venerdì, 30 giugno 2006

Una scelta dovuta
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Il record è stato compiuto.
Non eravamo mai stato tanti giorni senza aggiornare il blog: il problema è che il poco tempo che ho personalmente, fino a ieri, è stato tutto riversato nell'impegno di scrivere qualcosa da cui non riuscivo più a venire fuori. Il peggio è passato, ma il tempo continua a latitare.

Questo post ha, dunque, il solo scopo di mandare in naftalina il precedente (Pat, ti ho tolto l'accesso a Noantri!): la foto di un giocatore - Totti - che disistimo profondamente come persona mai in grado di prendere una posizione decisa e rispettabile e mai in grado (a differenza dei grandi del pallone) di affezionare le masse e i tifosi di altre squadre. Un giocatore da Raccordo Anulare che - pure in maglia azzurra - non potrò doverosamente MAI tifare. Spero, stasera contro l'Ucraina, in un nuovo sputo.

Io tifo Inghilterra.

tette

lunedì, 26 giugno 2006

San Francesco da Porta Metronia
Categoria:dissenso, scritto da andy capp


totti

lunedì, 26 giugno 2006

La breve storia di una Quercia
Categoria:politica, scritto da andy capp


Al di là di quello che sarà il risultato del Referendum di questa sera e di quella che è stata la formazione del Governo Prodi, è arrivato il momento di fare una riflessione sul futuro prossimo dei Democratici di Sinistra. Quale strategia politica, infatti, sta studiando la segreteria degli eredi del Pci?

Nei fatti Fassino&Co. si trovano di nuovo sotto scacco rispetto alle manovre del presidente D'Alema, capace di passare come il generoso stratega che ha rinunciato a ben due presidenze (ma chi prima ne aveva mai parlato?), ma in grado di incassare, una volta vinte le elezioni, il Ministero a cui ambiva da sempre. Chi però non ha la memoria corta, dovrebbe ricordarsi del disimpegno dello stesso D'Alema durante la campagna elettorale del 2001, quando il risultato delle elezioni sembrava scontato in favore del centrodestra. All'epoca baffetto scelse lo studio, se ne andò negli Stati Uniti e tornò dopo qualche mese per presenziare alla nascita della Fondazione Italianieuropei.

Contemporaneamente il segretario del partito di allora, Walter Veltroni, si candidò alla poltrona di sindaco di Roma. Rimase il solo Fassino, coinvolto prima nella durissima battaglia contro Berlusconi, e qualche mese dopo nell'aspra lotta contro la corrente interna dei Ds che aveva individuato in Sergio Cofferati, segretario uscente della Cgil, il successore di sinistra del compagno Uolter. Come per magia in quell'occasione D'Alema tornò a fare il regista occulto, accompagnando Fassino in tutti i comizi e battezzandolo già prima del Congresso come nuovo segretario. Poi di nuovo una presenza di basso profilo per cinque anni fino alle ultime elezioni da cui, di fatto, è uscito come unico leader dei Ds. Dov'è infatti Fassino? Cosa dice delle nomine e degli incarichi affidati da Prodi? Qual è la linea Ds sull'Afghanistan e sulla politica economica? Possibile che solo lui sia così immerso nel lavoro per la formazione del Partito Democratico da trascurare a tal punto il suo ruolo di segretario?

Dalle dichiarazioni di Rutelli, infatti, sembra che questo nuovo soggetto politico dovrà aspettare ancora molto prima di vedere la luce. L'elemento divertente è che si parte dai problemi successivi alla sua creazione, pur di stopparne la nascita, con dubbi come quello relativo alla collocazione nel Parlamento Europeo. I Democratici di Sinistra hanno dimezzato i voti rispetto agli anni della loro nascita. E con la conseguente crescita di Rifondazione a sinistra e della Margherita a destra, sembrano ridotti al minimo gli spazi di conquista. Come intervenire allora? La scelta di fondare un nuovo partito non sembra la soluzione adatta visto che si andrebbe a creare un vuoto enorme in quell'area di sinistra (ma non socialista) a cui da sempre guardano sindacato e società civile.

Forse ancora non è tardi per il rilancio di un partito che da sempre custodisce i valori più alti del Comunismo italiano: l'Antifascismo, il senso dello Stato e la sua laicità, la dedizione per i diritti dei lavoratori e la difesa della istruzione e della sanità pubblica. Individuare nuove sacche di elettorato non dovrebbe essere difficile. Riallacciare il rapporto con il territorio, con le periferie delle metropoli, con i capuoluoghi di Provincia da sempre fiore all'occhiello delle giunte di sinistra, con le comunità locali nell'ottica di una nuova gestione delle risorse è una strategia politica custodita nel dna della Quercia. Con il fallimento del Referendum è poi ipotizzabile un distaccamento della Lega Nord dal centrodestra con conseguente perdita di seguito da parte di quell'elettorato non militante e spoglio da istinti razzisti e neofascisti. A quel punto sensibilizzare l'area delusa che guardava al Carroccio come una speranza per il futuro del lavoro autonomo e delle autonomie locali deve essere un obbligo morale e politico. Pena la scomparsa prematura di un soggetto politico fondato sulle ceneri del più importante partito comunista d'Occidente e chiamato con il nome di un albero - in teoria - secolare.

Fassino

sabato, 24 giugno 2006

Referendum
Categoria:politica, scritto da andy capp


ItaliaDa queste parti si vota NO. E non perché ci siano chiari i vantaggi o gli svantaggi della Riforma Costituzionale che gli italiani dovranno approvare o bocciare, ma semplicemente perché è una legge approvata da Berlusconi e il suo Governo. La nostra è una presa di posizione ideologica e priva di apertura mentale. 

Nazionalalleati, leghisti e forzisti; gente priva di spessore politico, che non ne ha combinata una buona in cinque anni (ma questo è un discorso vecchio). Pensare a Calderoli che mangia (e digerisce) lucaniche in una baita in montagna e poi decide i cambiamenti da apportare alla Costituzione del 1948, dopo una breve consultazione con Buttiglione, è una pagina che spero resti nelle colonnina delle curiosità della storia di questa giovane e travagliata Repubblica.

venerdì, 23 giugno 2006

Mi viene il vomito/2
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


manifesto

Tutto quello che c'era da dire lo ha detto il Manifesto con una sola foto e tre parole.

giovedì, 22 giugno 2006

L'ufficio stampa di Silvio
Categoria:politica, scritto da stefano havana


Ho voglia di una polemica inutile: questa moda furbetta di aprire un blog a tema ogni qualvolta qualcuno di veramente importante e veramente decisivo per l'opinione pubblica dice una vaccata, a me pare una stronzata. Una stronzata studiata, ma pur sempre stronzata. In principio fu la volta di sonouncoglione.splinder.com, adesso - col referendum sulla Costituzione alle porte - è il turno di sonounindegno.splinder.com.

