sabato, 29 ottobre 2005

I ragazzi dei concerti
Categoria:musica, scritto da stefano havana


I Ragazzi dei Concerti non ci sono per nessuno. I Ragazzi dei Concerti si sono alzati presto oppure hanno dormito niente e hanno il fondo dei calzoni sporco di fango. Amo i Ragazzi dei Concerti: non conta chi canta. Non importa chi suona. Amo quelli delle prime file, amo i telefonini alzati per le foto, amo quelle braccia bianche esangui, sollevate da ore sopra la testa. Amo le bandane, gli striscioni preparati con cura il giorno prima, la notte stessa, sui treni o sui traghetti. Certe volte i Ragazzi dei Concerti sono in 100mila, in mezzo milione: certe volte i Ragazzi dei Concerti, quando non sono ai concerti, sono ragazzi pigri che non riescono mai ad arrivare puntuali, oppure hanno timore di alzare gli occhi su una donna o su un padre. Invece eccoli che fanno i matti al Grande Evento: fumano spinelli, saltano più in alto degli altri. Sono bellissimi i Ragazzi dei Concerti, lì nelle prime file oppure in fondo a tendere le orecchie e le sanno tutte - dico tutte - le parole. I Ragazzi dei Concerti si baciano in piedi, tra di loro, mentre il Grande Cantante srotola lentamente una nota dopo l'altra; si baciano in piedi con i gomiti degli altri piantati nei fianchi e se chi sta dietro protesta, protesterà poco perché perfino lui ce l'ha avuta nella vita una canzone preferita, Perfetta.

Sono stato anche io un Ragazzo dei Concerti, lo sei stato pure tu. Ho pianto anche io e hai pianto tu; abbiamo saltato come grilli, pensato a vecchi amori e situazioni perse. Non riesco a non emozionarmi davanti ai Ragazzi dei Concerti, non ci riesci neanche tu. Non riesco a non ingrandire i miei stessi occhi di quegli occhi grandi delle ragazze coi capelli raccolti quando versano lacrime al sussultare della prima batteria: le capisco, hanno aspettato ore, anni; capisco tutta quella commozione. Non è questione di proselitismo, non è questione di niente. E' che i Ragazzi dei Concerti sono altrove, molto più lontano della stessa notte che li avvolge dove non arrivano i riflettori colorati: sono stati seduti a lungo in terra, hanno premuto per mille chilometri il piede sull'acceleratore, si sono mossi in gruppo all'alba, sotto un sole pallido che s'è spento via via sulle loro spalle abbrustolite, tatuate dai segni rossi degli zaini. I Ragazzi dei Concerti sanno di treno e di sudore e si portano dietro tutto: lenti a contatto, occhiali, creme, salviette umidificanti, erba, cocaina, marlboro rosse, spinelli già confezionati. I Ragazzi dei Concerti non sentono stecche, hanno solo tanta di quella birra in corpo e adrenalina addosso, voglia di vivere. Non è retorica, non è emulazione: ai Ragazzi dei Concerti va di fare così ogni volta, certe notti, spesso e volentieri e tutte quelle locuzioni in doremifasol che s'inventano i Cantanti di cui sono innamorati.

I Ragazzi dei Concerti: che meraviglia. Si dimenticano perfino dei dialetti, degli accenti: si canta solo come il Grande Cantante canta, si segue il suo accento romagnolo, bolognese, di Milano e i perché diventano perchè, oppure viceversa. I Ragazzi dei Concerti non hanno limousine, elicotteri: i Ragazzi dei Concerti restano Ragazzi dei Concerti perfino quando l'ultima nota s'è depositata in terra, insieme ai bicchieri di plastica e ai filtri sfuggiti dalle mani. E' allora che i Ragazzi dei Concerti tornano indietro, come risucchiati da una marea impossibile che li porterà nei rispettivi letti, case, classi, uffici, cosce. La risacca dei Ragazzi dei Concerti è emozionante: se ne vanno rumorosi e fanno la fortuna di bibitari e venditori di panini. Si riuniscono i gruppi che s'erano persi nella calca e ci si abbraccia come per la vittoria di un Mondiale. I Ragazzi dei Concerti dormono nei vagoni con una felpa tirata fino a sopra il mento e la felpa è sempre di qualcun altro. Certi  hanno vomitato, altri sono svenuti e si sono persi il Gran Finale. Qualcuno s'è innamorato. I Ragazzi dei Concerti si conservano i biglietti. Hanno pianto, hanno gridato e andranno avanti a benagol per una settimana. Sono persone che dormono vestite, con la barba lunga e il trucco sciolto sugli zigomi. Sono lavoratori con un giorno di permesso e studenti fuori corso: i Ragazzi dei Concerti recuperano il sonno dietro le finestre chiuse, sanno di trigonometria e algebra, di letteratura e antropologia. Sanno delle loro cose. Sono adulti o adolescenti: qualcuno di loro ha visto suonare i Beatles a Liverpool. Altri neanche lo sanno dove sta, Liverpool. I Ragazzi dei Concerti siamo noi.

Perciò li amo. E per questo li odio, li detesto: vorrei prenderli a schiaffi tutti quanti, i Ragazzi dei Concerti, quando mi chiedo dov'è che vadano, ogni volta (forse ad aprire blog), quando i Concerti non ci sono e c'è bisogno di loro, di quella stessa unione, per cambiare un po' il mondo e tutto il resto.

venerdì, 28 ottobre 2005

Viva l'Italia!
Categoria:attualitĂ , scritto da fabio ohio


Ecco il post che vi avevo promesso, la "BOMBA", tanto per dirlo alla Biscardi. Trattasi di stralci di intercettazioni telefoniche effettuate dal Gico della Guardia di Finanza sotto la direzione del PM Enrico Cieri nel corso di un indagine cominciata nel 2003 sui concorsi truccati. Gia' pubblicate su Repubblica del 18-10-05.

«Bartoli mi ha detto che ha tutta l' Italia sulle spalle. E ha ragione lui. Se inizia a fare una manovra troppo forte si fotte l' Italia. Si fotte Palermo, Cagliari, Genova e i romani».

Ecco il "grande vecchio", il "supercoordinatore nazionale", il medico tanto forte e potente da essere in grado di pilotare le carriere dei colleghi camici bianchi attraverso i concorsi a cattedra e le nomine, praticamente in tutto il Paese. Di lui, e in questi termini, parla il direttore della Medicina interna e Gastroenterologia dell' Alma mater Roberto Corinaldesi in un' intercettazione telefonica del 15 febbraio scorso. Una delle tante in cui si fa riferimento ad una sorta di cupola che avrebbe in mano la gestione dei concorsi. Ora il presunto grande vecchio ha un nome e un identikit di tutto rispetto: si tratterebbe di Ettore Bartoli, ordinario di Medicina interna e direttore della Clinica medica dell'università di Novara, che tra l'altro svolge la sua attività anche al policlinico Gemelli di Roma, l'ospedale di Papa Wotyla. In pratica un decano del suo settore, uno «molto ingranato su Roma, in ambienti romani», sempre secondo Corinaldesi. Nei colloqui telefonici intercettati fino a primavera scorsa, spesso viene descritto come una sorta di manipolatore onnipotente. Per esempio il 4 settembre 2004 Corinaldesi in un colloquio di 16 minuti con la preside Maria Paola Landini a proposito di un concorso vinto da un nome diverso da quello previsto, dice arrabbiatissimo che (scusatemi la lungaggine ma qui la realtà supera la fantasia, ne vale la pena):

