mercoledì, 30 novembre 2005

Bloggers di tutto il mondo unitevi
Categoria:blog, attualità, scritto da andy capp


rupertmurdoch"Come molti di voi sono un immigrante digitale. Non sono stato svezzato sul web, né coccolato da un computer. Al contrario, sono cresciuto in un mondo altamente centralizzato, in cui le notizie e le informazioni erano saldamente in mano a poche persone che si arrogavano il diritto di dirci cosa potevamo e dovevamo sapere. [...] Ma la prossima generazione che avrà accesso alle informazioni, tramite i giornali o qualsiasi altra fonte, ha aspettative diverse dalle nostre. E questo include il quando e il come ricevere le notizie, ma anche da chi e dove riceverle". Parole sagge e in un certo senso rivoluzionarie quelle del magnate Rupert Murdoch, presidente di New Corporation, che lo scorso 13 aprile si è rivolto così agli editori dei giornali, invitandoli ad abbracciare in fretta la prossima (ma forse sarebbe meglio dire attuale) rivoluzione digitale.

Secondo una ricerca pubblicata qualche mese fa dalla Carnegie Corporation di New York, dal titolo Abandoning the News, nei prossimi anni il mondo dei mass media sarà influenzato in maniera determinante dai giovani tra i 18 e i 34 anni. Secondo il rapporto, prenderà piede una tendenza in grado di sconvolgere i presupposti stessi del consumo di notizie e il processo di formazione delle decisioni in una società democratica. Il 44% dei giovani americani naviga su Internet almeno una volta al giorno per la ricerca di notizie, solo  il 19% si affida ai giornali. Il web è considerato flessibile e aggiornato, ma leggermente meno affidabile della televisione, nazionale o locale che sia. I giovani, insomma, si informano (e si formano) sempre di più in rete. E un'ulteriore rivoluzione si è avuta con l'avvento dei blog, quelli politici in particolare, a causa del loro rilevante impatto sui tradizionale mezzi di comunicazione.

Hugh Hewitt, noto conduttore radiofonica vicino alla destra statunitense, supera con il suo blog, creato nel 2002, i 150 mila contatti al giorno (un po' quello che sta accadendo in Italia con il fenomeno Beppe Grillo). Glenn Reynolds, professore di legge all'Università del Tennessee, repubblicano, tocca ormai da mesi i 300mila lettori quotidiani. Tre avvocati, John H. Hinderaker e Scott W. Johnson di Minneapolis e Paul Mirengoff di Washington, attraverso il loro blog Powerline, hanno portato avanti una campagna di controinformazione nelle fasi più concitate dell'ultima guerra in Iraq. Durante la corsa alla Casa Bianca del 2004, diversi blog di una certa influenza politica, superavano i 200 mila contati al giorno. Mentre gli ascoltatori dei notiziari radiofonici e televisivi erano calati negli Usa del 59%. Se consideriamo poi che meno della metà degli americani legge i giornali, è facile arrivare alle conclusioni. Secondo un'altra ricerca americana, condotta subito dopo le elezioni presidenziali, è stato dimostrato che i blog di sinistra sono molti di più rispetto a quelli di destra, che tuttavia sono meglio collegati tra loro e addirittura organizzati in network. karlmarx

Numeri che fanno pensare soprattutto se rapportiamo il fenomeno all'Italia, dove da sempre la quantità di quotidiani venduti è tra le più basse d'Europa, e dove la televisione (dal punto di vista dell'informazione politica) non può certo essere considerata libera, o almeno non controllata. E così anche nella blogosfera italiana si moltiplicano i fenomeni di aggregatori che si dichiarano riformisti-liberali. Dopo Tocqueville, di cui abbiamo già avuto modo di parlare, stanno nascendo altre iniziative politiche come quella di Blog4cdl. Insomma, con le elezioni del 2006 alle porte, è determinante per la Casa delle Libertà (sotto nei sondaggi) cercare nuovi consensi attraverso quei canali ancora inesplorati. Bloggers di tutto il mondo unitevi.

martedì, 29 novembre 2005

Spirito santo
Categoria:personaggi, sport, scritto da andy capp


muralesSabato mattina la tua salma sfilerà per i ghetti e i sobborghi di Belfast e il tuo popolo ti renderà omaggio fin sotto a Stormont, sede del Parlamento nordirlandese. Hai avuto tutto dalla vita, Georgie, eppure non ti è bastato. Avevi il destino scritto nel cognome e forse è stato questo a pesare in maniera eccessiva sulla tua fragile personalità. Sei arrivato in Inghilterra che eri solo un moccioso irlandese e sei riuscito con la tua classe cristallina a rendere ancor più leggendaria una squadra che leggendaria già lo era. Hai avuto le donne più belle, hai segnato gol fantastici (178 solo con il Manchester United), hai vinto Coppe, scudetti, hai avuto riconoscimenti importanti. Sei stato l'unico fottuto irlandese a essere amato dagli inglesi. Ma tutto questo non è bastato a renderti felice. Sei stato sul tetto del mondo, ma a 28 anni eri già un ex calciatore.

bestgiovane

Tra tutte le copertine, le foto con i sorrisi e le immagini dei tuoi dribbling ce n'è una che non potrò scordare. Avevi appena segnato un gol fantastico, il pubblico delle gradinate era in delirio, ma tu eri solo in mezzo al campo, lo sguardo perso e un maledetto senso di vuoto che ti mangiava l'anima. Avevi conosciuto la sofferenza e i sacrifici della vita, ma  non riuscivi a goderti tutto quello che ti eri conquistato. Ti hanno usato e buttato via come uno straccio vecchio. E lo hanno fatto fino all'ultimo, fino a una settimana fa, quando dal letto di un ospedale di Londra hai lanciato un disperato appello: "Non morite come me". Vaffanculo Georgie, dovevi dire: "Non vivete come me".

bestimmagineCinque anni fa ti avevano dato un'altra possibilità, un fegato nuovo, ma neanche così sei riuscito a cavartela. Ti ricorderanno, oltre che per i gol, per la tua frase più provocatoria: "Ho speso un mucchio di soldi in alcool, donne e macchine sportive. Il resto l'ho sperperato". A me piace farlo con un inciso tratto dalla tua biografia, quando ormai avevi capito che dal tunnel dell'autodistruzione non saresti più tornato: "Da quando è andata male con il calcio, la cosa che amo di più in assoluto, la mia vita ha cominciato lentamente a diventare un incubo". Hai avuto grandi piedi e poco cervello. Sei stato il migliore, potevi essere un esempio, ora sei una leggenda. The last drink Georgie, you are the Best. Ci mancherai.

noantri casual firm

lunedì, 28 novembre 2005

L'esercito è il popolo in uniforme
Categoria:personaggi, scritto da stefano havana


- Il guerrigliero è un riformatore sociale, il quale impugna le armi per rispondere all'irata protesta del popolo contro l'oppressore e lotta per cambiare il regime sociale colpevole di tenere i suoi fratelli inermi nell'orrore e nella miseria

- La guerriglia è una lotta di massa, è una lotta di popolo. La grande forza della banda guerriglierra ha radice nelle masse popolari

- Il guerigliero conta sull'appoggio totale della popolazione del luogo

- Il guerrigliero è il gesuita della guerra. Si tratta naturalmente di un gesuitismo particolare, imposto dalle circostanze, che obbliga i combattenti a prendere talvolta decisioni ben diverse dalle idee romantiche e sportive sulle quali si vuole far credere che sia basata la guerra

- Il guerrigliero è l'uomo che fa propria l'ansia di libertà del popolo e che, esauriti i mezzi pacifici, passa all'azione e diventa l'avanguardia armata del popolo in lotta

- La guerriglia consiste proprio nel fatto che ogni individuo è disposto a morire non per difendere astrattamente un ideale, ma per farlo diventare realtà

- Bisogna fare una netta distinzione tra il sabotaggio e il terrorismo, che oltre ad essere una misura in genere inefficace e dalle conseguenze indiscriminate, semina vittime innocenti e spesso causa la perdita di vite preziose per la rivoluzione

- I sopravvissuti devono essere lasciati in libertà. I feriti curati con tutti i mezzi possibili. La condotta verso la popolazione civile deve essere improntata a grande rispetto verso le tradizioni e le usanze della gente del luogo. Nessun colpevole deve essere giustiziato, salvo ben inteso nei casi speciali, senza avergli dato l'opportunità di difendersi

- La proprietà privata nelle zone di guerra dovrà assumere la sua funzione sociale; vale a dire la terra e il bestiame non strettamente necessari al mantenimento di una famiglia agiata dovranno passare nelle mani del popolo ed essere ridistribuiti con equità e giustizia

- Il fumo è una grande compagnia per il soldato solitario

- Uno dei più grandi fattori educativi è l'esempio. Perciò i capi devono sempre offrire l'esempio di una vita limpida e di sacrificio

- Fidel Castro riassume in sé le alte funzioni del combattente e dello statista e alla sua visione d'insieme si deve il nostro cammino, la nostra lotta e il nostro trionfo

- Lo sciopero è un fattore di grande importanza nella guerra civile

- La Rivoluzione cubana rompe le barriere delle agenzie di stampa e diffonde la sua verità esplosiva come un barile di polvere tra le masse americane ansiose di una vita migliore. Cuba è il simbolo della nuova nazionalità e Fidel Castro il simbolo della liberazione