La manfrina è sempre la stessa: Berlusconi dice qualcosa alla vigilia di un'importante votazione - dice qualcosa di oggettivamente cretino, ma anche di meravigliosamente studiato - e puf, ecco il blog. Bingo, centro, gli scemi hanno impiegato secondi nove per abboccare all'amo. Ovviamente l'operazione è ogni volta mascherata - e come ti sbagli? - da brillante manovra di un brillante gruppo di studenti di comunicazione di massa e, come da copione, i quotidiani italiani online riprendano subito la faccenda e in men che non si dica il blog-pop in questione è oggetto di culto TOTALE.

Vorrei avere la libertà di dire che questo Fantastico Gruppo Di Studenti Di Scienza Della Comunicazione dovrebbe essere preso in blocco e portato immediatamente sulle isole Galapagos così da regalare loro una meritata vacanza chiarificatrice e liberare noialtri da questo fracassamento continuo di coglioni mascherato da Grande Cosa Intelligente. Anche perché questi imberbi studentelli, tanto devoti alla moda del reality show, sono davvero un po' coglioni - checché ne dicano - quando non si accorgono che così facendo rischiano seriamente di essere assunti in pectore dal Berlusca stesso in qualità di efficientissimo ufficio stampa: il motore perfetto (e gratuito) per cui le menate di Silvio assumono le sembianze di una gigantesca palla di neve è costituito - è scontato dirlo - da operazioni simili. Questi istant-blog non sembrano anche a voi la discesa attraverso cui la caccola sparata dallo starnuto di un politico BOLLITO diventa una cosa inarrestabile? Niente mi toglierà dalla mia testa comunista che se il Berlusconismo ha rischiato di trionfare un'altra volta è perché non riusciamo ad imparare (come Sinistra e come popolo) che alle volte il SILENZIO e l'INDIFFERENZA sono l'arma più onesta. Almeno finché l'alternativa sarà il Famoso Gruppo di Studentelli con un account su Splinder o Beppe Grillo o Dario Fo o Nanni Moretti o bla bla bla bla bla...

mercoledì, 21 giugno 2006

Effetto domino
Categoria:le grandi domande, scritto da andy capp


provenzanoprevitiricuccimoggiVittorio Emanuele SavoiaIl-prossimo

martedì, 20 giugno 2006

La pedina di scambio della Figa
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Mi dispiace dirlo, ma sono giunto alla conclusione che chi ne esce veramente male da questa vicenda delle intercettazioni ai danni della famiglia reale di Savoia non sono i vergognosi giornalisti: i nomi di costoro sono anni che girano per le stanze giudiziarie e dell'amoralità. Vecchietti con una penna dietro l'orecchio che assomigliano tanto a salumieri in doppiopetto; neanche arrivisti sono, o arrampicatori, perché sono già arrivati e rivestono cariche di prestigio senza saperne niente del Mestiere. Sono solo vecchietti, appunto, arrapati e tristi, un po' solitari e con le unghie ingiallite dal fumo: vogliono scopare e anche se il loro aspetto fisico è sinistro, appesantito e brutto, gli basta un paio di telefonate per avere la stanza piena di giovani ancelle pronte a tutto. Come resistere a una tale tentazione?

Nemmeno i reali ne escono tanto male: personaggi improbabili che ogni tanto imbracciano i fucili e qualcuno magari ci muore impunemente. Di loro che c'è da dire, se non nulla ma vergognosamente? Sono vecchietti rammolliti il cui apparato genitale comincia a traballare; e anche loro - come gli amichetti  giornalisti - fanno qualche telefonata e di colpo si ritrovano pieni di donne che sorridono; fantastiche riproduzioni di femmine che la notte precedente stavano con Beckham o Cannavaro. Qualcuna di loro si conosce già, un'altra la vedrai domani mattina in televisione: il tempo di firmare un contratto da due lire. Perché un pompino a un pisello rugoso e mai definitivamente eretto cosa vale? Dalle intercettazioni si capisce: vale un'ospitata in quel programma della notte, vale una passerella su quel palcoscenico strisciante dove i calciatori faranno, poi, le loro ordinazioni (tutte puntualmente esaudite).

Mica vale di più. Fosse per salvarsi una vita, o se fosse una questione dettata da una profonda motivazione (una guerra, una reale e importantissima occasione di carriera), la pedina di scambio della Figa non sarebbe da condannare tout court. Ma quando il premio è entrare gratis al Bilionaire sottobraccio con Briatore; quando il premio è una televendita di pentole; quando il premio è un presenzialismo esasperato alle feste del manager delle dive, dove il tatuaggio è l'unica distinzione intellettuale; quando il premio è un terzino; quando la pedina di scambio della Figa è dato via così, pret a porter, per riempire il letto di un reale o di un capo del pallone, io dico che le Donne che veramente sono tali (e ce ne sono) dovrebbero scendere in piazza Figa all'aria e senza frangetta appena fatta, con uno striscione bene in vista, e montata sulla faccia quell'espressione da prova a prendermi, se ci riesci.

Quando leggo di queste bambole rifatte che per un pompino vanno a vendere tegamini in acciaio inox tutta la vita, penso tutto il male possibile. Penso a voi, Donne che non siete come loro, chiuse in una stanza. Penso che il Principe Azzurro è morto di overdose in qualche cella. Penso che quell'azzurro non era affatto dovuto a una magia, ma solo all'abuso di Viagra.

lunedì, 19 giugno 2006

C'era una volta un re
Categoria:politica, scritto da andy capp


La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica, con la maggioranza assoluta dei rispettivi componenti hanno approvato; nessuna richiesta di referendum costituzionale e' stata presentata:

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA promulga la seguente legge costituzionale:

Art. 1.

