mercoledì, 31 maggio 2006

Disegnare cazzetti
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Mi ricordo alle medie o al liceo questo rito di disegnare cazzetti ovunque. Voi ne sapete niente? Io me li ricordo sul diario, quasi su tutte le pagine: anche se disegnare cazzetti sul giorno di Natale era considerato particolarmente significativo e rivoluzionario. Qualcuno - di tanto in tanto - osava disegnare cazzetti sul registro di classe, quello rosso, e me ne ricordo distintamente uno - stilizzatissimo - sul bordo di legno scheggiato della cattedra. Il cazzetto più facile da fare era quello tipico: un ovale lungo a forma tuboidale e sotto due sfere. Chi era più tagliato per il disegno ci aggiungeva i peli, le venature e tutte quelle cose lì; qualcuno - particolarmente volgare e ridanciano - ci piazzava un bello schizzo di sperma in prossimità della punta. Gli artisti veri - e ce n'erano - disegnavano cazzetti davvero speciali: erano quelli visti in prospettiva. Da davanti per esempio: tu aprivi il diario a un giorno qualunque - tie', il 23 maggio - è quello che ti si presentava davanti non erano i compiti del giorno, ma un bel cazzetto visto in prospettiva, talmente realistico che sembrava dovesse toccarti il naso da un momento all'altro.

Chissà perché si disegnavano sempre tutti questi cazzetti in giro? Ne ho parlato con qualcuno recentemente (no, non lo psicologo) e sembra che sia una moda ancora in auge. Ci ho riflettuto un po' e ho ripensato a quando, l'altro giorno, ho disegnato almeno TRE cazzetti sul blocco degli appunti del mio collega Adriano, in redazione. L'avevo rimosso, lì per lì ne abbiamo riso: lui - per proseguire sulla strada retrò - mi ha detto qualcosa come porco dena, o li mortacci stracci che erano cose che si dicevano allora, quando a malapena spuntavano i primi peli sul mento. Fare cazzetti a tradimento: qualcosa dovrà pur significare. Il massimo era fare cazzetti sui diari delle ragazze che, solitamente, erano pieni di CIAO scritti in maniere stranissime oppure di Brandon o Dylan e tutti quei personaggi lì di Berverly Hills coso. A pensarci adesso: un cazzetto messo lì, tra un cuoricino e una parola d'amore... che roba.

Ricordo cazzetti sulla lavagna, magari sul lato nascosto che se poi qualcuno la faceva ruotare, ecco che compariva questo cazzetto rovesciato ed era tutto un gran ridere nei palmi delle mani. Ricordo - in generale - un gusto davvero magnifico nel fare cose così; non voglio dire nulla, non c'è una morale o una roba sui giovani d'oggi e tutti quei telefonini. Semplicemente c'era questo fatto che noi in classe disegnavamo ovunque cazzetti. Niente di più: non c'è un significato sociale. Noi eravamo ragazzini con tutte le matite ancora da temperare e quelli erano soltanto cazzetti.

martedì, 30 maggio 2006

Marketta con giusta causa
Categoria:giornalismo, scritto da andy capp


indaginesulcalcioUn libro per tutti i tifosi, per tutti gli appassionati o per tutti quelli che semplicemente vogliono capire cosa sta succedendo al mondo del calcio. Quella di oggi è una segnalazione: non tanto perché il libro in questione (Indagine sul Calcio - Edizioni Bur - 12 euro) è un volume completo di oltre 600 pagine che traccia un percorso chiaro dai Mondiali del 1982 fino alle intercettazioni di Moggi&C., quanto per il fatto che ho collaborato alla stesura del libro attraverso un minuzioso lavoro di ricerca.

L'Italia di Pertini e Craxi, ma soprattutto di Paolo Rossi e Bearzot. L'Italia di Berlusconi e D'Alema, di Totti e di Lippi. Che cosa è successo nel calcio e nel Paese negli ultimi vent'anni? Oggi come allora chi copre invece di scoprire? Partite truccate, arbitri venduti, calciatori drogati, morti sospette, inchieste insabbiate, affari sporchi ma anche leggende, grandi e modesti giocatori, storie di personaggi memorabili e dimenticati. Un romanzo di fatti e di sport ancora tutto da raccontare.

Al di là dello stile e dell'argomento, che possono piacere o non piacere, questa è davvero una mini-eciclopedia degli scandali del calcio italiano. E poi, lavorandoci ho scoperto una cosa: la penalizzazione di nove punti data alla Lazio nell'ormai storico campionato degli spareggi di Napoli, è stata una gran porcata. Parola di romanista.

"Ho vissuto in un calcio corrotto, ho pagato stipendi in nero ed evaso le tasse. Ma ho fatto appena il 10% di quello che ho visto, a tutti i livelli. E sono l’unico finito in galera… "
Ermanno Pieroni, ex presidente dell'A.C. Ancona


"Se un arbitro è bravo a gestire la partita in un certo modo, tu perdi. E il 99,9% degli spettatori non capisce il perché".
Luigi Corioni, presidente del Brescia Calcio

lunedì, 29 maggio 2006

Il bolscevico stanco
Categoria:blog, scritto da andy capp


censuraC'è un Roberto Mancini in Italia meno famoso di quello seduto sulla panchina dell'Inter, che tuttavia vanta un piccolo record. E' il primo giornalista condannato per diffamazione tramite blog. Teatro della vicenda, che risale a qualche giorno fa, è la Valle d'Aosta. Animatore de ilbolscevicostanco nei panni del Generale Zhukov, Mancini è l'ex vicepresidente dell'Ordine dei Giornalisti aostani. Il suo blog, nato nel febbraio del 2005, in pochi mesi supera gli 80 mila contatti e il fatto che attacchi più volte la classe politica valdostana (in particolare alcuni esponenti dei DS - Gauche Valdôtaine e dell'Union Valdôtaine) oltre a diversi amministratori pubblici (tra cui gli ex parlamentari Ivo Collé ed Augusto Rollandin e il presidente della Regione Luciano Caveri) desta l'attenzione degli interessati. Tra questi anche quella di alcuni colleghi della redazione regionale della Rai, dell'agenzia Ansa, della Vallée notizie e della Gazzetta matin.

Nel corso dell'indagine, coordinata dal pubblico ministero aostano Stefania Cugge, a Mancini vengono sequestrati il computer e diverso materiale che gli inquirenti ritengono riconducibile alla redazione del blog. L'inchiesta era stata avviata dalla Polizia Postale di Aosta dopo che quattro giornalisti (Luca Mercanti e Cristina Porta, rispettivamente direttore e responsabile della cronaca della Gazzetta Matin, Pier Maria Minuzzo, capo ufficio stampa della Cogne acciai speciali e della Camera di commercio valdostana e Marco Camilli, gestore di siti web) avevano presentato alla Procura quattro denunce per diffamazione. Venerdì scorso la sentenza: Mancini è stato condannato a pagare 3000 euro, le spese processuali e legali ed una previsionale di 1500 euro per ognuna delle parti querelanti.

"Non voglio i soldi - ha dichiarato Mercanti - a me interessava solo che si sapesse che il Generale Zhukov fosse lui. Giustizia è fatta". La difesa, rappresentata dall'avvocato Katia Malavenda di Milano, legale di fiducia dei giornalisti del Corriere della Sera, ha annunciato il ricorso: "Bisognerebbe capire su che basi Mancini è stato giudicato essere Zhukov, e questo lo leggeremo nelle motivazoni che avremo entro quindici giorni. La mia esperienza nel settore specifico, evidenzia che, di norma, le cause di diffamazione partono da multe di cinquemila euro, con risarcimenti molto più alti. E' chiaro che il giudice ha ritenuto minimi i contenuti diffamatori attribuibili al mio cliente".

Contenuti diffamatori minimi da 3000 euro + le spese. Ce lo possiamo permettere noi? Cari bloggers, la pacchia è finita.

domenica, 28 maggio 2006

Retrocedere, retrocedere, retrocedere
Categoria:attualità, scritto da andy capp


borrelli

sabato, 27 maggio 2006

Er gioco der perché
Categoria:storie de noantri, scritto da andy capp


Gioco del perchéLa tradizione popolare dei giochi nasce a Roma all'inizio del 1800. Era in quegli anni che per i vicoli e le strade i Romani davano sfogo alla loro fantasia. E c'erano giochi per tutti: bambini, ragazzi, uomini, donne e vecchi. E per tutti i gusti: per l'infanzia, d'abilità, di memoria, di coraggio. Attraverso la nostra rubrica della memoria, ne riscopriamo alcuni partendo da quello denominato Gioco del perché.

