giovedì, 30 marzo 2006

Sweet Home Alabama
Categoria:attualitĂ , scritto da federico roma


Mi sudano le mani a scrivere questo post. Non riesco ancora a focalizzare l'enormità di quello che sta succedendo in questi ultimi anni. Hanno ucciso un ragazzo. E' stato un vigile urbano. Anzi un ardito del gruppo intervento speciale contro i writers, luridi criminali (spesso neri, con i pantaloni larghi e il piercing sul sopracciglio.) che imbrattano muri e case del santo Nord.

Usciamo subito dal primo equivoco: le pistole non sparano da sole. Usciamo ora dal secondo equivoco: quello che è successo non è casuale.

Per quanto riguarda il primo equivoco (ho sentito l'ovvia reazione dell'eunuco che ha sparato: "il colpo è partito". Purtroppo no, altrimenti avrebbe potuto prendere anche il vigile, con sommo giubilo del genere umano) basterà ricordare che per far sparare una pistola automatica è necessario:

1) "scarrellare", ossia tirare verso se stessi l'otturatore per far entrare il colpo in canna
2) abbassare la "sicura". Non capita per caso sapete? E' una piccola levetta che deve essere abbassata con un movimento del dito comandato dal cervello (e qui posso avere dei dubbi, visto che il cervello manca)
3) tirare il grilletto. Anche questo non capita per caso.

Ora, esistono delle cause politiche e sociali alla base di quello che è successo. Dalla fine degli '80 intere fette di territorio nazionale sono state interessate da un fenomeno curioso, il leghismo. Da partitucolo di paese (che all'inizio vantava qualche labilissimo merito nel sollevare alcune questioni legate alla partitocrazia della prima Repubblica) il gruppetto di compari (siamo al 3 e qualcosa %, praticamente inesistente) si è progressivamente avvicinato al potere, grazie all'alleanza con silvio, facendosi forte dei sacri valori e delle rivendicazioni delle sole persone che meritano di vivere in questo paese: i Padani. Questa etnia sconosciuta al genere umano fino a qualche anno fa, risulta essere assediata da più parti: agenti delle tasse, stirpi negroidi che minacciano la purissima enclave dei Padani, agenti di P.S., Carabinieri e magistrati terroni, terroni, dipendenti pubblici, islamici, italiani di ogni sorta.
Il gruppetto di compari (tra cui vi sono figure degne di un cast di Visconti o di Fellini. Io ho sempre visto Calderoli nei panni di un ufficiale delle SA in "La caduta degli dei". Sarebbe perfetto). Sbraita contro l'Italia, vuole l'autonomia... E la ottiene! Padroni a casa nostra!
Ora fanno sul serio: spargono merda, scrivono "Repubblica del Nord" sui cartelli stradali, evadono le tasse per tendenza, odiano tutto ciò che non è come loro e armano i vigili.

Sì, avete capito bene. A Truscate sul Cernuschio compaiono scritte sui muri? I tuoi figli piccoli hanno amici che sono figli di immigrati che lavorano a Truscate Scalo? Niente paura. Ora ci siamo noi. Armeremo i vigili: costoro vegliano su di noi, noi ci fidiamo dei vigili. Loro (quelli di Roma-Washington) vogliono fondere le razze, toglierci i soldi, far emigrare qui i terroni e i negri, imbrattare i muri, farsi le canne, trasformare San Pietro in una moschea. Ma noi...noi lo abbiamo duro. Gli facciamo passare la voglia di scherzare... Armiamo i vigili, costituiamo task force di lotta all'emergenza writers, task force di lotta all'emergenza negri, barboni, disoccupati, terroni ecc. ecc. Perché ormai qui, nelle valli, comandiamo noi! L'ordine pubblico? Lo decidiamo noi, in Comune, mica ci affidiamo a un maresciallo dei CC. Magari è pure nato ad Aversa. E che quello ci protegge?

Mi fermo perché mi rendo conto che grondo troppa rabbia. Ma ci sono cose cui abbiamo il dovere di non abituarci.
E ora aspettiamo i banchetti di firme e le manifestazioni di solidarietà da parte dei soliti noti. Quelli che "sono per i vigili a prescindere".

Spero che quell'infame che ha spezzato la vita ad un ragazzo innocente passi l'inferno sulla terra. Spero che finisca in galera (per almeno 30 anni) e che dentro gli facciano il "servizio completo". Non sono buono, non sono politicamente corretto. Nessuna pietà per chi è forte con i deboli.

P.S. So che il sindaco del comune di cui si tratta è di FI, ma la sostanza del mio discorso non cambia.

mercoledì, 29 marzo 2006

Il diritto di stima
Categoria:televisione, scritto da stefano havana


Sono rimasto letteralmente sconvolto nello scoprire che Franco Califano è un concorrente di Music Farm. Non lo so quanti di voi conoscano l'artista Califano: non è uno che si presenti molto bene, il Califfo, ma è un personaggio con i controcoglioni. E' uno che ha preso una laurea honoris causa in filosofia all'Università di New York, non di Città di Castello (e sì, c'è differenza). Ha scritto per Ornella Vanoni, per Fred Bongusto, per Mia Martini (Minuetto è un capolavoro è l'ha inventata lui); la "Storia della canzone romana" lo cita quale più grande autore vivente per "aver scritto le più belle pagine della canzone dialettale romanesca". E' un Bukowski de noantri: ha conosciuto platee e prigioni, applausi e botte, solitudini e fuochi d'artificio, trionfi e tantissimi abusi.

A me piace molto.
Se devo essere sincero, sono fermamente convinto che "Tutto il resto è noia" sia una delle canzoni d'amore più belle, amare, tristi e vere di ogni tempo.

Poi l'altra sera l'ho visto in televisione durante uno di quei riassuntini pomeridiani che fanno dei reality show: ero preso da una delle mie solite risate sarcastiche da radical-chic, tipo e chi sono questi sconosciuti, ma andate a lavorare, quando è comparso lui, il Califfo. Oddio, mica ci ho creduto: era in mutande, con i calzini tirati su fino al ginocchio e strisciava per terra, trascinandosi con le mani nel tentativo goffo e disperato di arrivare al cesso. Credo gli scappasse una cagata epocale o una roba simile. E' stato allora che mi sono posto il problema: quando capita che tra le mille carneadi improponibili, una stella vera cada nel calderone della televisione tanto arrendevolmente, bisogna porsi delle domande. Tutto ha un prezzo, allora? E' così? Esiste una cifra scritta da qualche parte su un foglio di carta che rappresenti il giusto valore dell'anima? Quanto sono ingenuo io a non capire come sia possibile che uno come Califano abbia accettato di buon cuore una cosa simile? Potrei dire lo stesso della Ricciarelli a La Fattoria, ma non conosco il personaggio. Certo, so che è stata una famosissima cantante lirica (non so con quali meriti, ma tant'è). So che ha calcato palcoscenici importanti, so che è conosciutissima all'estero, so che ha ricevuto delle standing ovation in teatri importanti. E' un'artista per cui la gente, un tempo, è stata disposta a uscire di casa, pagare un biglietto, cercare parcheggio e starla a sentire. Chi sarà disposto a farlo adesso? Chi? E 'qual'è, adesso, la differenza fra lei, Califano e Costantino? Dove sta? Io non ce la vedo automaticamente più. Non c'è niente di peggio che diventare inconsapevoli esemplari di pop-art. La pop-art è una cosa meravigliosa finché la si fa consapevolmente: altrimenti è caricatura.

E' una profonda responsabilità quella dell'artista di talento.
E' una profonda responsabilità quella dell'intellettuale.
Si può credere che il maledetto cartellino del prezzo non penda necessariamente da tutti gli articoli? O c'è il rischio di diventare un laico Che Guevara di passaggio?

L'uomo che scrisse una cosa così:

Sì, d'accordo l'incontro / un'emozione che ti scoppia dentro / l'invito a cena dove c'è atmosfera / la barba fatta con estrema cura / La macchina a lavare ed era ora! / Hai voglia di far centro quella sera, / sì d'accordo ma poi... / Tutto il resto è noia, no, / non ho detto gioia, ma noia, noia, / noia... maledetta noia / Sì, lo so il primo bacio, / il cuore ingenuo che ci casca ancora / un lungo abbraccio e l'illusione dura / rifiuti di pensare a un'avventura / E dici cose giuste al tempo giusto / e pensi che ciò che è fatto è tutto a posto / Sì, d'accordo ma poi / Tutto il resto... / Poi la notte d'amore / per sistemare casa un pomeriggio / sul letto le lenzuola color grigio, / funziona tutto come un'orologio... / La prima sera devi dimostrare, / che al mondo solo tu sai far l'amore... / sì, d'accordo ma poi... / Tutto il resto... / Sì, d'accordo il primo anno, / ma l'entusiasmo che ti è rimasto ancora, / è brutta copia di quello che era / cominciano i silenzi della sera... / inventi feste e inviti gente a casa / così non pensi, almeno fai qualcosa / sì, d'accordo, ma poi.... / Tutto il resto...

e l'uomo che ho visto scivolare sul pavimento in mutande in diretta televisiva, hanno lo stesso diritto di stima?

martedì, 28 marzo 2006

Come un film di Altman
Categoria:cinema, quotidianismi, scritto da stefano havana


Amo i film corali. Sono settimane che vorrei scrivere qualcosa su Robert Altman ma - come si nota - è un periodo in cui letteralmente mi manca il tempo per stare davanti al computer: c'è un non so che nei film corali che mi ricorda la vita vera e se c'è un genere di cinema (o di letteratura) che prediligo, questo genere è quello che rappresenta la vita di tutti i giorni. America Oggi forse è il capolavoro totale. Magnolia di Paul Thomas Anderson mi ha levato il sonno e forse Crash di Paul Haggis è il film che mi è piaciuto di più negli ultimi cinque anni (insieme a Match Point e Se mi lasci ti cancello). Tre film corali che hanno quella caratteristica dell'evento globale finale che funge da "collante narrativo". Qualcosa di apocalittico o visionario che si spalmi su tutti i protagonisti del film (fino a quel momento divisi gli uni dagli altri). In America Oggi è un terremoto, in Magnolia è una formidabile pioggia di rane, in Crash è una leggera nevicata.