1. I commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione esauriscono i loro effetti a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. La presente legge costituzionale, munita del sigillo dello Stato, sara' inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi' 23 ottobre 2002

CIAMPI
Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri
Visto, il Guardasigilli: Castelli

In un batter di ciglio ha perso di significato, o forse ne ha acquistato, una delle leggi più discusse approvate dal Governo Berlusconi. Vittorio Emanuele di Savoia è finito in carcere con accuse piuttosto gravi. E dopo le ancor più gravi dichiarazioni rilasciate ("Sono il nuovo Enzo Tortora"), è necessario prendere una posizione netta. Il personaggio in questione è uno dei peggiori prodotti di quanto resta delle famiglie reali nel mondo. Un passato chiacchierato, fatto di un omicidio per cui non ha mai pagato (condannato a sei mesi per porto abusivo d'arma), un'iscrizione alla P2, e traffici più o meno leciti è il suo real curriculum, più da buffone di corte che da principe. Dal carcere di Potenza dove è rinchiuso, Vittorio Emanuele si è confidato, dicendo tante cose, tra cui una molto profonda: "Non ho la cintura ai pantaloni, le misure di sicurezza non le consentono... Ma questa privazione della cintura era anche usata per umiliare i prigionieri, nei lager e nei gulag o prima di fucilarli". Che tutto insieme gli sia venuta la passione per la storia viste le numerose figuracce fatte in diretta televisiva?

Vittorio Emanuele di Savoia

Il reato più grave di cui si è macchiato il tontolone, come l'ha definito qualcuno in famiglia, è quello morale. Fatta la solita premessa benpensante che in Italia esistono tre gradi di giudizio prima di ritenere colpevole qualcuno, vanno analizzati i fatti, cioè le intercettazioni. Che lo inchiodano e fanno venire il voltastomaco. Favori personali, raccomandazioni, tangenti, gioco d'azzardo, puttane e battutacce che definire da osteria sarebbe un'offesa per tutti quelli che hanno l'abitudine di farsi un bicchiere in allegria.

Interessanti le prese di posizione dei simpatizzanti e dei vari movimenti monarchici presenti sul territorio. Se tutto tace nell'Unione monarchica italiana, lo stupore regna sovrano tra gli iscritti al Movimento monarchico, che esprime totale solidarietà: "Credo - ha detto il segretario nazionale Alberto Claut - che se tutto finirà nel solito teatrino mediatico, l'unico rimedio sia quello di ridare dignità a Vittorio Emanuele quale prossimo V Re d'Italia". Insomma, condannato o incoronato. Una curiosità: il comunicato era intitolato "Tutti con Vittorio Emanuele di Savoia". Fare ironia è un gioco piuttosto semplice.

La sua biografia (da leggere - già trattata in tempi non sospetti) si è dunque arricchita di un nuovo capitolo. Pensare poi che nemmeno troppo tempo fa Vittorio Emanuele se ne stava nella sua favolosa villa in Svizzera e ora è ospite in un monolocale in Italia amplifica il dramma dell'uomo. Cosa non si fa per il proprio regno.

domenica, 18 giugno 2006

L'utile morte dello scrittore
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Lo dico subito: non conosco Enzo Siciliano. Ci sono cose che, semplicemente, in vita non ho ancora avuto il tempo di fare. Leggere o approfondire Siciliano è una di queste. Come non so pulire il pesce, scegliere un vino o andare in barca a vela: tutte cose fantastiche che spero, un gorno o l'altro, di poter inserire in quel grande scatolone con la scritta sopra: «Cose che si sanno fare». Tutto quello che so, di Siciliano, riguarda il fatto che è morto. Lui muore e io ne leggo un magnifico ricordo a firma Eugenio Scalfari: niente di sconvolgente, è il gioco delle parti. Succederebbe lo stesso se domani morisse Tom Cruise, a parte il fatto che Scalfari non ne scriverebbe. Oggi però è successa una cosa stupefacente, che Tom Cruise se la sogna: nella pagina della cultura de L'Espresso ho scoperto un'interessante recensione di un libro: Mark Strand - "Il futuro non è più quello di una volta", minimum fax, pp. 170, €9. Mark Strand è un eccellente poeta e narratore canadese. E' nato negli anni Trenta, ha vinto il Pulitzer e adesso è un attempato ultrasettantenne che insegna - è ovvio - nella terra letterariamente più avanzata del globo, vale a dire New York. La recensione è a firma - postuma - di Enzo Siciliano.

E' un bell'articolo. Si legge di un fiato: Siciliano fa tutto un discorso sul minimalismo, sulla pittura di Edward Hopper, su Don De Lillo e Philip Roth. Dice: "La sua arte (l'arte di Strand - ndr) è tramata di quieti allarmi, indirizzati a recuperare senso nel controsenso". Lo ha scritto Siciliano, mica io: non so assolutamente cosa significhi però suona alla grande: "Quieti allarmi", mamma mia che roba. Ma non è tanto questo: la raccolta di poesie compratela, se vi va, val bene nove euro. Il fatto è che mi ha colpito leggere una recensione di un... morto. L'Espresso fa spesso queste cose: mise su un articolo di Oreste Del Buono, quando Oreste Del Buono aveva già incrociate le mani sul petto. Io lo trovo affascinante: pensare che Siciliano stava lì a scrivere questa cosa su Strand, un autore che voglio sicuramente approfondire, parlando di Hopper, il mio pittore preferito, nominando il grande De Lillo e tutta una serie di elementi per cui stravedo - ecco mi affascina pensare che lui scriveva righe destinate a sopravvivergli. Tutti scriviamo righe destinate a sopravviverci, si capisce: ma scrivere righe su un libro che si chiama "Il futuro non è più quello di una volta" e farne una buona recensione e pensare che quel libro sta anche nella libreria di Siciliano, senza Siciliano a spolverarlo, a spostarlo o a riprenderlo - è questo ad affascinarmi. Non c'è nessuna differenza tra questo pezzo su L'Espresso di questa settimana e un altro pezzo di Siciliano su un altro numero de L'Espresso di un'altra settimana: a parte il fatto che nel frattempo è morto. Ma questo non riguarda il mio ruolo di lettore: questo non influisce sul fatto che, dopo averne letto, andrò a comprare il libro recensito. Non influisce per niente. La morte di Siciliano influisce, forse, sul fatto che presto o tardi mi andrò a prendere un suo libro o forse influisce sul fatto che un altro pezzo di Siciliano su un altro numero de L'Espresso di un'altra settimana - con Siciliano VIVO - magari non l'avrei letto.

sabato, 17 giugno 2006

Guardarsi allo specchio 5 anni dopo
Categoria:quotidianismi, scritto da andy capp


Andy CappQuesto è un post che vuole ricordare una notte di cinque anni fa passata insieme alle persone a cui ho voluto più bene nella mia vita. Eravamo a Testaccio e la festa sembrava non dovesse mai finire. Gli amici insieme agli amori, c'era tutto. Poi negli anni quella passione è diventata lavoro, ma non ha cancellato le domeniche in viaggio, le ore sotto la pioggia, le scuse, i sacrifici, le rinunce. Dopo cinque anni quella notte sembra ancora così vicina e anche se molto è cambiato mi fa piacere rivivere quegli istanti chiudendo gli occhi.