"Li giocatori decidono tra de loro chi fa er capo-gioco (la mamma) e poi se metteno tutti 'n circolo. Er più bravo dovrà risponne a le domande senza mai ripete er petulante perché. Se l'interogato abbocca esce dar gioco secondo li modi e li comportamenti decisi dar gruppo. Si er concorente riesce a resiste a le domande de la mamma, allora se cambieno domande. Ecco n'esempio pratico de 'n giocatore che fu davero 'n gamba.

Capo-gioco: "Perché te rodeno le corna?"

Interpellato: "Dipenne dar fatto che nessuno me le gratta"

Capo-gioco: "E perché nessuno te le gratta?"

Interpellato: "Ciò le corna puntute e nessuno ce vò mette mano"

Capo-gioco: "Perché nun te le fai grattà da tu' moje"

Interpellato: "Mi' moje insiste che nun ce l'ho e perciò nun me le pò grattà"

A prima vista er gioco der perché sembra 'no scherzo, ma provatece voi a favve interogà senza mai abboccà e nun fà la figura der fesso".

venerdì, 26 maggio 2006

Due calcoli su Veltroni
Categoria:politica, scritto da stefano havana


Siccome domenica si vota, mi piacerebbe elencare i quattro punti per cui - nonostante TUTTO - voterò Walter Veltroni a sindaco di Roma.

1) Alemanno è un uomo di destra. E non si è mai sentito - in tempi recenti e in chiave moderna - di un uomo di destra capace di fare qualcosa di oggettivamente buono per la gente (a meno che per "gente" non si intenda la "famigghia").

2) Veltroni è sindaco uscente. E se io fossi il capo di una grande azienda non licenzierei mai - così su due piedi - la mia segretaria. Conosce bene tutti i cassetti, sa dove trovare le pratiche, ricorda i numeri di telefono che servono, sa già trattare con i vecchi clienti ed è consapevole di quello che mi aspetto per quelli nuovi. Veltroni viene da un'esperienza oggettivamente positiva con la città di Roma (fermo restando le veltronate, come ama chiamarle il mio amico Pat) ed è giusto che continui d'inerzia (non fosse altro che il Passante Nord-Ovest mi ha CAMBIATO l'esistenza in positivo).

3) Nonostante Veltroni sia il più grande e vomitevole buonista che si sia mai visto e sentito sulla faccia della terra, preferisco il più grande e vomitevole buonista a un uomo di destra senza alcuna dignità (e con quella faccia lì, poi).

4) L'ultimo fondamentale punto riguarda la campagna elettorale. Mi sono frantumato i coglioni di stare a sentire gente che promuove una campagna elettorale fondata ESCLUSIVAMENTE sulla distruzione dell'altro. Berlusconi ha perse le elezioni per questo motivo (secondo me la gente è stufa del caos e, se continua così, sarà anche il motivo per cui la sinistra si dissolverà e anche la prossima destra e l'Italia affonderà nel Mediterraneo con grande spreco di marmo di Carrara) e Alemanno merita di fare il portaborse a vita per questo motivo. Non so se avete visto (cittadini di Roma) il  vergognoso spot elettorale che va nei cinema in questo periodo: le immagini di Veltroni impegnato a ricevere i grandi attori di Hollywood si alternano con le immagini di alto degrado della città di Roma. Veltroni con George Clooney-cassonetti bruciati. Veltroni con un flute di champagne in mano-Corviale. Veltroni con Brad Pitt e Bruce Willis-ecomostri. Veltroni con Sharon Stone-ingorghi lungo la Flaminia. Ecco, questa è demagogia, bugia, falso resoconto, mancanza di idea, distruzione. ABOMINIO. Le pubbliche relazioni si devono curare e le curerà anche Alemanno quando diventerà sindaco: dovrebbe spiegarci, Alemanno nello spot, come pensa di risolvere gli ingorghi a Roma. Alemanno, e diccelo suvvia! Dovrebbe dirci come pensa di risolvere il problema della nettezza urbana, degli affitti o delle case popolari: ce lo dica, però. Serve a questo la campagna elettorale: se spendi un milione di euro e tutto quello che mi fai vedere sono immagini di repertorio, unite a insulti alla concorrenza, io quello che faccio è depennarti dall'agenda delle persone interessanti. Ti metto in un'altra lista, quella degli Imbecilli tout court e - se capita - mi alzo dalla stessa tavola dove sei seduto anche tu, non prima di aver sparacchiato sugli altri commensali insulti e fagioli. Dammi anche solo una parvenza di idea, invece, su come risolvere il dramma del traffico a Roma (per dire uno dei problemi meno urgenti) e io, non so se ti voto, ma almeno ti sto a sentire senza spargimenti di saliva.

Tanto si sa che ci saranno brogli. Gli scemi si sono già inventati www.ricontiamo.com; credo che il dominio www.riricontiamo.com o www.ricontiamodinuovo.com sia libero. In bocca al lupo.

mercoledì, 24 maggio 2006

C.S.I. è una cagata pazzesca
Categoria:televisione, scritto da stefano havana


- Il nero con gli occhi azzurri che si occupa di saliva e campioni di sangue (Warrick) è chiaramente omosessuale (e in più porta le lenti a contatto colorate).

- Ogni puntata su tre c'è sepre un morto che pare ammazzato e che invece è morto per cause naturali (l'altra sera un tizio, per cambiare cd al caricatore dell'auto, è scivolato sul bagnato, ha sbattuto la testa sul portabagagli aperto, è cascato nel bagagliaio, il movimento ha fatto scattare il freno a mano del veicolo, il quale veicolo è poi scivolato in un torrente, causando la contestuale ermetica chiusura del bagagliaio con la morte del poverino per annegamento. Questo, ovviamente, si è capito dopo aver interrogato a casaccio CHIUNQUE).

- Il primo interrogato non è MAI l'assassino, potete firmare col sangue.

- Il primo sospettato non è MAI l'assassino, potete scommetterci la cravatta.

- C.S.I. Miami è ingiustificabile come produzione. E' IDENTICO a C.S.I. solo che c'è un tizio che si chiama Horatio al posto di un tizio che si chiama Grissom. I due tizi non sono approfonditi per niente e, narrativamente, hanno più o meno lo spessore di un'alice. Perciò, qui lo dico e qui lo nego: se fanno un altro C.S.I  faccio una pazzia, a meno che non lo chiamino C.S.I. San Giorgio a Cremano e ci mettano Lello Arena come protagonista principale.

- Il sospettato numero uno fa sempre molta resistenza per levarsi la camicia. Ma poi alla fine quelli arrivano con un mandato e allora se la leva: e, generalmente, sotto la camicia ha un segno o qualcosa che lo condanna definitivamente come colpevole. Solo che si era capito tutto già dopo il primo MINUTO di telefilm.

- Se c'è un gruppo di amici in qualche locale e due su tre vengono uccisi, l'assassino è SEMPRE l'amico superstite.

- Se c'è uno che è chiaramente colpevole, state certi che non sarà il colpevole.

- Tutti i personaggi sono intercambiabili. Nel senso che non hanno alcun interesse narrativo: Grissom potrebbe essere la detective bionda e viceversa: non cambierebbe nulla ai fini del telefilm. Non dicono mai una sola parola al di fuori del caso e devono essere tutti eunuchi o comunque dediti all'eremitaggio estremo: non trombano, non si baciano, non si riproducono, non bevono neanche un drink. E quando qualcuno di loro si guarda con fare lascivo e tutto lascia presagire a una bella scena di sesso, sempre - giuro, sempre - squilla un telefonino o arriva una notizia scottante e fondamentale per la risoluzione del caso (caso che lo spettatore, nel frattempo, aveva risolto da solo con un anticipo di 23 minuti netti).

- Se c'è di mezzo un rapimento, state certi che non si tratta di rapimento.

- I protagonisti NON parlano fra loro. Mai. Parlano da soli e si annuiscono a vicenda.

- Il dialoghista andrebbe FUCILATO. L'altra sera uno ha detto all'altro: «Ehi, sei un pivello». E quello ha risposto: «Sei simpatico. Hai mai pensato di fare cabaret. Mi sembri portato». E l'altro: «Grazie, lo prendo come un complimento». E allora il secondo tizio: «Prego». Dopo di che c'è stata una sparatoria e qualcuno ha rotto una bottiglia di whiskey.

- Grissom è un BOLLITO. Ogni volta che lo inquadrano sembra abbia passato un guaio devastante e l'unica cosa della sua sfera personale che gli sia mai uscita dalla bocca è stata: «Quando mio padre è morto io avevo nove anni. Si è steso e non si è più alzato: nessuno ha mai voluto spiegarmi perché». A quel punto, la bionda Catherine (l'unica leggermente dedita alla copula) ha annuito come se da quella frase noi avessimo dovuto capire tutti i motivi che l'hanno spinto a fare quel mestiere. Da qui, ancora una volta, l'idea ricorrente della FUCILAZIONE immediata del dialoghista.

