mercoledì, 31 agosto 2005
Fine dell'episodio
Categoria:narrativa, quotidianismi, scritto da stefano havana
La mia pila di fumetti a un certo punto non s'è più allungata. L'ho sempre guardata dal basso, lei, maestosa lì su quella mensola. La mensola negli anni è cambiata (prima era rossa, adesso è nera, quindi qualcosa è successo a un certo punto), ma la posizione sulla parete è rimasta la medesima: qualche anno addietro crollò a notte fonda, addirittura. Tutto precipitò: due casse dello stereo (che non ci sono più, in compenso c'è ancora il buco sul parquet e ogni tanto ci passo sopra il piede), un sacco di oggetti, tutti i fumetti. Ricordo che passai l'intera giornata seguente a rimetterli in fila dal primo numero all'ultimo. Prima gli originali, poi le ristampe, quindi le seconde ristampe, le uscite aperiodiche: alla fine i polpastrelli delle dita erano neri e mi dovevo asciugare il sudore sulla fronte col dorso della mano. Centinaia e centinaia di albi, l'unica cosa che abbia tenuto in ordine nella mia vita: per anni sono stato malato del fumetto. Ho seguito tutte le serie Bonelli, tranne Tex e Martin Mystere: l'edicolante me li metteva da parte in una busta azzurra e io a un certo punto del mese trotterellavo fino a lì e la portavo via, lasciandoci buona parte della mia paghetta, prima, del mio stipendio, poi. Chissà che è successo.
All'edicola ci andavo con A____, mi ricordo: si finiva di studiare - magari stavamo al liceo o al ginnasio - e si andava all'edicola a prendere i fumetti. Era un bel momento, perché a quel punto non avevamo più impegni fino all'ora di cena e i pensieri della scuola, della vita, delle indecisioni si allontanavano per un po'. D'inverno la sera scendeva prima e noi ci fermavamo a leggere qualche pagina della storia seduti davanti all'edicola dove c'era più luce (adesso i lampioni, i fari sono spuntati come enormi funghi di ferro e tungsteno ed è facile farsi illuminare): commentavamo i disegni, giocavamo a indovinarne gli autori prima di andarlo a scoprire. Mi ricordo con piacere quegli istanti: ci si vestiva senza attenzione. A____ fumava Marlboro Lights con l'indice e il pollice, io lo guardavo dietro la brace rossastra e mi domandavo un po' di cose. Qualcuna riguardava G____, se anche lei amasse me come l'amavo io (il termine amare nascondeva connotazioni lungi dall'essere veramente comprese); altre riguardavano me stesso, se avrei mai risolto quella stramba timidezza (era sempre A_____ a chiedere dei fumetti all'edicolante, io mi vergognavo un po'. Preferivo la punta delle scarpe). Tutto ruotava lì intorno e se oggi apro un albo e lo comincio a leggere, mi ricordo cosa mi passava per la testa allora. C'era un Dylan Dog ad aspettarmi all'ora di pranzo, a casa, dopo che ebbi finito con l'esame di maturità (il numero 143, Apocalisse); il numero 131 - Quando cadono le stelle - mi ricordo che lo lessi in montagna, a 17 anni. Mi ero appena innamorato di S____, mi ero appena innamorato di un amore che mi avrebbe distrutto e cambiato. Leggevo il numero 131 pensando a lei, ogni singola pagina, pensavo che quando sorrideva c'era da smettere di respirare: ho letto i 25 numeri successivi sempre pensando a lei, sempre cercando di capacitarmi di un amore che non riuscivo a normalizzare. Due anni e due mesi senza pensare ad altro. Ho impilato il 156 insieme agli altri con una serie infinita di promesse infrante, aspettative distrutte e neanche un bacio sulle sue labbra: si intitola Il gigante. Di sicuro non ero io.
Certo, tra tutti, non scorderò mai il numero 74, Il lungo addio. Forse qualcuno l'ha letto: mi piacque talmente t
anto e piacque talmente tanto anche ad A____ che quella sera stessa non riuscimmo a telefonarci per commentarlo: io trovavo occupato a casa sua e lui trovava occupato da me. Posavamo e rialzavamo la cornetta nello stesso istante, tale era la voglia di dirci le cose che la linea risultava sempre occupata. Il lungo addio: che storia. Ho pianto, mi ricordo. Era il 1992, dodici stupidi anni: cosa si è a dodici anni se non niente continuamente meravigliato? Con A____ ne abbiamo riparlato spesso, a cavallo del tempo, de Il lungo addio. Seduti nei pub, nella sua scriteriata macchina, un po' ubriachi, fatti d'erba: «Ti ricordi il lungo addio?» e giù a chiacchierarne fino alle prime sedie rovesciate sui tavoli con i camerieri che ci dicevano scusate, è tardi. Adesso c'è poco tempo per tutto: adesso, non lo so. Ci si meraviglia solo davanti alle catastrofi e si pensa più che altro ad accumulare quattrini, A_____ si è fidanzato e forse pensa di sposarsi, io non ne posso più dell'Italia e di questo mondo. Leggo biografie di rivoluzionari e leader studenteschi, posso dire che Hemingway non sarà mai il mio scrittore preferito. Di notte sogno l'America Latina e il Sudafrica. Mi sono fatto un'idea (probabilmente sbagliata) sul socialismo e sul capitalismo: ho una conoscenza discretamente approfondita della letteratura americana post-moderna. Ti posso spiegare perché Calvino - a suo modo - è più vicino alla letteratura statunitense d'oggi che a quella italiana del dopo guerra. Sono convinto - più di prima - che non esista nessun Dio. Mi hanno fermato due poliziotti dentro la macchina con una tipa che ha dovuto aspettare con le braccia conserte. Ho amato e odiato. Ho capito cosa fare della mia vita, ho aperto gli occhi sui soldi e sull'amicizia. Ho conosciuto e imparato un miliardo di cose diverse (allora non ero neanche tanto sicuro di come si baciasse). Eppure - oddio - se guardo alla mia pila di fumetti, lì su quella mensola, non te lo so dire perché a un certo punto non s'è più allungata.