Qualche giorno fa ho trovato una descrizione di Andy Capp, fumetto ideato nel 1957 in Gran Bretagna da Reg Smythe. Ancora sorrido quando la leggo.

"Non è parco, né economo, è piuttosto sciattone e sciupone, e le poche sterline le manda in fumo e in birre. Il pub è il suo universo, la seconda casa, il terreno di caccia e la sua dimensione prediletta. E' un accanito giocatore di biliardo e un tifoso pugnace ed arrabbiato. Della casa non si cura: è sfaccendato, disordinato e ciabattone. Ama stare tra polvere, cicche ed avanzi del caffè. È perennemente afflitto ed angustiato da problemi economici e spesso è in bolletta. In campo è spesso scorretto, fa un sacco di falli e fa arrabbiare tutti i giocatori, che lo temono e lo scansano. Se non è indaffarato in nessuna faccenda e non c'è un pub a portata di mano, si rassegna a tornare a casa, di solito tardissimo. Raramente riceve visite e ne fa ancora meno. E' un ribelle, un menefreghista, ma non se ne cura. Non che gli manchi la forza, o altre capacità, semplicemente non accetta di moversi a comando, a vantaggio o in ossequio di qualcuno. Non è colpevole, non si sente colpevole, solo la società lo reputa tale e lo scomunica. Non accetta di diventare una rotella dell'ingranaggio e viene boicottato. Incarna la concezione, l'idea di libertà pura, senza freni o steccati sociali. Nel suo mondo ridotto al pub, fatto di rapporti umani blandi e superficiali perdura e prospera. E' qualcuno, proprio perché quei rapporti umani occasionali gli consentono una libertà impossibile altrove. Al pub impreca, si infervora e lancia moccoli; ma è soprattutto lì che ha avventure con le cameriere. Le insegue, flirta, ne agogna le grazie e sogna evasioni impossibili, che finiscono all'alba quando la moglie torna a riprenderlo".

Roma Campione d

Dedicato ai protagonisti di allora: Arianna, Luca e Barbara, Massi e Chiara, Enrica, Cecco, Nino, Cristian e Isabella, Simone, Giulio, Gianluca, Danilo, Emiliano, Leo.

venerdì, 16 giugno 2006

Gli insegnamenti corsari di PPP
Categoria:dissenso, scritto da andy capp


E' stato solamente grazie alla mostra visitata quest'inverno al Museo di Trastevere che ho recepito, finalmente nella giusta misura, la maestosità della figura di Pier Paolo Pasolini. Un autore troppo sottovalutato dalla scuola italiana, la cui opera è stata spesso celata perché espressione reale di un periodo storico in cui la politica la si faceva in piazza con la pistola in pugno. Pasolini è forse il più grande intellettuale italiano del dopoguerra, capace di leggere situazioni con il giusto anticipo e un'analisi lucida, mai scontato nei giudizi. Forse troppo intelligente. E proprio per questo spazzato via dalla cultura omologante e repressiva di quegli anni. Più di una volta su noantri abbiamo elogiato la sua figura, che ci sta accompagnando in un importante lavoro che speriamo veda la luce quanto prima. Quello che segue è la prima parte di un suo articolo apparso il 9 dicembre del 1973 sul Corriere della Sera e contenuto nella raccolta Scritti Corsari. Ancora una volta non possiamo far altro che trarre insegnamento dalla sua lungimiranza.

Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro "cattivo" nelle periferie "buone" (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.

Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

[...] Adesso essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo-borghese, nell’adeguarsi al modello "televisivo" che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.

per leggere l'articolo completo andate qui.

Corviale

mercoledì, 14 giugno 2006

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino
Categoria:attualitĂ , scritto da andy capp


Cristiana F."Il ministro Ferrero sta già creando danni irreparabili dal punto di vista culturale, indicando ai giovani la droga, leggera o pesante che sia, non come un pericolo mortale, ma come qualcosa con la quale sia possibile convivere". E' del tutto evidente che l'ex Ministro Carlo Giovanardi, firmatario insieme a Fini della legge 49 sulle droghe, non ha mai visto film come Cristiana F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino. Al di là della facile ironia, la reazione alla proposta delle cosiddette stanze del buco, o meglio di un controllo dello Stato sulla somministrazione di eroina a soggetti che sono affetti da dipendenza, è forse la migliore uscita dell'attuale Governo dal giorno della sua composizione effettiva.

Giovanardi, così come gli altri politici scioccati dalla proposta, non tiene conto di un particolare fondamentale: i giovani convivono già con la droga, sia leggera che pesante. Chi oggi non è in grado di procurarsi nel giro di mezz'ora un po' d'erba o d'hashish? Senza contare che per avere qualcosa di più bisogna solo fare qualche telefonata. Basta scendere in strada, in qualsiasi quartiere, in ogni città, per scegliere quello che si vuole. L'ipocrisia di chi continua a far finta di non vedere è disarmante. 

"Si gioca con la vita dei più giovani. Dopo più tasse, brogli, ministri e soprattutto sottosegretari per tutti. Siamo arrivati anche al fatidico più droga per tutti". Ultimamente il leghista ed ex (ahimé) ministro delle Riforme Roberto Carderoli sembra davvero in gran forma. Forse ha scelto letture migliori. Tuttavia lo slogan coniato non suona come qualcosa di nuovo. Nel tempo il sistema ha creato, inventato e distribuito droghe ai giovani proprio per controllarne le reazioni: dall'eroina degli anni Ottanta usata per annientare gli ultimi fuochi ribelli, alle pasticche dei Novanta, perfette per assuefare le menti di una generazione che stava facendo i conti con i più drammatici cambiamenti sociali e culturali dell'era postmoderna.

E' difficile credere che con la liberalizzazione delle droghe pesanti aumenti anche il numero delle persone che ne fanno uso proprio perché, se vogliono, possono farlo già. Inoltre alcuni studi dimostrano che una  politica liberale sulla droga non provoca la banalizzazione del consumo, ovvero il rischio di usarla di più perché è più facile procurarsela. Senza tener conto poi di un aspetto altrettanto importante centrato perfettamente da Umberto Veronesi, che così si è espresso sulla questione: "Il proibizionismo è all'origine del mercato nero che alimenta la malavita internazionale, e in Italia è il più forte sostentamento per la mafia".