Chiarito questo, si metta agli atti che - se posso - non me ne perdo una puntata.

martedì, 23 maggio 2006

Killer application
Categoria:televisione, scritto da stefano havana


Sono molto preoccupato per Erika, la psicokiller che ha fatta fuori mezza famiglia sei anni orsono. Sono preoccupato da quando, nei giorni scorsi, l'ho vista alla televisione e in tutte le gallery fotografiche possibili e immaginabili dei quotidiani online: mi preoccupa che questa sanguinaria assassina senza scuse possa fare la fine di un mago do nascimento qualsiasi. Perciò, lo ammetto, non sono affatto preoccupato per lei: sono preoccupato - e tantissimo - per tutti noi e per quelli che verranno. Sono preoccupato perché - devo ammettere anche questo - io stesso non ho resistito a sfogliare tutte quelle gallery fotografiche sopracitate e, solo costrigendomi a uno sforzo volenterosissimo, a fatica sono riuscito a disincagliare gli occhi dalle immagini televisive proposteci. Sono preoccupatissimo perché ho trovato Erika nient'altro che una bella ragazza, addirittura sessualmente appetibile e con due occhi interessanti. Per un attimo mi sono lasciato andare, ho sospirato versi di Yates e ho pensato alla tipica storia d'amore con la spietata killer. Sono preoccupato, perché se l'ho notato io che ha un bel culo e tette d'interesse nazionale, allora lo avrà notato pure qualcun altro. Naturalmente mi riferisco ai vampiri dello spettacolo, della televisione del futuro; mi riferisco ai maurizi costanzo e alle isole de famosi che verranno. E' scontatissimo dire: Erika sarà un sicuro personaggio pubblico venturo. E' scontato: ex brigatisti tengono corsi alle università e mafiosi pregiudicati mantengono salde le redini del potere; piduisti acclarati dirigono trasmissioni televisive, senza contare gli incapaci e gli sconosciuti che si accomodano ogni giorno nei nostri salotti.

Un po' meno scontato è dire che la mia preoccupazione nasce tutta dall'aver notato Erika - in quel gruppetto di ragazze carcerate intente nel gioco della pallavolo - ben prima che il cronista o la didascalia mi spiegassero chi fosse. Era lei la più truccata, la più disinvolta, la più ricercata dalle compagne, la meglio vestita, la più acconciata, quella con il taglio di capelli più ricercato, quella con i bicipiti più scolpiti e i jeans più curati; era lei quella con le scarpe più alla moda e il modo di fare più consapevole. In altre parole: Erika era preparatissima alla sua prima uscita pubblica. Stare vicino a lei - lo sapevano benissimo le sue compagnucce di cella - garantisce sicura visibilità. Non a caso, intorno alla sua figura ho notato questo incrollabile nugolo di fanciulline zebrate, distinguibili dalle masse di carne che ogni giorno aspirano a leccare i Costantini, solo per la mancanza di videofonini in mano.

Non so se abbia già un agente, ma fossi in lei, me lo procurerei immantinente. «Lei è in arresto per duplice omicidio. Ha diritto a un agente dello spettacolo: se non può permetterselo gliene sarà dato uno d'ufficio». Oggi il numero segnaletico, domani il numero per il televoto. Io ci metto la firma: dopo il bimbo rapito, la bimba killer. Amen.

lunedì, 22 maggio 2006

Chi è senza peccato?
Categoria:mondo, scritto da stefano havana


stralci di un articolo apparso sulla rivista Latinoamerica, a firma Gennaro Carotenuto

L'ultima caso di rilevanza mondiale di manipolazione di informazioni sull'America Latina è quello della rivista Forbes che sostiene tutti gli anni che Fidel Castro possegga una fortuna (900 milioni di dollari quest'anno) distribuita in tutto il mondo. Nelle settimane passate avete trovato la notizia in grande evidenza su tutti gli organi di stampa del mondo. Adesso avrete seria difficoltà a essere informati sulla rettifica da parte dello stesso influente mensile Forbes, che ha ammesso alla BBC di non avere alcuna prova.

In molti avevano provato senza successo a chiedere al mensile della classe dirigente statunitense, che prende il nome dal cognome del suo megalomane padrone, Steve Forbes, miliardario di ultradestra legato a Ronald Reagan e Bush padre, che giustificasse le proprie affermazioni. Ma Forbes, che dà i numeri come Berlusconi in campagna elettorale, ha fatto finta di niente per giorni: dovete crederci sulla parola, se diciamo che il "sanguinario dittatore Fidel Castro" possiede una fortuna di 900 milioni, dovete considerarlo un dogma di fede. E' dovuto intervenire lo stesso Castro, che ha pubblicamente sfidato Forbes a dimostrare quanto afferma davanti al mondo.

E Forbes ha dovuto fare marcia indietro, ammettendo alla BBC che l'autorevole (sic!) mensile non ha in mano (testuale) "nessuna prova che Castro possegga una fortuna all'estero". Fantastica BBC: fa il suo dovere informativo, ma lo annega riducendolo ad un paragrafo perso nel mezzo di un articolo tergiversante intitolato non come sarebbe stato corretto: "Forbes ammette che non ha nessuna prova", ma "Forbes insiste sulla fortuna di Castro". E qui sta il capolavoro di Forbes/BBC. Forbes ammette che Fidel Castro non possiede alcuna fortuna né all'estero né a Cuba, ma giustifica la conduzione di un'enorme campagna mondiale di diffamazione sulla presunta fortuna di Castro (scrivono 900 milioni, ma potevano essere 90 o 9.000) con la seguente formula: "Se qualcuno come Castro volesse scappare all'estero, avrebbe il potere di portarsi dietro una somma come quella che gli attribuiamo".

Nel sito, il latinoamericanista di Repubblica, Omero Ciai, chiamato più volte in causa per il suo spensierato antichavismo militante, è amabilmente intervenuto più volte, fino a fare pubblica ammenda per aver definito Hugo Chávez "sinistra militarista". Ha fatto di più, ha fatto un'interessante lezioncina, per spiegare che "La Repubblica" non deve informare, ma vendere, e quindi pubblica le notizie più succulente, anche se romanzate, meglio se svillaneggianti capi di stato non grati alla Casa Bianca. Scrive tra l'altro testualmente Omero Ciai in gennarocarotenuto.it: "repubblica viene accusata di occuparsi poco di Uribe. E' verissimo. Negli ultimi anni ci siamo occupati di Colombia soltanto per il sequestro Betancourt. Pero dovete ammettere che un giornale di solito si occupa di quello che presume interessi ai suoi lettori (altrimenti faremmo la fine del Manifesto). Ed è ovvio che ai lettori interessino molto di più processi in corso come il Brasile, l'Argentina, il Venezuela, Cuba etc. piuttosto che una guerra civile che va avanti da 50 anni".

[...]

Da una parte si producono notizie false e tendenziose (Forbes), dall'altra se ne occultano altre (il terrorismo statunitense). E' un triste paradosso che tale tecnica di inquinamento venga utilizzata proprio contro un paese accusato di avere una rigida censura sulla stampa. Se il mezzo per combattere la censura a Cuba è la manipolazione dell'informazione su Cuba, è un momento grave per la libertà di stampa.

venerdì, 19 maggio 2006

I'm forever blowing bubbles
Categoria:sport, scritto da andy capp


Un sentito ringraziamento è d'obbligo per i lettori che hanno sopportato il nostro sfogo calcistico. Come avrete capito, non si è trattato di un capriccio, bensì della difesa a oltranza di una delle nostre più grandi passioni, che una banda di mafiosi non riuscirà certo a portarci via. Con il post di oggi, dedicato a una trasferta in terra londinese, chiudiamo la settimana calcistica di noantri. Anche se per il week end troverete una sorpresa goliardica. Perché il calcio è anche quello.