C'è stata una pioggia pazzesca a Roma, qualche giorno fa. E' stata acqua, poi è diventata grandine: una grandinata ottusa, lunga che non s'è mai fermata, al punto che sui tetti delle macchine e sui marciapiedi c'era tutto uno strato bianco che sembrava neve. I pneumatici delle macchine facevano un rumore tipico e anche le suole delle scarpe: davvero, sembrava una parentesi di inverno a Copenaghen, che ne so. Io stavo in macchina cercando di tornare dal lavoro e mi sono sentito proprio come in un film di Robert Altman: questo evento atmosferico incredibile che stava agendo sulle vite di persone sconosciute. Non come una semplice pioggia: scendeva giù che c'era da farsela sotto. Il rumore della grandine sulla macchina copriva per intero il volume della radio. A Via dei Campi Sportivi c'era un uomo in tuta acetata e cappuccio che si allenava al lancio del peso. Prendeva questa enorme sfera di acciaio e la lanciava oltre le proprie spalle: poi la raggiungeva lentissimamente e ripeteva la cosa. Ancora e ancora: l'ho guardato mentre la fila del semaforo scemava e il rosso diventava verde. Ho visto un anziano che scendeva da un Ape e, senza guardare, infilava direttamente un piede dentro una pozzanghera alta così: la gamba gli è scomparsa fino a metà polpaccio e io ho ripensato a quella frase di Ray Bradbury che spiega l'acqua: l'acqua è un prestigiatore che ti sega a metà. Ho visto una ragazza bionda a bordo di uno scooter levarsi con il mignolo un capello fradicio dalle labbra: assomigliava a Nicole Kidman e aveva le nocche delle mani rosse per il freddo. Ho visto due ragazzini fermi sotto un porticato raccogliere la grandine dentro un astuccio per occhiali e usarlo come uno strumento musicale: lo scuotevano tra le mani con la grandine dentro. Ho visto due uomini in cravatta camminare sotto lo stesso ombrello a braccetto e ho scoperto che se piove molto la gente si affretta disturbata, ma se piove spaventevolmente o addirittura grandina, allora la gente cammina più lenta, rassegnata: quei due, per esempio, se la ridevano di santa ragione. Ho visto una donna avvolgersi due buste della spesa intorno alle scarpe e camminare così, elegantissima per il resto, con una borsetta che sembrava di pitone. Ho visto persone guidare con la faccia vicinissima al parabrezza e il petto quasi attaccato al volante. Ho visto un gatto completamente fradicio, con il pelo tutto allungato sotto la pancia e mi è tornata in mente quella vecchia pubblicità che andava un po' di tempo fa, quella della bambina che raccattava un micio dalla strada e se lo metteva sotto l'impermeabile. Mi sa che era della Barilla. Ho visto sacchetti della spazzatura posati in terra tutti bucherellati dai chicchi di grandine. Ho visto una giovane donna attraversare la strada con una rivista sopra la testa, affondare una scarpa in una pozza e fermarsi a riaggiustarsi le calze. Ho visto i soliti bambini un po' sotto gli ombrelli e un po' no: ce n'era uno con delle calosce viola che guardava verso l'alto con gli occhi chiusissimi. La cosa mi ha fatto ripensare a un racconto bellissimo di Stephen King, The Body, in cui un gruppo di meravigliosi ragazzini partono alla ricerca di un cadavere che si dice giaccia lungo un fiume. Uno dei punti focali della loro curiosità riguarda proprio la grandine e cosa succeda a un morto che sia morto con gli occhi spalancati verso il cielo.

Mi succede spesso di pensare ad eventi "collettivi" e di ridurre tutto a un film di Altman. Forse la prima volta fu l'11 settembre: stavo nella mia camera, davanti alla televisione accesa, a pensare a tutte le televisioni accese del mondo in quello stesso momento. Mi veniva da pensare che perfino Al Pacino doveva stare facendo la stessa cosa che facevo io. O i miei amici. O la biondina che mi piaceva. Non capisco bene come accada, ma trovo che ci sia qualcosa di parecchio confortante in tutto questo.

lunedì, 27 marzo 2006

Volare
Categoria:sport, scritto da granduca di palau


Volato via. Per sempre.
Lo sportivo che più nella vita ho ammirato.
Angelo D'Arrigo,
Agonista, Ricercatore, Scienziato.
Un Uomo.

Il Granduca

lunedì, 27 marzo 2006

La guerra con le costruzioni
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Non mi ricordo il motivo, ma uno dei miei sogni è sempre stato quello di vedere una balena. La gigantesca pinna posteriore che fa capolino dall'acqua, gli occhi piccoli e separati da dieci metri di testa... Una balena, una bella balena con tutti i crismi di una balena vera: i denti uniti, la pelle lucida e quell'enorme lingua dove sta seduto Geppetto. Quel buco sulla schiena da cui esce il violento spruzzo d'acqua. Veramente: non lo dico per dire. Fatemi vedere una balena e avrete esaudito uno dei miei sogni. Ma deve succedere per caso, deve sgranarmi gli occhi: me la devo trovare davanti alla maschera durante un'immersione, deve comparirmi all'improvviso alle spalle, mentre tutti scappano via urlando, come succede ad Abatantuono in Mediterraneo con l'aereo durante quel calcio di rigore.

Una balena: da piccolo andavo sempre in Corsica con i miei genitori e prendevamo il traghetto. Io mi stendevo sul pavimento blu, unto di sale della nave e mio padre mi indicava i delfini: c'erano davvero. Delfini che saltellavano fuori e dentro l'acqua. Guardavo i delfini e pensavo a una grossa balena tutta blu, eccezion fatta per la pancia che doveva essere bianca. Che avrei dato e che darei tuttora: giganteschi e lenti cetacei. Bocche capaci di ospitare comodamente la Florida. O il Colosseo.

Non so come, ma sono dell'idea che se ci si potesse affacciare dal balcone di casa propria e trovare una balena - per esempio in strada a pascere come una vacca in un prato - le cose sarebbero più piacevoli, le persone assai più educate e il mondo in generale ne guadagnerebbe. Pericolo: caduta balene. Oppure: rallentare, attraversamento di balene. Il traffico: non sarebbe più accettabile trascorrere un pomeriggio nel traffico, se il motivo fosse una balena spiaggiata a Trastevere e non l'ennesimo allagamento per un'ora di pioggia? Vaglielo a dire a una balena che deve togliersi di lì: forse un toro provi a fronteggiarlo. Davanti a un lupo, al massimo ti chiudi in macchina e suoni forte il clacson. Le persone fanno i safari per cose del genere: ma una balena, santo cielo... E' davanti a una balena che la gente comincerebbe ad essere veramente onesta, veramente se stessa. Davanti a una balena chi avrebbe mai il coraggio di buttare la sigaretta per terra o di suonare il clacson appena scatta il verde?

Non me lo ricordo il motivo per cui - da bambino - restai tanto affascinato dalle balene, ancor prima che dalle femmine, dalle piste o dalle macchine veloci. O almeno: fino a poche ore fa non ne avevo proprio idea. Era semplicemente un fatto tipico di me, proprio della mia persona, come la timidezza quando si tratta di chiedere un'informazione a uno per la strada. Poi mi è capitata sotto gli occhi una fotografia: si vedono delle persone in un porto, deve risalire a parecchi anni fa. E sullo sfondo c'è una di quelle navi che, ogni estate, mi portava in Corsica con i miei genitori. Mi ero dimenticato che erano fatte così, con quel disegno sul fianco. E mi ero dimenticato che i bambini, in fondo, fanno la guerra con le costruzioni.

mobyline

sabato, 25 marzo 2006

Storie de Noantri - Er gobbo der Quarticciolo
Categoria:storie de noantri, scritto da andy capp


ResistenzaIn questi giorni di ricorrenze legate alla Resistenza vi proponiamo la storia di un personaggio della vecchia Roma, un borgataro, un mezzo delinquente, che con il suo coraggio contribuì alla liberazione della città dal nazifascismo. E' nel quadrante Sud-Est di Roma che i tedeschi trovarono l'opposizione più diffusa e agguerrita. Quartieri come Quadraro, Torpignattara, Borgata Gordiani, Centocelle opposero forme spontanee di ribellione che misero in grave difficoltà le truppe del Reich. I resistenti erano molto spesso dei giovani che si aggregavano in maniera spontanea, con pochi ideali a volte confusi. Compivano azioni di guerriglia e di controllo del territorio magari con la speranza di guadagnare prima o poi qualcosa da quella difficile situazione. Tra questi c'era Giuseppe Albano, 17 anni, un affascinante ragazzo col piglio del capobanda e con la schiena deforme.