Tuttavia, niente panico. Come ogni buona soluzione che si rispetti cadrà nel vuoto, anche perché già è stata trovata la maniera per distogliere l'attenzione dal problema con la denuncia di Sgarbi sul consumo di coca in Parlamento. Al massimo, in futuro, ci farà una trasmissione Maurizio Costanzo.

Camera da letto

martedì, 13 giugno 2006

Invece di tapparsi le orecchie
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Nel balcone di fronte alla finestra della mia camera vive un cane. E' un bellissimo pastore tedesco che abita il suo lungo balcone pieno di fiori: gira un po' troppo in tondo per i miei gusti ma secondo me è in buona salute. Mi piace, è un po' come se fosse il mio cane: anche se non mi vede e non ne sa niente di me e delle mie cose, io lo guardo ogni mattina quando apro le imposte e ogni sera quando vado a letto mi pare di scorgere la sua sagoma nel buio. Mi sta simpatico e fosse per me lo terrei sempre dentro casa, altro che balcone fiorito.

Questo cane ha un problema. Può sembrare incredibile ma lui ulula come un forsennato OGNI VOLTA che in strada passa un'ambulanza o una macchina della polizia o qualunque cosa abbia installata e funzionante una sirena. Lui si mette lì, ben piantato in terra, e ulula chissà cosa. Ma a che penserà mai? Che crede? Che sia la cagnetta più in calore e più veloce di sempre a passargli sotto casa più volte al giorno? E allora - se è così - come fa a sopportare l'idea che tutti quei suoi simili non gli rispondano mai niente? Non gli verrà una rabbia dentro da andarsi ad ubriacare, piuttosto che insistere tanto? Secondo me quello è un cane parecchio incazzato e parecchio confuso: in questo preciso momento sta passeggiando annusando i petali rossi dei geranei. Magari è con quelli che si droga l'anima per far passare i giorni. Non sono particolarmente animalista: amo i cani, stravedo per i gatti ma credo che la vita degli uomini sia più importante, ecco. Non sopporto tutti quei piatti di carta pieni di cibo che si vedono agli angoli di strada a favore dei felini: sono una lordura per la città e l'esempio più significativo che il mondo è pieno di gente che non si rende conto quali siano le priorità dell'esistenza umana. Però volentieri andrei da quel cane e gli spiegherei qualcosa. Gli direi che ci siamo passati tutti, fatti coraggio vecchio mio. Gli racconterei di quando, da piccoli, passavamo le giornate a innamorarci di tutte le bambine che mostravano anche una minima attenzione nei nostri confronti; e ci vestivamo meglio, ci improfumavamo tutti, ci comportavamo da veri ometti per ottenere in cambio che cosa? Un generico disinteresse che ci buttava giù. Ecco, ci arrendevamo subito e passavamo le giornate a mangiare cremini. Tu, invece, guardati: stai lì da almeno due anni e chi ti ammazza? Non te ne perdi una: auuuhhhhhhh. Perciò gli direi: tieni duro! E anzi: continua così! Dice Aldo Busi che chiunque metta il massimo dell'impegno in QUALUNQUE cosa faccia, anche la più bassa, ecco quello è un poeta.

Abbaiare ai gatti, artigliare i moscerini, saltare sulle gambe degli uomini, tenere la lingua a penzoloni per il caldo, lavarsi con la lingua, leccare la faccia della gente, ritrovare entusiasmo dopo una vita in gabbia. Me lo devo appuntare da qualche parte: ricordarsi di rinascere cane per ululare alle ambulanze invece di tapparsi le orecchie.

lunedì, 12 giugno 2006

Mi viene il vomito...
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


... è più forte di me.

pirlo

E dire che io sono uno che si entusiasma per qualsiasi cosa.

lunedì, 12 giugno 2006

Superare a destra
Categoria:societĂ , scritto da stefano havana


Una cosa mi ha fatto riflettere. Mi è successa ieri in macchina e ve la voglio raccontare: un tizio con una Smart mi ha superato a destra barbaramente. Ci siamo sfiorati gli specchietti retrovisori a velocità sostenuta e per poco non mi ha costretto a buttarmi sulla corsia opposta dove altre macchine correvano in senso contrario.

Mi sono molto arrabbiato.
Mi sono molto arrabbiato perché io tengo personalmente a vivere una vita il più civile possibile e non è facile con le tante teste di cazzo che ogni giorno ti sfidano implacabilmente a duello.
Perciò mi arrabbio quando vedo in giro persone che per un nonnulla si comportano come barbari. Superare a destra a velocità sostenuta, facendo scintillare i due sportelli, per me è da barbari.

Allora mi sono messo dietro al tizio con la Smart, ho acceso gli abbaglianti e ho suonato il clacson fino a che non si è scaricato. Lo sapevate? Io da ieri lo so: se suoni tantissimo il clacson, quello si scarica come quelle trombette da stadio con il becco rosso. Poi devi aspettare un po' perché funzioni di nuovo: io gliel'avrò suonato nel culo almeno per 40 secondi consecutivi. Quello ha frenato, io mi ci sono affiancato e abbiamo abbassato i finestrini. Gli ho urlato (senza andare oltre, solo per farmi sentire da una vettura all'altra): «Ma perché dovete superare a destra? Mi dica perché dovete superare a destra?». Così, ripetevo all'infinito questa cosa. Lui non diceva granché: qualche parolaccia, la mano a becco come a dire 'zzo vuoi? Altre cose simili di ordinaria inciviltà. La cosa che mi ha colpito è che il tizio in questione sembrava veramente un tizio a posto: un signore sulla cinquantina, un bel taglio di capelli, elegante, belloccio, distinto. Avrà avuto sicuramente un ottimo lavoro e una bellissima famiglia a casa. Perciò ho cominciato veramente a nutrire un senso di sfiducia sul mondo e sulle cose. Ora crederete che io stia esagerando, ma a un certo punto mi è venuto come un magone: perché le persone devono per forza fare di tutto per finire in malora? Perché bisogna sempre superare a destra per farla franca, per fare prima, per fare meglio di un altro, per essere più furbo? Perché?

Il tizio nella Smart ha accelerato, ma io - pieno di queste considerazioni - mi ci sono messo dietro e gli ho fatto un'altra volta i fari. Quello ha lasciato che io mi riaccostassi e di nuovo la trafila dei finestrini e tutto quanto: «Perché dovete superare a destra?», continuavo a urlare io, usando quella seconda persona plurale come un'arma di qualunquismo. Quando sono profondamente indignato verso una persona tendo a includerla nel Branco di Coglioni, quasi a volerla escludere dal MIO mondo, che invece faccio di tutto per riempire di Persone Esemplari - a costo di escluderne certe anche solo per minimi dettagli. Non volevo insultarlo: io volevo sapere veramente perché certi prendono e superano a destra. Ma quello continuava a blaterare: bugie a cui si ricorre oggigiorno SEMPRE per far valere la propria ragione. Ci si basa su presupposti sbagliati per avvalorare tesi false: è la base del berlusconismo, è la base della società incivile.