Luca ed io non eravamo mai stati a Londra e l'occasione era di quelle imperdibili: proprio in quel fine settimana iniziava la stagione calcistica 2004-2005. A differenza delle città italiane, Londra può contare su più di dieci squadre di calcio tra Premier Ship e categorie inferiori. Così calendario alla mano, organizziamo una tre giorni indimenticabile tutta football, Guinness e fish and chips. Premessa doverosa: un biglietto di una partita in Inghilterra costa molto rispetto ai prezzi italiani, così iniziamo un martellante lavoro ai fianchi degli addetti stampa per ottenere gli accrediti. Il risultato è straordinario. Siamo a Londra per le 13 di sabato e, saltato il primo match delle 15 tra Tottenham e Middlesbrough (non avremmo mai fatto in tempo), ci dirigiamo verso la zona sud, direzione The Den. La partita tra Millwall e Leicester è di First Division, ma la squadra dei leoni è tra le più gloriose di Londra (per non parlare della sua firm, tra le più violente di tutta la Gran Bretagna). L'atmosfera è di quelle anni Settanta, non so se avete mai visto il documentario The Football Factory oppure letto Hoolifan - Trent'anni di botte di Martin King e Martin Knight. Se siete appassionati di terrace culture, trovateli. La sensazione che ho provato di fronte alle tribune di quella struttura spartana dopo aver passato gli archi della ferrovia non la dimenticherò facilmente. Cazzo, eravamo a Londra, in uno degli stadi storici della City a vedere il Millwall. La squadra di casa vince 2-0 e se chiudo gli occhi nella mia testa ancora rimbomba il possente "No one like us we don't care, we are Millwall, super Millwall, we are Millwall from the DEN".FerroviaEntrata

 

 

 

 

 

millwall-leicester

pat al the den

E' sera e stremati decidiamo di andare in centro per mangiare qualcosa. Una volta a Piccadilly entriamo in un pub e ordiniamo Guinness e fish and chips. Avevamo però una missione: vedere tutti i gol della giornata. Sapevamo infatti che oltre al campionato, iniziava anche un nuovo programma calcistico stile 90° minuto sulla BBC. Il proprietario del locale ci accontenta e in pochi secondi si sparge la voce che eravamo italiani appassionati di calcio. Si avvicinano tre ciccioni puzzolenti di birra che ci chiedono da dove venivamo. Alla parola Roma iniziano ad urlarci a dieci centimetri dalla faccia: "P-a-u-l-o-d-i-c-a-n-i-o, p-a-u-l-o-d-i-c-a-n-i-o", sulla note del Rigoletto. Certo l'approccio non è dei migliori, noi siamo della Roma e quei tre ciccioni sono dei fottuti tifosi del Tottenham (le nostre simpatie londinesi sono per il West Ham, per il Millwall e un po' per l'Arsenal). Ancora oggi mi chiedo perché abbiano urlato proprio quel nome (tra l'altro Di Canio ha giocato negli Hammers). Al nostro convincente "Lazio Shit!, We are Ultrà Roma", ci rispondono con un sorriso e un urlo: "F-r-a-n-c-e-s-c-u-o-t-o-u-t-t-i". Andava già meglio. Finiamo di bere e pensiamo al giorno successivo, quello di West Ham-Wigan Athletic e Chelsea-Manchester United. La prima partita si gioca alle 14, la seconda alle 16, ma c'è un problema: per la sfida di Stamford abbiamo solo un accredito. E' giusto che vada Luca. Prendiamo il trenino da King Kross per raggiungere la fermata Upton Park nel cuore dell'Est End. E' stato bellissimo mischiarsi con i tifosi degli Hammers, tutti composti, silenziosi, tatuati e con la maglia della squadra. Ricordo una vecchietta che indossava un ciondolo d'oro con i martelli incrociati davvero notevole. Percorso Grenn Street abbiamo i brividi quando arriviamo davanti al Queens, lo storico pub dove l'Intercity Firm del mitico Cass Pennant organizzava il comitato d'accoglienza per le tifoserie rivali. Entriamo e stavolta l'impatto emotivo è devastante. Lo stadio è ancora vuoto ma va via via riempendosi. L'atmosfera è tesa perché la tifoseria è ancora scossa dalla retrocessione in First Division, ma sarà per i colori dello maglie e per la tradizione della working class che gli Hammers ci sono entrati davvero nel cuore. Meraviglioso poi l'inno "I'm forever blowing bubbles...". Alla fine del primo tempo Luca esce per raggiungere Stamford Bridge. Io invece resto ad Upton Park fino al termine.

 hammersHammersGradinatapat a upton park

 

 

 

 

 

Il West Ham perde 3-1 così decido di non rimanere in sala stampa e riprendo il trenino, direzione Fulham Road. Scendo alla fermata giusta e raggiungo lo stadio. Impossibilitato ad entrare faccio un respiro profondo e mi dirigo verso The Shed Pub, il punto di ritrovo degli Headhunters del Chelsea. Riesco ad entrare con qualche difficoltà, ma alla fine mi confondo tra i Blues. Fanno un chiasso infernale. Uno dei capi è un ciccione, rasato con orecchini e denti rotti che indossa la maglia rossa dell'Inghilterra, un paio di jeans e gli anfibi. Tatuaggi sugli avambracci, come da tradizione, e voce rotta: "C'mon Chelsea! C'mon Chelsea!". Mi trovavo solo in mezzo ai veri hoolingans! Per fortuna il Chelsea vince 1-0, esco e aspetto Luca. Dopo un paio di ore i Blues sono ancora fuori lo stadio a scambiare qualche opinione con la MP in attesa di quelli del Manchester United. Nella loro prima linea riconosco qualche faccia. E per fortuna che in Inghilterra non esistevano più gli incidenti tra tifosi. Stremati torniamo in albergo. Il giorno successivo dovevamo rientrare ma decidiamo di sfruttare la mattina. Cosa fare? E' facile, Highbury è di strada. Così prendiamo la tube e siamo lì in pochi minuti. Peccato non essere riusciti a entrare. Non posso ancora credere che dalla prossima stagione l'Arsenal non ci giocherà più. Trafalgar Square, Tower Bridge? Al diavolo, non so nemmeno cosa siano.

 bluesluca a stanford bridge

pat sotto the shedchelsea-man utdhigbury

giovedì, 18 maggio 2006

Maradona e la Madonna
Categoria:sport, scritto da stefano havana


Maradona1Vi racconto quel giorno pazzesco in cui vidi Maradona giocare. Va tenuto presente che quando Maradona giocava io avevo circa sei anni e, più che il calcio, mi interessavano enormi mostri con la schiena irta di aculei, he-man, il conte Dracula, la spada nella roccia, Robin Hood, Devilman e - incredibilmente - Renzo Arbore. Davvero, quando avevo più o meno quell'età e abitavo ancora a Napoli, mi arrampicavo spesso sulla sedia della cucina dove stava anche mia madre e guardavo Indietro tutta di Renzo Arbore.

Il nome Maradona non mi diceva niente: la mia percezione del mondo passava per le scelte di scaletta di Renzo Arbore e degli altri autori. Strano, no? Se uno non veniva invitato in trasmissione, allora per me era come se non esistesse. Di quel programma, mi piaceva soprattutto Nino Frassica - che mi faceva ridere tantissimo pure se non capivo le battute - e le canzoni tormentone (ho scoperto, in tempi recenti, che il motivetto de "Il cacao meravigliao" era cantato da una giovanissima Paola Cortellesi). Per il resto, tutto quello che sapevo sul calcio aveva a che fare col volto giallognolo di Paolo Valenti che la domenica pomeriggio leggeva le schedine, dicendo ancora il segno accanto al risultato: «A Cremona, Juventus batte Cremonese 2-1, due». E così via: non c'erano le vallette o comunque non entravano in politica.

Perciò, il giorno che misi per la prima volta piede dentro lo stadio San Paolo ero terrorizzato, naturalmente, ma non esaltato. Tutta quella gente: io avevo in mente al massimo le panoramiche parziali sul pubblico di Indietro tutta e già quella mi pareva una gran folla. Quando sbucai sugli spalti in mezzo a mamma e papà, restai con il fiato e le parole tutte dietro la lingua. Non c'era un posto vuoto e il sole picchiava tantissimo: mi sa che era maggio o giù di lì. Insieme al polline e all'odore di sigaretta, respiravo nell'aria quell'atmosfera che ogni tanto percepivo anche in casa, quando le cose non andavano bene o c'era qualche problema: le persone stavano zitte zitte e con le mani in tasca, oppure mangiavano pistacchi con gli occhi fissi sul niente. Un caffè Borghetti costava 500 lire e io non arrivavo assolutamente a vedere il campo (la partita si guardava tutta all'impiedi).

Non ricordo nulla di quell'incontro e mi piacerebbe adesso Maradonadirvi una serie di cose per cui Maradona fu l'unica cosa rimasta impressa nella mia mente e bla bla bla: ma sarebbe dire una bugia. Non ricordo nulla: no, anzi, è sbagliato. Non vidi nulla, a parte il fatto che la gente urlava e si metteva le mani in faccia e che mentre io tiravo i pantaloni di mio padre per farmi prendere in braccio, lui non mi cagava proprio e si sentiva solo questo grande coro: Maradona è megl' e Pelé. Oppure quell'altro famoso: O mamma mamma mamma... Giuro: non me lo ricordo Maradona, perché - di fatto - non lo vidi mai. Eppure percepii ogni sua giocata, ogni sua meraviglia, perfino ogni suo appoggio sbagliato, tutto questo, riflesso nei gesti e negli occhi degli altri. Si capiva perfettamente ogni volta che Maradona toccava palla. 

