giovedì, 30 novembre 2006

Ho sputato nella giacca di una ragazza
Categoria:noi e le donne, scritto da valerio roma


giaccaL'ho fatto perché lei se lo meritava. Per un puro e onesto sentimento di rivalsa personale. Ho sputato nella giacca di una ragazza. Tranquilli, non lo avevo mai fatto e non credo che lo rifarò mai più. Sono una persona piuttosto sana di mente. Solo che lei se lo meritava, l'ho già detto. Bando ai preamboli, passo subito a raccontarvi come è andata.

Venerdì scorso mi trovavo in facoltà a studiare in biblioteca. Erano le dieci di mattina, più o meno. Tenete presente che la sala è composta da file di lunghi banconi messi uno davanti all'altro e separati da un divisorio che lascia libero soltanto uno spiraglio per gli occhi. Quindi è possibile guardare quello che succede davanti, in genere lo sguardo del tipo che studia di fronte. Tornando a noi, stavo dicendo che avevo preso posto in una fila vuota, tanto per restarmente in pace, quando dopo neanche cinque minuti ho visto una ragazza bruna avvicinarsi. Beh, dopo una ricerca piuttosto frettolosa di una sedia libera si è venuta a mettere proprio accanto a me. "Cazzo", ho pensato "ci sono decine di posti liberi e questa viene vicino a me. Fosse la volta buona per rimediare qualcosa...".
Già pregustavo interi pomeriggi a correre mano nella mano in spiaggia. Il mio sogno, però, è stato spezzato da un tipo piuttosto bruttino, con gli occhiali e con un'aria decisamente da piattola, che si è subito avvicinato a lei (e a me). Questo tizio ha cominciato una cantilena per invitarla ad andarsi a sedere più avanti, dove stava studiando: il suo rifiuto, però, è stato netto, quasi scocciato. Allora è cominciato un fitto conciliabolo: io, cercando di farmi i cazzi miei, ho continuato a leggere il mio libro, senza badare troppo a quello che dicevano. Tant'è che a un certo punto avrei voluto dire a entrambi: «OH, MA PERCHE' CAZZO NON VE NE ANDATE DI FUORI A FARE TUTTA 'STA CACIARA?».

giacca1Avrei voluto, perché ho fatto appena in tempo a girare la testa verso di loro per vedere il ragazzo urlarle: «MA NON CAPISCI CHE MI SONO INNAMORATO DI TE?». Gelo in sala, ghiaccio sui vetri della biblioteca. Tutti, in quel momento, erano girati verso di noi, compresi gli occhi meravigliati di quello che mi stava davanti. Lei si è alzata, è scappata verso l'uscita e lui le è corso dietro. Intanto, nella testa dei presenti, compresa la mia, suonava a tutto volume Sei uno sfigato degli 883. "Che figura di merda", abbiamo pensato. Di certo, una scena così all'università non mi era mai capitata.


Ma il bello è venuto dopo. La ragazza si è tranquillizzata e ovviamente è tornata a sedersi vicino a me (adesso, finalmente, capivo il perché di tante attenzioni). Solo che la mattinata, fino all'ora di pranzo, è stata un viavai di suoi amici e confidenti che venivano lì vicino a farsi raccontare cosa era successo poco prima. Beh, avreste dovuto vederla mentre, con la sua faccia da cazzo, prendeva per il culo quel ragazzo. Dico, lui già si è aggiudicato con un mese buono di anticipo l'edizione 2006 del premio "Figura di merda in Facoltà", che bisogno c'era di mortificarlo ancora agli occhi dei loro amici in comune. Poi, cazzo, ti ha detto che ti ama, mica ti ha chiesto di prestargli trentamila euro. Tra l'altro, tutto il casino che faceva mi ha impedito di concentrarmi nello studio, cosa che mi ha fatto girare non poco le palle.

Ho cominciato a covare un sentimento di rabbia. "Quanto vorrei fargliela pagare", pensavo. E allora, a nome di tutti gli uomini della terra, ho agito. Verso le 13, con la biblioteca mezza vuota per la pausa pranzo al bar, mi sono vendicato. Assicurandomi che nessuno mi vedesse, ho preso il giubotto che aveva lasciato sulla sedia e ci ho sputato dentro, strofinando due estremità per spalmarlo su tutta la schiena. Sono sicuro che, in quel momento, ho assunto l'espressione più furtiva e meschina che il mio volto sa riprodurre. Lei ovviamente, quando è risalita, non si è accorta di nulla.

giacca2Lo so
, sono un bastardo: certe cose non si fanno. Ma ho pensato alla delusione di quel poveretto, al fatto che avrebbe voluto farlo lui. Sono stato il suo braccio e neanche lo conosco. Lo so, il mio è un gesto altamente diseducativo. Lo so, ho ventitré anni: ma quando cresco? Lo so, certe cattiverie non si fanno (e due). Lo so, buona parte del pubblico femminile di questo blog non leggerà più quello che scrivo. Lo so, con questo post mi sono giocato quel briciolo di credibilità che avevo. Lo so, sono un frustrato. Sì, ma cazzo: idealmente ho sputato nella giacca di tutte quelle (non molte, per fortuna) che in questi anni mi hanno preso per il culo. Volete mettere?

mercoledì, 29 novembre 2006

90210 (e rotti) anni fa
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


90210_2Mi sono ricordato una storia. Giuro che è vera. Era il 1997, stavo in montagna con i miei genitori (Val Gardena, un posto molto bello) e, non si sa come, m'ero convinto (sentite questa perché è grossa) di assomigliare a Brendon Walsh, quello di Beverly Hills. Ora, non c'è bisogno che io dica che con Brendon Walsh non ci azzeccavo e non ci azzecco niente; abbiamo in comune gli occhi chiari e nessuno dei due è quello che si può definire uno spilungone ma, a parte questo, niente di niente mi ha mai accomunato con l'attore di quella serie Tv che ci avrebbe cambiati tutti nel profondo (in peggio, mi pare).

Eppure stavo in montagna e davanti a un piatto di canederli mi inventai - letteralmente, mi inventai - che qualcuno (non so chi) m'aveva detto che assomigliavo a Brendon Walsh. Non era vero niente, ma lo dissi lo stesso: com'è naturale, mia madre si inorgoglì tutta perché pure lei, a quel tempo, si metteva lì a guardare Beverly Hills in salone e lo sapeva che Brendon-coso era uno che con le regazze, eccetera eccetera. Mio padre mi pare che commentò di conseguenza, ma non sono sicuro che avesse capito a chi ci stessimo riferendo. Fu un momento veramente topico della mia fanciullezza e fu un momento topico familiare: avere un figlio che rassomigliava all'idolo delle teenagers era una cosa pazzesca, una cosa da tenere il telefono occupato tutto il giorno. Ancora oggi mi domando perché mai i miei genitori non mi presero la faccia e non me la spinsero forte nel piatto coi canederli bollenti; forse fu un grande gesto di affetto o forse - come niente - s'erano pure loro convinti che dall'oggi al domani il loro figlioletto fosse sputato Brendon Walsh di Beverly Hills 90210.

