mercoledì, 01 giugno 2005

Cavalleria, quell'antica menzogna che piace alle donne
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Che le donne ancora gongolino e si arrovellino nel piacere di un uomo che fa loro la corte, mi pare uno dei paradossi di questa generazione. Dico: è mai possibile che le donne non abbiano ancora capito che la corte - in qualunque forma venga elargita – è una delle prime e più antiche mancanze di rispetto che l'uomo perpetri nei loro confronti? Determinati elementi decorativi di un rapporto uomo-donna sono gli accessori necessari a coprire i reali intenti (sessuali, dai, solo sessuali) dell'approccio maschile: la donna – in questo senso, mi chiedo – ci è o ci fa? Una portiera aperta, la precedenza all'uscita di un locale (e solo all'uscita, ché le cose bisogna saperle fare. Entra prima l'uomo), le parole sapientemente ricercate in un vocabolario altrimenti votato all'essenzialità, una determinata scelta dell'abbigliamento e – soprattutto – l'insopportabile scelta del ristorante cool o del locale lounge, la cui semioscurità ben si adatta allo sciorinamento di aneddoti e sapienti punti di vista sulla politica e sul costume medio comunitario; tutto questo la donna non lo capisce che è massima mancanza di rispetto?

Uomo Perfetto si solleverebbe dalla sedia nel momento di climax erotico e – sospesa ogni pratica onanistica – si recherebbe così com'è vestito alla porta della sua bella (e solo bella) e, spiegatole i meccanismi chimici che l'hanno condotto fino a lì, esaurirebbe la propria dialettica in una interrogativa di primo grado: «Da me o da te?». Così si porta rispetto ad una donna: non con la fedeltà coniugale, non con il rispetto degli appuntamenti, giammai con la puntualità nelle ricorrenze, assolutamente non pagando un conto al ristorante: tutti questi elementi mirano esclusivamente alla persuasione sessuale. Tutto questo è insopportabile ammiccamento. D'altra parte non c'è un motivo che sia uno che io (poniamo caso), riuscito nell'intento già mirabile di persuadere Audrey Hepburn ad un appuntamento personale, la debba portare a cena e guardarla masticare foglie di insalata. Ecco cosa dice Jacob Horner alla povera Peggy ne "La fine della strada" di John Barth:

 «Non capite, voi donne, che tutte queste sviolinate di adulazione e di cavalleria – la commedia che gli uomini recitano per le donne – è mancanza di rispetto? Qualsiasi menzogna è mancanza di rispetto, e una relazione basata su queste stupidaggini è una menzogna. La cavalleria è stata inventata dagli uomini che non si vogliono disturbare a prendere le donne sul serio».

Non lo capite?
Datela, datela via con maggiore semplicità. Fatelo per il rispetto di voi stesse, se non altro.