Poi successe che mentre io continuavo imperterrito a tirare i pantaloni dei miei genitori, prima a uno e poi all'altro, un tizio lassù in alto mi scosse per le spalle e mi urlò addosso esattamente questa frase, letterale: «Maròòòòòòòòòòònnn!». Così fece: Maròòòòòòòòòònnn!, come se la Maronna stessa fosse scesa in campo dall'alto, tipo un pompiere lungo il suo tubo di ferro, e si fosse messa a ballare il tip tap con una scollatura osé.

Mi spaventai un attimo, feci due occhi grandi così e fu in quel momento che mio padre si ricordò di me. Mi prese in braccio e mi pare che venni al mondo un'altra volta: finalmente potei guardare tutto quel verde condito da ventidue insetti colorati, ma neanche allora pensai a Maradona o che ne so. Tutto quello che mi venne in mente fu solo che era centomila volte meglio di una puntata di Indietro tutta. E mi sa che provai il desiderio di diventare grande.

Diego

mercoledì, 17 maggio 2006

Highbury e la ginga
Categoria:sport, scritto da andy capp


HighburyFinalmente stasera si torna a giocare a calcio. E che partita ci aspetta a noi appassionati. Talmente bella che quasi non ci va di dividerla con i profani, con quelli che guardano solo le finali senza sapere come sono andate le semifinali o i quarti. Ma quella di stasera è davvero troppo bella. Il massimo. Soprattutto dopo il fantastico 3-3 della scorsa stagione tra Liverpool e Milan. Chi non avrebbe firmato per una sfida Arsenal-Barcellona? Due scuole di pensiero calcistico contrapposte, due tradizioni a confronto, Inghilterra contro Spagna (Catalogna), Gunners contro Blaugrana, e soprattutto Henry contro Ronaldihno. L'omaggio al pallone di noantri prosegue e per la serata che assegnerà la Champions League abbiamo scelto due pezzi che riguardano le squadre contendenti.

Il primo è l'attacco di Febbre a 90°, il libro di Nick Hornby, scrittore inglese e tifoso sfegatato dei Gunners. Conservo queste righe un po' ovunque, nell'agenda, nel computer e nel cuore. Mi hanno aiutato un sacco di volte per far capire quello che provo quando parlo di calcio, tifo, Roma, a chi mi guarda come se fossi un pazzo.

"Il calcio ha significato troppo per me e continua a significare troppe cose. Dopo un po' ti si mescola tutto in testa e non riesci più a capire se la vita è una merda perché l'Arsenal fa schifo o viceversa. Sono andato a vedere troppe partite, ho speso troppi soldi, mi sono incazzato per l'Arsenal quando avrei dovuto incazzarmi per altre cose, ho preteso troppo dalla gente che amo... Ok, va bene tutto, ma non lo so, forse è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro. Come fai a capire quando mancano 3 minuti alla fine e stai 2-1 in una semifinale e ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce, stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient'altro nella testa. E poi il fischio dell'arbitro e tutti che impazziscono e in quei minuti che seguono tu sei al centro del mondo e il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato l'elemento cruciale in tutto questo, rende la cosa speciale; perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio? E la cosa stupenda è che tutto questo si ripete continuamente, c'è sempre un'altra stagione. Se perdi la finale di coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio e che male c'è in questo?.... anzi è piuttosto confortante se ci pensi".

L'altro pezzo è stato pubblicato da Repubblica nell'ultimo inserto domenicale. Si intitola Io danzatore di ginga nell'area di rigore. La firma? Ronaldinho, l'essenza del calcio. Non c'è bisogno di aggiungere altro.

"Il calcio è la mia vita. Solo a guardarlo, solo a pensarci, mi sento motivato. Sono nato con un pallone vicino a me in una famiglia che amava il calcio. La mia famiglia amava anche la musica. Sono cresciuto così, a ritmo di musica e di calcio. La ginga, in brasiliano, è l'arte del movimento. E' ciò che ci ispira ogni qual volta dobbiamo muoverci in modo creativo, la musica ha ginga e tutto ciò che ha a che fare con la musica ha a che fare con la ginga. Non è solo questione di musica. Ginga è l'arte del movimento anche quando gioco a calcio. Nel calcio è il dribbling, è il cambio di velocità, è ciò che creo per confondere l'avversario. Tutti noi abbiamo uno stile diverso nel ballare, uno stile che cambia nel corso del tempo sviluppando la nostra ginga. E così succede anche nel calcio. Musica e calcio. Dalla mia famiglia al campo di gioco. Sono un giocatore che adora il dribbling ed il movimento del dribbling perché ho la ginga dentro. Non sono l'unico giocatore che ha questo dono. Probabilmente ognuno ha qualcosa di questo tipo dentro di sé, in misura diversa. Solo che noi brasiliani ne abbiamo di più, amiamo la musica, siamo più sorridenti e felici, abbiamo più ritmo. Non so, forse la verità è che ognuno ha la propria ginga, e basta".

Stasera non ci saranno intercettazioni, designazioni o plusvalenze, ma solo tifo, passione e ginga. E se andrà male ad agosto ci saranno di nuovo i preliminari. Mi sembra piuttosto confortante.

Ronaldinho

martedì, 16 maggio 2006

Baguette e Ronaldo
Categoria:sport, scritto da stefano havana


E fu così che il 6 maggio del 1998 me ne andai da solo a Parigi a seguire la mia Lazio alle prese con uno strano e contorto sogno: la finale di Coppa Uefa contro l'Inter. Il calcio era una cosa bellissima che scandiva le mie giornate e i miei tormentati anni scolastici: non c'era niente di laico nel mio amore per la Lazio, io sportivo-cattolico clamorosamente praticante.

Dal 1994 (anno definitivo in cui compresi che il calcio trattavasi di Cosa Meravigliosa) al 2002 (anno definitivo in cui compresi che il calcio trattavasi di Cosa Meravigliosa OGM) io ricordo ogni goal della mia squadra, ogni esultanza, ogni sostituzione. Da Zeman, a Zoff, ad Eriksson e Mancini, ancora oggi mi basta vedere un frammento di partita per saltare sulla sedia ebbro di quel lampo di riconoscimento da io c'ero. Eravamo tutti un po' più giovani, era tutta un'altra cosa.

Ah, Paris. A 18 anni appena fatti presi il primo aereo della mia vita da solo: avevo neanche una valigia e appena una vaga idea di dove fosse, Parigi. Eppure ho ricordi molto precisi: il terrore di non trovare l'autobus giusto che portasse al Parco dei Principi, la considerazione che ero il tifoso solitario più giovane che ci fosse, la lunga camminata a piedi fino allo stadio, la telefonata a Fede (lui interista) con il mio primo telefonino (un microtac a forma di brontosauro), la baguette comprata a un prezzo esagerato (non c'era l'euro) e consumata goffamente in fila. L'emozione potentissima, acuta che mi fece bagnare gli occhi nel momento in cui sbucai in mezzo alla curva della Lazio già gremita. Il pensiero che anche io ero lì: i cori già alti nel cielo a due ore dal fischio d'inizio, gli striscioni e i pronostici azzardati. La certezza matematica di farcela. Il mio posto, gli occhiali tirati fuori dal taschino della giacca (un'incredibile giacca di pelle da Fonzie che mi aveva regalata mio padre di ritorno da uno dei suoi viaggi di lavoro in Argentina); i brividi lungo le braccia fino all'ingresso delle squadre in campo. La curva interista cento metri lontana, quei colori nerazzurri che preannunciavano battaglia. E Marchegiani che saltellava sotto la traversa a pochi metri da me, i guantoni alzati in segno di saluto, gli altri giocatori piegati sulle ginocchia e l'arbitro col fischietto in bocca. Mi ricordo tutta una convinzione di stare lì a tifare per la squadra più forte che si fosse mai vista o sentita: ho gli stessi brividi adesso, mentre scrivo, pure se quella giacca, nel frattempo, è stata data via a chissà quale parrocchia.

Il viaggio di ritorno fu allucinante: tutti i charter che saltarono per uno sciopero o non so che. C'era Fini in fila con noi (lui laziale) e ricordo che pensai che se anche una persona tanto importante non riusciva a partire, allora era la fine. I cori dei tifosi: "Portace a casa, Gianfranco portace a casa". Mia madre al telefono che quasi piangeva (ancora oggi mi confessa che quella fu l'unica mossa incosciente della sua carriera da mamma: mandarmi da solo a quell'età a Parigi, io che allora avevo più o meno l'esperienza di un girino e non avevo mai neanche baciato una ragazza). Le ore di attesa e il sonno liberatorio in aereo: il pensiero sorridente che in quasi 24 ore di avventura non avevo pronunciato una sola parola al di fuori del nome della mia Lazio strillato a squarciagola per 90 minuti (perfino la baguette, all'omino, gliel'avevo giusto indicata con il mento. Neanche il resto, avevo aspettato).