- Ogni volta che un popolo lacerato lancia il suo grido di liberazione, si accusa Cuba; in qualche modo Cuba è davvero colpevole perché ha mostrato una via, quella della lotta armata contro gli eserciti cosiddetti invincibili, la via della lotta alla macchia per logorare e distruggere il nemico fuori dalle proprie basi; la via della dignità, in una parola

- Cattivo esempio, quello cubano. Pessimo esempio. Il monopolio non può più dormire tranquillo finché tale pessimo esempio rimane in piedi

cheIl presente materiale, giudicato interessante e significativo esclusivamente da me medesimo, è tratto da "Guerra per bande" 
di Ernesto Guevara
Manuale pratico del perfetto guerrigliero
Piccola Biblioteca Oscar Mondadori
Titolo originale: "La guerra de guerrillas"
€ 8, 40

sabato, 26 novembre 2005

Shamshoon
Categoria:televisione, scritto da stefano havana


fonte: PeaceReporterbart

I Simpson ora parlano anche l'arabo. Il celebre cartone statunitense è sbarcato sugli schermi del Medio Oriente con il titolo di Shamshoon. La decisione di trasmettere il cartone Usa in Medio Oriente è della tv satellitare Mbc che ha dovuto comunque introdurre delle modifiche alla versione originale per non urtare la sensibilità islamica e i precetti del Corano.

Titolo a parte, il figlioletto scapestrato Bart è diventato Badr, mentre il mitico Homer ha preso il nome di Omar e, sebbene mantenga la sua fisionomia, è costretto a  rinunciare alla birra e agli hot dog che, per la religione islamica, sono alimenti halal, ovvero proibiti. Dimenticati alcool e carne di maiale, Omar in versione mediorientale sorseggia soda, si sazia di panini egiziani e si delizia il palato con i kahk, i biscotti tipici arabi. A dar voce ai personaggi della famiglia Shamshoon hanno pensato alcuni attori egiziani, tra cui spicca il nome di Mohamed Heneidy, il Robert de Niro del Medio Oriente.

L'emittente araba Mbc ha dato il via alle  proiezioni del celebre cartone lo scorso ottobre, proprio durante il periodo del Ramadan. Sembra che dietro all’analisi di marketing che ha portato alla decisione di introdurre i Simpson nel mondo arabo, ci sia un attento studio sociologico: più del 60 percento della popolazione infatti è rappresentata da giovani ventenni che, con l'avvento dell'era satellitare, sarebbero sempre più incuriositi dalle tendenze occidentali. Sembra infatti che guardare programmi televisivi statunitensi, per molti arabi, sia un modo per evadere dalla quotidianità. Insomma, che si tratti di Oriente o di Occidente, pare che il denominatore sia comune: soddisfare le aspettative dei telespettatori per fare audience.

giovedì, 24 novembre 2005

Fisherman's Friends
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


A un certo punto piovono reggiseni, d'accordo. Però non è che funziona sempre così: c'è un inizio difficile in cui le femmine non ti cagano, hai voglia a sbatterti. Sarà per i brufoli, sarà per i comportamenti ancora poco sicuri. Poi piovono reggiseni, slip, tutto quanto. Si scopa come assassini, non c'è più la vergogna di comprare un pacco di preservativi, eccetera; alla fine si cresce e la vita scopre altre priorità, non si ha più il tempo per fare i cascamorti. Per esempio: quando ci incontravamo tutti quanti il lunedì sera per guardare Happy Days, i reggiseni piovevano con cautela. Diciamo che stava annuvolandosi e tuonava di brutto, ma l'acquazzone non era ancora esploso e gli ombrelli stavano tutti dentro i cassetti: erano tempi niente male lo stesso, non soltanto per il fatto che eravamo giovani ma soprattutto perché Azzurra, il reggiseno, neanche lo portava (si intravedevano i capezzoli). Eccome se ci ricordiamo di Azzurra: ne parlavamo proprio l'altra sera a cena e sembra davvero che nessuno abbia dimenticato la sera che baciò Stefano sulla bocca. Insieme a tutto quello che successe dopo, naturalmente.

Andava così: tutti i lunedì ci ritrovavamo a casa di Nichi: noi maschi arrivavamo dopo perché si perdeva un sacco di tempo davanti allo specchio con il gel. Le ragazze, invece, c'erano già, perché adoravano farsi trovare da noi sedute con le gambe accavallate e le cosce scoperte. D'estate si mettevano lo smalto rosso sulle unghie dei piedi. Bevevamo di nascosto alcolici da tazze da latte e spesso spuntavano spinelli: Federico era quello che sapeva girare gli spinelli perché gliel'aveva insegnato suo fratello. Poi il fratello di Federico è morto e Federico da quel giorno non ha più avuto tanta voglia di girare spinelli, in compenso ha acquisito una straordinaria abilità con una mastercard e tutto il resto. Comunque guardavamo Happy Days e al buio ogni tanto scoppiavamo a ridere: noi maschi sbirciavamo le femmine dandoci di gomito. Mantenevamo le canne con l'indice e il pollice, che idioti. Finivano sempre allo stesso modo, quei lunedì sera (a parte la sera del bacio, è ovvio): scendevamo tutti in cucina silenziosamente con le tazze in mano e le lavavamo fino a spugnarci i polpastrelli. A turno le odoravamo e solo quando si era tutti d'accordo che la scia dell'alcol era sparita, le rimettevamo al loro posto: erano momenti bellissimi. Eravamo amici e così via. Anche Azzurra era bellissima. Quante storie ci raccontavamo su di lei: si facevano queste scommesse su chi, per primo, l'avrebbe baciata, per non parlare del resto. Che tempi: nessuno che sfruttasse la sua chance, le altre ragazze erano tutte gelose. Facevamo i grandi eroi ma ci tremavano le gambe per un colpo di spazzola.

Poi arrivò il lunedì in cui Azzurra baciò Stefano sulla bocca e da allora tutto è cominciato a cambiare. Nichi aveva preparato dieci tazze bianche piene di un mix diabolico di gin, cointreau e chissà che altro. Federico aveva portato un'intera confezione di Fisherman's Friends ripiena di erba: in ascensore l'aveva agitata davanti ai nostri nasi e qualcuno aveva fatto due occhi così. Ci si scandalizzava per poco, eravamo giovani, vergini, passavamo il tempo ad annusare tazze. C'era pure Stefano con noi in ascensore, quando Federico agitò la confezione di Fisherman's Friends piena di erba, solo che non lo sapeva ancora che Azzurra l'avrebbe baciato e compagnia bella. Nessuno di noi ne sapeva niente delle cose che sarebbero successe: ci limitavamo a guardarci nello specchio, salendo di piano in piano, lisciandoci le basette con un dito inumidito di saliva. Magari ci sentivamo l'alito a vicenda, cose così. Le ascelle.

A metà della puntata di Happy Days, Azzurra e Stefano si baciarono. Si erano seduti vicini, davanti a tutti per non respirare i nostri veleni dal momento che nessuno dei due fumava: Stefano aveva quell'asma che lo avrebbe tenuto per sempre magro e cagionevole. Azzurra già pensava al suo bambino, pure se non era incinta, pure se nessuno le aveva mai respirato addosso, pure se a malapena sapeva i passaggi che erano necessari, lei già pensava al bambino che avrebbe messo al mondo: «Voglio essere in ordine, quando accadrà» ci diceva sempre con l'aria da principessina, ravviandosi in quel modo meraviglioso i capelli dietro le orecchie. Insomma si baciarono che le tazze erano quasi vuote: noi stavamo dando fondo all'ultimo spinello, quando qualcuno fece un verso strano e prese a fischiare o roba simile. Ci voltammo tutti verso Stefano e Azzurra e quelle labbra avvinghiate: restammo in sospensione, le sigarette diventarono cilindri di cenere, poi quei due emisero uno schiocco un po' liquido e la tensione si spezzò. Sollevammo in aria i cuscini, bevemmo quello che restava e noi maschi andammo tutti intorno a Stefano mentre le femmine portavano via Azzurra per un interrogatorio. Eravamo invidiosi l'uno dell'altro mentre ci alitavamo addosso storie coraggiose: Stefano sapeva di lei, non lo sopportavamo. Nessuno pensava più ad Happy Days: i reggiseni avevano cominciato a piovere, c'erano i tuoni.