Landini: Pronto?
Corinaldesi: eeh, sono io bella
L: ciao Roberto
C: come stai?
L: eh, ho passato una giornata pazzesca
C: ah, dillo a me... Guarda, son di ritorno adesso da Parma, ho scaricato tutti... Hanno fatto una delle cose più vili, ho assistito ad una delle cose più vili che ci sia... Che siano successe, guarda
L: cosa è successo?
C: ma niente, la porcheria... Tu sai che han fatto tutto un piano
L: sì, sì
C: hai presente... il consenso su Stanghellini, (Vincenzo Stanghellini, internista ndn) dovevamo fare l'idoneità per Campieri (Massimo Campieri, l'internista convinto a ritirarsi dai concorsi per tre volte ndn)... Ecco sai che cosa è venuto fuori? Che A. bello come un fico, si è messo d' accordo con gli ipertensivologi... L'ho saputo oggi, che c'è già la commissione... Concorso, lui si è fatto mettere in commissione a Brescia per idoneiare B. a Brescia
L: eeeeh
C: hai capito la porcata... Io mi sono incazzato come una bestia, adesso Bartoli (professor Ettore Bartoli, direttore della Clinica medica di Novara ndn) telefonerà a A. dicendogli che oltretutto è un imbecille perché spreca delle idoneità in questo modo, perché la linea che avevo messo in campo io è una linea... Era positiva sotto l'aspetto dei guadagni a Medicina interna, qui il problema è che non so come andrà a finire, è probabile che noi ci troviamo... Mi ha garantito però che Campieri è il primo poi della lista perché a questo punto lui è convinto che Bologna, perché glielo ha dato ad intendere A., che Bologna in cambio del... Del... Del concorso Stanghellini di darla a... Che chiedeva B., capito?
L: eh, ma come, è scorretto!
C: ha fatto una scorrettezza incredibile, per fortuna come ti ho detto, cioè almeno mi hanno garantito, mi ha garantito due cose, uno è l' appoggio per... Per... Campieri e non adesso, al prossimo ovviamente perchè adesso quelli che... Che vanno in commissione adesso ovviamente son già tutti un po' eeeh... E poi dopo quello che mi ha detto, che siamo d'accordo che...
L: c'è da fidarsi?
C: sì è una perso... E' una persona d'onore, è probabile che ci dia... Probabile che bandisca qualcosa la Cattolica, quindi G. ha detto che lui si renderà conto disponibile per un ruolo, a un certo punto, in un domani, un'idoneità sempre per uno dei nostri che rimanga fuori, se riesce a far bandire qualcosa... Hai capito?
L: sì
C: quindi insomma almeno delle promesse ne porto a casa ma una smerd... Una smerdata così... E' rimasto di merda anche Bartoli, perché gli ha dato ad intendere... Gli ha detto che è andato a trovarlo l'undici di agosto, l'undici di agosto han già fatto tutto, si son messi d'accordo per la commissione, c'è già la commissione fatta bim bum bam... Quindi mentre a noi prometteva una cosa e fare un certo gioco sull' altro piatto lui ne faceva un altro. Questo è... A.... ci ha fatto questa pippa qua. Senti no, mi viene in mente una cosa, un... Un... Uno up-grade pagando, trovando dei fondi, non riusciamo a metterlo in ballo
L: guarda, fondi esterni per gli scorrimenti non sono... Non sono ammessi, quindi serv... Servono esattamente 512.000 euro
C: soccia (intercalare bolognese scrive la Gdf ndn)
L: ecco, e a questo punto ti spiego cosa è successo ieri...
C: no perché sai, se no io... Se no io mi impegnavo
L: li mettevo tutti in fila, i vari Vaira, coso... Stanghellini, Campieri così, trovavamo una barca di soldi eeeeh e pagavamo noi il concorso. Se tu pensi... No ma se... Se riuscite a arrivare a 500.000 euro, si fa, si fa
C: non è... E poi voglio dire una cosa, se poi vince uno dei nostri, il rimanente dove va?
L: il rimanente va che libera il posto da associato corrispondente e quindi poi lo si riusa, lo si usa
C: si ma lo usa la facoltà o lo usa...
L: e beh certo, certo
C: sì va beh, quindi teoricamente uno, uno spende 500.000 euro, ne impiega settanta o ottanta perché non ne son di più
L: beh, va beh Roberto, scusa il posto di adesso chi te l'ha....chi te l'ha pagato? I vari ricercatori chi li ha pagati? Non son discorsi da fare scusa...
C: no, se no lo chiedo, lo chiedo scusa, no ma voglio dire, non è che a un certo... Perché tu capisci che è un grosso esborso
L: certo che anticipi magari di un anno o magari di molto di più perché se... Se adesso la Moratti ci ferma, ci ferma...
C: lo faccio... E a quel punto lo bandiamo a gennaio?
L: certo
C: ecco, e allora a quel punto chiedo... Vado su da Bartoli e dico voglio garantito che a gennaio tu mi dai l'idoneità per un altro
L: certo
C: così io li metto tutti e due dentro. E va beh, dimmi cosa è successo, va' 
L: coso è uno estremamente controverso... Ancona non l'ha voluto, Imola ce l'ha sbattuto a casa e noi ce lo prendiamo?
C: no Paola, non ci siam capiti, è qui che c'è il problema che se noi diciamo cioè no, non vogliamo questo tipo... Che uno si acquisti il posto allora dobbiamo dobbiamo....
L: ma chi te l'ha detto che si acquista il posto, quello è un problema che non esiste, è un' associazione che dà un miliardo per un ruolo di prima fascia di cardiologia da B.
C: va bene, va bene, è possibile
L: allora, primo, c'è un problema istituzionale e politico se la facoltà vuol far crescere di nuovo quello che stava facendo rinsecchire. Secondo, c'è la persona in questione che è una persona controversa, balorda, senza... Senza convinzione, c'è il parere negativo dell'azienda e via dicendo
C: no, il problema però, tu mi... Tu mi spieghi scusa, ragioniamo un attimo perché io cerco di essere più freddo di te, tu mi dici... Arrivano 500.000 euro, di questi settanta o ottanta sono quelli che servono per lo split di questa persona... Tutti gli altri, sono quattrocento... Lo possiamo mettere a disposizione per fare un ricercatore, due ricercatori
L: certo, certo
C: ecco, quindi non dobbiamo neanche sputare sul piatto della minestra Paola, cioè abbiamo... Ci... Ci rimpinguiamo dei punti per poter... Cioè troviamo una soluzione...
L: io, io cercherei anche di farla andar male la cosa...
C: capisci che io sono, io sono più spaventato, cioè l'ipotesi di poter tenere aperta la strada economica non è sbagliata, la vedo come positiva, ci può servire come parafulmine per una serie di situazioni... A parte il fatto che ti do per certo che per lo meno Bartoli che è molto ingranato su Roma, in ambienti romani, poi questo... danno per certo che a un certo punto passeranno sì e no i concorsi di gennaio
L: e lo so, facciamo così, forse di gennaio e poi chiudiamo
C: cioè, chiaro il problema? Perché gennaio
L: per due anni...
C: no, no, no, perché se ritieni che i concorsi vengano banditi, è chiaro che verranno banditi pian piano, se ne accumuleranno un tot e si faranno dopo un po', però almeno teniamoci aperta quest'ultima finestra, perché la danno per certa, è una scommessa quella di gennaio che a un certo punto eeeh è stata fatta da molti e molti sono convinti che con gennaio chiude la partita se si fa con questo nuovo sistema
L: e per attiva... E per attivare il nuovo sistema dicono che servirà circa un anno... Quindi avremo poi un anno, poi si incomincerà a bandire con il nuovo sistema, abbiamo un anno e mezzo in cui pian piano smaltiremo tutti gli idonei e quella roba lì.

Ora voi direte: e dove'è la novità? Dov'è la notizia bomba? Semplicemente non c'è, perché ormai siamo abituati a pensare che questa sia la normalità. Ma vi assicuro che queste cose non sono normali: non dico che succedono solo in Italia, succedono in tutto il mondo, anche in America. Ma in Italia sono la regola. Sono il sistema a cui mi riferivo. E questo è solo un esempio: pensate che negli altri campi funzioni diversamente? Finché continueremo ad accettare passivamente certe cose (tanto è così, che vogliamo farci) non cambierà mai niente. Sapete quante persone conosco con talento da vendere, attualmente in mezzo a una strada? Come tutti voi, del resto. Come qualunque Italiano, direi. Mentre al loro posto, negli ospedali, c'è gente che non avrebbe il diritto neanche di metterci piede? La cosa più triste è che tutti sanno tutto ma nessuno si oppone. Si cerca di "sopravvivere eroicamente" (per rispondere a chi dice che ci vuole coraggio per restare), ben sapendo che non è possibile opporsi ad un determinato sistema. E allora continuiamo pure a fare i martiri, tanto è così.

Almeno abbiamo la consolazione di essere coraggiosi. Tra tutte le persone che conosco (e ne conosco tante nel mio campo) sapete quante si stanno opponendo veramente a questo sistema, con la forza della disperazione (in senso buono, ovviamente) ed un'intelligenza decisamente al di sopra della media (a parte il sottoscritto)? Una. Forse due (che saranno al mio fianco quando prenderò il potere). Tutti gli altri dormono, subiscono, accettano rassegnati. Tanto per chiudere il cerchio: sapete chi mette i capi di questo sistema nelle condizioni di comandare? Nel caso della Sanità le Regioni. Fatevi un giro negli ospedali romani e guardate cosa è successo da quando è arrivato Marrazzo alla Regione Lazio (esattamente quello che è successo all'arrivo di Storace qualche anno fa). E chi ce lo ha messo Marrazzo detto Robin Hood (o Storace) alla Regione? Ma noi siamo coraggiosi, eroi in un paese civile: NEANCHE IN MOLDAVIA SUCCEDONO QUESTE COSE, METTIAMOCELO IN TESTA! E poi gli imprenditori stranieri non investono in Italia: che vili.

venerdì, 28 ottobre 2005

Un vecchio proverbio cinese
Categoria:politica, scritto da andy capp


SANTA

"Se il dito indica la luna, lo stolto guarderà il dito e non la luna".

"Ma le sembra possibile che una persona come me faccia un gesto del genere? C'è una foto? Impossibile, sarà un fotomontaggio, voglio vederla". (Daniela Santanché, deputata di Alleanza Nazionale, intervistata dal Corriere della Sera a due ore dallo scatto, ndn)

Questa è la pagina dei suoi contatti per tutte le vostre eventuali comunicazioni.

mercoledì, 26 ottobre 2005

Roma ha chiamato
Categoria:dissenso, scritto da fabio ohio


orig_C_0_fotogallery_1666_listaverticale_foto_1_fotoverticaleE vabbene... avete vinto Voi. Siano accolte le richieste del Granduca. Si ricomincia a postare da oltreoceano. Sono le ore 23.56 del 25 Ottobre 2005, fuso di New York. Ho scelto questa giornata perche' quanto successo oggi a Roma, a mio avviso, merita non solo un commento ma, soprattutto, una discussione. Apro io con qualche spunto di riflessione, sicuro di aver preceduto Pat solo grazie al fuso orario (questa e' materia sua).