Li romani spesso te danno er nome in base a li difetti der corpo. Pe Giuseppe andò proprio così, pe' tutti era er gobbo der Quarticciolo. Emigrato a Roma co' tutta la famija, finì dietro a le sbarre la prima vorta nel 1942 pe' via de 'n furto. Ma la ggente lo amava perché quer pischello divideva la refurtiva un po' co' tutti. Era er Robbin Hudd de noantri. Poi un giorno finì pe' aruolasse in una specie de brigata e addiritttua finì sul giornale: "Ed ecco su una porta uscire un gobbo armato di moschetto e di un tascapane di bombe. Si piazza in mezzo a un quadrivio e lancia una bomba. Poi, tranquillo, tira un primo colpo di moschetto. I tedeschi rispondono. Il Gobbo tira un'altra bomba e un altro colpo. I tedeschi gli sparano con la mitragliatrice. Ma il gobbo è fatato: nessun colpo lo raggiunge. E continua a tirar bombe e a sparare […]" (Italia Libera – 1944).

Er gobbo era uno che c'aveva er fegato. Quanno er re scappò via ce fu 'na battaglia cruenta e pe' li nazisti divenne 'n incubo perché se distinse assai: se dice che ne uccise  armeno 80 co' le mano sua tra imboscate e duelli. Roma resisteva e su li muri comparve la scritta "Americani tenete duro che presto verremo a liberarvi". Er comandante de li tedeschi pe' acciuffallo arivò a organizzà na' retata tra tutti li gobbi de Roma. E ce furono un sacco d'aresti  e de deportati. Aldo Poeta, un vecchio der Quadraro, se li ricorda così quei giorni:

"Na bandaccia de nazzifascisti,
sbraitanno e urlanno le linguacce
der paesuccio loro de stregacce.
Più de duemila erano sti tristi.

Presero tanta ggente, proprio tanta,
giovani, anziani, li contòrno appena,
furono più de settescentocinquanta.

Un nome e 'n piano ciaveva quella iena
Der capo loro, Kappler er maledetto.
Unternehem walfisch, Operazione Balena.

Arivò er giorno che er gobbo era braccato e chiese aiuto a li partigiani. Alla fine, però, venne beccato e portato a via Tasso. Quarche giorno dopo venne liberato e li romani cominciarono a nun fidasse. Quarcuno disse che aveva cantato, quarcuno che nun fiatasse. Le sue imprese future nun  erano più viste tanto de bon occhio ed ecco che 'na mattina er corpo der gobbo giaceva in via Fornovo, trafitto da sei colpi.

(altre Storie de Noantri)

Er Tinea

Er Vicolo

venerdì, 24 marzo 2006

Una casa per tutti
Categoria:politica, attualitĂ , scritto da andy capp


seconda puntata (1#)

Il tema della casa è uno dei punti su cui le due fazioni politiche si giocano la credibilità in vista delle prossime elezioni del 9 e 10 aprile. Per un quadro esaustivo delle loro proposte vi rimando all'analisi fatta dall'Unione Inquilini, uno dei sindacati maggiormente attivi nella lotta agli sfratti e ai giusti affitti. Sia l'Unione che la Casa delle Libertà, tuttavia, non sembrano fare proposte per così dire rivoluzionarie. Anzi, le loro soluzioni, tengono conto dei numerosi punti di vista coinvolti nella vicenda. Non solo le esigenze dei cittadini, quindi, vengono tenute in considerazione soprattutto quelle di Confedilizia e affini. Sul rilancio di un'edilizia popolare, poi, nessuno si sbilancia. Anzi, quello che fa gola maggiormente agli schieramenti è il patrimonio pubblico che ancora non è stato venduto ai privati. Negli ultimi anni, a Roma, una grossa fetta delle case di proprietà degli Enti (non solo Iacp - oggi Ater - ma anche Ina Assitalia, ecc...) è stata venduta a colossi entrati nel mercato immobiliare come Pirelli. Le conseguenze, al di là, dell'ottimo affare per chi ha comprato, sono sotto gli occhi di tutti: aumento degli affitti, oppure vendita degli appartamenti a condizioni vantaggiose (rispetto al mercato) per gli inquilini. Senza tener conto, però, che in alcuni casi ci si trova di fronte a nuclei familiari che pagano l'affitto da oltre vent'anni e che superata una certa età, difficilmente possono accedere a un mutuo. Di seguito vi propongo un interessante articolo di Jean Paul Sartre pubblicato su France Soir. Si tratta di un reportage (lo trovate pubblicato da Massari editore nella racconta "Visita a Cuba") sulle riforme fatte dal governo di Fidel Castro subito dopo la vittoria della Rivoluzione. Non si tratta certo della soluzione per il nostro Paese, però fa riflettere.

Abbassamento autoritario degli affitti

"Nelle città esistevano due rivendicazioni permanenti che univano, senza distinzione, la classe operaia a quella degli impiegati: ancora prima che gli venisse versato il salario, l'affitto e l'elettricità ne avevano consumato la metà; non poteva più andare avanti così. Era quello che si diceva già quando Fidel studiava diritto all'Avana. Era quello che si diceva anche 15 anni prima; e ancora si diceva. Ma le esigenze del popolo sono a misura della sua fiducia; i dirigenti avevano conosciuto, durante la guerra, la pressione delle circostanze; alla vittoria fecero l'esperienza della pressione popolare. Annunciarono bruscamente l'abbassamento autoritario degli affitti; 50 percento, non di meno.

I motivi della decisione sono chiari; il governo, appena istituito in questa città (L'Avana, ndn) ancora estranea, non poteva permettersi di deludere il popolo. Bisognava agire e non promettere, liberare i poveri da un peso schiacciante, restituire al piccolo commercio cubano il denaro che volava negli Usa per automobili, frigoriferi o per sciocchi investimenti in costruzioni immobiliari; si cercava di alleggerire l'economia nazionale e, diminuendo la rendita, si deviavano i capitali verso l'industria. La maggior parte furono d'accordo, ma a dispetto di tutto, l'unanimità marginalmente si sgretolerà; abbiamo già visto che l'edilizia assorbiva tutti i risparmi cubani. Non solo i guadagni dei ricchi, ma l'economia delle classi medie. Questa borghesia riteneva i propri introiti immutabili ed ecco che un colpo di penna li diminuiva di metà. Si impaurì; per qualche istante di panico, l'Avana, spaventata, visse uno spettro rosso: il bolscevismo nelle Antille.

Jean Paul Sartre ("Uragano sullo zucchero" - 6 luglio 1960)

Cuba - centro storico

giovedì, 23 marzo 2006

Ditemi che è un sosia
Categoria:svago, scritto da stefano havana


Guardate questo video. Subito.

martedì, 21 marzo 2006

Valore incivile
Categoria:politica, attualitĂ , scritto da stefano havana


Io non vedo cosa ci sia di valoroso in uno che viene ammazzato in una pozza di fango. Non capisco cosa ci sia di commovente in uno che è morto in Iraq come altri centomila all'anno. Qualcuno mi guarda, qualcuno che è più grande ed esperto di me e mi dice: «Lascia perdere, è solo perché è italiano...». Eppure mi ribello a questo concetto di patriottismo mediatico da confezione di marmellata: non ho un gran rispetto - lo ammetto - per le alte istituzioni (guardo a Ciampi come a un vecchietto su una panchina in un parco), però credo nella loro esistenza. Per dire: quando ho visto Letta insignire Ramazzotti con la carica di Commendatore ho storto il naso. Ma quando ho visto Ramazzotti stesso, su quel palco, scherzarci su, sbuffare annoiato, polemizzare sulla bruttura della coccarda e su dove fosse meglio appendersela, ecco, ho istantaneamente desiderato che quel romano milanesizzato morisse. Semplicemente e sul colpo. Morisse. Lui e tutti i suoi fan, indiscriminatamente: un colpo apoplettico di massa: un paio di milioni di morti sulle note sgraziate di "Aurora" e parecchio parcheggio in più al centro il sabato sera. Perciò credo che i riconoscimenti al valore (artistico o civile) siano importanti e si debbano ricevere e consegnare con grande rispetto e attenzione.

Allora - ripeto - lo stesso sentimento di morte e distruzione hit et nunc mi coglie nello scoprire che il Presidente della Repubblica, su suggerimento del forzista Pisanu, ha assegnato la medaglia al valor civile a quel tizio morto in Iraq sparato in una pozza di fango. La cosa fantastica - veramente fantastica - è che questo tizio è diventato un eroe NON perché sia morto, ma perché prima di farlo ha recitato una vaccata patriottistica da osteria (ma poteva anche essere una poesia di Ungaretti o uno stralcio di Prince). Ha detto il suo amichetto rapito con lui: "La sua è stata una morte eroica perché al momento dell'uccisione non sapeva di essere ripreso con una videocamera e quindi l'orgoglio di essere italiano gridato a gran voce è assolutamente autentico".