L'ultima cosa che successe, quel lunedì sera in cui Azzurra e Stefano si baciarono davanti a noi, fu una cosa veramente brutta. Forse avevamo fumato e bevuto troppo, non si sa, comunque adesso non ci va più tanto di raccontarla; non che c'entri niente col bacio eccetera: solo che da allora non è stato più facile per nessuno aprire confezioni di Fisherman's Friends.

mercoledì, 23 novembre 2005

Una telefonata
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


E' successa una cosa strana, poco fa, mentre leggevo La collina dei suicidi di J. Ellroy: mi squilla il telefonino. Un numero strano, un prefisso curioso. Rispondo: una voce di donna, giovanile. Accento del nord: si presenta come un'operatrice dell'Unicef e mi pare di una cordialità non comune. Mi domanda se ho ricevuto una certa busta bianca con del materiale relativo al terremoto che ha sconvolto il Pakistan. Le rispondo che non mi pare proprio: lei insiste, poi molla la presa. Le chiedo spiegazioni, lei mi dice che sono disperati perché in Pakistan è una catastrofe; io rifletto un attimo su. Mi viene in mente lo tsunami, gli attentati; non riesco neanche a ricordarmi di questo terremoto. Quanto c'è stato? Era stato grave? Le televisioni ne avevano parlato? Ne parlano ancora? La ragazza va avanti - ora ci diamo del tu - mi dice che è un delirio, nessuno sa niente, l'informazione non è più all'ordine del giorno. Io non dico nulla, le immagini dei terremotati pakistani cominciano lentamente a tornarmi nel cervello: si fanno strada tra altre notizie, altre catastrofi. Mi spiega - sempre gentilmente - che fanno meno dieci gradi e che i bambini stanno tutti crepando di freddo, uno dopo l'altro. Continua a usare questa parola: disperati, come se lei fosse sul posto, come se lei fosse una madre di quei ragazzini, come se fosse lei stessa uno di quei ragazzini.

Un anno fa avevo donato all'Unicef una cifra per le popolazioni dello Sri Lanka, ecco perché mi hanno chiamato; non so che dire. Sono abituato ad operatrici telecom piene di numeri e tariffe che rompono all'ora di cena: questa ha la voce rotta dall'emozione, continua a dirmi che è un casino, che il mondo s'è scordato, che non c'è più un cazzo di nessuno che muova un dito. I bambini, i bambini: continua a insistere che stanno diventando tutti graziosi ghiaccioli, ogni giorno, uno dopo l'altro. Dice che bastano 15 euro, dice che basta anche un sms: non mi dà numeri, non mi dà estremi. Mi dice che se questa busta bianca non mi è arrivata, posso andare sul sito e leggere di che si tratta. E insomma è un delirio: sembra che - freddo a parte - i rifiuti non siano stati smaltiti, ci sono le macerie, non arrivano aiuti.

Ora non so.
Sul sito ci sono andato. Piano piano la memoria mi è tornata, anche se non capisco se sono stato io ad essermi distratto oppure veramente qui da un certo momento in avanti non ha parlato più nessuno di questa cosa. Ultimamente guardo pochissimo la televisione, telegiornali compresi (ma pure sui quotidiani, non mi pare di ricordare nulla di specifico negli ultimi giorni). Tantomeno so chi fosse quella ragazza: so solo che mi ha toccato, disturbato, scioccato. Sembrava di parlare con qualcuno con le mani tra i capelli.

Non so, dicevo.
Non se se possa servire: non ho ancora capito se i blog in questo senso funzionino. Mi pare che si perda tempo solo a sputarci sentenze addosso e ad additarci cali di accessi e prese di posizione non condivise. Magari se passate di qui, volete parlarne da voi - chiunque voi siate, di qualunque cosa parli il vostro blog - e alla fine chissà che non si riesca a fare qualcosa di costruttivo, di buono, sensato. I soldi sono pochi per tutti e questo è un fatto; ad ogni modo tant'è.

Uno va qui e fa la donazione.
Oppure no, ma insomma: mi andava di dirlo.
Torno a leggere Ellroy.

martedì, 22 novembre 2005

Invasioni barbariche
Categoria:attualità, scritto da stefano havana


C'è un tale in america che ha partecipato a un reality show. Diabolico il format: tua moglie va via di casa in località sconosciuta e nel frattempo ti becchi un'altra persona che prenda il suo posto e viva con te per un certo qual tempo. Non male, se non che il poverino s'è visto recapitare, in sostituzione della dolce consenziente metà, NON una femmina ma un bel maschione. Gay. Colpo di genio degli autori, se non che il tizio si è imbufalito: dice che non essere il solo in casa a fare scorregge nel letto gli ha portato gravissimi disturbi psicologici e fisici. Non solo: il tizio pare che fosse una specie di pastore protestante o qualcosa del genere. Uno di quei figuri da sit-com, sposati ma con doveri sacerdotali di un qualche tipo. Immaginiamoci il disgusto. Morale: una causa intentata alla rete televisiva di oltre 5 milioni di dollari. La beffa: la moglie - quella allontanata per regolamento - pare voglia chiedere il divorzio. Arringa difensiva degli autori: "Di cosa ci accusano? Lo scopo della trasmissione è proprio quello di sconvolgere la vita della gente". Una cosa così in Italia e si risolve il virus Ruini (gli prenderebbe un ictus seduta stante).

Nel frattempo caos per l'uscita della nuova XBox. In America file di accampati davanti ai negozi: tende, sacchi a pelo e oltre 20 ore di attesa nonostante la temperatura sotto zero e la pioggia. Non capisco bene come pormi di fronte a questa cosa. Va bene che il primo che fosse riuscito ad acquistare il prezioso feticcio avrebbe avuto in premio la stretta di mano di Bill Gates in persona, ma farsi addirittura deportare... Poi ho pensato: cazzo, ci andavi il giorno dopo, a comprare l'XBox, risolvevi tutto in cinque minuti e non ci pensavi più. Il tempo risparmiato lo passavi a consumarti i pollici a forza di videogiocare! Ed ecco l'ovvia illuminazione. Naturalmente avrebbero potuto fare così, i nostri Metodici Acquirenti; andarci il giorno dopo e tutto il resto: magari prendere un giorno di permesso per passare le classiche diciotto ore a giocare. L'unico problema è che - poverini - il giorno dopo chi mai li avrebbe fotografati? Quale tiggì della sera li avrebbe ripresi?

xbox2

xbox1

xbox

Poi.
Di che parliamo?
Ecco, dice che questa sarà la prima auto LOFT della storia. Cioè, in pratica una macchina a due piani. Vi piace? Anche qui, è aperto il dibattito (io non l'ho ancora capito).
A che diavolo servirà?

autofuturo

Intanto, a Bangkok c'è una scuola intitolata a Silvio Berlusconi. L'istituto, inagurato da Don Gelmini (un tizio travestito da Papa), è stato realizzato proprio grazie a una donazione del Premier. Domanda: cos'hanno in comune queste quattro notizie - posto che no, non è uno spot a favore della diffusione dell'aviaria?

berluschool

domenica, 20 novembre 2005

Giovani con la X maiuscola
Categoria:letteratura, attualità, scritto da stefano havana


Riflessione della domenica #1

Se sei nato nel 1990 o giù di lì, sicuramente non sei tra queste pagine, non sei mio amico, non metti mai la freccia quando giri e non hai mai avuto coscienza dell'uso del ch. Se sei nato nel 1990 o giù di lì – se insomma adesso hai circa 15 anni – sei l'orgoglioso specchio di quest'umanità televisiva: hai modelli imitativi ben precisi e non a caso il tuo sogno è quello di fare la modella o il grande attore. Non hanno coscienza politica. Sono infinitamente più arroganti di quelli nati solo dieci anni prima; vanno peggio a scuola (il che sarebbe l'unico punto a loro favore, se non fosse che il tempo che risparmiano lo impiegano sulle panchine a parlare di macchine) e assomigliano tutti a qualcun altro. Le ragazze sono more con la frangetta e quell'orribile, terrificante striscia bianca sulle unghie; se invece sono bionde, hanno i capelli mossi striati di nero e nella migliore delle ipotesi l'hanno data via già da quattro anni. I ragazzi si muovono come quelli di Mtv, parlano esattamente come i decerebrati delle radio e si eccitano solo davanti a femmine che assomiglino a quelle della televisione. I quindicenni di oggi sono uno stuolo di sub-umani intellettualmente asessuati: la sanno lunghissima in fatto di sms e se letame come Dj Francesco ha successo, lo deve esclusivamente alle suonerie e agli ipod di queste scimmie. Scimmie sono: non avranno un lavoro stabile prima dei quarant'anni e se riusciranno a sfuggire alla tentazione del suicidio, diventeranno imprenditori di se stessi, preti o pedofili. Sono i giovanissimi d'oggi la prova definitiva e assoluta che qualunque direzione abbia preso la nostra civiltà, si tratta di quella sbagliata.