90210_3A parte il fatto che a malapena mi spuntava la barba e che lui, quel Brendon lì, aveva certe basette che noi comuni mortali ce le sognamo sempre, figuriamoci a quell'età; ma poi vuoi mettere i capelli? Teneva quel ciuffo biondastro di proporzioni hollywoodiane e io? Come pensavo di rispondere io a una cosa così: non certo con i miei capelli corti, mai pettinati, tagliati a scodella, del tutto anonimi peraltro. Ma mi ero proprio fissato: secondo me ero preciso a Brendon Walsh e la cosa più grave è che, da quel giorno, che voi ci crediate o no, mi cominciai a muovere fisicamente come lui, come Brendon Walsh. Sorridevo come lui, non avendone assolutamente il sorriso e camminavo come lui, però non avendo intorno il contesto che lo giustificasse. Diciamocelo chiaramente: se Brendon Walsh ancheggiava, ebbè, ancheggiava lungo certe strade piene di palme e ragazze sui roller blades e camminare con quella camminata un po' così, ciondolante, da uansgheps, ci stava anche bene. Ma dove stavo io, la realtà aveva ben altri contorni e, generalmente, a quelli che camminavano come Brendon Walsh, li sconquassavano di mazzate negli angoli delle strade, oppure li indicavano a debita distanza.

90210_1Comunque tutto finì un bel giorno, quando mio padre mi fece una fantastica fotografia in cui digrignavo i denti sicuro di assomigliare a Brendon Walsh. Quando la foto fu sviluppata e tutto il resto e io la tenni in mano, per poco non mi misi a urlare. Quel ragazzotto un po' sovrappeso, brufolosetto, appoggiato sulla staccionata di un vecchio rifugio montano dove vendevano grappa appena distillata, non aveva niente di Brendon Walsh, veramente niente di niente. Ricordo che guardai quella fotografia - e, dovessi dire, saprei anche dove cercarla ancora oggi - la guardai a lungo e mi prese come una specie di panico pensando a quante volte mi ero coperto di ridicolo, davanti a tutti, davanti a quelle che mi piacevano!, sorridendo così e pensando di essere irresistibilmente identico - e bello - come Brendon Walsh e invece risultando non dissimile da un non so che, ma qualcosa di orribile. Ed ecco come finì la cosa, ecco come smisi di rassomigliare a Brendon Walsh ed ecco come mi innamorai - credo di esserlo ancora, perché in effetti non mi giro a guardare che donne più o meno simili nei colori - di mia sorella Brenda.

UPDATE DEFINITIVO - grazie ad Ataru, ecco a voi la canzone del secolo su Brendon Walsh

martedì, 28 novembre 2006

Nell'angolino
Categoria:le grandi domande, scritto da andy capp


campoCi sono alcune persone che conosci nel corso di una vita di cui conservi un bel ricordo. Luca era uno bravo a giocare a pallone, aveva due piedi d'oro e dava il meglio di sé quando partiva sulla fascia. Era più piccolo di un anno, ma aveva un destro di quelli che non lasciano scampo. Sapevi che se c'era una punizione dal limite avrebbe sicuramente fatto gol. Del resto a quell'età i portieri sono bassi mentre la porta resta sempre di due metri e 15. Luca a metterla nell'angolino era da serie A.

Vincemmo un campionato senza perdere una partita. Era un girone degli allievi nemmeno troppo difficile, però subimmo solo tre reti. Il rimpianto più grosso resta, invece, quel maledetto torneo a Marsiglia dove perdemmo in finale contro una squadra di Milano. Negli spogliatoi tante lacrime e una rissa sfiorata.

Non è che fossimo amici per la pelle, non ci vedevamo da anni però ricordo che eri uno di quelli con cui non si poteva non andare d'accordo. Dalla tua c'era pure il fatto che eri uno bravo davvero, non avevi bisogno di un padre che andasse a leccare il culo al mister o al dirigente accompagnatore. Per questo nello spogliatoio eri apprezzato. E quando ti diedero la fascia dopo che Daniele se ne andò al Casalotti nessuno ebbe da ridire.

Meritavi un provino con la Roma o con la Lazio, ma non sei riuscito ad avere qui la tua occasione. Eri finito a giocare nelle giovanili del Lugano in Svizzera e solo qualche anno fa hai appeso gli scarpini al chiodo. Ci siamo rivisti sotto casa mia, portavi la tuta da operaio. Mi hai chiamato, una stretta di mano, un paio di sorrisi e qualche ricordo. Poi niente. Ti ritrovo ora, a distanza di tempo, sulle pagine di cronaca e con la vita distrutta. Impazzito prima d'amore e poi di odio, stai lottando per restare attaccato a questo mondo. Dieci coltellate nel petto della donna che amavi, poi la lama puntata contro il tuo cuore in modo da non sentire più quel dolore che covavi dentro da tempo. Ora c'è una famiglia che ti aspetta per riabbracciarti e un'altra che ti odia e vuole vederti morto oppure giustamente dietro le sbarre.

Cosa ti resta ora se non i ricordi di quei formidabili tiri nell'angolino? E' forse per quelli che vale la pena vivere? Se ti incontrassi domani, sotto casa mia proprio come quella volta, ti saluterei, scambierei con te quattro chiacchiere, ma non saprei cosa augurarti.

lunedì, 27 novembre 2006

C'è l'America
Categoria:attualitĂ , scritto da stefano havana


manhHo pensato subito all'America, quando ho letto questa storia di Sean Bell, ragazzo nero ucciso dal piombo dei poliziotti razzisti di New York. C'è l'America nelle conclusioni automatiche (poliziotti razzisti), nelle modalità atroci (diciotto colpi di pistola), nelle voci che si sono sollevate (il reverendo Al Sharpton), nello scenario (un locale di strip-tease nel quartiere Jamaica), nell'intreccio (uno scambio di persona) e - naturalmente - nelle derivazioni tristi e sentimentali della cosa (il giovane avrebbe dovuto sposarsi l'indomani e quella era proprio la festa d'addio al celibato). C'è o non c'è l'America in tutto questo? Mi piange il cuore a sentire di queste cose, proprio come mi piange inevitabilmente il cuore (sono un sentimentale) davanti alle scene in tutto e per tutto simili a questa dei b-movie a stelle e strisce (il ragazzo morto lascia anche due bambine piccole). C'è tutto, c'è veramente l'America (il miglior amico della vittima è stato colpito dalla pioggia di proiettili ed è ora in fin di vita), c'è l'oltranzismo e la durezza delle forze dell'ordine più volte stigmatizzata dalal realtà dei fatti e dal cinema (pare che i due feriti meno gravi, adesso in ospedale, siano tenuti sotto stretta sorveglianza e ammanettati al letto, pure se sul loro capo non pende nessuna accusa specifica). La morte di Sean Bell, semplicemente, non sarebbe credibile in un film di Spike Lee: le frasi sospette captate dai poliziotti in borghese presenti che si apprestavano all'imboscata dietro una soffiata ("Abbiamo una pistola", ma forse era uno scherzo), l'auto del giovane Sean che urta poco provvidenzialmente il camioncino dove erano appostati i nostri e che subito dopo prova a ripartire sgommando: c'è l'America o non c'è l'America?