Mi ha preso veramente male. Non nutrivo istinti violenti: era un bel signore, adulto. Non mi è mai passato per la testa di azionare il freno a mano, uscire fuori con il bullock e via dicendo. Assolutamente: ero indignato, deluso dalla razza umana, vi rendete conto che cosa può mai succedere? Com'è possibile - mi domandavo - che in un bel pomeriggio di giugno, uno potesse rischiare la mia salute e la propria per superare a destra con tale velocità e tale semplicità? Perché? Mettiti dietro di me e io ti GIURO che mi sposto. Allora l'ho guardato veramente bene negli occhi e ho alzato la mia mano destra: ho avvicinato l'indice al pollice e gli ho detto: «Ci vorrebbe tanto così per essere civili. Tanto così». Gliel'ho ripetuto TRE volte, a voce sostenuta. Non che fosse una frase particolarmente geniale o originale: ma GIURO (questo è il punto) giuro che era esattamente quello che avevo nel cuore. Un tizio in Smart che voleva fare il furbo per arrivare prima a casa pensava di litigare con un altro e invece si è ritrovata un pezzo della mia anima sbattuta in faccia come un polipo. Potete non crederci, ma credo che si sia dimenticato di tenere premuto il piede sull'acceleratore: è rimasto indietro con una faccia così, vorrei avere la capacità di descrivervela. Tutto è cambiato nel giro di un secondo, la sua rabbia, il suo furore, la sua arroganza: si è spento tutto. Non ho idea da quanto tempo quell'uomo non si ritrovasse a parlare con qualcuno che - semplicemente - gli spiattellasse in faccia tutta la verità di un sentimento autentico, ma secondo me erano ANNI. E' rimasto dietro di me a distanza, lo guardavo dallo specchietto. Poi è andato da un'altra parte.

Mi sono sentito subito meglio.
E' stato come aver moralizzato qualcuno.
Forse è tutta una mia costruzione mentale, ma sono convinto che - in qualche modo - oggi in giro per Roma c'è una persona in meno a cui piace superare a destra.

sabato, 10 giugno 2006

Tornando a Cuba
Categoria:viaggi, scritto da andy capp


BaracoaQuando alle parole si fanno seguire i fatti c'è sempre da andarne fieri. Ecco perché il nostro prossimo viaggio a Cuba mi rende particolarmente felice. Primo perché stavolta ci siamo mossi in tempo e così abbiamo evitato la solita inutile corsa contro il tempo che mi opprime in maniera particolare, secondo perché saremo ancora i noantri dell'ultima volta, terzo perché questa volta non scappo dal passato. Ci vado, anzi ci torno, per tanti motivi: ho voglia di rivedere Raùl e la sua famiglia, ho voglia di riassaporare il mojto del chioschetto sul Malécon (a Roma non l'ho più preso) e soprattutto voglio riprovare quella sensazione di totale distanza mentale dalla vita quotidiana.

Penso proprio che sarà una bella vacanza. Già immagino la sera prima della partenza: sarò di turno fino alla chiusura, vedrò la finale del Mondiale e me ne andrò a dormire con la valigia già pronta dalla mattina. Tuttavia farò ancora una volta scorta di valeriana per il volo. Lo scorso anno partecipai con Stefano a un concorso di Repubblica Viaggi: gli mandai questo pezzo sulle mie impressioni al ritorno dall'Isla. Non ricordo il titolo che avevo scelto né l'avevo mai postato su noantri. Sono curioso di confrontarlo con il prossimo.

Quando torni da lì vorresti che tutto si conservasse dentro di te. Perché hai paura che a forza di raccontarla se ne scivoli via. Quando dicevano che ti avrebbe cambiato sorridevi perché pensavi che a te non sarebbe mai successo. Poi torni, e ti accorgi che ti manca. Ti mancano gli odori forti di nafta e di marciume, e ti manca lo stupore per l’assenza di quelle comodità a cui eri talmente abituato da non farci più caso. Laggiù fa caldo, ma un caldo di quelli insopportabili, umidi, che non ti danno tregua nemmeno di notte. Poi però una volta tornato scopri che ti manca anche quello. Ti manca il sorriso delle persone, la loro incredibile fierezza, quell’essere così attaccati alla loro indipendenza e alle forti radici indigene. Un popolo orgoglioso perché da quelle parti è solo, schiacciato da un gigante che proprio non ne capisci il motivo. Un vecchio che vende mani-mani, un pescatore, un giovane che ti offre i suoi manufatti, una ragazza che passeggia in quella maniera che non puoi scordare: a chi potrebbero mai far del male? E poi quei bambini che sorridono per un semplice saluto e non si nascondono dietro le sottane delle mamme e non fanno i capricci. Sì, ci sono gli scrocconi, quelli che ti vedono come un bancomat con le gambe, e che ti seguirebbero per tutta la città in cambio delle tue Nike. Una marca fa status: è questa la loro idea di Occidente, tutto benessere e potere d’acquisto. I turisti hanno i soldi e arrivano gonfi di sperma e promesse mai mantenute. Ma quella gente non conosce il mondo perché non può viaggiare. Ecco la colpa più grande di chi un giorno la rese libera e oggi invece teme di perderla la sua amada Isla. Forse raccontandola, Cuba sarà un po’ meno sola.