Innanzitutto dovete sapere che io mi trovo in America perche' contrario ai principi cardine del sistema universitario italiano: amo definirmi un dissidente, un rifugiato politico, se vogliamo. Qualcuno mi ha accusato di aver "abbandonato il mio paese", di "essere scappato" dalle difficolta' oggettive di un sistema palesemente in rovina.

Chi mi conosce bene sa benissimo che, quando sono partito, l'ho fatto con lo spirito di affrancarmi dal sistema, costruire qualcosa e quindi tornare con la possibilita' di cambiare concretamente le cose. Non credo che si possa rovesciare un sistema di cui si fa parte.

Stando in America ho maturato progressivamente una consapevolezza sempre maggiore: cio' che rinnegavo di un sistema universitario “sbagliato” non e' altro che il riflesso di un sistema piu' grande, il sistema Italia. Che funziona nello stesso, identico, modo.

Vi dico: ogni volta che mi collego a qualche testata italiana e trovo, costantemente, le facce di quei cinque teatranti di A) Berlusconi, B) Prodi, C) Follini, D) Fazio E) Rutelli (cito in ordine di frequenza di apparizione) che perseverano nell'opera di distruzione quotidiana del nostro Paese, scusate, ma io mi sento piu' che a posto con la mia coscienza. E, soprattutto, mi compiaccio per il fatto che, ogni giorno, la fine di questo sistema e' sempre piu' vicina. Perche' e' un sistema che si sta autodistruggendo. Quando sento alcuni miei amici "sorridere" dei problemi dell'Italia, quasi fosse una commedia inscenata dai suddetti commedianti per far divertire la gente... quando sento dire "Ma in fondo intorno a me va tutto bene"... voi non avete idea di cosa significhi vedere il proprio Paese crollare pezzo dopo pezzo, a distanza di 6000 km, senza che la gente si renda conto di quello che sta accadendo.

Qui in America ho trovato (quasi) tutto quello che cercavo: indipendenza, dignita', liberta', opportunita', etc... ma senza scadere nel banale, cio' che piu' importa, e' che ho avuto la possibilita' di verificare sul campo quanto il sistema Italia sia malato. Ad esempio, ho imparato che il lavoro e' un diritto anche a 25 anni di eta' (e non a 40 se va bene), che se uno si impegna e lavora viene ricompensato dal sistema stesso e non penalizzato, che la stabilita' e la coesione politica non sono un optional ma una condizione necessaria per il benessere dello Stato (per favore, non cominciate a rispondermi con frasi del tipo Bush assassino, Condoleeza troia e cazzi vari....non me ne frega un cazzo degli USA ne' dei vari partiti, voglio parlare dell'Italia) e tante altre cose che saranno trattate in futuro su questo blog.

Io (e non solo io, date un'occhiata alla stampa internazionale) sono convinto che il sistema Italia sia ormai giunto ad un capolinea. Genova e' stata solo un'avvisaglia. La gente e' incazzata, ma non ancora abbastanza. Forse perche' sufficientemente distratta dai vari Costantino o, magari, dalle tragedie amorose di Al Bano. E sapete quando questa gente si svegliera'? Quando in Italia non ci saranno piu' i soldi neanche per comprarla una televisione.

Ma perche' dobbiamo arrivare a questo? Perche' dobbiamo fare la fine dell'Argentina (cosa che, miracolosamente, ancora non e' successa solo grazie al tanto odiato euro che ci stiamo pagando noi)? Quanto accaduto oggi a Roma, a mio avviso, e' un buon segno. Indipendentemente dalle motivazioni particolari (tipo i professori che temono di non poter fare piu' quello che cazzo gli pare) vabbene cosi'. Intanto qualcosa si muove. Soprattutto, i giovani si muovono. Quando questo SOGNO diventera' realta' tornero' anch'io in Italia a combattere per un nuovo sistema. Intanto rimango qui a vivermi la mia liberta' , che sfrutto ogni giorno per costruire qualcosa. Un qualcosa che riportero' in Italia. Io mi sono mosso venendo qui in America, muovetevi tutti come potete, ma muovetevi!

P.S. Mi spiegate perche' in questo blog "libero" la parola "America" viene automaticamente cancellata dal sistema (e poi dite che non ho ragione). Chi ha messo questo filtro, quelli di splinder o qualche malato di Noantri??

martedì, 25 ottobre 2005

Fragile
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


«Raccontami di lei». La voce è della donna. C'è la casa vuota e ci sono ancora tutti i tappeti, solo che sono arrotolati e radunati lungo il muro come sarcofaghi. «Perché?». L'uomo è stanco, senza certezze. Le unghie delle mani sono gialle per le sigarette di una vita e i polpastrelli consumati per il troppo battere sulla macchina da scrivere. Fortuna che con l'alcol ha chiuso: sposta il peso da un piede all'altro con calcolata lentezza. I mocassini consumati sono macchiati di vernice bianca. Tutto di se stesso gli pare vecchio, liso, irrimediabile. Sulle braccia i peli sono radi e le vene blu. Sulle pareti ci sono i segni lasciati dai quadri staccati. «Dai papà, raccontami di quando dovevo ancora nascere», incalza la donna. «Raccontami di quando mamma era viva».

L'uomo guarda la figlia: «Era malata, ho dovuto scegliere e ho scelto te». Sotto gli occhiali l'uomo sente gli occhi gonfiarsi di lacrime sceme mentre i tre uomini in tuta blu portano via altri tappeti. Adesso si abbraccerebbe: gli fa tenerezza pensare al modo in cui s'è vestito quella stessa mattina, ai calzini che ha scelto, la cravatta celeste. Gli fa tenerezza ricordare la sua colazione di fretta, il caffè amaro e una fetta biscottata integrale: tutto all'inpiedi con il tavolo e le sedie già radunate in giardino. Pensa che anche sua figlia potrebbe stare piangendo, ma con quegli occhiali da sole non può esserne certo. Vorrebbe suggerirle di toglierli ma poi non dice niente. In fondo è così bella lo stesso: sembra un'attrice, quella dentro la Fontana di Trevi, non si ricorda. Ci sono troppe casse con la scritta "Fragile" stampata in rosso sul dorso. Ci sono troppe pagine di giornale dentro ai bicchieri.

«Papà, mi aiuti?». L'uomo le prende dalle mani la scatola grande. Gli sembra che in un certo senso anche la figlia abbia una scritta "Fragile" stampata in rosso sul pancione: le vorrebbe dire anche questo, ma lei sta parlando con quegli operai e perciò ci ripensa. Le vorrebbe dire un sacco di cose: raccontarle la paura e l'angoscia con cui fece la scelta quel giorno. Il tremore delle sue dita mentre passavano leggere sugli occhi spalancati della moglie al fine di chiuderli. Il cenno del chirurgo alle infermiere col camice verde, il modo in cui scattarono tutte contemporaneamente. «Dai, papà. Magari gli insegni come diventare scrittore», gli dice la figlia guidando calma. L'uomo vorrebbe sorridere come quando i tappeti erano ancora tutti per terra; vorrebbe dirle che è proprio pensando a questa eventualità che, quel giorno, fece la scelta. "Perciò scelsi te", vorrebbe sussurrarle finalmente senza paura. Invece si gratta il gomito e non dice niente.

amici scrittori o pseudo-tali, oggi alle 12 sul blogrodeo si gioca di nuovo ad inventare storie in poche ore. Partecipate, se vi va

lunedì, 24 ottobre 2005

Blog multipartitico
Categoria:blog, scritto da granduca di palau


Bene, questo blog signori ha al suo interno Persone, gente che non la pensa alla stessa maniera su molti argomenti. Soprattutto di politica, o di calcio, ad esempio. Non pensate che l'amicizia che riunisce i Gabbiani li renda omologhi e quindi stolti. Noi siamo diversi e sarebbe molto bello, chi vuol capire capisca, che il blog nell'unire questi ragazzi, li diversifichi a suo modo; e che chi non scrive spesso si faccia sentire con veemenza manifestando il proprio spirito, la propria faccia. A volte leggendo apprezzo la bravura enorme di Stè, di Pat, di Vicerey e di tutti gli altri ed in ognuno di loro apprezzo più di qualcosa, ma non sempre approvo i contenuti.

E allora stasera comincio il mio dissenso per primo, per dare uno stupido esempio, per far sì che quelli di noi che scrivono poco si facciano sentire. Ovviamente che nessuno pensi mai che chi scrive spesso abbia imposto una linea, chi è loggato scrive sempre e comuque il cazzo che gli pare. Oggi vi dico che odio i giornalisti, trovo il loro intellettualismo becero e ipocrita, il loro voler essere vicino alla gente dicendogli la verità sulle cose solo un modo di manipolare la realtà a proprio piacimento e a proprio vantaggio. Non sono per nulla vicini alla gente, non sanno cosa vuol dire comunismo, non sanno cosa vuol dire lotta, non sanno cosa è una borgata e i suoi problemi e pretendono di avvicinarla, e farla propria. No signori, per andare contro ci vogliono le mani e i bastoni, non le belle parole scritte da calamai in verande con affaccio sul Colosseo. Non sanno cosa vuol dire passione, mentalità, coraggio, loro vanno dove è meglio andare (per loro).