Eroico sarebbe stato dire seccamente NO a una proposta di lavoro come soldato privato in Iraq; aprire la lettera di assunzione e strapparla via. Scriverne un'altra di risposta a quella società che ti voleva e manifestare dissenso: scusate, ho sbagliato. Magari in Iraq ci andavi lo stesso, ma insieme a qualche convoglio umanitario, o della Croce Rossa o spontaneamente per andare in giro a scavare con le unghie sporche. Allora, se capitava che morissi, ti potevi far chiamare eroe. Ma, così, sei soltanto stato eliminato dalla Casa e adesso - come infatti sta succedendo - sei buono per i balletti a Buona Domenica.

E' lo specchio dell'Italia di oggi.
Non conta cosa hai fatto o chi sei.
Conta che l'hai fatto davanti alla telecamera.
E, ancora di più, conta il fatto che non sapevi di essere ripreso.

Giovanni Falcone
[Non sapeva di essere ripreso]

Strage di Capaci
[Non sapevano di essere ripresi]

garibaldi
[Non sapeva di essere ripreso]

Enzo Baldoni
[Non sapeva di essere ripreso]

I pompieri dell'11 settembre 2001
[Non sapevano di essere ripresi]

Tizia del Grande Fratello
[Lei, invece, lo sapeva di essere ripresa]

lunedì, 20 marzo 2006

Pugni chiusi
Categoria:politica, societĂ , scritto da andy capp


Della ValleMontezemoloDe Bortoli

[Qualcosa avevamo previsto]

venerdì, 17 marzo 2006

La pittura del silenzio
Categoria:arte, scritto da stefano havana


Quanto a pittura, non sono un grande esperto. A maggior ragione non so nulla di correnti pittoriche. So qualcosa di impressionismo (non mi piace, nonostante Monet), mi incuriosisce il cubismo e mi definirei - se fosse possibile - un classicista-futurista, nonostante il mio amore inossidabile per il post-moderno. Mi piacciono cose strane e i miei gusti sono dettati dall'istinto più che dalla ragione: spesso gli occhi degli altri si sgranano di orrore quando dico, con un'aria un po' così, che mi piace Fontana, quello dei tagli sulla tela. Mi piace un sacco anche Botero, amo Andy Warhol, ma soprattutto - e mi sa che ne provo a scrivere adesso per la prima volta in vita mia - impazzisco, letteralmente, per Edward Hopper.

Guardate questo. Un bar. E' notte: non siamo solo osservatori di un dipinto. Siamo passanti. Passanti su quel marciapiede: non è fantastico anche solamente così? E che bar squallido: spoglio. Il barman mi pare triste, stanco: capirai, è tarda notte. E quei due? Guardano fissamente davanti a sé, non scambiano una parola. Silenzio. Zitti. Lei si guarda le unghie, lui ha davanti una tazza. Forse lui le ha chiesto di sposarla e lei se n'è rimasta così: l'ha guardato e in quello sguardo lui ha capito quante illusioni si fosse fatto negli ultimi mesi. Si è tenuto l'anello di brillanti in tasca e, una volta fuori di lì, lo butterà in un tombino o forse lo rivenderà, in attesa del prossimo amore. E l'uomo di spalle? Mi fa impazzire: ha avuto una giornata storta. Ha trovato una nota di demerito sulla scrivania al lavoro e ha litigato col capufficio: quello gli ha detto che così facendo non andrà da nessuna parte. Forse dovrebbe smetterla con la bottiglia, ma come si fa, quando a casa non c'è nessuno che te le nasconda dove non puoi arrivare?

E qui dove siamo? Che bel posto: caldo, accogliente. Secondo me fanno dei tè ottimi che dei camerieri gentili servono con un grande sorriso e dei piattini bianchi decorati, pieni di biscotti fatti in casa. In primo piano ci sono queste due donne, ma a me piace soprattutto il tizio dietro che mangia composto e in silenzio. La donna con il cappello rosso lo guarda e secondo me sta pensando che ha fatto un grande errore ad accettare questo invito: lui succhia il tè dal cucchiaino con un disgustoso rumore liquido. La ragazza con il maglioncino verde, invece, è molto truccata: quella di fronte forse è la madre che mentre aspetta l'ordinazione pensa a quanto sia venuta su bene la sua figliola. Non parlano molto, più che altro giocano con il posacenere e i piccoli oggetti posati sulla tavola. Quando arrivano le tazze fumanti la più giovane dice: «Buono, vero?», ma la madre non sta benissimo con i denti e deve aspettare molto tempo prima di poterlo bere pure lei.

Guardate che bello questo qui sopra. Lui legge il giornale, ma in quale posa? E' una posa momentanea. Nessuno leggerebbe il giornale così; forse è imbarazzato, di certo non a proprio agio. E lei? Pigia distrattamente con le dita su un pianoforte: forse neanche sa suonare. Forse non ha mai suonato in vita propria. La porta è chiusa e noi guardiamo dalla finestra aperta, dal balconcino. Perché non parlano? Si conoscono? Sono marito e moglie? Hanno appena litigato o lo stanno per fare? E perché sono così eleganti? Lei ha un abito da sera, lui sembra in tenuta da lavoro o da teatro. Forse è andata male una serata: lei ha trovato qualcosa di strano nel suo sguardo e l'ha capito subito. Lui sono mesi che la tradisce con un altra, e mentre la donna in rosso preme ripetutamente la nota 're', lui legge ripetutamente la stessa parola dell'articolo del giornale. Forse c'è di mezzo un aborto: lei non lo vuole tenere, ma lui continua a ripetere tra i denti qualcosa come: «Non ammazzerai mio figlio, non ammazzerai mio figlio». Oppure è disoccupato e quella è la pagina delle inserzioni: lei attende con ansia che il marito schiocchi le dita e annunci finalmente di aver trovato qualcosa di positivo. Ma chi vorrebbe mai un maestro di musica ebreo?

Loro sono colleghi. Mi sa che stanno facendo gli straordinari. Non sembra ci sia nessun altro, a parte un gran disordine e un foglio lì per terra, appena accennato. Mi piace da matti il modo che ha lei di guardare lui: è un suo superiore? Sono segretamente amanti e forse soffrono per il fatto che devono vivere la cosa clandestinamente? Forse no: forse lei sta guardando proprio il foglio di carta per terra, sta pensando a quanto sia disordinato lui, a quanto lavoro c'è ancora da fare prima di poter chiudere baracca e tornare a casa.

Forse il mio preferito. Mi vengono in mente mille storie, solo a guardarlo: intanto fuori dalla finestra c'è un paesaggio assurdo, lunare. Penso a uno di quei motel da film americano, uno di quei non-luoghi posizionati chissà dove lungo una highway, con le porte di legno e le chiavi legate a uno di quei portachiavi enormi, intrasportabili. Si intravede una macchina: è della donna o del suo accompagnatore? Non so perché, ma tutto mi viene di pensare tranne che questo viaggio (appena finito o ancora da cominciare) sia gradito al soggetto. Le valigie sono fatte: aspettano di essere prese oppure disfatte? Entrambe portano regolarmente un'etichetta con le informazioni della viaggiatrice. C'è una giacca blu buttata là su una poltrona: forse non è entrata nel bagaglio o forse aspetta di essere presa? E perché la donna è seduta così sul bordo del letto? Guardando nella nostra direzione, per giunta? Forse sta posando per una fotografia? Di certo non è casa sua, quella: troppo spoglia, troppo "momentanea", troppo fredda e silenziosa. Dove va? Perché mi viene in mente di continuo che stia scappando da qualcosa di più grande di lei? Sì, mi sa proprio che è lì per una fotografia. Gli chiederà: «A che serve?». Lui risponderà: «Per ricordarci della nostra fuga d'amore». Però lei non lo sa: non ha più vent'anni ed è una vita che non si concede il lusso di una fantasia. Certe volte scuote la testa e pensa a suo marito: a quell'ora deve essere ancora addormentato nella loro camera da letto e non s'è accorto di niente. Chissà come la prenderà al mattino, quando aprirà gli occhi su un cuscino vuoto.

Che desolazione qui. Una donna nuda che guarda dalla sua finestra. Nuda eccetto le scarpe: non sembra particolarmente bella, non sembra neanche un po' felice. O lasciva. Non c'è niente di perverso in questa posa: nulla di erotico. Forse ha appena fatto all'amore con qualcuno e adesso lo sta guardando andare via, riprendere la macchina, aggiustarsi il collo della camicia prima di girare l'angolo. Ho l'impressione che chiunque stia guardando questa donna nuda dalla finestra, quel qualcuno non si volterà a salutarla. Forse ci sono delle banconote dentro un posacenere e, da qualche parte, un tariffario. E' sempre la stessa storia: subito dopo lei pensa di farla finita. Di smetterla con questo mestiere e mettere la testa a posto. Ma come si fa? Non a 40 anni con un matrimonio fallito alle spalle: e poi non è più bella come una volta. C'era un giorno in cui desiderava fare la ballerina classica, ma è morta lei molto prima del cigno.