Sono stato a NYC l'anno scorso e la notte del 31 dicembre - una delle notti più ingombranti dal punto di vista dell'ordine pubblico - i poliziotti furono straordinari. La gente raccoglieva le stelle filanti da terra e gliele soffiava in faccia; loro si chinavano goffamente nelle loro tenute anti-sommossa, si tenevano con le mani le pistole basculanti ai fianchi e rispondevano "al fuoco", soffiando a loro volta le stelle filanti in faccia alla gente. E la gentilezza con cui spiegavano dove si poteva e dove non si poteva andare, la cordialità, la correttezza, l'impressione concreta di essere assistiti (a volte troppo). Anche in questo contrasto c'è l'America, la terra per antonomasia dei Buoni & dei Cattivi; dei poliziotti intransigenti e dei poliziotti dal buon cuore. La Terra dove ti fanno fare file al metaldetector pure per andare a pisciare. Mi auguro che i colpevoli vengano duramente puniti, proprio perché - essendo una storia perfettamente all'americana - non può, pure in questo caso (come in uno qualunque di Spielberg), non venire spontaneo tifare per il più debole.

lunedì, 27 novembre 2006

Vivo, morto o X
Categoria:attualitĂ , scritto da andy capp


Berlusconilitvinenko

domenica, 26 novembre 2006

Non si augura a nessuno
Categoria:politica, scritto da stefano havana


driin...
... driin...
(cellulare)

- Dimmi.
- Aho...
- Eh?
- L'hai saputa la notizia?
- Mi stavo affà la barba.
- B. stava a morì...
- Come stava a morì?
- Stava a morì...
- B.?
- Sì. Un malore mentre stava a parlà...
- ...
- Ma brutto eh...
- ...
- Tipo che è svenuto, l'occhi bianchi. L'hanno raccolto.
- Non ce posso crede'...
- Giuro, stava a morì...
- Ma?
- E niente... Sta bene, dice...
- ...
- Cammina sui suoi piedi.
- Ho capito...
- ...
- ...
- Aho?
- Eh?
- Si succedeva...
- T'immagini che domenica celestiale che veniva fuori...?
- ... Io m'annavo affà 'na pizza de sicuro...

n.b. questa telefonata è avvenuta realmente tra il sottoscritto e AndyCapp

sabato, 25 novembre 2006

Capire Iacchetti
Categoria:televisione, scritto da stefano havana


corvaglia2Io non lo capisco Iacchetti. Ma perché ha mollato la Corvaglia? Ti metti con una Velina e che ti aspetti? Che apra una taverna a Livorno? Non li capisco questi Vips: quello conduce Striscia la Notizia e, pur bruttarello che è, infinocchia la bella biondina e se la porta a casa. Mica per una notte o una gita in barca a vela! Questi convivono per cinque anni, poi lei decide che s'è fatto il tempo per un calendario e - come niente - Iacchetti la molla. A parte il fatto che sono proprio sbagliati i tempi: stai per cinque anni con la donna dello spettacolo più sfigata della storia della televisione e le sorridi ogni sera rincasando; poi quella finalmente fa una cosa per cui la conosceranno in tutte le carceri d'Italia e la lasci.

corvagliaMi pare che non ci siamo proprio. Dice che è geloso, Iacchetti: ma geloso di che? Del fotografo? Degli operatori? Degli addetti all'illuminazione? Del condannato all'ergastolo per decapitazione che la bramerà tutte le notti con gli occhi cerchiati di rosso? Come fai a essere geloso di una che per cinque anni è stata insieme a te, se ti chiami Iacchetti? (e se assomigli a Iacchetti) Una così, la fedeltà ce l'ha nelle vene; le scorre come l'acqua lungo i marciapiedi durante il temporale, la fedeltà. Perché l'hai fatto, Enzino? Uno ti guardava e pensava che la vita era bella; pensava che la speranza c'era per tutti e financo l'Italia potesse assurgere a certi dettami di democrazia universale: uno guardava te, sottobraccio con la bella Maddalena, e si diceva che sì, dopotutto, una speranza non la si nega a nessuno.

E invece l'hai mollata: l'hai mollata TU! E per un calendario? Le riviste di gossip dicono che vi sentite ancora tramite sms: anche questa, io mica la capisco. Incontratevi! Anche solo per un caffè: vuoi mettere? E' pur sempre la Corvaglia, oh, una ve-li-na. E pure un bel partito, se è vero quello che dicono su Max e quanto paghi le modelle che accettano di posare desnude per quell'inserto patinato. Io dico che ci dovrebbe ripensare, oppure farla finita con un colpo di teatro sensazionale: che so, un'intervista di spalle da Costanzo (la voce camuffata), oppure un litigio generazionale che ci sopravviverà tutti, corvaglia1una cosa in pubblica piazza con straccio di vesti e lancio di oggetti (e magari lei che dice cose tipo: «Ah sì? E allora mi devi dare UN MILIONE di euro, altrimenti il nostro video hard finisce su YouTube»). Non lo so: così mi pare che si gettino al vento cinque anni di vip-esistenza. Nemmeno una biografia scandalo, niente. Non lo capisco Iacchetti.