Questo per dire che non siete su un  blog di ragazzi di destra o di sinistra, escluderci da orrende riunioni di blog monopensanti mi ha fatto davvero sorridere, forse non si è capito  che questo foglio riunisce solo esclusivamente ragazzi che stanno cercando di diventare uomini e che non vedendosi più tutti i giorni, hanno pensato di "sentirsi" qui, e cazzeggiare, come sempre.

Il Granduca

lunedì, 24 ottobre 2005

Buon compleanno San Precario
Categoria:italia, attualitĂ , scritto da andy capp


appendice all'inchiesta di noantri sulla flessibilità

Il 24 ottobre di due anni fa entrava definitivamente in vigore la Legge 30, meglio conosciuta come Riforma Biagi. Si tratta di un compleanno in cui, tuttavia, c’è poco da festeggiare. Quella che, secondo Maroni e Sacconi, avrebbe dovuto riportare i cosiddetti lavoratori flessibili, mascherati da dipendenti, nei confini del giusto rapporto tra padroni e subordinati, in realtà si è rivelata un fallimento completo. I vecchi co.co.co, partita Iva, collaborazioni low cost, sono oggi i collaboratori a progetto. Nei fatti, però, nulla è cambiato. A dimostrarlo, un'indagine dell'Ires Cgil secondo cui solo il 7% dei vecchi lavoratori flessibili ha avuto un contratto a tempo indeterminato, mentre addirittura per la metà dei vecchi co.co.co si è passati a contratti a progetto o addirittura a forme di lavoro in nero ("Non c'è niente di male ad arrotondare con qualche lavoretto extra", disse Lui).

sanprecarioInteressante il profilo che emerge dal sondaggio: il 55% degli intervistati ha tra i 30 e i 39 anni, il 76% ha un unico datore di lavoro, il 50% raggiunge appena i 1000 euro al mese, il 28% ha un contratto da meno di sei mesi, il 30% lavora da oltre 4 anni nello stesso posto, oltre la metà è impegnato per almeno 38 ore a settimana, il 50% dice che la propria condizione (con l’entrata in vigore della Riforma Biagi, ndn) non è cambiata, il 22% che è peggiorata. La Riforma che avrebbe dovuto portare finalmente un abbattimento del costo del lavoro è messa in discussione dalla stessa Finanziaria 2005 in cui si annuncia il taglio di circa 100 mila co.co.co dalla pubblica amministrazione (articoli 22, 27, 29). Tanti auguri San Precario.

sabato, 22 ottobre 2005

Era una fresca, limpida giornata d'aprile
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Sto seduto sulla mia sedia verde tutta sfilacciata dalle mille sedute, senza assolutamente un cazzo da dire o da scrivere. Mi è venuto in mente questo esperimento che è molto da blog, tutto sommato, ma non molto da noi - che soprattutto e sopra ogni cosa ci piace avere qualcosa di concreto da dire. Giuro, non ho una mèta da raggiungere, vi potete fidare: non ho neanche abbassato il volume della televisione (se scrivo, quando scrivo - fosse anche la lista della spesa - ci deve essere musica. Stavolta no), c'è coso - come si chiama - Bertolino, Bartolino, quel comico. Conduce (credo) una trasmissione insulsa su RaiTre che non mi piace e che sto pagando. Quindi davvero: non so dove andrò a parare. Scrivo seduto anche piuttosto scomodamente: fino alle 23 ho lavorato, adesso sono in pigiama. Pigiama, poi: una specie di pantalone elasticizzato a vita bassa poco fashion (ciao Ale) con degli orribili calzini blu che spuntano e un vecchissimo maglione grigio topo morto che fino a sei anni fa usavo per uscire il sabato sera (è incredibile questa cosa. Uno si compra roba che per un periodo mette nei cassetti più facilmente raggiungibili, poi a un certo punto - puf - non la usa più, se non per togliere la polvere o scendere giù a ritirare un pacco dal portiere). Noto un po' di cose, penso a niente: mi faccio trasportare dalle onde di questo catartico momento di fancazzismo assoluto. Non è facile: è come il gioco del rinoceronte rosso, lo conoscete? Uno dice: ti do un milione di dollari se riesci a non pensare a un rinoceronte rosso. E tu, puntualmente, pensi a un rinoceronte rosso. Così adesso: mica è facile non fare assolutamente niente. Avrei un sacco di cose da scrivere, racconti da limare, un interessante saggio sulla televisione di David Foster Wallace da leggere (sì, si intravede anche Carver). Invece no: il Nulla. Cos'è il Nulla? Il nulla potrebbe essere l'angolino in alto che mi piace sempre guardare: c'è questo angolino davanti a me, rispetto al computer. Lo guardo spesso mentre scrivo, mentre leggo. Alzo gli occhi e lo guardo: c'è l'adesivo con il nome del nostro giornale (vabbè, qui siamo una parte del meraviglioso gruppo. Ciao Lizzen, non è vero che sei venuta male dai), una banconota cubana da tre pesos, l'etichetta della mia birra preferita e un sottobicchiere di una catena d'alberghi spagnola. Più su ci sono tutti i dvd, i biglietti dei concerti di Vasco degli ultimi 20 mesi. Più là c'è il Musico. Ve l'ho mai fatto vedere il mio Musico? L'ho comprato a Cuba insieme a Davide: nel senso che lui ha comprato delle mani-posacenere, un busto del Che in legno profumato e un GIGANTESCO pugno-comunista-così. Quelli - se vuole - ve li fa vedere lui: io vi faccio vedere il Musico (si nota anche la mia mitica tazza, le sigarette cubane e una vecchia targa di un Premio Letterario).

Su Rai Tre adesso stanno parlando di Celentano. Tutti parlano di Celentano: su canale 5 Funari parla di Celentano. Tv7, poco fa, ha parlato di Celentano. Io non l'ho visto Celentano - ho guardato solo il momento di Santoro - e tutto quello che ho capito è che rivorrei presto Santoro in tv e ancora prima Celentano chiuso dentro qualche casa discografica (ad ognuno il proprio mestiere, voglio dire). Ve l'ho raccontato che mi è successo l'altra sera? Stavo fuori, avevo bevuto qualcosina ma niente di che. A un certo punto giro l'angolo (stavo vicino Via Veneto) e incrocio una bellissima ragazza. Elegante, mora, col caschetto: la cosa stranissima è che teneva in mano un secchio tutto sporco di vernice, uno di quelli da operaio. Stavo un po' brillo, l'ho detto, e allora senza pensarci le faccio (guardando prima il secchio, poi lei): «Oh, certo sei un bell'ossimoro». Quella mi ha squadrato come se mi fossi espresso in ungherese: credo che il problema fosse la parola ossimoro, non l'ungherese. Poi non so che è successo, devo essermene andato, fatto sta che ho pensato che con una così - per quanto bella - io non ci potrei mai andare. Voglio dire: se devo finire a letto con una donna e via discorrendo, che almeno conosca e sappia apprezzare il valore delle figure retoriche.

Ho notato che non riesco a non scattare foto di me stesso ogni volta che passo davanti a uno specchio (o al vetro di una finestra, certo). Non è questione di narcisismo, davvero, non questa volta: non sto dicendo che faccio autoscatti (a parte questa, è vero, ma era stata una serata un po' strana e molto doveva ancora venire. In più c'era Pampurio, con me vedete?). Quello che sto dicendo è che mi incuriosisce fotografare il mio riflesso. Io - come tutti - mi faccio schifo in foto (salvo scoprire - come tutti - che quegli orrori in fotografia siamo esattamente noi stessi percepiti dal mondo, che lo si voglia oppure no). Ah, poi volevo dire che ho rivalutato Daria Bignardi: io rivaluto spesso un sacco di cose. Non so se sia una qualità, oppure un difetto (magari di primo acchito giudico erroneamente male): Le Invasioni Barbariche è una ficata. Ha ritmo, uno stile proprio, ospiti divertenti e soprattutto la Bignardi ha smesso di fare la Bignardi: non lo so, ora ha un senso. Ho idea che questo fottuto Grande Fratello rovini veramente tutto. Meno male che alla fine non mi presero (ve l'ho mai raccontata questa vicenda?).

Che resta da dire di questo niente che si dipana? Qualche tempo fa s'era parlato di Rocky e dei fumetti. Ecco, così adesso li avete visti (per i fumetti, un po' almeno: è impossibile riprendere tutto, le mensole girano intorno alla camera e sono troppo piene). Mica dico balle, insomma. Non resta che presentarvi i miei bellissimi mostri e poi possiamo dichiarare finito l'esperimento. Il nulla on the road. Real Blog, chiamatelo un po' come vi pare (a proposito, la citazione del titolo del post l'aveta carpita?). Aspetta, mi è appena caduto l'occhio su due cose: devo ancora (ancora!) far fare la cornice a un sacco di stampe che ho comprato a Cuba, soprattutto a questa (oh, Ila, se la vuoi è ancora tua. Però devi venire a prendertela a Roma, lo sai); e poi, sì, dovrei fare ordine sulla scrivania (notare la confezione Kinder Friends - una cosa schifosamente buonissima, mia recente scoperta) prima di mettere in ordine qualunque altra cosa.