Non ci resta che spiare. Ho idea che i protagonisti di questo quadro siamo noi stessi, con la nostra indefessa voglia di guardare dove non siamo accetti. Il grande occhio che si accontenta della scena più anonima, purché sia proibita, purché non ci appartenga. Le fa male la schiena, eppure continua. E' in ritardo con le camere e ha già rischiato troppe volte il licenziamento: suo figlio è a casa, steso nel solito letto e aspetta il suo turno per quel rene. Non si sa quanto terrà, ancora. Lei, nell'attesa, un po' rifa i letti un po' ruba nelle tasche dei vestiti che trova appesi negli armadi.

Sono le sei e trenta di mattina. Questo è il marciapiede più trafficato della città, ma adesso tutti dormono e tutti devono ancora arrivare. Il negozio del barbiere è sempre pieno di gente: dicono che lì una volta si sia tagliato le basette Elvis Presley, ma nessuno sa se sia vero oppure no. Il proprietario ha dovuto dannare per trovare la torretta rossa e blu: alla fina l'ha comprata per un prezzo esorbitante a una fiera dell'usato. L'altro giorno ha inseguito due ragazzini che stavano cercando di abbatterla: li ha inseguiti per un isolato intero, fino a quando si è accorto che stava correndo con il camice bianco e con le forbici in mano. Allora si è fermato ed è tornato indietro: ora sta ancora dormendo e sogna i suoi soliti sogni. Lui da grande voleva fare il pilota d'aerei, capirai.

***

Ecco, secondo me Edward Hopper (nato a New York nel 1882) è il Raymond Carver della pittura: e questa cosa può già far storcere il naso di qualcuno. Come lo scrittore è magistrale nel raccontare l'allucinazione e la solitudine della periferia americana, le abitudini ripetitive e monotematiche della bassa borghesia provinciale statunitense, così il pittore racchiude nelle sue tele momenti analoghi di vita anonima. I personaggi ritratti da Hopper non parlano mai; sono sempre da soli e quando non lo sono - quando sono in compagnia - si vede subito che la situazione è comunque quella propria dell'isolamento. Si dice - non a caso - che Hopper ritragga il silenzio: il che è bellissimo, perché per la prima volta in dei quadri si parla di una sensazione uditiva piuttosto che visiva. La pittura di Hopper ci porta in luoghi che altrimenti non avremmo possibilità di visitare: non Marte, Giove o il Medioevo. Ma stanze, camere o angoli di strada la cui esistenza sulla tela ci ricorda come sia lo stesso mondo a vivere indipendentemente dalla nostra presenza.

giovedì, 16 marzo 2006

Essere Francesco
Categoria:quotidianismi, scritto da andy capp


Due giorni fa mi sono deciso a portare il mio telefono cellulare in assistenza per via di un problema di visualizzazione dello schermo. Purtroppo ho perso alcuni file che per pigrizia non avevo mai scaricato sul pc. Tra questi, le foto di alcuni momenti goliardici dell'ultimo anno: la prima volta in sala stampa all'Olimpico con Valerietto (cioè, la prima volta era per lui. Valerio è un mio giovane collega molto promettente. Farà strada e sono contento di averlo tenuto a battesimo), Ste ubriaco a Fregene (tornavamo dall'inaugurazione del Cucuncio, il ristorante di Fabiana a Fiumicino, e grazie al Granduca ci siamo imbucati a una festa sulla spiaggia di una tipa che al nostro arrivo vomitava. E' bastato poco per far diventare nostra la festa), il Tronco incontrato alle tre di notte (il Tronco in realtà si chiama Gianluca, è un mio vecchio compagno delle scuole elementari. Gianluca questo sabato si trasferisce a Dublino in cerca di fortuna. Good luck, amico mio), un paio scatti della mia gatta Luna (la mia sorellina bianca e nera, oltre a Claudia, quella in carne e ossa), la mia cuginetta Karola (la seconda figlia di Carmela), la mia nipotina cubana Valentina (figlia di mio cugino Alessandro, che da qualche anno vive a Cuba allevando maiali).

Peccato per tutte, anche se - dovessi dire - quella in cui mio nonno spegne le candeline dei 90 anni era veramente speciale. Mio nonno si chiama Isonzo, vive da solo e ha fatto una vita così incredibile che staresti ad ascoltarlo per ore. Ho perso anche la registrazione di Don’t look back in anger dell'ultimo concerto degli Oasis (ascolto i terribili fratelli Gallagher dal 1996 quando in gita a Praga con la scuola passarono alla radio Wonderwall. Tutte le persone che hanno avuto a che fare con me, in un modo o nell'altro, hanno dovuto subire questa mia passione). Danni ridotti, tuttavia. Al negozio mi hanno fornito di un telefono di cortesia, il classico citofono che va bene per i momenti di emergenza. Poi, una volta a casa, ho scoperto che nella memoria dell'ingombrante attrezzo c'erano ancora i messaggi del cliente precedente. Così, sovrastato dalla curiosità, ovviamente sono andato a leggerli.

- "Amore perdonami sei sveglia? Ti amo tanto, rispondi così ti chiamo e sento la tua voce prima di dormire"
- "A bella"
- "Allora buona notte tesoro, mandami un messaggio quando ti svegli. Mi manchi tanto amore mio"
- "Va bene buon vaggio. Francesco"

Mi ha fatto un effetto strano. Non per una questione di privacy (bla, bla, bla), ma perché non credevo di tenere così tanto a quei messaggi che avevo in memoria e che ora ho perso per sempre, proprio come le foto e i file. Poche parole, citazioni, saluti e sorrisi che mi accompagnavano tutti i giorni. Gli auguri di compleanno del Gianni (sempre il primo a farmeli. Però stavolta una persona speciale ti ha battuto), un messaggio di Luca da Londra che ogni volta inizia con "Fratello mio". I saluti di Chicca, il messaggio di Ste prima di partire per Cuba (ero a casa già sveglio e prontissimo, lui doveva passarmi a prendere per andare all'aereoporto), il primo appuntamento con Alessia. E poi i messaggi, vecchi e nuovi, scambiati con Ary (momenti difficili, frasi sincere, a volte taglienti, ma sempre colme d'affetto. Fino agli sms distensivi degli ultimi tempi). Non siamo tutti un po' Francesco, forse?

giovedì, 16 marzo 2006

Appunti
Categoria:svago, scritto da andy capp


Foglio

[Materiale ritrovato dagli inservienti Rai dopo lo scontro in tv tra Prodi e Berlusconi]

mercoledì, 15 marzo 2006

«Io ero ironico, lui cattivo»
Categoria:politica, scritto da stefano havana


Non so se la cosa sia ritrita, di certo è importante. Soprattutto in un periodo così caldo com'è questo pre-elettorale. La rivista Latinoamerica ha segnalato il video integrale di quello che accadde a Strasburgo, durante il consiglio Europeo, tra Berlusconi e il parlamentare tedesco Schulz: semplicemente, io dico, va visto. Va discusso. E' un episodio su cui è doveroso dissentire: tutti lo devono guardare, sentire e rivedere. Anche chi lo sa a memoria; perfino chi c'era. I destrorsi e i sinistrorsi. Analizzare le espressioni di sconcerto dei presenti, fino alla fine, fino al momento topico in cui il Presidente del Parlamento Pat Cox si dice profondamente indignato per l'accaduto.

Come per quanto detto in occasione dell'episodio con la Annunziata, non è questione di parte politica: il presidente del Consiglio europeo nell'esercizio delle sue funzioni generò, in quell'occasione, bordate di fischi, risate, pacche sulla spalle e gomiti nei fianchi tra colleghi e parlamentari in dubbio se tenersi la pancia dal divertimento o la mascella per lo sconcerto. Ci poteva essere Prodi al suo posto; o Britney Spears. Non è importante. Se il capo dell'Italia concede figure simili al nostro Paese, io dico che NON VA VOTATO. Tout court. Soprattutto in considerazione dell'incontro-scontro con Romano Prodi che c'è stato ieri: non voglio dire chi sia stato il migliore del confronto. O chi abbia fatto la figura migliore. Dico solo questo: c'era uno che vomitava numeri e statistiche impossibili da verificare per il normale cittadino; numeri e statistiche di cui non si ha immediata percezione sensibile. E c'era un altro che parlava della vita che semplicemente c'è fuori dalla porta di ciascuna delle nostre case. Altro non c'è da dire: non c'è dialettica. Non c'è ragione e non c'è sentimento. Ce n'era uno che ha contestato il sistema del dibattito, ha sforato quasi sempre e si è arrogato il diritto di decidere che l'incontro non era stato corretto. E ce n'era un altro che si è adeguato con meno trucco, meno orpelli e più concretezza.

Perciò diamogli un calcio in culo a questo figlio di puttana.
Andate a votare per toglierlo di mezzo: non restate a casa (ne sento troppi che non vogliono andare all'urna). Mettetevi addosso la prima cosa che capita, neanche pettinatevi, e andate. E, se non volete andare, allora fatevi sentire, urlate, mettetevi dietro uno striscione, smettetela di sbadigliare, di pensare che tanto peggio di così, oppure che va bene così: smettetela. Questo cane entra nelle nostre case, il mondo ci ride dietro. Non restate immobili, nessuno di voi.