venerdì, 24 novembre 2006

I pesi e le misure
Categoria:televisione, scritto da stefano havana


griffinSentite, io questi Griffin non so neanche cosa siano. Però mi parlano di un cartone animato veramente ma veramente divertente. Mi dicono pure che ai Simpsons gli fanno più di un giro intorno: il problema è che io, in vita mia, avrò visto tre-puntate-tre dei Simpsons e, in generale, ho l'impressione che questi cartoni animati facciano ridere a comando; facciano ridere perché devono far ridere, perché è molto di moda che facciano ridere. Ma, ad ogni modo, non è questo: quello che veramente mi fa ridere è che tra tutte le merdate che Mediaset manda in onda (ho visto una puntata di "C'è posta per te" qualche sabato fa, mentre ero a cena in un ristorante, che meritava l'immediato intervento delle forze armate in studio: due ragazzi malati di una certa tetraplegia o qualcosa di simile resi felici da Nek che aveva un album da promuovere. Una delle cose peggiori e di maggiore cattivo gusto che io abbia mai vista. Vi prego di credermi se vi dico che non sono più riuscito a mandare giù un boccone), tra tutti i vergognosi prodotti nazional-popolari addormenta-menti (a proposito di "Altrove" il programma di Costanzo: quando dicevo che si trattava di nient'altro che un Reality Show, e anche della peggior specie, non mi era ancora capitato di incappare nella puntata del venerdì, quando tutti i galeotti, insieme alle guardie, si radunano ben pettinati IN STUDIO insieme a Maurizione che ne fa di cotte ma soprattutto di crude: li fa cantare, li fa piangere mostrando foto delle figliolette e dei genitori, li rende esattamente quello che un carcerato non dovrebbe mai essere, vale a dire un fenomeno da baraccone: ma bene); insomma con tutte queste meravigliose cose di una pericolosità sociale devastante, con tutto ciò, ecco, mi ha fatto tristemente ridere la decisione dell'Agicom di multare - appunto - Italia1 e Rete4 per (tra le altre cose) l'eccessiva volgarità dei Griffin: "Espressioni volgari e turpiloquio", si legge nella motivazione che evidentemente non riguarda gli esseri umani (non è forse "volgare" l'immagine di uno dei Secchioni del noto programma che simula, dietro suggerimenti di Enrico Papi, dieci posizioni del kamasutra insieme alla sua Pupa, con tanto di primi piani anatomici? Il che è fantastico da vedere, soprattutto se la Pupa è quella spaventevole gnocca senza testa (stavolta davvero) che sappiamo; ma quando vado a leggere di una multa di 650mila euro per un cartone animato farcito di "espressioni volgari e turpiloquio", rido). E per la depilazione in diretta di Tiziano Ferro cosa dovremmo aspettarci?

p.s. dalle 19.30 di stasera, Splinder non sarà raggiungibile fino all'indomani per un'importante (e si spera definitiva) transumanza tecnica. Come sempre, se non ci dovessimo MAI PIU' rivedere, sappiate che è stato bello.

giovedì, 23 novembre 2006

Ragazzi morti di vita
Categoria:societĂ , scritto da stefano havana


nar1C'è una zona a Roma che si chiama Balduina. E' una bella zona: io ho cominciato a frequentarla per il Blockbuster. Ogni volta un incubo: non sapevo mai dove lasciare la macchina e riportavo i film sempre con almeno due giorni di ritardo. Per questo, dopo un po', ho smesso di andarci. Poi è arrivato il pub Elliot, le pizzette di Via Elio Donato, il centro Mercedes dove portiamo a fare il tagliando alla macchina di mio padre. Insomma è una zona che vivo - seppure moderatamente - di tanto in tanto. Ci sono stato l'ultima volta, quando?, era lunedì, lunedì notte. Avevo appena guardato in televisione "La storia siamo noi", trasmissione condotta da Giovanni Minoli, che aveva come argomento del giorno la realtà dei NAR, Nucleo Armato Rivoluzionario: la storia del giudice Amato in una ricostruzione storica e giornalistica convincente, leggera, senza fronzoli. La storia (anche) di "Giusva" Fioravanti, Francesca Mambro e i soliti noti.

La storia di questi ragazzi (a proposito di giovani con le kappa e i videofonini...) che la mattina si svegliavano - magari era una mattina soleggiata - e andavano a guastare l'ordine pubblico, andavano a sparare alla gente, andavano ad abbattere certi lampioni, si mettevano in tasca le pietre quando non avevano (raramente) le pistole. Pare che volessero ammazzare pure Cossiga. In sede di processo, Fioravanti spiegò che, in particolare l'omicidio di Amato, era servito per far capire alla polizia, alla magistratura, allo Stato compiacente che avevano perso degli amici: sappiate che da oggi in avanti sarà guerra anche con voi. Ecco, era questo il senso. Dentro c'erano anche Dario Pedretti, Alessandro Alibrandi, dentro c'era gente che faceva parte della P2 e che, poi, in futuro, sarebbe stata trovata decapitata, per dire. Di questo parlava la trasmissione di Minoli, l'altra sera: di questo movimento formato da giovani nati più o meno negli anni Sessanta; di questo movimento di estrema destra, un movimento neofascista.

nar2Stavo lì a casa di F., le accarezzavo i capelli, quelli più teneri e soffici vicino alla tempia mentre lei dormiva, e pensavo a un sacco di cose, veramente tante. Dice che alcuni tra i principali "covi neri" li scoprirono a Via della Balduina e proprio in Via Elio Donato - la mia via delle pizzette - furono eseguiti alcuni dei più sanguinosi delitti di un paio di giudici e di almeno un magistrato. Gente che è morta, lì, dove io faccio le briciole la notte. Gente che è morta, lì, dove io sono passato ubriaco o innamorato tante di quelle volte.

Ecco, me ne sono andato con la macchina a fare un giro in quella zona per cercare di capire cosa mancasse a quei ragazzi lì. Cosa ci fosse di così sbagliato in QUELLA società al punto di spingerli a tanto. Possibile che QUELLA società fosse più sbagliata di quella attuale? No, dai: non ci credo. Dico, guardatevi intorno: guardatevi intorno, leggete i giornali. Guardate chi va in tv, guardate: non ci sarebbe già tutto per fare come loro? Mica sto istigando niente. Sto dicendo solo: che diavolo stiamo aspettando? Posto che io rispetto umanamente assai di più un Fioravanti che un Tronista, chiedo: cosa covavano quei giovani che in tutto e per tutto - nasi, bocche, capelli, camicie, basette - erano come noi? Cosa avevano in meno (perché in più, di sicuro, non avevano NIENTE)? Cosa hanno dato a noi, in questi anni, per renderci tanto addomesticati? Che tipo di veleno al cloroformio ci hanno mischiato nei caffé lungo tutto questo tempo? Non rimane più nessun "Giusva" in questo pianeta? Ed è un bene? L'ultima parvenza di idealismo (un po' confusionario) l'abbiamo davvero avuta con Carlo Giuliani? E' la piazza con i palloncini la risposta allo spontaneismo armato che c'era un giorno? Il fatto che oggi la gente manifesti senz'armi e senz'anima è una conquista o una rinuncia?

narHo paura che stiamo affogando di vita. Stiamo annegando nella comodità. Forse è questo? Servono degli eroi molto più eroi di un tempo per lasciare sotto al letto le scarpe da ginnastica costose e indossare gli scarponcini da guerriglia. Servono anime più spesse, robuste.