E poi niente.
Magari le foto che mi ha scattato un'amica dopo avermi truccato e acconciato da frocio, ve le faccio vedere un'altra volta. Dipende da un po' di cose. Come va il derby domani sera, roba così.

giovedì, 20 ottobre 2005

Quella sottile linea rossa
Categoria:ritratti romani, scritto da noantri


La sensazione, mettendo piede nel quartiere San Lorenzo, a Roma, è che San Lorenzo - la gente di San Lorenzo, i ragazzi, gli adulti e i turisti perfino - siano lì in attesa come seguendo i passi di una grande mascherata. Truman Show: bevono appoggiati ai muri, una gamba tirata su, la kefia che esce dalla tasca posteriore dei jeans e ti sembra - a te che hai appena annunciato la tua venuta con un rumore sordo di sportello - che tutti ti abbiano visto arrivare e si siano dati di gomito, abbiano strizzato l'occhiolino e abbiano assunto le posizioni in cui li hai trovati, tutti quanti. Non ce n'è uno fuori posto. Non ti guardano mentre scatti foto, così come gli attori non guardano nell'occhio della telecamera mentre recitano in quei film. Se ti guardano è per giocare o per mettersi in posa e le ragazze ti sembrano meno donne: neanche una gonna a sollevare polvere da terra. Neanche un tacco alto: ecco, se un rumore non esiste a San Lorenzo quello è il ticchettio regolare dei tacchi alti sull'asfalto. C'è sempre così tanta gente ed è un po' come il discorso delle papere di Salinger: ti chiedi dov'è che vadano i ragazzi di San Lorenzo, quando San Lorenzo è spenta.

L'ordine delle cose non esiste. La legge è la legge della strada e se a qualcuno non va la tua presenza te lo dice con lo sguardo. C'è odore di vissuto a San Lorenzo e le porte dei locali sono aperte: non ci sono buttafuori, non esistono cordoni rossi o dannati addetti agli ingressi. La vita si decide sui marciapiedi, seduti su sedie dozzinali e spesso la birra dorme in bicchieri di plastica mentre le parole volano alte. C'è sempre una schiena appoggiata contro un muro, a San Lorenzo.

Cammini al centro della strada, perché è semplicemente normale farlo. Se serve che ti scansi, arriva il suono leggero del clacson oppure il lampeggiare dei fari. Ti sposti e poi ritorni al centro, perché camminare al centro di una strada è come camminare sulla luna o in mezzo al mare: è un po' rivoluzionario e un po' arrogante. San Lorenzo, poi, è lenta e se hai una predilezione per le cose lente, allora è fatta. Ci fai all'amore. San Lorenzo: certe volte rassomiglia a una parodia, a un modo di dire: come se tutti fossero obbligati ad essere in un certo modo.

Quest'aspetto sinistroide, non a caso, è quasi fastidioso, pure se tu sei comunista così e ami il senso sociale delle cose. Ma certe barbe lunghe, l'impossibilità di trovare una ragazza che ostenti anche un solo lembo di carne scoperta o un filo di trucco in più, la mancanza assoluta di ricercatezza estetica, può far pensare a un'estremizzazione artefatta. Parodia, appunto.

San Lorenzo – io credo – è un inno all'amicizia e alla frequentazione. Ci sono i negozi con il nome dei proprietari sull'insegna e se un certo posto vende giornali, tu non lo riesci a chiamare semplicemente edicola. Tutto è diverso e ti pare impossibile che di giorno – con la luce del sole – le cose funzionino normalmente; che i bambini si sveglino e vadano a scuola, per esempio, o che i giovani facciano la corte alle ragazze seduti sui gradini. I numeri di telefono senza prefisso, i panni appesi fuori, su fili tesi da una finestra all'altra. Non c'è mai una finestra veramente spenta, a San Lorenzo. O una completamente chiusa. 

Certe scritte sui muri – perfino – un po' impari a giustificarle a lungo andare. Sono scritte frettolose, te ne accorgi: tutte hanno code, brevi aggiunte e postille scritte da terzi successivamente che ne amplificano il significato oppure lo scomunicano del tutto. «Liboni, S. Lorenzo è con te!» No: «Liboni pecora». Massì: ha 12 anni San Lorenzo e intorno alle unghie c'è quell'alone di sporco di chi ha giocato troppo tempo nella terra a mani nude. Rifondazione Comunista e Cgil hanno sede nel quartiere, ma non sempre i rapporti sono stati facili. Le frange più ortodosse che fanno riferimento a una determinata rete più volte sono arrivate allo scontro ideologico e dialettico con il partito o con il sindacato, accusati di connivenze con il potere o di immobilismo dovuto a strategie sbagliate. Non ultime le tensioni per l'elezione al parlamento europeo tra le file di Rifondazione di uno dei leader dei Disobbedienti romani. Anche il comitato di quartiere a San Lorenzo è diverso: qui si lotta contro gli sfratti, non contro i bisogni dei cani che sporcano i marciapiedi, si lotta contro il degrado, contro l'abbandono della notte, non per un nuovo giardinetto. Ma l'ordine a San Lorenzo è cosa della gente che ci vive. Il rispetto delle regole riguarda la comunità, non può essere imposto: leggenda narra che da queste parti gli ausiliari del traffico non fanno le multe, anche se i parcheggi sono a pagamento. Sembra che qualcuno in passato sia dovuto scappare a gambe levate. Il legame con la storia del paese è radicato nel tessuto sociale: qui sono ancora visibili le ferite dei bombardamenti della guerra. E ogni 25 aprile l'appuntamento è a piazzale del Verano per il presidio antifascista. Ogni via, ogni vicolo nasconde un circolo, un'associazione, un centro di documentazione, un gruppo di cittadini che si dedica al recupero della memoria del quartiere. L'unico problema è quello del ricambio generazionale: di romani ne sono rimasti pochi, i vecchi bottegai che si vedono di mattina, quando pulsa l'anima commerciale del rione, di notte spariscono sovrastati da studenti provenienti da ogni regione d'Italia. In questi vecchi palazzoni una stanza singola può arrivare a costare 400 euro al mese (spese incluse, sottolineano i cartelli). Il San Lorenzo di giorno è molto diverso da quello notturno. Rumori di bottiglie, di gente che urla, parla, si diverte fanno da colonna sonora a un punto di aggregazione riconosciuto anche dalle autorità cittadine (Zona a Traffico Limitato).
 

Per camminare devi continuamente fare zig-zag tra macchine parcheggiate sempre male e sempre troppo accostate ai palazzi, ma fa niente. La gente a San Lorenzo cammina volentieri e soprattutto non ti dà mai l'idea di avere un posto dove andare. I ragazzi portano i caschi in mano e marsupi al collo, come se fossero continuamente in viaggio (e invece magari abitano lì di fronte e nel casco hanno le chiavi di casa).

Case occupate, integrazione e disagio sociale, un comune senso di appartenenza. Vivere a San Lorenzo significa far parte di un determinato circuito, significa accettare un approccio alla società diverso da quello del resto della città. Qui tutto è vissuto in maniera più attiva, militante. Via dei Volsci, cuore rosso del quartiere più rosso di Roma – dove c'era la sede della vecchia Autonomia operaia – oggi ospita ancora gli studi di Radio Onda Rossa, assaltata dai neri negli anni 70, oltre allo storico pub 32 dove il sentimento antifascista è quello che fa da collante tra skins, punk, ultras, mods o semplici attivisti. A San Lorenzo si trova tutto quello che è alternativo, dalla musica, all'informazione, al cibo. C'è la casa discografica che promuove gruppi Ska, Reggae e Combat-rock, c'è la libreria internazionale dove si trovano testi sulle sottoculture giovanili, sulla politica di strada, sugli opposti estremismi, ma anche fanzine che arrivano dalle curve o quotidiani indipendentisti in lingua basca. C'è la trattoria romanesca di tradizione familiare, la pizzeria dove con pochi euro si mangia una pizza cotta nel forno a legna, ma non mancano paninoteche, pasticcerie e rosticcerie arabe aperte fino a notte fonda. Anche Manu Chao, quando viene a Roma per i concerti, mangia da queste parti, al tavolo con i compagni.