Riflessione della domenica #2

Abbiamo parlato spesso di successi narrativi discutibili. Ecco, c'è un'altra frangia di neo-scrittori che a mio parere dovrebbe essere trattata chimicamente con delle secchiate di ruggine: sto parlando dei baby-autori, questi fantomatici firmatari di best-seller ancora lungi dal compiere i 19 anni. Lo dico subito a scanso di equivoci: la mia è soprattutto invidia. Ma non solo: ho letto qualcuno di loro e a parte due o tre – ad esempio Ivano Bariani che vi invito a provare (e che di anni, però, ne ha 24) – gli altri sono quello che effettivamente sembrano alla prima lettura della biografia sul frontespizio di copertina: pischelli arricchiti a cui è stata data una possibilità. La riflessione mi è giunta dopo aver sfogliato in libreria una decina di pagine dell'ultimo capolavoro assoluto di Margherita F. (blogger, tra l'altro). Al di là della nausea datami da questa cazzo di moda del cognome puntato (ehy, deejay di mtv, grazie ancora!), il lavoro di Margherita F. – non certo per colpa sua – è tra il vomitevole e l'adulatorio, tra il manierista e l'artefatto, tra il non leggibile e il non necessario. Ripeto, la colpa non è della simpatica Margherita F. (a proposito, in bocca al lupo per l'ultimo anno di Liceo): il punto è che a mio modesto parere per fare letteratura bisogna prima aver vissuto. Nessun 18enne - nessuno - può avere niente di interessante da dire, tantomeno da scrivere. E' razzismo? E' nazismo (vi imploro, non parlatemi di Mozart e allora?, di Bunker e allora?, del ragazzino del sesto senso e allora? Qui stiamo parlando di Margherita F., M-a-r-g-h-e-r-i-t-a-e-f-f-e)? Oddio, no che non è razzismo, no che non è nazismo: la giovinezza è un male curabile. Due o tre pasticche di vita per una trentina d'anni e si guarisce (morte a parte, ma la morte è effetto collaterale ampiamente indicato). Sono convinto che Margherita F. (che tra l'altro scrive bene, sicuramente molto meglio di quanto non facessi io alla sua età) tra due lustri si maledirà, si prenderà a selciate per quel cognome puntato, per le baggianate che ha voluto raccontarci, per le solide secchiate di vomito adolescenziale contenute tra quelle pagine pubblicate da Einaudi Stile Libero (quelli di Kerouac, quelli di Fante): diventerà grande, piangerà davanti a uno specchio e potrà dire democraticamente la sua (speriamo che abbia voglia di insultare anche lei questi editori arraffa soldi e ammazza-arte). Fino ad allora lei – e quelli della sua età – semplicemente dovrebbero pensare - che ne so - a Cioè, ai Carefree, agli ormoni, ai blog appunto.

sabato, 19 novembre 2005

Ingannai il dolore con del vino rosso
Categoria:musica, scritto da davide firenze


La malinconia (F. Califano)

Franco CalifanoDei libri imporverati sur comò
che ho appena aperti e che mai rivedrò
le mie chitare che ho dimenticate
per tera co' le corde arugginite
er caminetto nun l'ho acceso più
da quanno a casa nun ce sei più tu
le lettere so' ormai 'na rarità
de tutto er resto che ne parlo a fa'

È la malinconia… è la malinconia... è la malinconia...

Un vecchio pescatore nun po' più
portà la barca a remi fin laggiù,
se guarda er mare suo co' nostalgia,
poi spegne la lampara e così sia.
Cammina ma nun c'ha 'na meta sua,
o' 'n’ ombra che je tiene compagnia,
'na vita dedicata tutta ar mare,
ch'è stato er primo e l'urtimo suo amore.

È la malinconia... è la malinconia... è la malinconia...

'N amico che nun ricordavi più
lo incontri 'n giorno co' diec'anni 'n più
c'ha tante rughe che te fa' pietà
e odi le parole: tempo fa !
Perché nun poi fa' a meno de pensà
che pure tu sei nato pe' 'nvecchià
e te fai 'n pianto sulla vita tua
perché la trovi inutile follia.

È la malinconia... è la malinconia... è la malinconia…

Se tu pentita ritornassi qui
cor nodo 'n gola te verei ad aprì
convinto de volette ancora bene
ma nun te potrei dì tornamo 'nzieme,
perché non troverei nell'occhi tua,
l'antico amore della vita mia
e te direi co' tutta l'onestà
"perché stai qui!... che sei tornata a fa !…

È la malinconia... è la malinconia... è la malinconia...
è la malinconia... è la malinconia... è la malinconia...

venerdì, 18 novembre 2005

Eroi del nostro tempo
Categoria:dissenso, scritto da andy capp


guerrero

bossilory

mercoledì, 16 novembre 2005

Televisionology
Categoria:televisione, scritto da stefano havana


scientology-Homelogo- Il tuo problema è che non distingui i due tipi di pubblico
- Che vuoi dire?
- Voglio dire: non c'è solo gente che legge Hemingway e che vuole sentire parlare Scalfari. C'è chi vive di Costantino e Maria, anche
- E ti sembra bello?
- Non me ne frega niente. Insomma: è così che va
- Ma voi siete autori televisivi, per dio. Se tu scrivi cacca, dieci milioni di persone sentono o leggono qualcuno dire cacca. Avete una responsabilità civile, morale, sociale. Possibile che non ve ne rendiate conto?
- Noi vendiamo un prodotto. Diamo alla gente quello che vuole
- E non credi che bisognerebbe fare in modo che la gente non desideri più solo e solamente Costantino?
- Guarda che Costa è un ragazzo bravissimo
- Chi lo mette in dubbio che sia un caro ragazzo? Ma non è questo all'ordine del giorno: il problema è che Costantino leva lavoro e spazio ai talenti veri, tu di questo non ti senti responsabilizzato?
- E' quello che vuole la gente
- E' quello che vuole...? Oddio, non perché fate questo mestiere dovete per forza pensare alla gente come una specie sub-umana coltivata ad uso e consumo dei vostri prodotti!
- La gente è contenta con quello che gli diamo
- Le persone entrano in libreria e comprano il libro di aforismi di Giuffrida di Campioni e tu dici che è contenta?
- Certo. Uscirà il libro di Raffaello Tonon, anche. Sai quante copie venderà?
- Raffael...? Tu non puoi pensare veramente quello che stai dicendo...
- E' quello che vuole la gente
- No, è quello che voi date alla gente. E' così che voi avete abituato la gente. Vendere un milione di copie dei pensieri di Tonon, secondo te, è una cosa normale?
- Fa stare bene la gente
- Che cosa?
- E' quello che chiede la gente
- Cristo santo...

- La sai la storia dell'uomo non vedente che ha scritto una lettera a Maria in cui svelava il proprio sogno di venire in trasmissione? Maria ha preteso e ottenuto che quel sogno fosse realizzato, l'ha invitato a Roma a sue spese
- ...
- Fa stare bene la gente
- ...
- E' quello che la gente chiede

- Cazzo, se divento cieco e scrivo a Maria, mica sto bene. Mica sono felice. Sto malissimo, per la miseria. Vado curato. Vado preso e internato: ho dei problemi, cosa mi state vendendo? Realtà virtuale a fette? Io voglio credere che se io un giorno sarò malato o che e ti chiederò di mandarmi da Maria, tu fingerai di acconsentire ma invece ti informerai per un'ottima clinica
- Ma è quello che voleva...
- Chi?
- Il non vedente. Maria gli ha dato quello che voleva
- Gli ha dato quello che voleva?
- Fa del bene alla gente
- ...

- Scusa, tu non ti senti bene leggendo i tuoi libri, i tuoi Carver, i tuoi autori?
- Certo, mi piace. E' la mia passione
- E allora?
- Allora cosa?
- Dove sta la differenza?
- La differenza tra leggere Carver e piangere davanti a Costantino?
- Sì
- ...

- Lo vedi?
- Cosa?
- Non c'è differenza
- Tu credi che non ci sia differenza?
- Sì
- Lo credi veramente?
- Sì
- Ok
- Ti fa stare bene
- ...

- C'è stata un'altra storia, tempo fa. Una coppia che ha partecipato a C'è posta per te. Moglie e marito pazzi di Beautiful: la moglie era disperata perché nonostante tutti gli sforzi per essere tale e quale a Brooke, suo marito non riusciva a essere tale e quale a Ridge. Li hanno fatti incontrare con gli attori, vedi? Hanno realizzato i loro sogni. E' questo che facciamo: facciamo stare bene le persone
- Che cosa?
- Erano felici
- Chi?
- Quei due
- Felici?
- Certo
- Quei due sono da prendere e allontanare immediatamente dalla società civile. Sono da curare con attenzione, sensibilità e gli strumenti più sofisticati a disposizione della scienza moderna. Tu chiami felicità, quella? Chiameresti felicità la calma serafica di chi si è appena fatto una pera di eroina? Chiameresti felicità, la serenità indotta di uno che si è appena scolato il sesto vodka&gin della mattinata per non pensare al lavoro? Allora metti su un giro di stupefacenti. Fallo: è la stessa cosa. Ti metti da una parte e spacci ai ragazzini preoccupati per l'esame di maturità. Regali loro gioia, spensieratezza e felicità
- Ma era il loro sogno, non lo capisci? Si sono rivolti a Maria, Maria li ha aiutati
- Voi anestetizzate le menti. Lasciate le persone senza scampo, permettete che si accontentino, abbassate il livello intellettuale e del mercato
- Sono felici, stanno bene
- ...

- La gente ha bisogno di non pensare ai problemi
- Una moglie che vive per essere come Brooke e suo marito che vive per essere come Ridge, questi sono circondati dai problemi!
- Ma perché?
- Come perché? Se io un giorno ti vengo a dire che soffro perché nonostante tutti i colpi di coltello e scalpello non riesco a far assomigliare la mia ragazza a Moira Orfei, tu devi internarmi, non devi mandarmi da Maria, lo capisci questo? Promettimi che te ne ricorderai
- Ma perché? Se sei felice così, noi ti diamo questa felicità
- Dio santo...
- Non si vive solo di Hemingway
- Cristo, non è questo il punto
- Come no? Si venderanno milioni di copie del libro di Tonon
- ...