Di certo non può servire una società peggiore di questa a movimentarci. Siamo già al fondo, anche se limite al peggio - è chiaro - non c'è. Ecco il motivo per cui, dopo aver guardato la trasmissione con F. stanchissima accanto a me, sono andato a fare un giro in zona Balduina. Non lo so: se dovessi dire il motivo REALE per cui ho voluto esprimere così la mia riflessione esistenziale, ebbene non lo so (magari avevo solo voglia di pizzette); ho guardato i palazzi, ho guardato i negozi. Dice che lì, al civico 223 sono successe certe cose; adesso c'è un negozio non ho capito bene di che. Ho ridisceso via delle Medaglie d'Oro con la macchina in folle: si sente meglio il rumore dell'asfalto sotto le ruote. Ho girato a destra per Via Elio Donato e non ho resistito: ho comprato due euro di pizzette bianche e me ne sono andato via con quel cartoccetto marrone. Ho sorriso a un cane, un barboncino che saltellava come un grillo. Sono risalito in macchina e, dopo la manovra, ho addentato la mia prima pizzetta bianca: buonissima. Al semaforo ho guardato la mia pizzetta bianca addentata per metà: c'era la perfetta mezzaluna del mio morso impressa sopra. Sembrava Pac-Man.

nar3Ho guardato ancora un po' la mia pizzetta in mano: ho guardato anche i cartelloni pubblicitari dei centri dimagranti e un bel po' di finestre accese alle due di notte. Ho finito la mia pizzetta con un altro morso e, per un attimo, ho perduto la concezione del bene e del male: se sia meglio un ragazzo che ammazza un altro lanciandogli un sasso dal cavalcavia o se sia meglio Fioravanti che spara a bruciapelo spargendo cervello per motivazioni radicate, precise e rispettabili; se siano meglio 27 ergastoli oppure cambiare la Costituzione. Ho frugato nel cartoccetto marrone e ho afferrato un'altra pizzetta: l'ho guardata per qualche secondo, abbandonando la vista della strada, e ho provato la sensazione che, solo volendo, un sacco di cose - veramente tante - le avremmo potute cambiare.

mercoledì, 22 novembre 2006

Ballata del bullismo posticcio
Categoria:societĂ , scritto da stefano havana


A proposito dei gravi atti di bullismo sparati in prima pagina da "la Repubblica"...

... Ecco cosa succede nelle scuole italiane, mentre i giornalisti giocano a fare i detectives. Gli studenti si torturano, come potete vedere, oppure si danno ad episodi di gravissima amoralità...

... O ancora saltano in piedi sul banco pregiudicando la salvaguardia fisica di loro stessi e di chi sta intorno...

"Praticano gesti estremi che inneggiano evidentemente al fondamentalismo islamico e all'elogio dell'automartirio...

"Insomma, bene ha fatto "la Repubblica" a setacciare YouTube nel complicato intento di trovare nuove testimonianze della decadenza intellettuale della nostra società. Spero che, adesso, vogliano magari approfondire il discorso, interpellare antropologi, luminari, studiosi e che finalmente si cominci a PARLARE del problema, invece che spettacolarizzarlo per esigenze di tiratura.

scimmie

mercoledì, 22 novembre 2006

Un breve addio
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


altman"Sarà banale, ma il mondo del cinema è cambiato moltissimo. I registi che mi hanno formato, i Fellini, i Kurosawa, i Bergman, sono ormai per i libri di storia perché non rientrano più in questo modello di cinema concepito per i quattordicenni. Bisognerebbe togliere i soldi ai teenagers, proibire loro di andare al cinema. Gli studios sono in mano a dei businessmen, dei banchieri che mirano al grande botto, possibilmente al primo weekend di programmazione. Le cose stanno cambiando. E siccome non mi metto a cercare di indovinare dove andremo, continuo a lavorare su ciò che mi interessa. Non posso cambiare. E comunque non ne ho il tempo".
Robert Altman

(qualche mese fa scrissi un post che non c'entrava molto col cinema ma che, alla fine, andò a parare proprio sul regista americano da me amatissimo. Questo mi solleva dal senso di colpa che mi pervade ogni volta che mi trovo a ricordare qualche artista troppo tardi. Vi ripropongo il link, appunto)

martedì, 21 novembre 2006

Essere bulli oggi (fa audience)
Categoria:societĂ , scritto da stefano havana


bullismoLa parola della settimana è senza dubbio: bullismo. Posso dire? Non mi fanno né caldo né freddo questi ragazzi che la Repubblica ha deciso di voler sbattere in prima pagina da qualche giorno a questa parte, immediatamente dopo il fatto (stavolta vero e concreto) dei maltrattamenti ai danni dell'handicappato. Guardo e riguardo le immagini ordinate in comode gallerie e le trovo immensamente più degne, divertenti e innocenti di tutto lo spazio dato al matrimonio di Tom Cruise (altro argomento da sviscerare, prima o poi).

Bulli mi sembrano questi de la Repubblica, piuttosto, che in poco tempo ne combinano di cotte e pure di crude. Rubano lo scoop a Giornalettismo (un blog serio che vi consiglio di leggere ogni tanto) - sull'episodio di cui sopra (ragazzo down VS. studentelli filonazisti minorenni)  - e poi decidono di rilanciare la cosa e passano al setaccio Youtube e Google Video (lunga vita) alla ricerca disperata e sconcia di ALTRI prodotti simili. Ne trovano, come detto, e da allora è un perenne al lupo al lupo; si aprono forum, si lanciano blog ad hoc. Interviene Prodi, interviene Fioroni, arrivano le associazioni maledette dei genitori che fanno più danni della camorra, i video vengono estirpati dalla rete e, volendo riassumere il tutto, esplode un incendio con i controcoglioni per colpa di un cerino, forse meno. Direi proprio per colpa di un bel Niente con la enne maiuscola (ragazzi che fanno casino in aula, spacciati per temibili bulli da prima pagina, aiuto aiuto).

Riportare video (o foto grabbate da video) in cui vengono mostrati giovani puntare pistole giocattolo contro il docente di turno (giocattolo, ma nei titoli la cosa non viene giammai stigmatizzata, hai visto mai...), organizzare scenette divertenti (divertenti) in cui c'è chi dà dei colpi di registro violentissimi sulle schiene dei compagni (tutto organizzato, è un set, vale un film di John Woo, e questo viene pure detto nella didascalia delle foto: "Guardate che è finto", non nei titoli però), arrivare di soppiatto alle spalle del prof e mettergli in testa un foglio di giornale; tutto questo - dicevo - riportare questa roba e gridare è uno scandalo! con tale sconcertante facilità, mentre i giovani soffrono e muoiono davvero, nel frattempo, di anoressia, bulimia, depressione, guerra, rapina, di Napoli perfino, i giovani muoiono perfino di questa nuova malattia che si chiama Napoli - malattia nel cui brodo primordiale sono nato, per altro, e vi ho lasciato a bollire amici e parenti - dire guardate come sono i giovani d'oggi e mostrare questi video INNOCENTI in cui quattro scemotti giocano ai grandi registi in classe, ecco, vorrei sapere

a
che
serve?