Ha questo retrogusto amaro, San Lorenzo, tipico di quei quartiere dove la vita - semplicemente - è difficile, diversa. Però non ti dà mai veramente il tempo di diventare malinconico. Porge subito l'altra guancia, ecco, e l'altra guancia è morbida e cameratesca. Per questo, nonostante le mode che avanzano e che travolgono tutto e tutti – anche quando non c'è la volontà degli abitanti – San Lorenzo resta ancorato a un passato che non c'è più: qui la lotta è ancora dura e senza paura. I rigurgiti di nazionalismo, la mistificazione della realtà e le finte promesse qui non attecchiscono. Contro la precarizzazione del lavoro e la privatizzazione di salute e istruzione la parola d'ordine da queste parti è sempre la stessa. Sono i muri a gridarla, sono i manifesti attaccati tutte le notti a invocarla, sono i megafoni che spezzano l'aria durante i cortei a scandirla: resistenza. Ora e sempre.

lunedì, 17 ottobre 2005

La sindrome di Peter Pan
Categoria:attualitĂ , scritto da andy capp


peterpanC'era una volta il lavoro volontario. Lo aveva inventato ai tempi della rivoluzione cubana il ministro dell'Industria Ernesto Che Guevara. Un sacrificio necessario per la crescita industriale del paese e primo passo verso la formazione morale dell'uomo nuovo. Oggi, l'ultima frontiera del lavoro precario, dopo i co.co.co e i co.co.pro, si chiama stage, o meglio corso di formazione. Il Ministro Tiziano Treu, che otto anni fa gli diede vita, lo descrisse attraverso la sua legge, come un'appendice della scuola. Secondo il 23% dei giovani che decidono di frequentarne uno si tratta, invece, dell'unico modo per essere poi assunto.

Gli stagisti sono neolaureati, hanno meno di 30 anni, hanno voglia di lavorare, ma poca esperienza e solo nel 12% dei casi hanno un rimborso spese. Insomma, le aziende (ma anche i Comuni, le associazioni, i sindacati, ecc...) si lamentano del costo del lavoro, chiedono con insistenza l'alleggerimento della pressione fiscale, ma da anni hanno trovato una specie di forza magica, ultraqualificata e assolutamente gratuita, per usare i termini del quotidiano francese Le Monde. La scorsa settimana in Francia un milione di cosiddetti invisibili ha sfilato per le vie di Parigi. In Italia un censimento di questa categoria è impossibile. Secondo Paolo Citterio, presidente del Gidp (associazione nazionale direttori del personale), "lo strumento (lo stage, ndn) è buono e funziona – ha detto a Repubblica – Il 45% degli stage termina con un contratto, mentre solo in 15 casi su 100 le aziende ne fanno un uso distorto". Percentuali attendibili?

Questa è la storia di Maria (il nome è di fantasia, ndn), 23 anni, neolaureata in Neuropsichiatria delle Scienze cognitive. Da qualche settimana frequenta un corso di formazione presso un importante ospedale specializzato in malati d'Alzhaimer, proprio il tema della sua tesi. Maria frequenta l'addestramento dal lunedì al venerdì dalle 8,30 alle 17. E questa è la sua testimonianza: "Mi occupo dei malati, affianco un'altra dottoressa e insieme a lei sottopongo i pazienti ai test per valutare lo stato della malattia. Ogni giorno visito da due a quattro persone, spesso da sola. A volte passo la mattina in una clinica e il pomeriggio in un'altra, a seconda degli appuntamenti. Mi muovo con mezzi propri, non ho rimborsi e nemmeno buoni pasto, ovviamente non ho nemmeno un mensile. Quanto durerà l'addestramento? Non lo so, spero tre o quattro mesi. Poi mi piacerebbe essere assunta. Ora non ho un contratto, né niente che attesti la mia presenza all'interno di questi ospedali. Insomma, se cado e mi faccio male a una caviglia, oppure se un paziente si agita e magari mi colpisce, non credo che sarei coperta da un'assicurazione. Se credo che questo si chiami sfruttamento o lavoro nero? Non lo so. Per il momento non mi lamento, sono giovane e questo mi sembra un modo per entrare a contatto con il mondo del lavoro".

Questa invece è quello che è successo a Loredana (anche in questo caso il nome è di fantasia, ndn), 27 anni, laureata in Antropologia Culturale: "Terminati gli studi ho fatto domanda presso un importante museo etnografico. La mia richiesta è stata accolta e per sei mesi mi sono occupata dell'organizzazione di una mostra su una popolazione del Nord America. I miei compiti? Più che altro ho dovuto promuovere l'evento, scrivere e mandare in giro comunicati stampa, invitare ospiti. No, no ho ricevuto nessun compenso né rimborso. Contratti? No, assolutamente. L'unico documento che attestava la mia presenza era una lettera dell'Università che autorizzava la mia collaborazione della durata di sei mesi. Poi cosa è successo? Niente, fatta la mostra, scaduto il tempo della collaborazione, arrivederci e grazie. Ora però ho maturato dei crediti all'Università. Così mi hanno detto".

Manuel (lo chiameremo così, ndn), 25 anni, si è iscritto a un corso della durata di 300 ore per diventare redattore web organizzato dal Comune e finanziato dall'Unione Europea. Per accedere al corso, Manuel ha dovuto superare una prova di selezione dopo essere stato ammesso alla stessa grazie al suo curriculum. "Le lezioni si tenevano tutti i giorni, per cinque ore al giorno. Alla fine del corso siamo stati messi in contatto con alcuni uffici per frequentare uno stage. Io ho scelto l'ufficio di un sito web che organizza eventi in città promossi dalla Provincia. Ho lavorato per tre mesi presso dalle 9 alle 16,30. Mi occupavo dei contenuti del sito e della promozione degli eventi. Non ho ricevuto una paga tanto meno un rimborso. Prima dell'estate ho interrotto la collaborazione perché l'ufficio chiudeva. Contratto? No, niente. Però mi hanno promesso un'assunzione. A settembre mi hanno proposto un co.co.pro. fino a dicembre. Lo stipendio? Non abbiamo ancora parlato di cifre".

Maria, Loredana, Manuel e tanti altri. Lavoratori senza tutele, senza garanzie, senza sindacato, senza volto. Avranno un futuro? I giovani non fanno più figli, dice la Chiesa. I giovani sono mammoni e irresponsabili, commenta Renato Mannheimer da Bruno Vespa. I giovani non hanno voglia di crescere, racconta Muccino nei suoi film. Tutti affetti dalla famosa sindrome di Peter Pan, oppure il modello economico e sociale chiamato flessibilità viene imposto anche a livello culturale?

Nota di noantri: utilizzate lo spazio dei commenti anche per raccontare le vostre esperienze o quelle dei vostri amici.

giovedì, 13 ottobre 2005

«Io non sogno. Io vengo sognato»
Categoria:televisione, narrativa, scritto da stefano havana


fonzie2Che magari non erano per forza giorni felici. C'era la giovinezza, c'erano le ragazze che non ci cagavano, c'era la pasta bollente, c'era il fatto che i genitori ci stavano sempre alle calcagna con le mani sui fianchi. C'era il pallone che finiva dentro ai balconi degli altri e ci vergognavamo di citofonare, c'erano un sacco di parolacce che non potevamo ancora dire. Forse proprio per questo ci piaceva tanto. Tornavamo da scuola, mangiavamo di fretta agitando le ginocchia sotto la tavola e correvamo in salone a guardare Happy Days. In Italia già era sbarcata da qualche anno, quella serie Tv che avrebbe cambiato le mode: si dice che l'America se la fosse inventata negli anni '70, in piena guerra del Vietnam, per distrarre i concittadini e riportarli indietro di una ventina d'anni quando tutto era rose, fiori e pistole giocattolo. Perciò se la sono inventata, dicono: la gente a stelle e strisce consumava hot dogs in silenzio, con le mani sulle tempie per schiacciare via le preoccupazioni - oppure con le orecchie tappate per non sentire gli spari assassini - e ritrovava il sorriso solo con Fonzie e la famiglia Cunningham. In fondo anche quella era propaganda, un ago ipodermico che piegava i cervelli, ma almeno era divertente. C'era tutta questa storia di quotidiana angoscia dietro le avventure spensierate di quei ragazzi che guidavano macchine cromate. Ce lo ricordiamo, Happy Days, qualche volta lo trasmettono ancora e, dai, chi non si ferma a quel punto davanti alla televisione? Pure se è una puntata vista e rivista: semmai l'ultima volta andavamo al liceo e ci piacevano Giulia, Sara, Melissa. Oppure c'erano i Mondiali o qualche Grande Guerra:fonzie ci mettiamo lì e ripensiamo che a quei tempi non ce n'era uno della nostra età che non desiderasse avere un padre come Howard Cunnigham, tutto ciccia e sorrisi, battute e occhi gentili. Avremmo impiegato almeno altri dieci anni per capire che non solo nostro padre non sarebbe mai stato così, ma tantomeno noi stessi saremmo diventati uomini del genere: la realtà di Happy Days nasconde una moralità severa: troppo presto ci si ritrova cresciuti e le puntate nuove, quelle per cui ci si affollava davanti alla televisione, diventano repliche. Siamo stati Fonzie, ci siamo divertiti, abbiamo fatto il gesto dei pollici e la prima volta che abbiamo messo una giacca di pelle s'è pensato a lui: però, dai, a un certo punto è diventato chiaro che era soltanto un telefilm.