- E magari la gente verrà a comprare il libro di Tonon e resterà incuriosita da qualche classico e comprerà anche quello. Almeno esce di casa, noi facciamo entrare in libreria le persone. Vedi?
- Bombe intelligenti...
- Dai...
- Sono esausto
- Da cosa?
- Non c'è speranza...
- E' quello che la gente vuole
- Ti giuro su dio, mi viene da piangere. Dico: tu sei uno in gamba, ti vedo, si vede. Lavori dieci ore al giorno, sei andato via dalla tua città, sei un autore con i controcoglioni, sei capace, hai idee. Come fai, anche tu, ad accettare l'idea che due come Costantino & Daniele prendano e girino film, facciano soldi. Perché non li mandate a lavorare, invece?
- La gente è felice
- Quando?
- Alla prima di "Troppo belli" il cinema era gremito
- Di ragazzine che facevano foto e mamme da denunciare alla polizia?
- Certo
- E tu lo chiami successo?
- La gente era felice
- Chi?
- Al cinema, a fotografare Costa & Dani
-A fotografare Costa e Dani?
- Sì
- ...
- ...

- Quel film non se l'è cagato nessuno, in compenso io ho dovuto vedere i film che piacevano a me relegato nei cinema più brutti, lontani e tristi, perché tutte le sale di Roma erano impegnate con "Troppo belli". Ti pare una logica normale? Ti pare corretto diffondere certi valori?
- Abbiamo reso felice un mucchio di gente
- Chi?
- Noi, Costa, Dani, il fatto che abbiamo dato alla gente quello che la gente voleva
- I pedofili vogliono bambini. Diamo bambini ai pedofili, allora? Questi vanno curati, non te ne rendi conto?
- Perché? Noi li rendiamo felici. Nessuno fa niente di male.
- ...

- Andiamo, gli idealismi non portano da nessuna parte. Cosa vuoi fare da grande? Il missionario?
- Maria potrebbe aiutarmi?
- Forse sì. Vieni...

NB: Questa conversazione è realmente avvenuta.

martedì, 15 novembre 2005

Caramelle americane
Categoria:segnalazioni, scritto da granduca di palau


La guerra è guerra signori. Era guerra quando si combatteva con la daga, è guerra ora che ci sono le armi chimiche. Ma da qui, dal mondo esterno, non si vede nulla, non si vede il dolore. Non ci si ammazza, oggi: ci si disintegra. Contro ogni regola, contro ogni morale. Questo piccolo post non vuole commenti, vuole solo informare, aprire - come dice il video che segue - una piccola finestra su quello che è successo in tempo di guerra a Falluja. Caramelle americane, per addolcirsi un po' una dura giornata di ordinaria guerra.

>>> Il video di RaiNews su Falluja

lunedì, 14 novembre 2005

La casa, quel diritto divenuto privilegio
Categoria:attualità, scritto da andy capp


Prima puntata

Una casa per tutti. Slogan carichi di demagogia hanno riecheggiato negli ultimi giorni dalle poltrone della politica. In questi casi può essere utile ricordare come stanno realmente le cose.

Marisa ha 72 anni e vive sola. Prende di pensione 516 euro mentre il suo affitto mensile è di 366. La signora Marisa vive al Nomentano, in alcuni complessi nati una ventina di anni fa. Nel 2003 la proprietà è passata dalle mani dell'Ina Assitalia in quelle della Pirelli (grazie alla cartolarizzazione), che un anno dopo l'acquisto degli immobili ha deciso di metterli in vendita. Marisa, non potendo certo chiedere un mutuo, ha ottenuto un prolungamento del contratto di locazione per altri 9 anni. Poi, quando ne avrà 81, si vedrà.

Franca e Armando, 65 anni lei e 71 lui, sono sposati da più di 39 e da 25  vivono al Tuscolano. Anche qui la Pirelli qualche anno fa ha rilevato decine di appartamenti mettendoli successivamente in vendita. Franca e Armando hanno ottenuto un mutuo ventennale da 100 mila euro per rilevare l'appartamento in cui vivevano. La figlia, che aspetta un secondo bambino, è stata costretta a mettere una firma di garanzia in caso di decesso dei genitori.

Roberto ha 27 anni, un contratto a tempo indeterminato e guadagna circa 1300 euro al mese. E' single e vorrebbe acquistare una casa. Ha chiesto alla sua banca, di cui è correntista da quattro anni, un mutuo trentennale da 150 mila euro. La banca ha risposto che guadagna troppo poco e le garanzie non sono sufficienti per tutti gli anni della dilazione. La rata sarebbe stata di poco inferiore ai 600 euro mensili.

Oltre 100 mila persone in emergenza abitativa, tra queste 21 mila vivono in coabitazione, e 3.078 sono senza un tetto. Eccoli i numeri di Roma capitale (i dati sono forniti dall'ufficio statistica del Comune) dove il canone medio per un'abitazione da 75 mq è arrivato a 1.075 euro al mese. E parliamo di case in periferia. Nell'ultimo decennio la crescita degli affitti ha dato vita a un nuovo fenomeno di emigrazione verso i comuni limitrofi. Secondo alcuni dati Istat, infatti, nel decennio 1991-2001 i residenti della capitale sono diminuiti di 187.104 unità, un calo del 6,8%, mentre quelli della Provincia sono aumentati di 126.461 abitanti.

Il problema casa ha ormai assunto dimensioni catastrofiche: 150 mila famiglie sono sotto sfratto e 600 mila in attesa di un alloggio. Di tutta risposta gli sfratti eseguiti hanno subito un aumento del 10%. Ancora due dati per sottolineare la drammaticità della situazione: secondo l'Anci (Associazione Nazionale Costruttori Edili) i prezzi delle abitazioni usate negli ultimi anni sono aumentate del 136% nelle tredici grandi città italiane, quelli di case nuove o ristrutturate del 130%. Per quanto riguarda gli affitti: la Nomisma segnala che dal 2000 ad oggi il canone medio nelle grandi città è aumentato del 46,8% (mentre Roma ha registrato un picco dell'85,2%). Le buone notizie per gli italiani che vivono in affitto arrivano, invece, dalla Tecnocasa. Secondo uno studio sull'andamento prezzi, i costi delle locazioni, soprattutto nelle grandi città, come Milano, stanno scendendo verso valori leggermente più ragionevoli. Nel capoluogo lombardo nell'ultimo anno i canoni dei bilocali sono calati del 2,8%, mentre quelli dei trilocali del 3,1%. Come al solito la verità sta nel mezzo.

Nota di noantri: come al solito lo spazio dei commenti, se volete, è a vostra disposizione. Mi rivolgo in particolare agli studenti fuori sede.

domenica, 13 novembre 2005

Libri, fotografie e blog
Categoria:arte, narrativa, scritto da stefano havana


Questa cosa che ho diviso in quattro parti (#1, #2, #3 e #4) non lo so cos'è. John Barth, probabilmente, la chiamerebbe accordatura del pianoforte. Più semplicemente è stato uno sgranchirsi di dita e di nocche di fronte a qualcosa che non avevo mai provato a fare: non è una cosa da blog, questo è certo. Non ne ha i tempi, soprattutto: è qualcosa che ho scritto per conto mio dopo aver letto un libro illuminante di Colson Whitehead che si chiama "Il colosso di New York". Whitehead è uno scrittore giovane, americano e bravissimo: è nato nel 1969 e in questo suo libro dipinge alcune fotografie cittadine (dalla metropolitana, all'aeroporto JFK, passando per Broadway e Coney Island). Non ci sono personaggi, se non appellati genericamente, pescati tra la folla ed elevati per poche righe al ruolo di protagonisti; non c'è niente. C'è solo New York e il tratto di una penna sapiente. Più o meno in questo stesso periodo mi sono appassionato alle fotografie di Diane Arbus: che razza di genio, questa donna nata nella Grande Mela, morta suicida e diventata una delle più famose fotografe americane nel giro di una carriera fulminante, appena 11 anni di attività. Sono due le cose interessante del suo lavoro: 1) i soggetti degli scatti guardano sempre (c'è forse una sola eccezione) nell'obiettivo e 2) i soggetti degli scatti sono freak, nani, giganti, pervertiti, froci, pazzi, travestiti, assassini, vecchi deformi. Diane Arbus racconta una sottocultura americana che nessuno in quei tempi (parliamo degli anni '60) aveva mai pensato di mostrare. Si racconta che alcune sue opere esposte al MOMA siano state rese oggetto di sputo da parte di visitatori. D'altra parte guardare qui, qui, qui, qui, qui o qui per credere. Diane era ebrea e certi vedono in questo suo ossessivo ritrarre i diversi, un modo per stigmatizzare la propria condizione; i suoi scatti riprendono persone talmente appariscenti - questo il centro della sua tematica - da essere invisibili. Gli invisibil emarginati dalla società: sono questi i figli di Diane Arbus, fotografa.

L'unione di questi due elementi (alcuni critici hanno concretamente paragonato gli scritti di Whitehead con le fotografie dell'artista americana), mi hanno fatto ardentemente desiderare di provare qualcosa di simile. Una certa ossessione carveriana per la vita monotematica e allucinata (e portata all'eccesso, naturalmente) della borghesia media, ha fatto il resto.