Non è il gradino più basso raggiungibile della deontologia professionale e umana, forse? Io facevo di peggio in classe. Noi facevamo di peggio: pestaggi, pantaloni della tuta calati, spinelli, droghe, risse, libri strappati ai compagni più deboli, botte da orbi, scherzi da caserma a volte pesanti, occhi neri, orecchie sanguinanti: l'unica differenza è che noi eravamo giovani (no, eravamo bulli) quando non c'erano i videofonini, quando non c'era questa meraviglia che è Youtube, quando non c'era proprio l'abitudine o il pensiero di finire in televisione. Maria De Filippi non era ancora Maria De Filippi e le bambine non crescevano con le ossa in bella vista e mezzo chilo di patata di fuori; i giovani non abbandonavano gli studi o i corsi professionali per tentare la scorciatoia del Grande Fratello. Si era bulli tra quattro mura e un crocifisso e se qualcuno ci sputava su quel crocifisso oppure lo usava a mo' di frisbee, nessuno se ne curava, non certo un servizio del Tg: ci facevamo tutti quanti i cazzi nostri e le cose si risolvevano a casa, in stanza, in Parrocchia, a pugni. Non a colpi di videofonino: e siamo venuti su migliori, a occhio e croce, di questi qua che si fanno strada a colpi di kappa e sanno tutto sui blog ma niente sulla vita.

Si chiamava Luigi, stava in classe mia alla scuola elementare, e giuro che gliene abbiamo fatte di più gravi che quelle pacche sulle spalle fra le risate generali che la Repubblica spaccia per Gravi Episodi di Violenza. Questo Luigi aveva un fungo sul dorso della mano, una cosa molto brutta a vedersi e noi tutti non lo facevamo neanche avvicinare. Scappavamo dietro ai banchi e gli lanciavamo le cose. Gliele lanciavamo addosso, si faceva sempre la ricreazione da solo. Andava proprio così: avevamo forse dieci anni con dei grembiuli blu e quando Luigi arrivava, noi diventavamo dei diavoli, volavano gli astucci, gli dicevamo che faceva schifo e che doveva starci lontano con quella mano orribile. Eravamo noi, ero io: eravamo bambini violenti senza ragione. Eravamo violenti senza telecamere e senza Internet. Ghettizzavamo, facevamo razzismo; avevamo un sacco di idee e quasi tutte sbagliate. Gli abbiamo resa la vita impossibile, ma non c'erano i videofonini e la Repubblica s'è dovuta accontentare di Mani Pulite o della caduta del Muro di Berlino.

E' questo il bullismo o un professore che si presenta con tre ore di ritardo a una sessione d'esami universitaria? E' questo il bullismo oppure il carcere per una canna il giorno del compleanno del tuo migliore amico? E' bullismo questo, oppure è bullismo l'opera di un quotidiano che prima ruba una notizia e poi la rilancia ("Guarda le sconvolgenti foto tratte dai video scovati da Repubblica su Internet!") sbattendo in prima pagina un mostro che non esiste nemmeno?

update: il mostro esiste e, guarda caso, stava dietro la cattedra

lunedì, 20 novembre 2006

A forza di essere vento
Categoria:societĂ , scritto da andy capp


Bambina RomMirko ha compiuto undici anni lo scorso mese di agosto e da quest'anno non va più a scuola. Ogni mattina si alza alle sette per andare ad occupare il semaforo di piazzale della Radio. E' il suo nuovo lavoro, quello che gli ha trovato Zlatan, fratello di sua madre, dopo tanta fatica. Conquistarsi quell'incrocio non è stato facile per suo zio, che si è beccato anche una coltellata dal gruppo di nordafricani che lo controllava prima. Per questo la sua famiglia gli è molto riconoscente. Mirko è un ragazzo timido e le sue origini non l'hanno mai aiutato a superare le situazioni di imbarazzo. Era stato lui in terza elementare a portare i pidocchi in classe. E da quella volta le mamme dei suoi compagni non l'hanno mai visto di buon occhio. Ma le condizioni nel campo dove vive sono quelle che sono. Manca quasi sempre l'acqua corrente, mentre la luce c'è un giorno sì e uno no. Anzi, lui si ritiene fortunato perché vive tra i regolari, tra quelli che il Comune ha inserito nei programmi per la scolarizzazione. La sua amica del cuore, Sineta, vive nelle baracche abusive sorte negli ultimi anni intorno al campo. Lei la luce non ce l'ha mai.

Campo NomadiNon credeva che il suo primo lavoro sarebbe stato quello di lavavetro. Mirko ama gli animali e gli sarebbe piaciuto allevare i cavalli, come faceva suo nonno quando arrivò in Italia. Non è facile per lui, così riservato, chiedere alla gente di farsi lavare il vetro in cambio di pochi spiccioli. La vergogna è tanta, così ha pensato a uno stratagemma: disegnare un cuore di schiuma sul parabrezza delle auto in cui guida una donna. E' un trucco che di solito funziona. Il suo amico Goran, poco più grande di lui, usa metodi più violenti. Lui è diventato così rabbioso da quando tre anni fa la sua sorellina è scomparsa dal campo. Tornò a casa una sera, andò a cercarla nella sua roulotte per portarle delle caramelle, ma non la trovò. E i suoi genitori non gli hanno mai detto perché se ne fosse andata senza salutarlo.

Il momento più bello per lui è quando la dolce Nina torna dalla sua giornata di lavoro in centro, sotto la metropolitana. Ieri era andata piuttosto bene, tanto che gli aveva riportato addirittura un ipod, uno di quegli aggeggi moderni per ascoltare la musica. A Mirko piace aspettarla alla fermata dell'autobus per tornare insieme al campo. Molto spesso si ritrovano a cenare insieme. Almeno quando il papà Darko non esagera con l'alcool e si chiude nella tenda con Nina per dimenticare l'ennesima giornata passata a non fare nulla. bambino roma

Mirko è molto preoccupato. La prossima settimana tornerà suo cugino Milos dalla Bosnia perché dice di avere un affare buono da portare a termine. Deve consegnare del rame recuperato lungo i binari di una ferrovia. Ha paura che se nel campo continuano ad essere ospitati dei clandestini prima o poi il Comune procederà allo sgombero o allo spostamento e lui non vedrà più la sua Nina. Sono poche le sue certezze. Sa che difficilmente riuscirà a trovarsi un lavoro, così come sa che non potrà sposare la ragazza di cui è innamorato perché già promessa dal padre a un altro ragazzo. Non ha veri amici e non va d'accordo con i suoi anziani genitori. Non ride mai e non si diverte. A forza di essere vento il suo cuore si sta riempiendo di rabbia.

sabato, 18 novembre 2006

Ho perso la verginitĂ 
Categoria:libri, scritto da stefano havana


trentaIntanto dissento con chi ha detto che "Ho perso la verginità durante una puntata di ok il prezzo è giusto" del signor Trentamarboro è un libro adattissimo se stai in fila alla posta. Questo perché non esistono file alla posta tanto veloci: "Ho perso, eccetera" si legge in un momento e per due motivi:

1) Perché è brevissimo e l'Autore ha vergognosamente barato: non c'è una riga che non vada a capo e tutto assomiglia a un'orgia di carta sprecata per cui Greenpeace si arderebbe pubblicamente.
2) Perché scorre via che è una meraviglia.

