sabato, 29 ottobre 2005
I ragazzi dei concerti
Categoria:musica, scritto da stefano havana
I Ragazzi dei Concerti non ci sono per nessuno. I Ragazzi dei Concerti si sono alzati presto oppure hanno dormito niente e hanno il fondo dei calzoni sporco di fango. Amo i Ragazzi dei Concerti: non conta chi canta. Non importa chi suona. Amo quelli delle prime file, amo i telefonini alzati per le foto, amo quelle braccia bianche esangui, sollevate da ore sopra la testa. Amo le bandane, gli striscioni preparati con cura il giorno prima, la notte stessa, sui treni o sui traghetti. Certe volte i Ragazzi dei Concerti sono in 100mila, in mezzo milione: certe volte i Ragazzi dei Concerti, quando non sono ai concerti, sono ragazzi pigri che non riescono mai ad arrivare puntuali, oppure hanno timore di alzare gli occhi su una donna o su un padre. Invece eccoli che fanno i matti al Grande Evento: fumano spinelli, saltano più in alto degli altri. Sono bellissimi i Ragazzi dei Concerti, lì nelle prime file oppure in fondo a tendere le orecchie e le sanno tutte - dico tutte - le parole. I Ragazzi dei Concerti si baciano in piedi, tra di loro, mentre il Grande Cantante srotola lentamente una nota dopo l'altra; si baciano in piedi con i gomiti degli altri piantati nei fianchi e se chi sta dietro protesta, protesterà poco perché perfino lui ce l'ha avuta nella vita una canzone preferita, Perfetta.
Sono stato anche io un Ragazzo dei Concerti, lo sei stato pure tu. Ho pianto anche io e hai pianto tu; abbiamo saltato come grilli, pensato a vecchi amori e situazioni perse. Non riesco a non emozionarmi davanti ai Ragazzi dei Concerti, non ci riesci neanche tu. Non riesco a non ingrandire i miei stessi occhi di quegli occhi grandi delle ragazze coi capelli raccolti quando versano lacrime al sussultare della prima batteria: le capisco, hanno aspettato ore, anni; capisco tutta quella commozione. Non è questione di proselitismo, non è questione di niente. E' che i Ragazzi dei Concerti sono altrove, molto più lontano della stessa notte che li avvolge dove non arrivano i riflettori colorati: sono stati seduti a lungo in terra, hanno premuto per mille chilometri il piede sull'acceleratore, si sono mossi in gruppo all'alba, sotto un sole pallido che s'è spento via via sulle loro spalle abbrustolite, tatuate dai segni rossi degli zaini. I Ragazzi dei Concerti sanno di treno e di sudore e si portano dietro tutto: lenti a contatto, occhiali, creme, salviette umidificanti, erba, cocaina, marlboro rosse, spinelli già confezionati. I Ragazzi dei Concerti non sentono stecche, hanno solo tanta di quella birra in corpo e adrenalina addosso, voglia di vivere. Non è retorica, non è emulazione: ai Ragazzi dei Concerti va di fare così ogni volta, certe notti, spesso e volentieri e tutte quelle locuzioni in doremifasol che s'inventano i Cantanti di cui sono innamorati.
I Ragazzi dei Concerti: che meraviglia. Si dimenticano perfino dei dialetti, degli accenti: si canta solo come il Grande Cantante canta, si segue il suo accento romagnolo, bolognese, di Milano e i perché diventano perchè, oppure viceversa. I Ragazzi dei Concerti non hanno limousine, elicotteri: i Ragazzi dei Concerti restano Ragazzi dei Concerti perfino quando l'ultima nota s'è depositata in terra, insieme ai bicchieri di plastica e ai filtri sfuggiti dalle mani. E' allora che i Ragazzi dei Concerti tornano indietro, come risucchiati da una marea impossibile che li porterà nei rispettivi letti, case, classi, uffici, cosce. La risacca dei Ragazzi dei Concerti è emozionante: se ne vanno rumorosi e fanno la fortuna di bibitari e venditori di panini. Si riuniscono i gruppi che s'erano persi nella calca e ci si abbraccia come per la vittoria di un Mondiale. I Ragazzi dei Concerti dormono nei vagoni con una felpa tirata fino a sopra il mento e la felpa è sempre di qualcun altro. Certi hanno vomitato, altri sono svenuti e si sono persi il Gran Finale. Qualcuno s'è innamorato. I Ragazzi dei Concerti si conservano i biglietti. Hanno pianto, hanno gridato e andranno avanti a benagol per una settimana. Sono persone che dormono vestite, con la barba lunga e il trucco sciolto sugli zigomi. Sono lavoratori con un giorno di permesso e studenti fuori corso: i Ragazzi dei Concerti recuperano il sonno dietro le finestre chiuse, sanno di trigonometria e algebra, di letteratura e antropologia. Sanno delle loro cose. Sono adulti o adolescenti: qualcuno di loro ha visto suonare i Beatles a Liverpool. Altri neanche lo sanno dove sta, Liverpool. I Ragazzi dei Concerti siamo noi.
Perciò li amo. E per questo li odio, li detesto: vorrei prenderli a schiaffi tutti quanti, i Ragazzi dei Concerti, quando mi chiedo dov'è che vadano, ogni volta (forse ad aprire blog), quando i Concerti non ci sono e c'è bisogno di loro, di quella stessa unione, per cambiare un po' il mondo e tutto il resto.