La partita terminò 3-0 per l'Inter. Fu un risultato disastroso: la prima volta che la Lazio si affacciava a una cosa così importante, ecco che subito la perdeva. Zamorano segnò immediatamente, dopo sei minuti, e io mi sbattei talmente forte la mano sul ginocchio destro che ancora oggi, nei giorni in cui minaccia pioggia, mi fa male. Zanetti si inventò un capolavoro una ventina di minuti dopo: un tiro da 30 metri che Marchegiani, mi pare, deve ancora atterrare. E poi Ronaldo, che grandissimo giocatore. Ricordo che fu quel goal di Ronaldo a regalarmi almeno un motivo di sorriso: poter raccontare ai miei amici di aver assistito a una delle sue serpentine a distanza tanto ravvicinata: perché, davvero, fece una cosa con i piedi che non so. Spostò il peso del corpo da una gamba all'altra e tutte le teste davanti a me (me lo ricordo bene) seguirono quel gesto, tutti ingannati come il portiere, mentre lui andava tranquillamente dall'altra parte. Quindicimila persone a terra e la palla in rete: bravo, bellissimo. Mi asciugai una cosa all'angolo degli occhi.

La mattina dopo, a scuola, durante l'ora di italiano presi il nastro adesivo, mi frugai in tasca e feci queste due pagine nel mio diario (Lupo Alberto, chi non ce l'ha avuto?). E' per questo, per queste due pagine, che io non sarò MAI garantista nei confronti di questi maledetti imbroglioni: sempre li guarderò da una certa distanza con i pugni che tremano di rabbia lungo i fianchi. Preferisco mille sconfitte per 3-0, dopo una giornata così, che due scudetti con l'arsenico. Ti hanno ucciso l'anima, a noi hanno rapito il cuore: adesso sta a te pagare. E palla finalmente al centro, baby.

Ronaldo2

lunedì, 15 maggio 2006

Quando giocava Roberto Baggio
Categoria:sport, scritto da andy capp


robertoSono già passati due anni da quando il mondo del calcio si è alzato in piedi ad applaudire per l'ultima volta la classe sconfinata di Roberto Baggio. Era il 16 maggio del 2004. Il codino è stato esteta e pragmatico del pallone, capace di battere record su record (205 goal in serie A) e di vestire le maglie più importanti del campionato senza mai legarsi in maniera viscerale a una città, ma restando il campione di tutti. Ha fatto sognare Firenze, ha stregato Torino, si è preso le sue rivincite su entrambe le sponde milanesi, ha vissuto l'avventura bolognese, fino al dolce tramonto di Brescia.

Vederlo dispensare calcio stellare in quella maniera a 37 anni regalava amarezza e incanto. Amarezza per il modo in cui più volte la sua carriera è stata ostacolata dagli infortuni e da cinici calcolatori, incanto per la capacità di morire e risorgere non una, ma due, tre e più volte. Giudicato a volte come un mercenario, ha passato la vita ad inseguire, come l'Achab di Melville, quella balena che nel suo caso non era bianca ma azzurra.  La sua voglia di Nazionale se paragonata alle fughe dei campioni nostrani dai ritiri di Coverciano appariva quasi come una romanticheria d'altri tempi. Ha vinto due scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia e uno storico Pallone d'Oro. Nemmeno tanto per uno che ha vestito le maglie di Juve, Inter e Milan. Ma non è stato fortunato. Ha sfiorato due titoli Mondiali giocando da protagonista assoluto nel 1990 e nel 1994 e chissà come sarebbe finita nel 1998 contro la Francia se quella sua invenzione non si fosse spenta a un sospiro dal palo.

La sua storia, così tribolata, gli ha attirato uno sconfinato affetto popolare, divenuto plebiscito alla vigilia dei Mondiali di Corea e Giappone quando Trapattoni, vestiti i panni dell'orco, ha scritto la parola fine sulla sua favola azzurra. Ed è forse lì che è cominciata la sua rinuncia. Da quell'ultimo maledetto infortunio sconfitto in soli 77 giorni fino alla mancata convocazione. Poi un paio di stagione piene di dubbi fino all'addio, quello vero, consumato prima a Genova nella farsa dell'ultima chiamata azzurra e poi a Milano con la standing ovation che San Siro gli ha regalato nel giorno di festa per l'ennesimo scudetto rossonero. Ottantasei minuti giocati, un quasi gol annullato dalla bandierina del guardalinee, un mezza dozzina di piccole poesie calcistiche recitate al rallentatore e tanta emozione. Il 28 aprile del 2004 allo stadio Luigi Ferraris di Genova, alla sua maniera Roberto Baggio ha vestito per l'ultima volta la maglia azzurra, regalo ipocrita di chi due anni prima gli aveva sbattuto la porta in faccia. ''Peccato per il gol, avrei voluto festeggiare quella serata con una rete: ma l'incredibile affetto della gente rende meno amaro il mio saluto al calcio'', Roberto la parola addio non è mai riuscito a pronunciarla. Il 9 maggio, invece, con un assist e un gol alla Lazio, si è congedato dal pubblico di Brescia. E' stata la sua ultima partita davanti ai tifosi che lo avevano sostenuto per quattro anni e che a fine partita ha ringraziato con uno striscione "Oggi vi applaudo io, grazie di tutto... Roberto Baggio".

Una settimana più tardi la fiaba più bella si chiudeva alla scala del calcio. Al 39' della ripresa, richiamato in panchina da De Biasi, l'abbraccio commosso di ottantamila persone salutava la sua uscita dal rettangolo verde. Sembrava quasi che il tempo si fosse fermato ad osservare quella maglia numero dieci che se ne andava per l'ultima volta. "Ho faticato – ha detto - ma credo di aver vinto soprattutto su me stesso, la cosa più importante". C'era una volta, in una paesino del Veneto chiamato Caldogno, un ragazzino che con determinazione, umiltà e talento è diventato Roberto Baggio, l'eletto del calcio.

baggio

domenica, 14 maggio 2006

Non aveva mai vinto niente
Categoria:saggezza, scritto da andy capp


zeman

venerdì, 12 maggio 2006

Mi sento meglio
Categoria:politica, scritto da stefano havana


Mi pare che - percepibilmente - appena un mese di (non) governo sia stato sufficiente alla sinistra per imporsi positivamente sull'italico Paese più di quanto abbia fatto la destra in un mandato e più. E' bastato uno sbuffo dei rossi perché in quattro settimane io avverta intorno a me una grandissima potenzialità di governo. Il lavoro da fare è mastodontico, ma quello che voglio dire è che adesso chi sorrideva di una vittoria striminzita e senza mordente dovrebbe provare a riconsiderare il tutto (oltre a smetterla con quel gomito, perché ormai è arrivato all'osso).

Sono veramente contento di come stanno andando le cose. Questo 2006 mi pare pazzesco: sembra vera quella diceria per cui a desiderare una cosa fortemente si finisce per realizzarla. Sul Quirinale sventola bandiera rossa, ma soprattutto stanno cadendo tantissime teste marce. Mi rendo conto che, per la maggior parte di questi casi, si tratta di una Grande Coincidenza: la colossale implosione dell'organo più intoccabile della storia italiana, vale a dire il calcio, non può essere annoverata tra i meriti della sinistra governante (o sì?). Però, amici, è caduta la Triade che tutto comandava: ci rendiamo conto? Non si augura a nessuno di finire in galera e non importa che accada: tuttavia che il calcio si sia drasticamente e definitivamente pulito, per me è pacifico. Ho guardato la finale di Coppa Italia tra l'Inter e la Roma con uno spirito nuovo: mi pareva di vedere in ogni gesto dei tecnici e dei giocatori in campo un nuovo piglio di onestà e carattere. Le indicazioni di Spalletti, le sgroppate di Figo, perfino i goffi tentativi di Totti: tutto mi è parso finalmente calcio. E' pazzesco, certo: proprio come questo senso di potenza che mi infonde la goffa sinistra al governo. Non c'è molto di razionale, eppure mi pare che il Paese abbia svoltato, finalmente. Che un certo muro di silenzio sia (diciamo) organicamente crollato sotto i colpi della Misura Colma: la testa di Provenzano, la testa di Previti, la testa di Ricucci, la testa di quelle ignobili di Vanna Marchi e la figlia, perfino la testa di Padovano e Vialli. Le teste degli arbitri più in vista, le teste dei dirigenti più corrotti e amorali, le teste dei massimi vertici della Serie A (e pure di Serie C), Music Farm che ha battuto OGNI record negativo per la sua ultima puntata che doveva essere in pompa magna (hanno fatto poco più di due milioni). L'istat dice che il pil è il più clamoroso degli ultimi cinque anni, soprattutto se visto in prospettiva, è stato chiesto l'ergastolo per Riina.