Certi preferivano Richie: Richie era rossiccio di capelli e va bene che era impacciato e si girava sempre i pollici davanti alle ragazze, ma lui aveva un amico come Fonzie. Se vai  in giro con uno come Fonzie significa che sei un po' Fonzie pure tu: «Lei è un mortale, io sono un Fonzarelli», diceva certe volte a chi pensava di saperla troppo lunga: perciò se lui ti sceglieva come amico, caspita, c'era da camminare col petto in fuori. Oppure: «Ehi, cosa c'è? Hai tutte le gomme a terra», per incoraggiare qualcuno se sembrava un po' abbacchiato. E alle donne: «Se vuoi trovare qualcosa di splendido guarda dalle parti delle mie labbra». Erano frasi da far rotolare i bicchieri per terra, l'apoteosi della rivincita per noi un poco sfigatelli, prede di paure e ataviche assenze di peli che sembravano perenni. Ci guardavamo gli avambracci cercando quelle vene robuste come funi e non trovandocele mai: allo specchio era tutto uno scrutare e un ricercare, ma per quante ore si passassero con un rasoio finto in mano, degli uomini che saremmo diventati non c'era ancora traccia. Perciò Fonzie era utile a Richie, ma anche Richie era utilissimo a Fonzie: era grazie a Richie - e a quelli come lui - che Fonzie si sollevava dalle masse. Fonzie era Fonzie perché Richie non usava brillantina: per dire, se avesse sbagliato set e si fosse trovato a uscire con John Travolta, Fonzie non avrebbe mai indossato una giacca di pelle. Funzionava così anche nella realtà, nella realtà di allora: si faceva a gara in classe per stare seduti vicino ad alcuni e per stare lontani da altri. C'era Arnold, c'era American Graffiti, c'era Peggy Sue, c'erano i Beatles, però alla fine si parlava sempre di Fonzie e di Happy Days: sarà che in quei bar ci saremmo finiti tutti prima o poi e forse questo, in qualche modo, lo percepivamo nelle dita. Tutti saremmo diventati vecchi ubriaconi di sinistra, bacchettoni e viziati figli di papà oppure tutto il contrario. Quei sabati sera e quelle grandi uscite stavano per diventare parte della nostra vita: di certo non ce n'era uno, nelle nostre compagnie, che recava in sé le potenzialità per diventare un John Travolta o un grande amatore. Guardavamo Happy Days in saloni inondati di luce con tutti i compiti ancora da fare e nei nostri stomaci vorticavano tanti punti interrogativi in luogo di rum e gin, cointreau e vino rosso: guardavamo Lory e Jenny nei loro vestitini rosa e ammiravamo i loro modi pacati, la totale assenza di ammiccamenti sessuali. Osservavamo seduti sui pavimenti il loro modo di incrociare le braccia e mettere il broncio e pensavamo che così avrebbero fatto tutte le donne della nostra vita se le avessimo fatte incazzare. E poi - fonzie1diciamoci la verità - eravamo niente che doveva ancora essere qualcosa. Eravamo una forma di pasta stesa su un tavolo in attesa delle mani che ci avrebbero reso pizze o biscotti. Fonzie diceva «Tre sono le persone di esistenza sicura nel mondo e sono Fonzie, il Papa e il mitico Elvis» e spegnevamo il televisore certi che anche noi, un giorno, avremmo detto così a qualcuno agitando il dito indice all'altezza del suo petto. La vita si doveva ancora infrangere, perfino l'America - per quanto ne sapevamo noi - doveva ancora essere scoperta.

Adesso Happy Days s'è spento. Ci sono tutte le sedie rivoltate sui tavoli:  siamo passati per le prime sbronze e certi mal di stomaco. Siamo passati per le giacche di pelle e gli anfibi più grandi di una misura. Siamo passati per i primi litigi e abbiamo scoperto che al mondo non è rimasto nessuno che incroci le braccia. Abbiamo perduto perfino McGyver, Arnold è cresciuto, l'A-Team ha smesso di sparacchiare dal retro del suo furgone nero, Peggy Sue è morta, John Travolta ha messo i capelli bianchi, le Harley Davidson ci disturbano il sonno nelle notti d'estate. Era solo Fonzie, ma eravamo noi. Era un ragazzo con un ciuffo alla Elvis e dei denti bianchissimi che si muoveva sicuro tra i juke box e le note di Buddy Holly e Roy Orbison. Era uno che guidava una decappottabile dalla cui autoradio gracchiava fuori il primo rock 'n roll di Billy Haley. Era un tale con una giacca di pelle che prendeva le donne per la vita e la vita per le spalle. Era un telefilm talmente pieno di speranza. Era soprattutto il fatto che non arrivavamo bene alla mensola più alta della cucina.

giovedì, 13 ottobre 2005

No Martina No Party
Categoria:svago, scritto da davide firenze


A parte il mio gioco di parole un po' imbecille nel titolo, a proposito dell'argomento Lapo segnalo gli ultimi due numeri speciali monotematici della newsletter di Barzellette.it:

Stavolta Adriano si è veramente superato. E pare che sia in arrivo per oggi un altro numero speciale...

mercoledì, 12 ottobre 2005

Ultimi simboli
Categoria:sport, scritto da granduca di palau


Il Senato ha approvato il decreto legge sulle norme antiviolenza negli stadi facendolo diventare legge. Hanno votato a favore la Casa delle Libertà e si sono astenuti i Ds e la Margherita. Con questo cambia radicalmente il calcio allo stadio, le abitudini: ora si fa prima a stare a casa per evitare biglietti con codice fiscale, tornelli, file. Rimangono solo gli ultras che, imperterriti, ancora vanno col panino e la frittata, mettono i loro striscioni e aspettano sul muretto l'inizio della partita; quelli che si fanno cento come mille chiilometri per vedere undici mercenari giocare sotto la loro bandiera e urlare come fossero figli loro. Per questa gente oggi, specialmente a Roma, è lutto: se n'è andata alle 7.30 della mattina la signora Luisa Petrucci, pacata ma energica signora che da decenni era presente ovunque in Italia e in Europa con il suo ombrellino giallorosso, a Roma nella Sud come a Milano in mezzo ai tifosi pressati nel secondo anello. Con lei, se ne va un altro pezzo di storia ultras, uno degli ultimi simboli di un amore infinito.

Non ci capiranno mai... Ciao Lui', forza Roma sempre.

Il Granduca

mercoledì, 12 ottobre 2005

No Calissano? No party!
Categoria:svago, scritto da andy capp


lapo

Prosegue la grande inchiesta di noantri sul consumo, sempre più diffuso, di droghe pesanti. Dopo i fatti di cronaca che hanno visto la modella Kate Moss al centro di numerose polemiche, ecco il caso del giovane Lapo Elkann. Non solo nel mondo dello spettacolo, della politica, della musica, della moda. La cocaina entra anche nelle famiglie perbene e mette in crisi la carriera di un nipote che stava seguendo in maniera esemplare le piste del nonno.

martedì, 11 ottobre 2005

Tocqueville - la casa delle libertĂ 
Categoria:blog, scritto da andy capp


Vivere in un paese libero è uno dei tanti sogni di noantri. Ecco che allora, qualche mese fa, un suo gabbiano navigando in rete si imbatte nella Città dei Liberi, luogo/non luogo in cui non è necessario aderire ad alcun manifesto o programma politico, né appoggiare un particolare partito o schieramento di partiti. Il gabbiano di noantri, rapito dall'entusiasmo, aderisce. Ma il sogno si infrange poco dopo. La Città dei Liberi, infatti, è un aggregatore per blog liberali, conservatori, neoconservatori, riformatori e moderati. Noantri, secondo i fondatori, non può più farne parte. Presi dallo sconforto i noantri richiamano all'ordine tutte le colonne sparse per il territorio e convocano una riunione della Direzione Strategica per decidere il da farsi. L'ala più dura si rivolge con un comunicato dattiloscritto al Comitato esecutivo chiedendo di poter dar vita a un attacco al cuore della Città dei Liberi, mentre il braccio politico si dice favorevole a una mediazione. I tempi stanno cambiando e il consenso dei cittadini della Città dei Liberi diventa decisivo per la sopravvivenza di noantri. Del resto chi non si sente al giorno d'oggi liberale, conservatore, neoconservatore, riformatore moderato? Insomma, il mondo ha fatto la sua scelta. Vanno capiti i motivi. Votata a maggioranza la linea della mediazione, la Direzione Strategica di noantri decide di capire i motivi dell'allontanamento dalla Città dei Liberi.

Questo è il tabulato della telefonata tra le parti intercettato dalla Guardia Controrivoluzionaria:

Noantri: "Salve sono uno dei sette gabbiani di noantri"
Città dei Liberi: "Salve, ci dispiace ma non potete essere nostri cittadini"
Noantri: "Il nostro popolo vorrebbe tuttavia conoscerne i motivi specifici"
Città dei Liberi: "E me lo chiede? Ha visto cosa figura tra i vostri link?"
Noantri: "Cosa?"
Città dei Liberi: "Siti che danno spazio a un dittatore"
Noantri: "No, veramente non abbiamo mai linkato siti sul fascismo come altri vostri cittadini"
Città dei Liberi: "Intendevo un dittatore comunista. Voi siete comunisti!"
Noantri: "Detta così sembra un po' forte. La nostra linea politica è abbastanza chiara, ma sul nostro blog non sono mai mancati spunti di discussione e spazio per chi non la pensava come noi".
Città dei Liberi: "Che Guevara era un assassino!"
Noantri: "Beh, ha ucciso è vero. Ma era un medico che ha deciso di dedicare la sua vita per la liberazione dei popoli oppressi"
Città dei Liberi: "E a Cuba c’è la pena di morte!"
Noantri: "Sì, come c'è anche negli Stati Uniti"
Città dei Liberi: "E la Cina? La Cina? Il pericolo cinese? Eh Eh?"
Noantri: "Veramente la Cina è uno dei miglior partner commerciali dell'Unione Europea. Se si continua a importare merce a basso costo e per battere la concorrenza il Governo chiede dazi doganali anziché il rispetto dei diritti dei lavoratori, noi cosa c'entriamo?"