14 settembre 2000: Berlusconi: "Oggi la sinistra annuncia arrogantemente di volere andare innanzi a cambiare anche la regola fondamentale della democrazia che è la legge elettorale. Noi lo diciamo in maniera molto chiara, molto decisa e molto precisa: non glielo lasceremo fare". (Applausi in sala). Ascoltate, mica sono cazzate. C'è il video

Sivlio Berlusconi (in tempi non sospetti, prima che scendesse in politica) apre le porte del proprio Mausoleo Funebre installato ad Arcore alle telecamere della trasmissione "Sotto traccia". Neanche un simbolo cristiano, dentro. In compenso parecchi simboli esoterici e massonici. C'è il video, mica è per ridere.

Lo storico blob su Silvio. Imperdibile, veramente. Anche questo fa ridere, ma non dovrebbeIl video

Berlusconi parla inglese. Pare uno scherzo, ma è tutto vero e c'è il video, a dimostrarlo

Come l'Italia è vista all'estero. La tv italiana come tv schiava del potere. E' triste, fa rabbia ma c'è il video

Marco Travaglio: la valanga di menzogne di Berlusconi. C'è il video, fatevi un'opinione

Silvio Berlusconi annuncia che, da un sondaggio "Americano" risulta che Forza Italia sia la capolista alle prossime elezioni politiche. Fa morire dalle risate, veramente. E c'è il video

Berlusconi, intervistato da Santoro, parla (con imbarazzo e qualche tic nervoso) dei politici condannati in via definitiva. Il video

Questo tizio, ieri sera, ha detto che non vede la crisi. Che è tutto a posto. Che semmai i guai c'erano prima, non più adesso.
Liberiamoci dal guinzaglio, dai.

martedì, 14 marzo 2006

Da un'altra parte
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


C'è un film che si chiama "New York, New York". E' di Martin Scorsese e dentro ci recitano - tra gli altri - Robert De Niro e Liza Minelli. E' un film che mi piace molto, ma non è per questo che ne sto scrivendo adesso. Il motivo per cui ne sto scrivendo c'entra qualcosa con l'amore e con i casini che comporta, che ci crediate o no.

Il fatto è che, a un certo punto - seguitemi - c'è una grande scena, una grandissima scena di recitazione tra questi due mostri sacri: stanno dentro a un taxi e questo taxi li porta a zonzo per le vie di New York ed è una di quelle riprese vecchia maniera, con uno schermo che scorre dietro l'auto a dare l'illusione del movimento al di là dei vetri. In realtà si vede benissimo che la macchina sta ferma e via dicendo. Comunque non è questo. Ci sono tre telecamere che inquadrano l'uno, l'altra o entrambi gli attori a seconda di chi parli: tutto è molto gradevole, i dialoghi sono fantastici, la seconda guerra mondiale è finita da pochissimi giorni e loro si sono appena conosciuti. Si vede che ci sono tutti i presupposti perché scoppi qualcosa di tenero: in più lui è un sassofonista di talento, mentre lei - bè - lei è quella che poi verso la fine del film canterà la storica canzone "New York, New York", perciò si capisce che è una cantante che farà strada. Fatti per stare insieme, si direbbe: lascia perdere che poi lui è un tizio tutto strano, con la testa da un'altra parte e lei, invece, è una signora di gran classe... Funzionerà lo stesso, giuro. Anzi, funzionerà proprio per questo. Il fatto è che questa scena bellissima ha una cosa veramente strana. Una cosa - ecco il punto - propria di tutte le storie d'amore del mondo: è stata montata male.

Quando la telecamera inquadra Liza in primo piano, si vede - per esempio - la città fuori dalla macchina che si muove. I marciapiedi che scorrono veloci, le vetrine dei negozi che passano indistinte e via dicendo. Quando, subito dopo, la parola passa a lui, a De Niro, ecco che dietro il "suo" finestrino è tutto immobile. Un errore tipico di taglia e cuci cinematografico: addirittura la città dietro le spalle di De Niro e quella dietro le spalle della Minelli sono proprio diverse! Sono immagini montate di due quartieri differenti, forse; sono diversi i palazzi, sono diversi i lampioni della luce, è diversa la velocità con cui tutto scorre. E' come se il mondo del personaggio-De Niro fosse Uno e quello del personaggio-Minelli fosse un Altro. Il che è proprio così; è l'intreccio su cui si basa il film e l'intera storia, oltre che l'esistenza umana tutta. Quell'errore rende vivida la differenza dei due mondi. Spesso mi succede anche quando scorgo una coppia per la strada: magari quelli sono lì che parlano o discutono e si vede subito che uno sta da una parte e l'altra sta altrove. E' capitato anche a me, di sicuro sarà successo pure a te. Le parli o gli parli e ti viene da pensare: "Ma dove sei? Sei distante un milione di chilometri, dove sei?". Tu magari non te ne accorgi - non te ne puoi accorgere - ma dietro le spalle dell'altra persona le immagini stanno scorrendo a una velocità diversa, forse doppia rispetto alla tua o magari rallentata. Forse dietro di te ci sono le vetrine di Gucci, mentre alle spalle di lei c'è Barnes & Nobles. Tu sei lì che passi davanti a un'aiuola verde e lei è seduta sui gradini di una Chiesa. Succede così o no? E nessuno ci può fare niente, intendiamoci: pochi capiscono che è proprio lì che sta il bello.

Nel film di Scorsese questa cosa è casuale. Un errore del montatore e buonanotte. Però quando ho vista la scena, mi sono rizzato sul letto e lì, appoggiato sul materasso col gomito, ho pensato che se andasse così - nella vita vera, dico - se semplicemente imparassimo ad accettare il fatto che le cose possono scorrere a velocità diversa a seconda della gente, l'amore sarebbe veramente quella cosa meravigliosa che dicono nei film.

nyny

(questa cosa che ho scritto è dedicata a F. che davanti alla scena delle aragoste un po' ride e un po' s'addormenta)

lunedì, 13 marzo 2006

Quarto potere
Categoria:politica, giornalismo, scritto da andy capp


Paolo MieliL'eco provocata dall'editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera dell'8 marzo è piuttosto inusuale: nel senso che di solito spetta ai giornalisti commentare le opinioni dei politici e non il contrario. E se in Italia tutti i quotidiani hanno un orientamento politico più o meno dichiarato, quando a schierarsi è il Corrierone, la cosa fa sempre notizia. Affermare che il quotidiano di Via Solferino sia di sinistra è quanto meno azzardato: da sempre viene considerato il giornale della borghesia del Nord, quello che rappresenta il pensiero del mondo dell'industria e della finanza che contano. Ed è dalle colonne del Corriere che, in Italia, si fa la politica. Tutti ricorderete come siano stati gli editorialisti di via Solferino a coniare termini come riformisti o terzisti. Per non dimenticare le battaglie sul cosiddetto bipolarismo dell'alternanza. E' lecito, insomma, per un Governo, non dormire sonni tranquilli se si ha il Corriere contro.

L'unica novità è che Paolo Mieli, con il suo editoriale, ha interrotto la tradizionale compostezza del giornale sotto elezioni (anche se le posizioni, tra le righe degli editoriali, erano sempre ben individuabili). Alla vigilia delle elezioni del 2001 così come una fetta considerevole dell'elettorato moderato, anche il Corriere concesse un'apertura alla Casa delle Libertà. Se il centrosinistra vincerà le elezioni, a Prodi e ai suoi ministri verrà dato il tempo di lavorare, e lo stesso Mieli sarà pronto, in caso di delusione, a dire nuovamente la sua. Per questa storia, alla fine, si è fatto più rumore nei corridoi della politica che in quelli della redazione. Così si è espresso il Cdr del quotidiano in un passaggio del comunicato diffuso il giorno successivo:

"Appare infatti piuttosto suggestiva l'impostazione proposta ai lettori: mentre il giornale viene schierato, legittimamente, su una precisa posizione, viene poi annunciato che non solo nei commenti ma anche nei fondi e negli editoriali, i quali rappresentano la linea di ogni giornale autonomo e indipendente, questa scelta di campo potrà essere contraddetta e criticata formulando anche opzioni opposte. E' invece tradizione acclarata di tutti gli importanti organi di informazione delle grandi democrazie occidentali, da Le Monde al New York Times al Washington Post, che la linea del direttore si esprima e venga portata avanti con coerenza e continuità negli editoriali, ferma restando la massima apertura di opinioni e interventi".

Così funziona un grande giornale.