Respiro, mi sento meglio. Ho fiducia: c'è furente bisogno di moralità, rigore e recupero dei valori positivi. I furbacchioni stanno perdendo. I furfantelli cadono come pere mature. Gli arrampicatori sociali non hanno più ragione di esistere. Tutto questo costerà il dazio di un risveglio, è vero. Ma dopo anni e anni di insonnia, vaffanculo, io adesso me lo godo così il mio bel sogno.

giovedì, 11 maggio 2006

L'uomo che squarciava il silenzio
Categoria:personaggi, scritto da stefano havana


Cade in questi giorni la ricorrenza di una morte. Per l'esattezza il 9 maggio del 1978 crepava ammazzato Peppino Impastato. Guarda un po', proprio qualche giorno fa ho visto "I Cento passi" di Marco Tullio Giordana: è un film su questo ragazzo che scelse a caro prezzo di squarciare il silenzio. E spesso le cose cominciano così, ci fate caso? Da un film. O da un libro. Uno vede un film o legge un libro e si interessa a un argomento d'attualità. Coincidenze, niente di più.

Di tutta la visione mi è rimasta soprattutto un'immagine: Peppino che conta i suoi cento passi fino al balconcino di Badalamenti. Ecco, è lì che ho avuto i brividi e che ho capito un po' di più cos'è che manchi alla nostra generazione civile e politica. E' un momento importante del film e della vita di Impastato: perfino i Modena City Ramblers ne hanno fatta una canzone che si chiama proprio così, "I cento passi". E' una bella scena, mi ha fatto pensare a un sacco di cose: «Io voglio poter urlare che Tano è un mafioso. Voglio poter urlare che mio padre è un mafioso!». Ecco, nello specifico, è stata questa frase urlata in bocca al leone, a scuotermi l'anima. Con più coraggio e determinazione di Che Guevara, Impastato diventò l'eroe anti-mafia nonostante fosse la sua stessa famiglia notoriamente collusa con Cosanostra: suo padre, soprattutto. Ma anche la zia che sposò il capomafia Cesare Manzella e molte delle persone che frequentava, gli amici degli amici, i politici, gli assessori comunali della sua città, Cinisi. Lui un bel giorno si svegliò e portò suo fratello sotto al balconcino di Badalamenti urlandone peste e corna; poi fondò il giornalino "L'idea socialista", sul cui primo numero campeggiò il titolo: "La mafia è una montagna di merda". Ci è morto neanche trentenne per queste cose: fu fatto saltare col tritolo sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani.

Non è una cosa così a mancarci? Una forza simile? La sua, dico, non quella del tritolo. Dispiace che Peppino sia morto ammazzato, certo, ma soprattutto dispiace che sia evaporato quel grido lanciato con coraggio sotto il balcone del nemico giurato e in faccia allo stesso padre. Che fine ha fatto quell'urlo? Dov'è andato? Dove adesso? E' rimasto in qualche urna elettorale? E' iscritto tra le righe delle schede bianche al Quirinale? Colerà su scrivanie e banchi verdi con la proprietà del mercurio? Si solleverà oltre le spalline blu dei carabinieri presenti ai seggi delle prossime tornate elettorali? Questo coraggio puro, questa totale forza e voglia di verità, libertà, autonomia e rivoluzione dove sta? Sta con Prodi o sta con Berlusconi? Sta con Napolitano o sta con D'Alema? Sta con Letta? Qualcuno me lo dica, per piacere, qualcuno scoperchi il sudario e ci mostri questo graal: sta nello scandalo che sta facendo implodere il sistema calcio? Sta nell'anima dei Moggi o nel cuore dei Giraudo? Arruffoni arraffa soldi, colpevoli usufruitori di scorciatoie sociali; ecco su cosa mi ha fatto fermare il film di Giordana, la storia di Peppino. Quante coltellate vengono date, ogni giorno, nel petto dei pochi Peppino rimasti nel mondo, a favore di quegli altri, gli omuncoli? Mille e mille, ogni volta che una voce scomoda viene fatta tacere pr il bene del Guadagno; mille e mille, ogni volta che una penna viene fermata o un gesto esemplare celato per volere del Potere. Impastato è morto da 28 anni e il grande insegnamento che ci ha consegnato è che non serve fare il giro del mondo per fare una cosa GRANDE. Spesso sono sufficienti cento passi da casa propria, davvero. Parte tutto da qui dentro: battersi il dito indice su una delle tempie e vedere l'effetto che fa squarciare il silenzio.

mercoledì, 10 maggio 2006

Un giorno della mia vita
Categoria:ritratti irlandesi, scritto da andy capp


"Mamma chi era Bobby Sands?". Dopo la messa della scorsa domenica il piccolo Michael si era rivolto ai suoi genitori per sapere chi fosse quel ragazzo dai capelli lunghi morto 25 anni fa in un carcere di Belfast, ricordato durante l'omelia nella chiesa della piccola comunità cattolica di Ballymena, cittadina della contea di Antrim, feudo dell'unionista Ian Paisley dove la stagione delle marce protestanti raramente trascorre senza chiese e case di cattolici date alle fiamme. Irlanda del Nord. Lo scenario non è più quello di trent'anni fa, ma è soprattutto nelle zone di provincia che la situazione, nonostante il processo di pace sia entrato nel decimo anno, continua ad essere difficile.

"Bobby Sands - tesoro - era un ragazzo un po' più grande di te che è morto tanti anni fa perché amava questo paese. Era cresciuto ad Abbots Cross, nella periferia a nord di Belfast. Nel 1976 finì in carcere e nonostante l'assenza di prove concrete venne condannato a 14 anni". Michael era rimasto affascinato dalla storia di quel giovane: "Ma perché oggi è tanto famoso?". "Vedi - amore - la nostra amata Irlanda ha pianto tanto in passato. I suoi figli erano divisi e in tanti hanno subito i soprusi dell'invasore straniero. Da qualche anno però le cose stanno cambiando. Bobby Sands è stato più sfortunato di te, ma ha donato la sua vita affinché i bambini che nascevano dopo di lui potessero crescere in una terra libera".

Bobby Sands trascorse gli ultimi quattro anni e mezzo della sua vita nel blocco H del campo di concentramento di Long Kesh. Cominciò lo sciopero della fame il primo marzo del 1981 per ottenere il riconoscimento dello status di prigioniero politico. Dopo 66 giorni, il 5 maggio, morì. E dopo di lui altri nove detenuti irlandesi fecero la stessa fine. L'opinione pubblica rimase sconvolta dall'intransigenza mostrata dal governo britannico davanti alla civile protesta. Poco dopo l'inizio dello sciopero venne eletto membro del parlamento con 30.492 voti. Durante la prigionia utilizzando pezzi di carta igienica riuscì a scrivere un diario con cui denunciò le violenze riservate ai detenuti irlandesi nelle carceri, episodi sempre negati dalle autorità britanniche.

La mamma di Michael McIlveen evitò i particolari più macabri del racconto all'innocente curiosità del suo bambino. Avrà pensato che forse a un ragazzino del 2006 interessa poco chi fosse quel ribelle capellone. Michael, invece, pensò tutto il pomeriggio al suo nuovo eroe. La sera avrebbe incontrato i suoi amici e aveva deciso di raccontargli quella storia. Chissà se ha fatto in tempo il piccolo Michael, chissà se i suoi amici hanno conosciuto la storia di Bobby Sands grazie a lui. Sfruttando l'oscurità della notte una banda di lealisti, i testimoni parlano di dodici persone, ha individuato e inseguito il gruppo di ragazzi. Michael è stato circondato, buttato a terra, colpito alla testa con calci e colpi di mazza di baseball. Il giorno successivo è morto a causa dei traumi riportati.

"Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà". Così si descriveva Bobby Sands nelle struggenti pagine del suo diario "Un giorno della mia vita" (Universale Economica Feltrinelli). Oggi in quelle parole scritte col sangue si riconosce un po' anche il piccolo Michael McIlveen.bambini irlandesi

martedì, 09 maggio 2006

Peculiarità
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Mi fa sempre impressione pensare alla memoria che se ne va. Ne avevo parlato qualche giorno fa: la morte è soprattutto la scomparsa di cose bellissime che uno sa fare. Perciò mi porta un sorriso leggero e un po' amaro la scomparsa della signora Lilian, l'ultima superstite del Titanic.