Adesso intendiamoci: "Ho perso bla bla bla" non è una storia che resterà negli annali, però è quello che è e - soprattutto - è quello che voleva essere: una storia leggera, onesta, una storia piena di anima che racconta di alcuni giovani uomini che si vogliono bene. E' una storia che, probabilmente, non fosse stato per la casa editrice Scrittomisto non avrebbe pubblicato nessuno (può sembrare un insulto, mi rendo conto, in realtà non lo è), o almeno lo spero (anche questo può sembrare un insulto, accipicchia). "Ho perso ecc." parla del solito gruppo di soliti adolescenti che crescono nei soliti anni Ottanta e diventano adulti una solita ventina d'anni dopo quando si riuniscono per la solita rimpatriata di soliti liceali. E allora c'è uno che amava un'altra ma che non gliel'ha mai detto (e lei non gliel'ha mai data), c'è quella che era brutta e che è diventata bona, c'è quello che era odioso, quello che è rimasto lo stesso, quella che due tette così aveva e due tette così le sono rimaste. E' tutto molto solito, ma è raccontato bene. Anche Il Giovane Holden è una storia del cazzo in cui non succede MAI niente: però è il romanzo breve più bello di sempre, anche.

Trenta 018

A me, insomma, la storia è piaciuta, ecco (e non perché Trentamarlboro è un amico e lo stimo pure un sacco, nonostante sia un fascistello atipico che ascolta Guccini, o forse proprio per questo): mi sono piaciuti tutti i personaggi anche se tra di loro non si distinguono troppo. Sembra che l'autore dia voce sempre allo stesso (magari se stesso), differenziandolo ogni volta con un nome diverso: lo fa anche Woody Allen in molti dei suoi fim, quindi non è un problema. E' una storia piacevole, scritta col cuore: senza una sola bugia. Il che è raro in un mondo in cui i libri sono tutti incidenti stradali e primi piani su uno zainetto riverso sull'asfalto e bagnato di sangue e pioggia. Non c'è pornografia (nonostante il titolo), non c'è niente. Sta proprio qua il pregio migliore di "Ho perso la verginità e via dicendo": non è pretenzioso. Vuole raccontare la storia di un gruppo di giovani e lo fa: dall'inizio alla fine. Non si perde, non ci annoia (a parte le tre pagine di trascrizione di chat che sono da frattura dei coglioni, e questa la volevo proprio dire!); si ride tantissimo, ci si ritrova un sacco e si annuisce tante di quelle volte. Ecco, io non ho ritrovato certo Dostoevski, leggendo "Ho perso...", non ho ritrovato nemmeno uno dei miei autori preferiti, però ho annuito un sacco di volte, soprattutto per il paragrafo che si intitola "Killing Fellini", ma anche per parecchie altre cose (tipo il viaggio a Londra, per dirne una o una certa insoddisfazione adolescenziale ma matura che pervade il tutto).

Trenta 010

Non so se avete capito cos'è "Ho perso la verginità durante una puntata di ok il prezzo è giusto", però quello che avevo da dire l'ho detto. E cioè che è una storia onesta e intensa che vale il prezzo (basso) di copertina. Con personaggi spessi che non fanno altro che fumare, dire parolacce e innamorarsi: siamo noi, ecco. Siamo completamente noi in tutte le pagine che ci sono. Non aspettatevi un capolavoro: non lo è. Non lo voleva essere. Però potrei dirvi a memoria tutti i nomi dei personaggi: Luca, Andrea, Mattia, Fabrizio, Domiziana, Claudia I e Claudia II, Cristina. Perfino la professoressa, se mi concentro, mi ricordo come si chiamava: Migliardini? Migliorini? Una cosa simile: la professoressa che riusciva a sorridere. Un bel personaggio, anche lei. Ecco, insomma: non capita sempre questa cosa qua di ricordarsi i nomi dei protagonisti.

E' tutto.
A questo punto dovrei dirvi di andare in libreria e comprarlo, ma questo non è uno spot e io sono troppo onesto per farlo. Se proprio dovete comprare qualcosa, comprate una raccolta di racconti di David Means.

Trenta 004

naturalmente, grazie a F. che s'è prestata con ironia e pazienza, nonostante una specie di colpo della strega...

venerdì, 17 novembre 2006

Modelli
Categoria:dissenso, scritto da andy capp


CannavaroAna Reston

giovedì, 16 novembre 2006

The wild man of Borneo*
Categoria:musica, scritto da valerio roma


A Jimi Hendrix, l'uomo che ha rivoluzionato la storia dello strumento che amo...
 
jimi2Aveva una borsa con dentro pochi vestiti e un vasetto di lozione per i brufoli. Questa storia che i miti potessero avere la faccia piena di bolle proprio non mi è andata mai giù. Ma James Marshall Hendrix, quel sabato mattina del settembre 1966 in cui arrivò a Londra per la prima volta, aveva anche la crema per l’acne, oltre alla sua chitarra. Con lui c’era Chas Chandler, ex bassista pazzo degli ancora più pazzi Animals, ricilatosi a manager, a factotum, a penso-a-tutto-io.

Fu lui a notare quel negro squattrinato di ventitré anni in uno dei tanti club di Seattle, temple of rock. Suonava davanti a un pubblico modesto, ma con la chitarra non era uno sprovveduto. Chandler se lo portò in Inghilterra con una promessa da marinaio, più che da manager vero: «Vieni con me in Europa, ti farò suonare con Eric Clapton!». Che era un po’ come prendere un ragazzino da una scuola calcio e promettergli di portarlo Oltremanica per farlo giocare con George Best.
 