Tutt'altra storia la puntata di In ½ ora andata in onda domenica pomeriggio su RaiTre in cui Silvio Berlusconi ha lasciato vuota la poltrona dopo le domande incalzanti di Lucia Annunziata. Se Mieli, infatti, ha motivato le sue decisoni politiche sui fatti degli ultimi cinque anni di governo e sulle proposte politico-economiche dell'Unione, la giornalista si è limitata ad aggredire il Presidente del Consiglio su questioni, per così dire, non più all'ordine del giorno (rivendicando, tra l'altro, la propria appartenenza politica). L'Annunziata non ha intervistato Berlusconi in quanto Primo Ministro di un governo fallimentare, ma l'ha trattato come il futuro sconfitto delle prossime elezioni, tirando fuori un livore dettato dalla situazione. Ma dov'era tutta questa grinta durante il periodo della sua Presidenza in Rai (posto lasciato vuoto proprio da Paolo Mieli)? Entrando poi nel merito delle domande, quella sugli introiti pubblicitari di Mediaset è stata formulata in modo maldestro: sarebbe stato meglio mettere in evidenza i grandi guadagni dell'Azienda nonostante il periodo di recessione del settore (oppure il condono fiscale di cui si è giovata), piuttosto che tirare fuori il paragone con le entrate della Rai, che per filosofia e impostazione, non raggiungerà mai le tv commerciali. Inoltre, sembrava che tra i due ci fossero delle questioni irrisolte e la giornalista ha approfittato dell'occasione per rinfacciarle al Premier. Con lo stesso metodo, però, avrebbe potuto chiedere a D'Alema della mancata legge sul Conflitti d'interessi durante gli anni del governo di centrosinistra oppure a Bertinotti dei motivi della fuoriuscita dal primo governo Prodi che, di fatto, hanno consegnato l'Italia proprio nelle mani dell'odiato Berlusconi. A mio avviso Silvio, stavolta, ne è uscito bene.

Berlusconi e Lucia Annunziata

domenica, 12 marzo 2006

Teorema dell'IncapacitĂ 
Categoria:politica, scritto da stefano havana


silvioannunziata

Nella foto: due Perfetti Incapaci nella propria professione a confronto (quello a sinistra comanda l'Italia, quella a destra fa la giornalista). L'incredibile esperimento (i cui ridicoli esiti sono consultabili qui), condotto da un pool di scienziati di fama mondiale, ha dimostrato come sia matematicamente impossibile che due Imbecilli Assoluti raggiungano un qualsivoglia risultato positivo, se messi l'uno di fronte all'altro, indipentemente dalla posizione politica, dal genere sessuale o dall'altezza.

venerdì, 10 marzo 2006

Quattro zampe
Categoria:attualitĂ , scritto da stefano havana


C'è una famiglia turca che cammina a quattro zampe. Mi ha colpito un sacco questa storia da quando l'ho scoperta - su la Repubblica - e non smetto di tornare sull'articolo e di pensarci su. Dice che gli scienziati sono divisi: per certi, il fatto rappresenterebbe "una straordinaria finestra sulle nostre origini". Altri non so, mi sa che glissano, parlano di fenomeno da baraccone o una cosa simile. La realtà è che questi tizi - tutti tra i 17 e i 34 anni - non è che camminino a quattro zampe per scelta: penso che loro farebbero molto più volentieri le loro cose stando dritti. A quanto ho capito gli manca un gene o non so cosa e - niente - vanno in giro con le gambe tese e i palmi delle mani stesi in terra (che infatti, a guardarli, sembrano spugne secche). Tipo i gorilla, solo che i gorilla appoggiano le nocche, questi invece il palmo.

Insomma, che strano.
Mi viene in mente un bellissimo film di Roberto Benigni, Il Mostro, non so se l'avete visto: c'è una scena così. Dicono che tutti gli elementi di questa famiglia presentano anche un pesante ritardo cerebrale e che non conoscono più di cento vocaboli o giù di lì (questo non c'era nel film di Benigni). A me sembra pazzesco che dei tipi così possano vivere in un mondo come il nostro (in Turchia poi, mica in un isolotto dell'Oceania dimenticato) senza essere continuamente additati, scherniti, presi e portati dentro un circo con un domatore che li faccia saltare dentro un cerchio infuocato. Il tizio che ha girato il documentario su questa gente (andrà in onda sul canale Bbc2 il 17 marzo) dice di essere rimasto spaventato all'inizio ma che poi il calore e lo straordinario spessore di questi Quadrupedi Umani, lo hanno completamente conquistato. Me li immagino lì, nella loro casa, ad offrire tazze di tè caldo servite chissà come, forse con i denti, non lo so.

C'è anche un'altra cosa.
Io non sono un gran credente. Come dice Stefano Benni: non lo so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa più una bella figura. Però, certo che questa scoperta qui un po' di cose le rimette in discussione: non mi sembra che si sia mai sentito di Adamo o di Eva che camminassero a quattro zampe. A quanto ne so (e non ne so niente) quei due sono stati fatti subito belli, nudi, con i muscoli addominali in evidenza e dotati di belle gambe dritte. Perciò, se è vero che questa famiglia possiede gli stessi geni dei primati - degli antenati della nostra specie umana -, se è vero che sono quello che noi eravamo tot milioni di anni fa (non ci capisco niente di ere), allora è la prova che noialtri deriviamo da quelli e quindi da un'evoluzione darwiniana e via dicendo. Il big bang, come si chiama. Non da Dio. Io, d'altra parte, li devo ancora vedere dei tizi che vanno in giro con una foglia di fico, capelli biondi e quella puzza sotto al naso, come da sempre ci fanno immaginare Adamo ed Eva. Invece, di scimmioni antropomorfi ne ho visti a iosa. E ora, addirittura, ecco spuntare questa strana gente. Magari ce ne sono altri, là fuori. Magari sono migliaia e qualche organizzazione americana cattolica si impegna da anni per reperirli e sterminarli. Mettere tutto a tacere, come si vede in uno di quei film.

O forse è una cazzata pazzesca e questi sono solo quattro scemi che vivono la vita da un'altra angolazione o che hanno visto troppe volte Il Mostro di Benigni.

famigliaquattrozampe

giovedì, 09 marzo 2006

Posizioni terze
Categoria:attualitĂ , scritto da federico roma


Sembra che siano passati un paio di secoli leggendo le righe che riporto qui di seguito. Eppure sono passati solo 25 anni. Prendo lo spunto dalle discussioni sull'argomento alla ricerca di convergenze, di idee pure e di visioni d'ampio respiro.
I brani che seguono sono documenti politici di Terza Posizione, formazione di estrema destra extraparlamentare (definizione puramente indicativa) attiva tra la fine degli anni '70 e il principio degli '80. Li ho scelti tra gli altri essenzialmente perchè sono riproponibili pressocchè integralmente anche oggi; gli altri erano incentrati su argomenti allora all'ordine del giorno (sequestro Moro, leggi speciali e simili), interessanti da un punto di vista storico, meno da quello propositivo.

Prendo subito posizione su quello che segue: sottoscrivo e condivido.

"Ci hanno divisi in partiti per poterci dominare meglio. Ci hanno suddivisi in classi per poterci distogliere dai nostri comuni problemi. Ci hanno schierati a destra, a sinistra, al centro, inventando teorie a compartimenti stagni, assicurando l'assurda inconciliabilità del nazionale e del sociale, del personale e del comunitario. Ci hanno spinti l'uno contro l'altro in nome di falsi miti, infettandoci con le ideologie. Hanno fatto in modo che il sangue della migliore gioventù bagnasse il selciato e loro, i mandanti, hanno portato a braccia le bare.
E mentre tutto questo accadeva, l'oligarchia mercantile che detiene il potere in accordo con l' imperialismo straniero ingrassava distruggendo la nostra economia, le nostre libertà, la nostra dignità nazionale.
Ma il meccanismo si è inceppato. Il referendum, le elezioni amministrative, l'azione svolta da forze autonome in campo sindacale, l'azione intrapresa in quartieri, scuole, campagne, dalle avanguardie rivoluzionarie, dimostrano oggi inequivocabilmente la volontà di rigetto da parte del popolo di coloro che pretenderebbero di rappresentarlo.
I grandi mezzi di informazione, ciechi o in mala fede, hanno minimizzato e minimizzano i fatti, non collegano l'emergere di tante situazioni, di tante realtà. Ma il popolo deve conquistare l'autonomia, la libertà, l'indipendenza. Dobbiamo rifiutare gli schemi. Tutti gli schemi che il potere ci impone. Fuggire le classificazioni artificiali, le divisioni inesistenti.
Non più di destra, non più di centro. Non più di sinistra. Fuori dalle sedi dei partiti. Disertando le loro iniziative. Non più borghesi, non più proletari. Ma uomini.
Uomini liberi che, organizzandosi e battendosi nelle fabbriche, negli uffici, sui mercati, nelle città, scoprono un senso nuovo, da tempo smarrito. Il senso di unità, il senso di creatività che farà e che già sta facendo di questi uomini liberi un popolo.
E questo popolo, isolati e travolti i rappresentanti dell'odierno potere, porrà se stesso alla guida dei propri destini.
Realizzerà una diversa qualità della vita. Darà corpo ad una cultura propria, schietta, genuina. Renderà la nostra una nazione libera e ben governata alla quale saremo lieti di appartenere. Una nazione che sarà di esempio per i popoli mediterranei ed europei in lotta, anch'essi, per riscattare un vergognoso presente."

Sulla città moderna.