Città dei Liberi: "Perché voi siete schierati"
Noantri: "Scusi, ma chi non ha un'idea politica? Noi siamo schierati ma liberi tanto che non ci riconosciamo in nessun partito politico. Al massimo abbiamo un'area di riferimento. Voi invece siete tra i maggiori sostenitori di un progetto blog in favore della Casa delle Libertà"
Città dei Liberi: "Certo, perché secondo voi Berlusconi è il male del mondo vero?"
Noantri: "Messa in questi termini ci sembra una visione un po' troppo semplicistica della realtà"
Città dei Liberi: "E' chiaro che siete influenzati dalle televisioni. Lo sanno tutti che la Rai è di sinistra e pure a Mediaset i giornalisti sono di sinistra. C'è Costanzo e pure Mentana"
Noantri: "Guardi che da qualche settimana abbiamo cominciato una battaglia proprio contro l'omologazione culturale della televisione"
Città dei Liberi: "Ma è chiaro che voi leggete i giornali che sono tutti di sinistra"
Noantri: "Veramente a parte un paio di quotidiani più un colosso dell'editoria vicino al pensiero liberale e laico (di sinistra, ok), per il resto non è che la stampa italiana sia così invisa al Governo".
Città dei Liberi: "E' inutile parlare con voi. Avete studiato sui libri di storia di sinistra!"
Noantri: "Guardi che le maggiori case editrici di libri scolastici si riconoscono in un'area di pensiero, per così dire, conservatrice"
Città dei Liberi: "Certo, facile ripetere a pappagallo quello che dicono i film di Nanni Moretti"
Noantri: "Scusi ma noantri è tutto tranne che un salotto bene… E poi mi scusi ma è tardi dovrei andare"
Città dei Liberi: "Dove va? Al sindacato a protestare, oppure a cucinare un bel bambino per cena?"

Tocque-ville: Facciamo un po’ come cazzo ci pare nella Città dei Liberi.

lunedì, 10 ottobre 2005

Si può!
Categoria:giornalismo, dissenso, scritto da stefano havana


Stamattina, davanti alla tazza del latte, l'ho capito subito che sarebbe stata una roba da vomito questa storia di Mamma Valentina che ha vinto l'oro più bello, ma certo non pensavo così tanto. A firma dell'imperatrice della retorica Emanuela Audisio, l'apoteosi del trash e della scontata retorica ha il suo climax sulle pagine de la Repubblica di oggi. Valentina Vezzali, campionessa olimpica ieri, oggi numero uno a Lipsia nella disciplina del fioretto, ha nientemeno lasciato a casa il figlio appena nato pur di tornare alla sua professione (una roba che più o meno succede ogni giorno per milioni di eroiche madri lavoratrici senza la vetrina dei media). Ecco di cosa volevo parlarvi. Del pezzo assurdo della Audisio. Ma scioriniamolo insieme, venite, questa lenta discesa nell'ovvio, piena di cose tipo - sentite qua (le parole dell'articolo sono in corsivo)-: Si può, si può. Essere una mamma italiana, non dare via i propri sogni, e continuare a vincere. Da atleta che da quattro mesi è anche madre. Kill Bill, oh yes. E ammazza pure le altre, che con le lame sei meglio di Uma Thurman.

Insomma, questa grande donna, siore e siori, che addirittura ha l'ardire  - come dicevamo - di lasciare il figlio a casa, portarlo dentro al cuore, e non avere paura dell'ultima stoccata. Si può. Non volere, né cercare scuse, né pretendere nuove dolcezze e tagli alla gloria. Non nascondersi dietro la maternità. E certo: perché naturalmente - secondo la Audisio - Valentina Vezzali da Jesi è diversa. Non si è lasciata incatenare dalla parola mamma. E mica è tutto qui, perché Valentina è così. Non si fa cambiare, non butta via le occasioni. Non si abbandona alle debolezza, cura la sua forza, non se ne vergogna. E se ha dei dubbi, allena pure quelli. Poteva smettere, rallentare, frenare, sentirsi appagata. Superman! Altro che donna. Leggete, leggete ancora: si può (sessanta volta l'ha usata questa perifrasi "si può". Ma si può?). Si può. Essere carogna in gara, bestia che non molla la preda, e poi avere voglia di stare sola con tuo figlio e tuo marito. Si può. E basta!

Rullo di tamburi per la chiosa inevitabile dell'ardito pezzo. Cosa può ancora fare la Vezzali, ladies and gentleman de noantri? Ma ovviamente duellare, senza pensare a Pietro. E poi salutare Pietro, da lassù. Mentre ancora una volta hai il mondo il mano. Insieme, com'è certo, al merito di non avere mai smesso di essere (e di pensare) come una grande atleta.

Pezzo nazional-consolatorio come l'italietta nostra, niente da replicare. Come al solito - amici de Noantri - l'importante è dirlo, farlo notare e dissentire.

domenica, 09 ottobre 2005

Aniversario 38 de la caida del Che
Categoria:personaggi, scritto da noantri


Tu ejemplo vive,

1Cuba 2005 069

tus ideas perduran.

sabato, 08 ottobre 2005

Come si lavano le divise
Categoria:genova 2001, scritto da stefano havana


piazzacarloQuesta è un'altra storia italiana. Come spesso mi piace dire, anche in questo caso, non c'è un perché. Non c'è una morale. E' solo una storia italiana come tante. Non è neanche una storia granché originale, tutti la sanno o tutti la sapranno, anche se - miracolo dei miracoli - sono convinto che avrà poco risalto nei tg nazionali (almeno se ci sono di mezzo le elezioni) e sugli stessi giornali di oggi compare molto internamente - seppure a tutta pagina. Insomma, signori: vogliono lavare le divise.

Questa storia italiana - senza volerla fare troppo lunga - comincia nel luglio 2001 a Genova. C'è il G8, c'è Carlo, un ragazzo che muore, c'è Mario, un carabiniere che viene cacciato via dall'arma e che adesso è diventato un candidato di Allenza Nazionale. C'è una scuola che si chiama "Diaz" e una galera che si chiama "Bolzaneto". In questi due luoghi certi manifestanti si rifugiano feriti e martoriati da scontri, schiamazzi, camionette e ingenue passioni: seduti per terra con le ginocchia raccolte costoro forse dormono, forse pensano a che s'è combinato; gente incapace di non dire la propria. C'è chi passa una vita a scrivere blog e a criticare i gesti pure estremi di altri, chi invece si cala un passamontagna sulla faccia e combina un po' di stronzate perché ci crede veramente: non c'è una morale, già l'ho detto. L'importante è che queste persone - un po' insanguinate, un poco incazzate - vengono prese da parte da gente in divisa e massacrate di botte. Si parla di abusi, violenze inaudite, pestaggi a sangue freddo. Ho detto si parla? Ho sbagliato: ci sono foto e testimonianze molto precise. Di fatto le nostre (vostre) forze dell'ordine improvvisamente si imbarbariscono - forse per gli effetti di quell'equazione curiosa giovinezza-pistola che trasforma uomini anonimi in patentati imbecilli senz'anima o ragione - e mettono su un teatrale show ematico. Questo succede alla "Diaz" e a "Bolzaneto": devastazioni fisiche e psicologiche ai danni di giovani e anziani, di donne e ragazzi accucciati per terra. Calci di pistola calati a casaccio, insulti. Poi questi stessi stolti in divisa e fucile provano a mischiare le carte: inscenano finti assalti e fasulle difese. Certe molotov trovate per strada vengono posizionate ad arte nella scuola per poter accusare di associazione a delinquere chi lì dentro ci ha soltanto dormito. Sono 73 i barbari delinquenti in divisa che perpetrano questo affronto alla pubblica decenza.

Adesso c'è tutto un processo in corso, come no, per carità. Inquirenti, pm, oltre 200 testimoni (troppi per la tempistica della giustizia del Belpaese). Ma è una storia italiana, questa, non ce lo dimentichiamo. Perciò per quanto riguarda "la Diaz" la sentenza di primo grado non arriverà prima della fine del 2007 e per allora una certe legge Cirielli (salva-Previti) avrà cancellato la responsabilità del pestaggio (prescrizione a luglio 2007); il ritrovamento delle molotov e tutte le accuse di falso e calunnie cadranno alla metà del 2008, prima di qualunque eventuale giudizio di appello. Identico discorso per "Bolzaneto" dove tutto verrà ripulito entro la metà del 2007: tutti i reati su cui la Procura di Genova ha istruito il processo saranno prescritti da una legge che per salvare un corrotto (Previti) salverà anche altri mille pesci.

A Genova non è successo niente.

giovedì, 06 ottobre 2005