VIDA_SIDA

 

giovedì, 08 giugno 2006

Così muore un terrorista
Categoria:mondo, scritto da andy capp


Zarquawi

E non venite a dirmi che ora gli spettano settanta vergini

mercoledì, 07 giugno 2006

Una questione di ipsilon
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


Non posso fare a meno di pensare a Marylin Monroe: non solo perché - ogni volta che scrivo il suo nome - non so mai dove vada la ipsilon. Non posso fare a meno di pensarci perché non posso fare a meno di scuotere la testa quando penso che OGGI Marilyn Monroe avrebbe 80 anni, se fosse viva. Ve l'immaginate voi Marylin Monroe vecchia? 

monroeDài. Ci sono cose, in natura, che semplicemente non possono succedere: Marilyn Monroe che diventa vecchia è una. Ricordo nitidamente la prima volta che vidi un film con Marilyn. A qualcuno piace caldo: ci vogliono più di trenta minuti prima che lei compaia sullo schermo e prima di quel momento topico è tutta un'attesa, tutto un guardarsi intorno - ecco l'ho vista! Fino a che - pop - quella viene fuori e uno si innamora: non è che ci si può far niente. Si può passare l'esistenza a fare quel cenno con la mano davanti alle bionde, a pronunciare la propria verità empirica - a me le bionde fanno un baffo - e poi restare così, davanti alla scena della stazione di A qualcuno piace caldo, e innamorarsi di Marilyn Monroe. A ottant'anni, una bionda così è diventata necessariamente canuta e le caviglie sottili sono come zamponi di capodanno: è piena di pregiudizi una persona a quell'età e per quanti sforzi faccia non riuscirà mai più a ritrovare il coraggio di organizzare una festa alcolica illegale dentro la cuccetta di un treno. Billy Wilder dovrebbe farla comparire subito nel suo film, altrimenti l'emozione dell'attesa le farebbe tremolare troppo le ginocchia e lei - anzianissima - precipiterebbe a terra in un accorrere forsennato di assistenti in scarpe da ginnastica.

monroe3

Voglio dire - ed è scontato - che la vecchiaia è una catastrofe. Per via della pelle, delle rughe, della gambe che si ingrossano, certo. Ma anche perché - l'abbiamo detta spesso, anche questa cosa - uno smette di meravigliarsi. Non ci si fida più di niente e sono convinto che Marilyn Monroe, da vecchia, avrebbe trovato un posto molto razionale per la sua ipsilon, anzi forse l'avrebbe tolta definitivamente dopo una lunga trafila agli uffici dell'anagrafe: e nulla mi leva dalla testa che Marilin Monroe - da vecchia -avrebbe capito istantaneamente che le sue amiche Josephine e Daphne erano in realtà Jack Lemmon e Tony Curtis travestiti malamente. Il film sarebbe finito subito e quei due parrucconi musicisti trucidati come ultimi testimoni viventi del massacro di San Valentino.

hot

Ecco, chi la vorrebbe una Marilyn Monroe zoppiccante e senza autoreggenti? Che ce ne facciamo, oggi, di Sophia Loren, per dire (a parte quando c'è da premiare qualcuno o da vendere un prosciutto, allora è infallibile). Per non parlare di Ozzy Osbourne. Insomma non è che voglia dire che sono contento che Marilyn Monroe sia morta e tutto quanto: c'è scritto in un libro di Daniel Pennac che invecchiare è la maniera migliore che ho trovato per non morire giovane. Ecco, forse esistono certi personaggi che non hanno iscritta negli occhi l'età veramente adulta. Sono destinati a combinare guai, a suicidarsi, a drogarsi in un angolo. Mi viene in mente Bukowski:

I belli si trovano all'angolo di una stanza
accartocciati tra ragni e siringhe, nel silenzio,
e non sapremo mai perchè se ne sono andati,
erano tanto
belli.
non ce la fanno
i belli muoiono giovani
e lasciano i brutti alla loro brutta vita.
amabili e vivaci: vita e suicidio e morte
mentre i vecchi giocano a dama sotto il sole
nel parco.

Mi viene in mente lui, un altro che non ho mai imparato a scrivere correttamente; mi viene in mente che, alla fine, la vita e tutto quanto non è altro che una questione di ipsilon.

martedì, 06 giugno 2006

Un mondo a misura di Co.co.pro
Categoria:attualitĂ , scritto da andy capp


Lavoro precarioLavoro, la via giusta è quella di Marco Biagi. Così si intitolava un articolo firmato da Walter Veltroni pubblicato sul quotidiano La Stampa lo scorso 12 maggio. L'omaggio del sindaco di Roma al Libro Bianco del professore ucciso dalle Brigate Rosse è stato apprezzato da numerosi esponenti politici e della Confindustria.

"Il suo - scriveva Veltroni - era l'approccio di un giurista senza frontiere, che voleva fossero abbandonati gli occhiali dell'ideologia e del pregiudizio, e che con questo spirito collaborava con la politica e lavorava nelle istituzioni. Così nacque il Libro Bianco sul mercato del lavoro, da attribuire interamente a lui anche più della successiva legge che porta il suo nome e che è frutto di molti e difficili passaggi politici. Quel Libro Bianco fu oggetto di critiche da parte sindacale e politica. Biagi ebbe la capacità di dialogare anche con i più forti oppositori, convinto che il confronto avrebbe alla fine contribuito a migliorare il sistema. E io credo che questa sia una verità profonda. Credo che ogni confronto debba andare alla radice dei problemi, senza valutazioni a priori, senza ideologismi, senza agitare la riforma del mercato del lavoro come una bandiera, né da sostenitori, né da detrattori. Credo che Biagi inviterebbe a fare questo, oggi".

Ha ragione Veltroni, ma quello che si è visto ieri all'assemblea degli industriali di Varese è stato tutto tranne che un confronto. Il numero uno della Cgil è stato interrotto e fischiato più volte dalla platea, tanto che Guglielmo Epifani non è riuscito a portare a termine il suo discorso. Tutto è nato da un passaggio in cui il leader sindacale ha detto che la Legge Biagi "per le imprese è simbolo di libertà, ma per noi è un simbolo di precarietà. E questo è un problema". Cosa c'è che non va in questa frase? Scriveva Veltroni nella parte finale del suo articolo:

"La flessibilità ha contribuito a facilitare l'accesso di tanti ragazzi e ragazze al mondo del lavoro. Ma alla più alta frammentazione dei rapporti di lavoro, alla rinuncia all'idea del posto fisso, devono corrispondere tutele e contrappesi sul piano della continuità previdenziale, della formazione, della solidità delle indennità di disoccupazione, dei servizi che rendono più sicura la vita familiare e personale dei cittadini".

Eccolo il passaggio fondamentale: credo che ormai questa generazione abbia ormai rinunciato all'idea di posto fisso e si sia serenamente (a malincuore) abituata alla flessibilità (personalmente sono un co.co.co dal 2001). Il problema è che a non adeguarsi è la società. Esistessero banche che concedano mutui ai lavoratori flessibili, casse di previdenza che non lucrino sui risparmi garantendo pensioni ridicole e, soprattutto, stipendi con maggior potere d'acquisto, il contrasto sul Libro Bianco verrebbe superato. Le forme di lavoro flessibile non hanno aiutato i giovani a trovare lavoro. Si lavorava anche prima, solo che in nero. Se un'azienda ha assunto con contratti flessibili collaboratori che a tutti gli effetti sono diventati lavoratori subordinati, non è un problema del sindacato, piuttosto di chi, in questi anni di libero mercato e governi compiacenti, ha guardato solo ai propri interessi. E oggi continua a chiedere.

lunedì, 05 giugno 2006

Quell'amore che genera odio
Categoria:attualitĂ , scritto da andy capp


Finestra- Si è fatto tardi devo attaccare, allora ci sentiamo domani.