"Sulle nostre pagine ci siamo più volte definiti rivoluzionari, e più volte nei quartieri e nelle scuole lo abbiamo dimostrato e lo dimostriamo con la pratica e la militanza politica. Ma l'auto definirci rivoluzionari non si ferma solo sul piano strettamente politico o sociale. Rivoluzionare non significa infatti ribaltare solamente la struttura sociale e instaurare un nuovo ordinamento politico; rivoluzionare significa innanzitutto ribaltare l'attuale mentalità. Noi, che abbiamo la presunzione di sentirci avanguardia rivoluzionaria, ci dobbiamo assumere coerentemente la responsabilità di esserlo. E' per questo che dobbiamo proporre un diverso modello mentale, un diverso modo di entrare in relazione con chi ci sta intorno, con le istituzioni politiche, con l'ambiente in cui viviamo.
Proporre un modello mentale significa fornire nella pratica strumenti ed esempi affinchè l'uomo-massa, l'individuo che oggi ragiona e vive in termini egoistici, si annulli e si trasformi in uomo-membro del popolo che deve nascere e forgiarsi nella rivoluzione. Noi col nostro esempio di milizia politica intendiamo fornire tale modello. Quando infatti denunciamo e prendiamo posizione contro le ingiustizie che governano l'attuale società, sappiamo e affermiamo che queste ingiustizie sono la manifestazione di quella maniera di pensare che noi dobbiamo e vogliamo sradicare.
I temi che ci danno l'esatta misura di quanto scriviamo sono innumerevoli. Uno dei più eclatanti è quello della casa-formicaio. L'ideologia che ha potuto concepire questa mostruosità è quella mercantilistica del dare e avere, è quella che si è concretata storicamente nella città intesa e vissuta come mercato economico, in cui gli unici rapporti considerati fra gli uomini sono quelli basati su valori che degradano l'uomo.
La casa-formicaio, cioè i grattacieli, i «casermoni» fatti solo per razionalizzare lo sfruttamento dello spazio evidenziano il disprezzo di tutti quei valori che costituiscono la nervatura della persona; se oltre a ciò consideriamo il fatto che tali costruzioni vengono patrocinate e compiute per un fine economico si intuisce quale sia la stima che nell'attuale ordinamento politico si ha dell'uomo. Questi edifici iniziano a trovare la loro collocazione anche in ambienti rurali: anche là, in spregio al formativo e qualificante contatto con la natura, si tenta di sradicare sempre di più l'uomo dal suo «paesaggio» originario; e questo viene salutato come l'arrivo del «progresso».
Il tema di cui stiamo trattando a mo' di esempio diventa un vero e proprio problema sociale quando la domanda e l'offerta dell'alloggio — imprescindibile necessità e punto di riferimento dell'uomo — creano la situazione che permette manovre speculative; si viene cioè ad assistere ad una delle più macroscopiche ingiustizie, quella del lucro su un bene di prima necessità: la casa. Ma, si dirà, l'esperienza comune ci fa notare oltre agli squallidi dormitori di borgata anche gli splendidi e impeccabili grattacieli di lusso con moquette e tripli servizi. Ebbene questi ultimi, in sostanza, non differiscono affatto dai primi, in quanto la concezione, ossia il modello mentale che li ha partoriti è lo stesso: i primi costituiscono la merce scadente, i secondi quella di prima qualità, entrambi restano merce.
Inoltre i «casermoni» di lusso acuiscono l'edonismo, la vanità dell'uomo-individuo che trova la sua possibilità di vita solo in questo sistema. L'adesione a valori come la frivolezza, l'edonismo si esprime in quei villaggi residenziali pieni di tutti i comfort: cioè in grattacieli tagliati a fette e disposti in pianura.
Quindi riassumendo, noi notiamo che dall'osservazione di un'ingiustizia sociale perveniamo a considerazioni che la superano di gran lunga. Giungiamo così a capire che i problemi generati e irrisolti da questa società sono il riflesso se non la conseguenza della maniera con cui la stessa si pone di fronte alla vita. E' dalla radicale opposizione di vedute con l'attuale sistema che nasce lo scontro con questo ultimo. Proprio per il fatto che non si vuole vivere da automi o peggio ancora senza una propria dignità si arriva alla determinazione di lottare e contrastare, fin dove è possibile, l'attuale modo di vivere e pensare. Questo scontro, o antiteticità di valori, si esplica esteriormente e in modo lampante come ribellione, insofferenza, sciopero, rivolta. Quindi attraverso la lotta nasce l'uomo-membro del popolo e la cultura di cui esso è portatore. E' ovvio che l'essere pervenuti a tali considerazioni ci allarga l'orizzonte, il senso e il peso dei vari fatti che intervengono nel rifiuto dell'attuale società. Infatti rileviamo ad esempio che il lottare solamente contro l'ingiustizia sociale è un'azione inconcludente, dispersiva, che possiamo definire controrivoluzionaria e questo per il fatto che la coscienza di lotta ci impegna in un'opera radicale, che abbisogna quindi del puntello di una vera e propria rivoluzione culturale.
Ma tutto questo appartiene al livello più appariscente e in un certo senso meno essenziale e più inconcludente quando — ed è l'esperienza comune a rilevarlo — reagendo in questo modo si viene facilmente riassorbiti e reinseriti nel sistema. Infatti il linguaggio con il quale in questi casi sì risponde è dialettico proprio rispetto all'ordinamento contro cui in quel momento ci si pone. Tuttavia questi momenti di scontro celano anche altre possibilità che emergono in particolare quando attraverso la lotta si viene a manifestare la volontà dì cambiare la situazione esistente e si realizza che il cambiarla radicalmente significa possedere una prassi la quale è originata da un modello mentale irriducibile a quello della base del sistema che si vuoi abbattere.
Se civiltà altissime, ivi compresa quella romana, hanno trovato pane per i loro denti quando si sono scontrate con l'afflusso alle città e con lo squilibrio tra vita rurale e vita urbana, è immaginabile quali disastrose conseguenze un simile fenomeno possa provocare in un agglomerato quale quello in cui oggi viviamo, agglomerato che, ben lontano da una qualsiasi forma di civiltà, necessita già di una notevole forzatura per vedersi attribuito l'appellativo di società. In primo luogo in altre epoche l'esodo verso la città è dipeso o da carestie o da condizioni improvvisamente divenute impossibili per il lavoro agrario, o dal fascino che esercitava non tanto la città quanto l'essere cittadino, un titolo più che ambito. Oggi l'urbanesimo è generato da cause diverse. La non convenienza di lavorare la terra, considerato il pressoché inesistente guadagno nel rivendere i prodotti. Il miraggio d'un lavoro sicuro con una paga fissa e con una fatica minore. Un continuo richiamo pubblicitario effettuato tramite simboli, miti, luoghi comuni. In pratica mentre l'urbanesimo in passato era generalmente effetto di cause non generate volontariamente. oggi non è così. Non si può parlare di sola inettitudine di fronte al problema agricolo e all'intermediariato. Si deve invece parlare di volontà criminale che costringe l'Italia a un ruolo preciso nell'economia occidentale. Ruolo nel quale l'agricoltura non trova posto.
A questo va aggiunto anche lo svilupparsi spontaneo di un modello di vita imposto dalla natura e dalla mentalità del mercante che è il dominatore o per lo meno il cardine della vita moderna. In secondo luogo va detto che mentre le civiltà, proprio in quanto tali, avevano la forza di reagire agli squilibri, l'Italia contemporanea li patisce oltre ogni ragionevole limite. E dunque la metropoli. confuso crogiuolo di tipi, di culture, di razze, di costumi, soffoca, succhia, sterilizza, uccide l'uomo e la donna, l'anziano e l'adolescente. Offre pigramente e maliziosamente lussuose voluttà nei quartieri residenziali dove il ricco, passando dal tennis alla piscina, dall'amichetta allo spinello, si isola sempre di più e sempre più si inaridisce in un'esistenza che i più fortunati sopportano con semplici sbalzi d'umore, solo perché non dotati di una buona intelligenza. Confonde e disperde nell'ibridismo del quartiere popolare dei benestanti, nel quale il collettivo e l'individuale sono sfumati, ma regna sovrana l'ipocrisia ad uccidere ogni slancio umano e le fa corona la poca disponibilità economica per potersi organizzare una vita sensata. Compie poi il suo ultimo crimine nei quartieri della periferia. Nelle borgate romane, nell'interland milanese, nei bassi napoletani, nei cosiddetti quartieri-dormitorio, negli anelli suburbani delle città industriali e portuali. Qui il disagio è grande e il senso di ribellione cova sotto la cenere.
E unito a rapporti umani ben più sinceri che nelle altre componenti il tessuto metropolitano, tutto ciò potrebbe essere pericoloso per il potere. Ma qui esso interviene con il veleno del mito propagandato. E il ghetto si sfoga in rapine, in scippi per procurarsi i mezzi da quartiere residenziale. In droga per sentirsi più forti ed ingannare le delusioni. In galera ripetuta. In impotenza. Questa è la realtà della metropoli. A questa realtà noi opponiamo il mito della vita naturale, della civiltà. Di una realtà organizzata in borghi e villaggi di campagna, di montagna, di mare. In borghi e villaggi dove la vita si svolge serenamente senza l'ipocrisia e l'ostilità che accompagnano la folle esistenza metropolitana. Di una realtà nella quale le città trovano un'altra dimensione e un altro valore. Siano porti, siano centri industriali, siano punti di riferimento politico ed amministrativo, esse dovranno essere organici centri di vita.
Ristrutturate secondo concetti urbanistici ed ecologici radicalmente diversi, sviluppate intorno ad un centro spirituale e politico, caratterizzate culturalmente, abitate da un numero di abitanti di parecchio inferiore alle cifre odierne, le città saranno organizzate secondo criteri diversi