Tutti sono morti: i piloti, i suonatori d'orchestra, i comandanti, i camerieri, il timoniere, perfino quello che per ultimo aveva controllato gli ormeggi prima di dare l'ok. Sono morti tutti, eccetera eccetera: a 90 anni dal naufragio pure chi era giovane - nel frattempo - è diventato vecchio e poi si è spento. Tutta quella gente, mi viene da pensare, è cominciata a morire allora, precipitando nell'Atlantico gelido e ha finito qualche giorno fa con la signora Lilian. Qualcuno ha nuotato per trarsi in salvo, qualcuno ha gridato nella notte fredda fino alle prime luci dei soccorritori; qualcuno si è scoperto religioso, chissà. La signora Lilian aveva 99 anni quando le hanno unito le mani sul petto per l'ultima volta e con lei se ne sono andati tutti i bellissimi corridoi del Titanic, le suppellettili preziose, gli scorrimano d'oro, quei lampadari sfarzosissimi che abbiamo visti nel film di James Cameron, quello con Di Caprio e la bellissima Kate Winslet. Dietro gli occhi della signora Lilian sono morti gli intrattenitori col frac e le fascinose signore dell'alta borghesia americana accompagnate dai ricchi padroni del petrolio e dell'alta finanza. C'era tutto un modo di camminare in società, allora: le persone si tenevano per mano fino ai rispettivi tavoli, il galateo era irrinunciabile e sicuramente, a bordo di quella nave inaffondabile, la signora Lilian si era sentita una piccola regina. Aveva cinque anni e la sua famiglia toccò il fondo dell'Oceano mentre lei veniva tratta in salvo: chissà che meravigliosa esperienza deve essere stata per lei, finché è durata. Andare da sola a zonzo lungo quella pancia infinita, passare le dita sulle pareti di legno scuro, strofinare la pianta nuda dei piedini sulla moquette preziosa e malridotta dai tacchi larghi delle signore bene.

Il pensiero che nessuno al mondo più conserva memoria diretta di quegli scenari e di quei momenti mi fa attaccare visceralmente alle cose che so fare e che ritengo definitivamente mie. Trovare e conservare la peculiarità di se stessi è trovare la vera via verso la propria realizzazione. Sarà l'odore della pizza fatta in casa l'elemento in grado di farci piangere da adulti, non il pensiero stesso della morte di chi ce la sapeva cucinare così buona.

sabato, 06 maggio 2006

Tu chiamali, se vuoi, dittatori
Categoria:mondo, scritto da noantri


CARACAS (Venezuela) - Anche i cittadini statunitensi poveri con problemi alla vista potranno farsi operare gratuitamente in Venezuela. "Ospiteremo i cittadini statunitensi qui nello stato di Lara per operarli alla vista, perché non c'è nessuno che si occupi dei poveri degli Stati Uniti", ha dichiarato il presidente venezuelano Hugo Chavez durante la sua visita nello stato occidentale venezuelano. L'iniziativa rientra nella della Missione Milagro (Missione miracolo), parte del 'Compromiso de Sandino' (il patto di Sandino) sottoscritto nel 2005 da Chavez e dal leader cubano Fidel Castro che prevede di offrire in un arco di dieci anni interventi oftalmici gratuiti a 6 milioni di abitanti del Caribe e dell'America Latina.

venerdì, 05 maggio 2006

Tifosi juventini, a voi
Categoria:sport, scritto da stefano havana


Ma sì che ho capito. Questa storia delle intercettazioni telefoniche, della Juventus, di Moggi e di Giraudo, voglio dire: sì che ho capito. Ho capito che siamo seduti su un cesso intasato che solo i tifosi juventini possono spurgare. La domanda è: tanta onestà intellettuale, al giorno d'oggi, vale uno scudetto?

Di certo i Farabutti a capo del calcio italiano non muoveranno un dito, lo stiamo vedendo: sono persone da rinchiudere a pane e acqua per sempre e non certo per l'illecito o la frode o che ne so. Fossi io stesso la Giustizia Morale, fossi io stesso la Nemesi Divina, ecco che mi accalorerei a sangue e gliene darei di santa ragione a questi quattro fessacchiotti ricchissimi che girano su Bentley e Maserati senza neanche rispettare il rosso; a me che facciano soldi a palate o finiscano in bancarotta (più o meno fraudolenta) non me ne importa un fico. Diverso è che rubino i sogni e le passioni dei tifosi, ecco questo mi fa incazzare moderatamente e perciò - fossi io un'entità Primitiva e Superiore - andrei da ciascuno di costoro, giuro, e li metterei uno dopo l'altro davanti a uno specchio al fine di costringerli a guardarsi senza più divisa addosso. Li epurerei dalla Faccia Tosta e con un incantesimo potente li costringerei ad ammettere colpe e vergognosi atti. O a dire arrivederci. Spedirli su un'isola lontana insieme a un carico di scimmie.

Altrimenti lo vedete cosa fanno? Convocano conferenze stampa e dicono che siamo NOI a doverci vergognare. Che siamo NOI ad avercela con loro, con la Juventus. Che siamo NOI, con le nostre illazioni, a diffondere l'odio nei confronti della Gentil Signora. Moggi e Giraudo, spalla a spalla, dicono che è tutto uno scandalo sì, ma perpetrato ai LORO danni, mica ai nostri. Fanno così, capito? Prendono la realtà e ne fanno una polpetta: la tengono tra i palmi delle due mani e spingono e ruotano finché quella non ha preso la forma che vogliono. Questa Cosca dell'imbroglio a tutti i costi agisce con puntualità da anni: e con quale ammirevole capacità! Con quale disimpegno! Penetrano le comuni leggi con la facilità del famoso grissino nel tonno; mai un intoppo! Se si può accomodare in qualche modo, loro accomodano. Entrare contromano in una via, non è più nemmeno pericoloso in Italia: è solo un modo come un altro per arrivare prima. In una qualche misura è perfino vero che dovremmo vergognarci pure NOI, o meglio gli altri, o insomma chi avrebbe potere e responsabilità per fermare questo blob e invece se lo beve avidamente spalmandoselo in faccia e masturbandosi.

Allora mi stavo interrogando: come se ne potrà mai uscire se non saranno gli stessi tifosi juventini a dire BASTA? Pensavo proprio di aver trovato una soluzione, evviva, almeno fino a quando non ho ripensato al quasi trionfo di Berlusconi e mi sono automaticamente disincantato. Insomma, siamo sempre lì: se dopo cinque anni di tali scandali, gli italiani quasi quasi ancora sceglievano lui significa che il broglio, l'accomodamento, la parrucca, il trucco, il sorriso sornione e il tornaconto personale vanno BENE a tutti. Figuriamoci nel calcio, dove la Vittoria è vissuta in chiave erotica, sessuale, ormonale. Quindi, lo ammetto: non ho grandi entusiasmi, non nutro fiducia. Ma è sicuro che se i tifosi juventini si mettessero dietro uno striscione e spezzassero quest'incantesimo di ipnosi, FORSE qualcosa cambierebbe. Se i tifosi zebrati TUTTI si unissero in una pubblica piazza e, abbracciata la pubblica decenza, intonassero la comune volontà di liberarsi da questa Triade della Vergogna, magari i Soldatini del Soldino non punterebbero più il dito verso di noi o verso un Giudice, pronti a dire che la verità è un'altra. Basterebbe anche solo FISCHIARLI fino ad assordarli, quesi omini senza più anima (l'hanno ceduta per un attaccante di livello).

Far sì che la menzogna e l'imbroglio non restino le uniche forme di governo - chiedo ancora e me ne vado - vale uno scudetto?

giovedì, 04 maggio 2006

Morti e stramorti
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Da quando sono morti i soldati a Nassiriya è stato un ripetersi ossessivo di una sola frase: il loro sacrificio non sarà vano, il loro sacrificio non sarà vano. Fossi stato al posto di uno dei familiari di costoro, io immediatamente mi sarei alzato sulla panchina della Chiesa e con le residue forze avrei sparacchiato con un fucile automatico sul prete e i chierichetti tutti. Avrei spezzato le candele con un colpo di machete e trangugiato il vino dalla coppa, asciungandomi il mento col palmo della mano; dopodiché mi sarei appropriato del feretro del mio estinto carissimo e lo avrei trasportato alle isole Galapagos, per seppellirlo sotto la sabbia a mezzanotte così da non scottarmi i piedi.

Perciò non riesco mai a vederci niente di buono nella morte. Nella morte degli altri, in particolare. Quando qualcuno parla della morte, immancabilmente faccio per girarmi dall'altra parte. Enzo Baldoni, in un suo articolo, chiamò questa cosa rivincita della vita. Altre persone, quando ne muore uno, parlano di lontana eco o una menata simile. Di