- Ok, buonanotte, ti voglio bene.

- Anch'io ti voglio bene, notte.

Nell'altra stanza Marisa abbassa la cornetta e guarda sgomenta il marito: "Ma allora è tutto vero, Michele è malato". "Stai calma cara - le risponde Carlo - Domani provo a parlargli". "Ma non serve parlare, ma non capisci - gli urla tra i denti - domani telefono a quello psicologo, quello che si era detto disponibile a curare quel tipo di malattia", conclude furibonda mentre le lacrime avevano già bagnato il suo cuscino.

Michele non immaginava che i suoi genitori stessero ascoltando la telefonata da un'altra cornetta. Nei giorni scorsi si erano insospettiti e Marisa non sopportava più tutte quelle domande incalzanti: "Ma Michele non ce l'ha una ragazza?". Lui come ogni sera aveva chiamato Lorenzo per raccontargli dell'esame di Diritto privato che il giorno dopo avrebbe dovuto sostenere. Aveva studiato parecchio, si era prefissato di non accettare un voto più basso del 24. Se fosse andata bene gli sarebbero rimasti un paio di esoneri e la tesi. Aveva deciso che avrebbe festeggiato insieme ai suoi, magari sarebbero tornati in quel ristorante poco fuori città in cui non andavano dai tempi delle scuole elementari.

L'esame andò bene, Lorenzo era stato lì a fargli coraggio. E dopo aver fatto colazione al bar dell'Università Michele si precipitò nell'unico punto della Facoltà dove prende il cellulare per avvisare la mamma, ma quegli squilli a vuoto lo preoccuparono. Senza pensarci troppo prese la strada di casa. Per fortuna l'autobus non era pieno come al solito e aveva trovato anche un posto a sedere. Con Lorenzo si era dato appuntamento per la sera; il mercoledì il cinema costa meno e per uno studente universitario tre-quattro euro di differenza non sono pochi.

"Mamma? Dove sei?". La trovò seduta in lacrime in cucina. "Cosa c'è?", le chiese spaventato. Dopo un interminabile istante di silenzio le parole della donna sottolinearono quel gelido sguardo di indignazione: "Sei malato. Non ci credevo ma ti ho sentito... Lorenzo... ti voglio bene... Vattene! Vattene!". Michele corse in camera sua, la finestra era aperta, i suoi poster strappati, il letto disfatto. Il suo cuore batteva forte, sembrava quasi che gli stesse scoppiando nel torace. Si affacciò per riprendere aria e le lacrime gli impedirono di vedere il suo maglione preferito gettato in strada come uno straccio vecchio. Prese le chiavi della macchina e scappò via, non riusciva a sopportare le urla di dolore e di rabbia che provenivano dal corridoio. Improvvisamente si trovava a vivere quell'incubo che faceva tutte le notti e che raccontava con un senso di colpa a Lorenzo. L'unica differenza era che stavolta non sarebbe arrivata la madre a svegliarlo con il profumo del caffè appena fatto.

Dedicato a tutti quei Michele che un giorno hanno scoperto di non essere più figli.

giovedì, 01 giugno 2006

Capitare nell'inquadratura
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


Quando guardo un film, un telefilm, una soap-opera o qualunque opera di fiction, faccio tantissimo caso alle comparse. Si potrebbe dire che io stravedo per le comparse: mi piacciono proprio e se un film è un gran film o un film mediocre, la cosa passa dall'abilità del regista e dello sceneggiatore di piazzare - e far muovere - le comparse.

Quando penso alle Comparse Perfette, ad esempio, penso ai film di Woody Allen: c'è una scena memorabile in uno dei suoi ultimi film, Anything Else, in cui lui e Jason Biggs camminano sulla settima avenue a NYC, all'uscita di un ristorante. Loro parlano ma la Scena Madre diventa all'improvviso quella in background; le persone mangiano davvero e ognuna ha montata sulla faccia un'espressione diversa: c'è chi è uscito di casa troppo presto quella mattina e adesso trattiene uno sbadiglio tra i denti mentre un altro gli parla; c'è una donna con un cappello vistosissimo. Ci sono i camerieri che discutono con i clienti e non uno che non sembri veramente un cameriere; c'è chi non è soddisfatto del conto, altri litigano per chi debba pagare. Un tizio, vestito in maniera assurda, distribuisce cannucce in giro per i tavoli: vi rendete conto? Woody Allen e Jason Biggs stanno recitando la scena principale e dietro c'è un tizio che distribuisce cannucce. Cannucce rosse e lunghissime: io ne accetterei di sicuro una. Mondi interi escono ed entrano: il tutto dura una trentina di secondi, ma è il racconto di almeno quindici vite che è improvvisamente capitato nell'inquadratura. Negli occhi - subito dopo - rimangono tanti flash, come dei ricordi o come quei dischetti gialli che compaiono quando si guarda troppo a lungo il sole. E' il destino di tutti gli ingranaggi: più sono silenziosi, più facilmente ci si dimentica di loro. Uno che inciampa, uno a cui cade il gelato per terra mentre sta camminando: mi fa impazzire il pussy wagon di Kill Bill, ma è soprattutto il portachiavi del pussy wagon di Kill Bill che mi manda al manicomio (per non parlare del cerottone bianco dietro la nuca di Marcellus Wallace in Pulp Fiction).

Perciò è qualcosa sull'importanza dei dettagli quello di cui vorrei trattare; notare i puntini di barba sulle guance degli uomini, se per caso è notte fonda. Stare lì e far caso a tutto: è una questione di responsabilità. Se c'è, è stato fatto per te: godine. Altrimenti che senso avrebbero gli scivoloni, i gelati che cadono, gli sbadigli esagerati della gente? La barba crescerebbe tutta durante il sonno, al massimo, e - insomma - la vita non sarebbe altro che un continuo entrare e uscire da un portone, gli innamorati si darebbero solo profondissimi baci sulla bocca, tralasciando quelli delicati e veloci sugli angoli delle labbra. Le sfumature di colore, tutto: qualcuno passerebbe mai il proprio tempo a distribuire lunghissime cannucce rosse, se non credesse a quella minima possibilità di capitare nell'inquadratura?