Racconto questo per nessun tipo di motivo: è solo domenica. Forse ho mutuato dal prezioso Ataru lo sfizio del "post inutile del weekend", in cui si parla di tutto e niente. Sarà che devo lavorare, oggi, e che per la terza sera consecutiva ho fatto le quattro di notte, fatto sta che trovo delizioso una volta a settimana non parlare assolutamente di niente. L'ultima volta ci avevo provato qui ed era nata cosa graziosa. Alberto segnala un sondaggio rivolto a tutti i blogger e lettori di blog: partecipare significa poter vincere un i-pod shuffle. Io partecipo. A proposito di blogger, mi preme segnalare questo post di A Day in The Life, sulla guerra, Baldoni, Falluja e la condivisione di materiale utile a far circolare la vera verità. Curioso: e ancora ci vengono a dire che la televisione non uccide.

Infine un pensiero ai Dispensatori di Giustizia che hanno picchiato la propria compagna di scuola, rea di non aver fatto copiare il compito in classe. A loro dico: coraggio, ragazzi. C'è bisogno di gente come voi al mondo per regolare i più grandi atti di bastardaggine, altro che bullismo. Siete degli eroi rivoluzionari e da parte mia e da parte di tutti quelli che - come me - a scuola campavano solo ed esclusivamente sulle spalle dei secchioni, il più sentito GRAZIE.

venerdì, 11 novembre 2005

Uova
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Perché la gente beve insieme? Che senso ha? Te lo sei sempre domandato: e perché si va a cena fuori? Spesso, nei ristoranti, ti limiti a guardarti intorno e vedi una massa di individui fare movimenti liquidi con le labbra gli uni di fronte agli altri. Addetti in camice bianco scrivono su blocchi di carta per appunti le preferenze riguardo cibo e bevande: non fa ridere? Non è strano? A che serve? Per non parlare del sesso.

Di notte pensi a tutte queste cose e molte di più: prendere sonno è un meccanismo che ti riesce ancora difficile mettere in pratica dopo anni e anni di spontaneo allenamento. Forse proprio il ritenerlo un meccanismo, ne blocca le portentose potenzialità: l'imminente sveglia, poi, ti sembra un incendio in lontananza. Focalizzi la tua concentrazione su due immaginarie lancette gigantesche che ticchettano insensatamente verso la destinazione delle sette di mattina. Il conteggio alla rovescia ti destabilizza: mancano sei ore e quaranta minuti. Mancano sei ore. Mancano. E così via. Riesci a dormire benissimo solo quando la prima luce del giorno trapela dai buchini delle tapparelle. Un tempo non si vedeva forse il sole proiettato in piccole bollicine sulla parete opposta alla finestra? Non si vedeva la polvere volare tra i raggi? Ora questo fenomeno dolce e saporito non c'è più. Perché? La luce è diventata un'accozzaglia di colore che illumina genericamente tutto. Ci pensi un attimo e forse capisci: sarà che nel frattempo sei diventato miope. Ti appunti mentalmente: dormire con le lenti a contatto per ritornare bambino.

Non funzionano questi piccoli trucchetti arriccia-sonno. Il sonno è scontatamente come l'amore: sta lì e sfugge alla presa delle dita. Fingere disinteresse e distacco, è un'altra delle cose che ti segni tra le rughe della fronte. Sei scoperto, di notte. Non importa il piumone. Hai paura di morire, di notte. Nel sonno. Hai paura di non svegliarti più. Hai paura di una telefonata piena di cattive notizie. Hai paura dei ladri, hai paura dei fantasmi. Fai il conto degli anni, t'accorgi che la gente comincia a morirti intorno. Pensi al tuo lavoro: licenziarti, ti annoti ancora. E poi ti sorprendi se non riesci a prendere sonno. Va bene: cerchi pensieri positivi. Li cerchi come cerchi in bagno etichette da leggere dietro le confezioni di sapone. Li cerchi come palliativo a te stesso: concentrarti su te stesso ti fa male. Non ti fa fare quello che devi fare, sia dormire o sia cagare. Pensi a lei, pensi alle parole giuste da dirle. Ti piace l'idea: ti dai un colpo di scalpello sul mento per assomigliare un po' di più a Richard Gere, starnutisci via gli occhi per incapsularti quelli di Di Caprio. Un pizzico di savoir faire di George Clooney. Imparare a ballare come John Travolta: lo pensi delicatamente. Forse stai imparando ad addormentarti. Così la conquisterai: essendo te stesso il meno possibile. Prendendo un po' di questo e un po' di quello dagli altri. Non hai più dubbi, eppure domani fallirai nuovamente. Ti mancherà il coraggio, l'occasione: ti appoggerai all'alibi del non era il momento giusto.

Pensi all'autoironia: l'autoironia – sembrerebbe – ne fa scopare più dei muscoli. L'autoironia spinge uomini calvi nei letti di modelle svedesi: è incredibile questo fenomeno. Nessuno capisce che l'autoironia è una bufala? Nessuna donna capisce che un uomo autoironico è un uomo a cui non rimane altro? C'è un critico televisivo, citato in un necessario saggio di David Foster Wallace, che dice: "L'autoironia è una forma di sincerità interessata". Notare quanti uomini autoironici sono anche ricchi, pensi automaticamente e domani te ne sarai dimenticato. Non scriverai mai come Pasolini, non avrai mai la capacità citazionistica di un David Foster Wallace, né il realismo color seppia di un Hemingway; imiterai per sempre – senza neppure avvicinarti a un risultato definibile soddisfacente – la meta-narrativa di John Barth, il surrealismo post-moderno di Donald Barthelme, la scelta linguistica di Busi, la visionarietà moderna di Lethem e quella più cupa di Philiph Dick. Inseguirai senza speranza il lirismo di Bradbury, quella capacità di strutturare un impianto narrativo gigantesco di Ellroy. Ti vanterai della tua capacità di saper scrivere ottimi racconti brevi in prima persona plurale, senza contare che Eugenides lo sa fare molto meglio di te; invidierai la capacità di fotografare il quotidiano di Moody, Whitehead e Franzen. In ultima analisi non sarai mai Raymond Carver.

Ti addormenti e il tuo film preferito di Woody Allen ti spiega finalmente la vita: "Un tale va dallo psichiatra e dice: «Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina». E il dottore gli fa: «Bè, perché non lo interna?». E il tizio risponde: «E poi a me le uova chi me le fa?». Ecco, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti umani. E cioè che sono assurdi… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova".

[puntata #1, #2 e #3
Qualunque cosa fosse, ora è finita]

giovedì, 10 novembre 2005

Imitazioni borghesi
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


[puntata #1 e #2]

Tornando a casa non provano sollievo. Quello è rimasto tutto negli autobus incolonnati sulla Cassia, quando rientravano da scuola alle due del pomeriggio. Adesso che sono le otto di sera, nel traffico c'è un che di desolato: è presumibilmente il primo momento della giornata in cui ognuno respira i fatti propri. La tua stazione preferita è Radio Rock: la ascolti perché non c'è Linus, soprattutto, e perché non trasmetteranno mai Tiziano Ferro. In compenso ti sorbisci quaranta minuti di approfondimento sulle colonne sonore dei film e scopri che il poliziottesco ha tutta una strumentazione propria. Frizione e acceleratore, frizione e acceleratore: scandisci lentamente il tuo avanzare e fermarti. Anche tu hai una strumentazione tua: a un certo numero di virate a destra e a sinistra corrisponde casa. C'è di peggio che passare un'ora nel traffico da soli: passare un'ora nel traffico in compagnia di qualcuno con cui non sai cosa dire, per esempio. Certi con cui non vorresti mai condividere un viaggio ce li hai proprio nella macchina di fianco: hanno quest'aria stranita dietro le sigarette. I finestrini sono aperti di un dito e dagli abitacoli si leva fumo bianco. Le luci dei cruscotti fanno pandant con quelle della radio: ci si spia a vicenda. Ascolti i gusti musicali degli altri; li giudichi. Ti sorprendi di quanti abbiano il coraggio di tenere a un volume così alto l'ultimo hit di Biagio Antonacci. E si procede così, lentamente. Ai semafori non si impazzisce più: non è come alla mattina. Non è come quando sei arrivato: non pensi più che il traffico ce l'abbia con te. La frenesia del capitalista s'è dissolta: le saracinesche sono tutte chiuse a parte quelle dei concessionari d'auto. Usi il poggiatesta del sedile: ti guardi intorno, mandi sms a persone che hai avuto tutto il giorno davanti agli occhi.

Non si eleva solo gas di scarico in queste bibliche processioni: dall'asfalto bagnato di Via Paisiello si alzano soprattutto storie e pensieri, rate da pagare, ici, un figlio nei guai, letti d'ospedale, amori interrotti, appuntamenti impossibili, conti in banca e multe salate, pensieri politici, rabbia sociale, senso civile, brutte notizie e pannolini. Sul display del telefonino lampeggia il nome Avv. Panieri. Lo lasci squillare nel vano portaoggetti e fai attraversare due persone con una enorme scatola in mano con la scritta Kenwood. Monteranno il loro primo impianto dvd e guarderanno Il Gladiatore con le mani intrecciate bevendo coca cola e rovistando in una busta di crick crock. Sarà la loro piccola imitazione di un cinema privato e saranno felici per un po'. Magari faranno all'amore quando tu starai ancora iniettandoti la tua dose quotidiana di traffico. Velocità minima 0, velocità massima 13: è tutto un'imitazione di qualcosa. C'è chi finge di essere Schumacher. Si va avanti così: accontentandosi del proprio ma travestendosi da altro. D'altra parte non è quando è travestito che l'uomo dà il meglio di sé? L'ha detto Oscar Wilde, annuisci nel buio di Corso Francia: quel vecchio irlandese ne sapeva una più del diavolo.

Nel traffico vai avanti come non vai mai avanti nella vita. Lentamente, irrimediabilmente, fino a quando la strada diventa automatica: succede più o meno quando la trasmissione di Radio Rock è ai saluti e tu sei stato sputato via dal traffico come un calcolo renale. Saresti in grado di contare i chilometri residui, adesso, e i palazzi intorno – per un motivo o per l'altro – cominciano ad esserti familiari. E' la strada di casa, è un momento laico che sfiora la religiosità. Tutto diventa familiare – le buche, i segnali, i rumori, gli odori – e tu diventi l'imitazione di te stesso: è così, solo così che trovi pace. La macchina sta ferma e la strada si srotola sotto le ruote: potresti mollare il volante e intrecciare le mani dietro la nuca, stendere i piedi sopra il cruscotto e cantare The Passenger. Poi ti ricordi di quel giorno per la festa di Rosanna, quando per fare presto perdesti il controllo della macchina e finisti nell'altra corsia. Per poco non fu una tragedia e se vai a rivedere, lungo quel marciapiede c'è ancora il segno dei tuoi cerchioni. Rifletti che non è più semplice come un tempo: ti torna in mente Steinbeck, quando dice che una volta che uno ha una casa propria, la smette di andare in giro a fracassare i vetri delle finestre. E' vero: forse succede così anche agli astronauti. Vanno sulla luna e poi non la guardano più. Smettono di sognarci sotto. È la dura consistenza della presa di coscienza: sbatti le cosce sugli spigoli dei tavoli e da quella volta cominci a tenere accese le luci di notte.

Casa è un disastro, ci sono le pentole da pulire e dai tubi arrivano strani rumori: è una settimana che non rifai il letto e continui a dormire sui rimasugli di sonno precedente: conta poco che tu abbia lavorato tutto il giorno o che ti sia svegliato presto e che altrettanto farai domani; il fatto che tutto sommato tu abbia lavorato anche bene e che i colleghi ti stimino e che, insomma, quando c'è da fare una cosa importante la danno da fare a te, tutto questo non serve a mitigare l'orrore che ti rimangono sì e no ancora due ore di veglia, poi sarà di nuovo il sonno e un'altra volta mattina con tutta quella nebbia e il traffico che dopo l'extra omnes notturno, s'è ricomposto alla perfezione ed è tutto là che ti aspetta a braccia aperte o a mano armata. A seconda del giorno della settimana, in tv c'è un giallo, un thriller o una roba d'amore: definiscono il tuo umore in base all'idea che hanno di te. Il lunedì c'è l'azione, per farti scaricare i nervi. Il martedì la commedia rosa per farti calare nella parte, il mercoledì c'è la super trasmissione con gli ospiti, giovedì è il turno del disaster movie, il venerdì c'è il reality show e il sabato danno il filmone che faccia da controprogrammazione alla rete concorrente. La domenica, vabbè, il calcio. Cercano tutti di scappare da questo inscaffalamento: molti non ci riescono e seduti sulla tazza del cesso sfogliano cataloghi postalmarket. Si guardano intorno nelle loro belle case con le mani sui fianchi e annuiscono dei propri gusti: le mensole ikea, le casse onkyo, il televisore sony gli amplificatori bose, il frigorifero è samsung. È tutto frutto del loro lavoro: cercano di dare una giustificazione alla fatica che fanno ogni giorno. A quel traffico che devono sorbirsi. A quegli starnuti trattenuti in metropolitana. Dormono su doghe di legno altamente consigliate per essere pronti prima degli altri, si spazzolano i denti con spazzolini consigliati dai medici dentisti per aver sorrisi più brillanti ai colloqui di lavoro, vestono Nike per essere come Ronaldinho o non essere da meno.

Si girano intorno, tutti loro, ancora con la giacca addosso e lentamente diventano quello che hanno comprato: hanno la pelle liscia della linea nivea, hanno i capelli morbidi del balsamo fructis e mangiano macrobiotico come consigliato da una di quelle riviste mensili. Migliaia di oggetti comprati per il proprio benessere che semplicemente svaniscono per otto ore al giorno, mentre in casa non c'è nessuno a guardarli. Pensano che eppure deve esserci un senso in tutto quel faticare, svegliarsi presto, vomitare: una destinazione. Cercano di trovare un motivo che non sia un affanno: pensano all'ultima volta che hanno dormito con una donna senza provare disinteresse: guarda, lì tempo fa hai tirato a terra un piatto per la rabbia di non essere capito. Da quanto non ti arrabbi tanto? Sei a casa: c'è il profumo delle tue cose. Potrebbe essere un qualunque momento della tua vita; potrebbe essere ieri. Oppure domani. Ma in tv c'è un film su un disastro aereo. E allora capisci – ti ricordi, intuisci – che è solo giovedì.

mercoledì, 09 novembre 2005

La vita è come un braccialetto?
Categoria:svago, scritto da andy capp


pattyPiperita Patty: "La vita è come un braccialetto, Ciccio".

Charlie Brown: "Come un cosa?"

Piperita Patty: "La vita è come un braccialetto... ha intorno dei piccoli brillanti che sono come i brevi istanti luminosi che capitano ogni tanto nella vita".

Charlie Brown: "..."

Piperita Patty: "Tu senti che questo è stato uno di quei momenti luminosi, Ciccio? Senti che questa ora che abbiamo passato insieme è stata come un brillante incastonato in un braccialetto? Hai questa sensazione, Ciccio? Se è così dovresti dirmelo..."

CharlieBrown

Charlie Brown: "Beh, sì.. credo tu abbia ragione... la vita è molto simile a un collare..."

Piperita Patty (urlando): "Non un collare, Ciccio, un braccialetto!!!"

Snoopy arriva e la prende per mano: "A proposito di collari, bambola, io sono un esperto".

Charlie Brown: "Mi ricordo una volta... più di cinque anni fa... ho detto la cosa giusta..."

martedì, 08 novembre 2005

Agli inferi
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


[continua da qui]

Quelli della metropolitana hanno orari diversi da tutti gli altri. Man mano acquisiscono esperienza e apprendono il momento conveniente per salire sui vagoni. E' una specie di coreografia che parte dalla sera prima, quando hanno già chiaro in mente cosa indosseranno per guadagnare tempo: il tempo è l'elemento fondamentale. C'è un preciso vagone che li attende, ci sono delle persone che incontreranno e che dovranno essere necessariamente quelle, previa disastrosi ritardi. Irrecuperabili accumuli di contrattempi. Si vedono ogni giorno, sempre gli stessi o giù di lì: mille rapporti consolidati a cui manca solo la parola. Eppure non andranno mai oltre quello sfiorarsi: mai ammetteranno di essere parte integrante di quel balletto allucinato. Gente, diranno oppure penseranno, senza dire o pensare che gente sono a loro volta. C'è la signora delle sette e venti, c'è il ragazzo di colore delle otto meno un quarto, ci sono i due carabinieri in divisa delle sette. Alle nove e dieci arrivano gli studenti della seconda ora che non alzano mai il viso dal libro che stanno ripassando: hanno le unghie mangiate e occhiali da sole a specchio. Le scolaresche sono tremende, nessuno le sopporta. Salgono soprattutto alla Fermata Flaminio: orde di ragazzi vestiti male e senza vergogna. Si dice che loro facciano la moda: è strano. Pensi che tu non ti sei mai vestito così, ti senti già fuori tempo massimo per recuperare il terreno perduto. Li guardi di nascosto, invidi quella capacità perduta di parlare ad alta voce in pubblico. Sono talmente diversi da te: sembrano Di Caprio, Brad Pitt, Michelangelo. Tu sembri il marchese del grillo, sembri Filini. C'è sempre qualcuno più timido, più silenzioso: è in lui che alla fine riponi tutta la tua fiducia per un mondo migliore, possibile, eventuale. E così vai avanti, mentre quelli non fanno altro che spingere e darti del lei. Dalle loro cuffiette arrivano i bassi dei Marlene Kuntz: tuz, tuz, tututuz, tuz tuz tututuz. Pensi che nessuno al mondo si è mai innamorato coi Marlene Kuntz. Pensi che se fosse sempre dipeso dai Marlene Kuntz, l'amore neanche esisterebbe.

Molti sbuffano, con i pugni affondati nelle tasche dei trench: il treno che va nell'altra direzione passa sempre prima. Deve esserci una legge scritta da qualche parte, in qualche archivio in Tribunale. Quando senti lo sferragliare delle rotaie in lontananza acceleri la discesa per le scale mobili saltando a due a due i gradini in barba alle raccomandazioni. Ma poi ti fermi, perché non è mai il tuo treno. E' l'altro. Quello che va dalla parte opposta. Cerchi un motivo per andare verso Piazza di Spagna, ma non ne trovi nemmeno uno. Non a quell'ora, non con quel freddo, non vestito così. Qualcuno si chiede: ma allora gli altri? Non siamo anche noi gli altri per loro? Non dovrebbe essere nostro il treno che arriva prima, dal loro punto di vista? La risposta è la stessa che spiega l'amore, valla a trovare. Pensieri così servono solo ad ingannare il tempo. Gli appositi sostegni sono unti e caldi come supplì: c'è sempre un posto libero accanto a uno straccione che si finge di ignorare. I giornali sono un lusso che possono permettersi solo i passeggeri seduti: sfogliarli in piedi è il suicidio. Che poi quelli seduti sono un altro mistero: c'è sempre gente seduta, eppure quand'è che si è seduta? Nessuno lo sa: esiste il primo passeggero? L'entità primigenia che anticipando tutti ha sverginato le porte della prima corsa? Nessuno lo sa: nessuno l'ha mai visto. Loro, quelli che parcheggiano di fronte al cinema o quelli che si siedono nel migliore posto del teatro: nessuno li ha mai visti. Sono già lì.

Qualche volta vengono dati annunci frettolosi dai megafoni seguiti da brusii di disapprovazione: non capisci quasi mai ma ti vergogni a domandare. Speri che la cosa non ti riguardi e passi avanti. Provi a ingannare il Mistero e attraversi la pensilina fingendo di aspettare l'altro treno. Così che il tuo arrivi prima, pensi. Invece non va. E' come comprarsi una di quelle macchine della Zecca di Stato e cominciare a stampare banconote in salotto: troppo facile, non è così che funziona. Non fanno altro che guardare l'orologio, tutti quanti, e maledirsi per non essersi sbrigati prima: il vento è viziato, ma diventa godereccio ponentino quando annuncia la venuta del convoglio, quello giusto: i fogli dei free press lasciati a terra cominciano a volare, come se volessero ricomporsi da soli e tornare sotto le rotative. Si spostano tutti come per far passare il cristo: non si può superare la linea gialla e nessuno che lo faccia. Qualcuno ci è morto a fare lo sbruffone. E' Clint Eastwood quello che ti sta guardando? No, ma ci assomiglia. Fatichi per non ridere, pagheresti oro per avere un complice a cui raccontarlo. Guardi altrove e scopri che tutti stanno guardando tutti. E' un gioco al massacro: qualcuno prima o poi crollerà e comincerà a strillare, si rotolerà per terra, azionerà il freno d'emergenza e dai finestrini trapeleranno scintille. E tu? A chi assomigli tu? Forse qualcuno ha visto in te un vecchio compagno del ginnasio e adesso lo sta sussurrando nell'orecchio del vicino: perciò ti guardano. Perciò ti senti così. Vorresti starnutire ma non ci riesci: starnutire è semplicemente l'ultima cosa che riusciresti a fare. Saltelleresti su un piede, piuttosto. Ma starnutire è impensabile con le altre facce tanto vicine alla tua. Ogni fermata che non è la tua è un martirio: entrano nuovi passeggeri a frotte e tu che avevi pensato che non ci sarebbero mai stati. Ingenuo. Potrebbe entrarci la Mongolia dentro il tuo vagone. L'Egitto. Una balena bianca.

I nuovi arrivati hanno le spalle degli impermeabili bagnate e gli ombrelli in vista: significa che piove. Significa che fuori c'è ancora un mondo. Significa che la realtà persiste. E' un sollievo, quasi cedi alla volontà dello starnuto, poi rinunci ancora. Sei improvvisamente nel bagno della biondina che ti sta davanti: è assai più bassa di te e puoi percepire l'odore del suo balsamo. E' un pensiero incredibile: vuole dire che anche gli altri – i famosi altri – hanno questo potere nei confronti della tua persona. Se puzzi, il mondo lo saprà. Se hai dimenticato qualcosa, ci sarà un passaparola. E' la tua fermata la prossima? Sì, è la tua fermata e la tua fermata è la non-fermata di qualcun altro: lì dentro il calvario è destinato a continuare. Quanto a te, sembra che più ti avvicini alla superficie, più le cose tornino a girare come si deve: ecco quel ragazzo che sullo zaino ha un adesivo dei Gammaray. Pensavi di conoscerli solo tu e invece. Fuori è tutto un riassestarsi da camerino: si mettono a posto i colletti, le maniche, gli orli dei pantaloni. Chi si lega meglio le scarpe. Si fa l'inventario nelle tasche e negli zaini. Qualcuno si batte una mano sulla fronte. Ti riempi i polmoni di aria, di Roma. Roma, poi: adesso non ti sembra più neanche Roma. Ti sembra Las Vegas. Ti sembra Toronto. Ecco quel palazzo, guarda quant'è alto: sembra l'Australia. Ci avevi visto giusto: piove e i marocchini vendono ombrelli. Marocchini che non c'erano un attimo prima, vero? Saranno spuntati dai tombini oppure per magia. L'ipotesi magia si scioglie come tempera sotto i colpi dell'ennesimo clacson. In fondo anche tu non c'eri un attimo prima.

lunedì, 07 novembre 2005

Il primo giorno del resto della loro vita
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Cercano la manovra migliore per uscire dal garage senza danni, tutti quanti. Il saluto al portiere è meccanico, il braccio alzato mentre il cancello si apre e sanno che qualcuno ancora addormentato percepirà da sotto le lenzuola quel lento cigolare ancora prima della sveglia. Bip bip… Bip bip… Bip bip: è la sirena del capitalismo, una soffice mano piena di anelli che sfiora il mento e poi le basette. Una manna per alcuni, vogliosi di produrre. Tutti strappati dai loro sogni perfetti, seduti disordinatamente nel letto con le gambe magre penzoloni e i piedi nudi che sfiorano il pavimento freddo: sono brutti a vedersi, nello sguardo che non guarda niente c'è già contenuta tutta la giornata. Sul comodino il bicchiere d'acqua pieno di bollicine. Sui dorsi delle mani i timbri semicancellati marchiati dai responsabili all'ingresso dei locali bene di Via Veneto o di Testaccio: di notte leoni, la mattina cojoni recita un vecchio adagio popolare e se lo recitano da soli con le due mani strette davanti agli occhi mentre pisciano senz'anima, l'anima è rimasta altrove, tra le braccia di qualcuno, tra tre mojito e marijuana.

Lui cerca di ricordare come sia successo, lei si stringe le braccia al seno: addosso ha ancora il suo maglione di cachemire color del salmone e il risveglio è stato un risveglio dolcissimo. Si domanda il senso di quello starsi addosso, pensa alle conseguenze e scopre che sono meglio dei rimpianti. Guidano nella nebbia fredda del mattino con l'aria calda al massimo e la strada è un prolungamento delle loro stanze, dei loro armadi: qualcosa a cui sono abituati come a mangiare a certi orari, cagare in determinati ambienti che abbiano minime caratteristiche di privacy. Scelgono il percorso migliore, più lungo ma meno trafficato e arrivano ai loro uffici in perfetto orario, oppure in ritardo; tutti con la stessa aria addosso, le guance rosse e fredde seminascoste dalle sciarpe colorate, di quelle che vanno di moda. Si radunano intorno alle macchinette del caffè, con le chiavette in mano e lì cominciano i primi rituali sociali. Quelli che si sono vestiti di fretta sono riconoscibili come pesci rossi sputati dall'acqua: si odorano di nascosto e controllano i lacci delle scarpe. Parlano poco, preferiscono occupare al più presto il proprio posto. Si discute di Radiohead e di Smiths; certi si sono visti al concerto la sera prima, altri hanno condiviso un film. Si finisce con l'uscire tutti con i propri vicini, piccole sfere di individui che si spostano comprensibilmente dal posto di lavoro a quello ricreativo: loro due si guardano di sfuggita, hanno paura a parlarsi, soprattutto da quando hanno tratto quel medesimo respiro contemporaneamente intrecciando le dita sopra un copriletto azzurro. A lui lei piace tantissimo ma ha una storia complicata e con l'amore – va in giro a dire – ha smesso da un pezzo. Lei, non ne parliamo: certe sere resta seduta in macchina a motore spento un po' più a lungo del necessario. Ascolta i Franz Ferdinand tamburellando le dita sul volante e un po' sorride, un po' lo manda a fare in culo.

Si svegliano tutti allo stesso modo, tutti alla stessa ora e guardano fuori dalla finestra disgustati dal grigiore invernale. Bevono caffè sapendo che sarà soltanto il primo della giornata, si asciugano le labbra con fazzoletti di carta che lasceranno appallottolati sul tavolo e lì li ritroveranno a sera, con il nodo della cravatta allentato e le scarpe col tacco tenute in mano con l'indice e il medio. Le calze smagliate. Viale del Muro Torto è un caos a quell'ora del mattino, ma si scordano sempre di evitarlo. Puntualmente se ne ricordano quando ormai è tardi e nelle retine è tutto uno spegnersi e riaccendersi di lucine rosse: i tergicristalli fanno un identico rumore nelle macchine di tutti. In una c'è "Sally" di Vasco