In Inghilterra, però, quel pazzo di Chandler qualche conoscenza ce l’aveva. A cominciare da Zoot Money, leader degli Animals, e da Kathy Etchingham, dj part-time per una radio londinese che aveva qualche contatto con alcune case discografiche. La straordinaria abilità di Jimi, quel suono così strafottente da passare per una specie di inno americano, la spiazzò: Hendrix, che era ospite a casa di Zoot, passava tutto il giorno a suonare una vecchia acustica, dato che non riusciva a usare lo stereo di casa come amplificatore per la sua Fender.

fenderVentitré anni e una chitarra elettrica. Hendrix cominciò subito a farsi notare nei club londinesi come solista: per quella sua capigliatura improponibile, gli affibiarono il soprannome di “Wild man of Borneo”, troncato poi a wild man, selvaggio. E i ragazzacci, si sa, attirano le ragazze. Jimi e Kathy restarono insieme un paio di anni: strano per uno capace di portarsi a letto anche tre ragazze alla volta. Proprio lei, in una celebre intervista, ammise senza troppi giri di parole: «Jimi usava le ragazze come le persone fumano sigarette. Fu lui che inventò il soprannome "Aiuto per le band" per le groupies che gli ronzavano attorno. Lui non doveva cercarle, erano loro a trovarlo».
 

Capitò che Chas avesse la possibilità di mantenere la promessa su Clapton. The God, come era soprannominato il chitarrista dei Cream, suonava con il suo gruppo al Polytechnic: Hendrix era arrivato da una sola settimana a Londra. C'era da giocare con Best, lui lo avrebbe fatto. Raggiunsero il Polytechnic e Jimi, senza nessun tipo di paura, chiese a Clapton se potesse jammare. Nessuno si sarebbe mai sognato di chiedere un'audizione alla migliore band della Gran Bretagna in quel momento. The wild man collegò la sua Fender a un amplificatore per basso e cominciò il suo show: Clapton, Ginger Baker e Jack Bruce restarono a bocca aperta. The God non poteva credere ai suoi occhi.

Questa è la storia di un mito, di uno che non aveva paura, di un genio, di un folle, di una persona completamente ingestibile. La storia di uno sconosciuto americano che, in una settimana, incontrò Dio e lo fulminò con una Fender.
 

*post ispirato da "The legend of Jimi Hendrix" di Charles Cross.

mercoledì, 15 novembre 2006

La strategia della tensione
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


1"La finestra sul cortile" non è assolutamente il mio film preferito, ma quando penso al Film Perfetto (oppure quello a cui gli riesci a perdonare tutto) ecco che penso a "La finestra sul cortile". Ho una passione per Alfred Hitchcock che mi nasce da quando - piccolino - guardavo la serie Tv da lui prodotta "Alfred Hitchcock presenta...". Erano cortometraggi in bianco e nero diretti da vari registi (a uno di questi si ispirò Quantin Tarantino per l'episodio conclusivo del meraviglioso "Four Rooms", quello della scommessa nella stanza d'albergo e del dito tagliato) e pure se Hitch, in tutto questo, ci aveva messo nient'altro che i soldi, la firma e il prestigio, io mi appassionai a lui e non ai vari registi che di volta in volta firmavano quei brevissimi episodi (che oggi vanno in onda tutte le notti sull'imprescindibile Fox Crime, all'una passata).

3"La finestra sul cortile" lo riguardo sempre volentieri. La scorsa notte, per esempio, ho messo su il dvd e l'ho guardato e, come al solito, l'ho trovato un film perfetto. Appassionante e pieno di quei crismi hitchcockiani di cui andiamo letteralmente pazzi noialtri, suoi ammiratori. Il cinema di Hitch non è affatto un cinema moderno, non lo è mai stato: la sua inconcepibile passione per girare sempre e solamente in interni ha dato alle sue pellicole quel tocco vintage poco emozionante dal punto di vista visivo. C'è una scena in "Marnie", quando Sean Connery arriva alla casa di Tippy Hedren, in cui si vede troppo bene che siamo dentro a un teatro di posa e che quella nave e quel porto sullo sfondo sono in realtà un dipinto e che i bambini stanno saltando la corda davanti a uno schermo tutto blu, ridisegnato poi in postproduzione. Eppure "Marnie" è un film in cui i personaggi sono talmente tridimensionali, loro sì, le vicende così appassionanti che non ci fai più caso, giustifichi tutto, dici "fa niente, vai avanti ti prego". Ne "Gli uccelli", la collina verde  - dove Tippy Hedren e Rod Taylor bevono un cocktail prima dell'attacco dei volatili ai bambini - è talmente finta, posticcia, di cartapesta che se non fosse un film di Hitchcock (e se nell'aria non ci fosse l'imminenza di qualcosa di catastrofico e terribile) uno spruzzerebbe il caffè sul televisore per le risate.

Così ne "La finestra sul cortile": il famoso cortile del famosissimo condominio è tutto in 4un teatro di posa. Pure lo scorcio di strada che si intravede sulla sinistra è finto anche quello, una quinta perfettamente riadattata a frammento di strada. Inizialmente Alfred voleva girare in un condominio a Greenwich Village, ma poi ci ripensò e si fece costruire il tutto in scala e all'interno di un grande magazzino: nel film la cosa si nota, non c'è niente da fare. La luce del sole sembra la luce del sole di un film sulla guerra atomica, una specie di follia allucinata tra il giallo e il viola. I lampi sono nient'altro che potenti fari che si accendono e spengono sui volti degli attori, ma tutto è talmente perfetto ne "La finestra sul cortile" che tu non ce la fai a pensare a queste cose. Ci pensi adesso, ecco, se per caso ti viene voglia di scrivere due righe su un film che ti ha dato tanto, ma NON mentre lo guardi. Mentre lo guardi ti perdi a favoleggiare sulle micro-storie che ci stanno dietro: la ballerina che fa colazione saltellando in mutande, gli sposini che non fanno altro che trombare dietro le tende chiuse (ma che poi, alla fine, riescono a litigare), quei due che dormono su un materasso posizionato in balcone per il troppo caldo di quell'estate che nessuno avrebbe più scordato, il musicista solo e disperato che organizza grandi feste e che poi si incontrerà con Cuore Solitario al piano terra (una donna, mirabilmente costruita, che si trucca pesantemente e che finge di cenare in compagnia di qualcuno che non siede da nessuna parte e che proprio dal suo principe azzurro verrà salvata dal suicidio); naturalmente il terrificante Mr. Thorwald (interpretato da Raymond Burr, il Perry Mason della televisione), l'omicida Mr. Thorwald. Così pure il sottotesto relativo ai personaggi di Lisa Freemont e della cameriera Stella; non c'è un personaggio, anche il più insignificante, perfino quello che non parla mai (il cagnolino, addirittura), non ce n'è uno in questo film perfetto che non abbia spessore narrativo. Tutti hanno qualcosa da dirci e ce la dicono per intero, senza troppe parole, spesso con l'ausilio di nessuna parola. Che cos'è che fa una cosa così, se non il film perfetto?

5Mi ricordo una scena micidiale in uno dei miei film di Hitch preferiti, vale a dire "Complotto di famiglia": parla di una vecchia ricca che si rivolge a una chiaroveggente al fine di ritrovare un nipote scomparso a cui vorrebbe lasciare tutti i suoi averi in eredità. Insomma c'è questa scena al cardiopalma che si svolge in macchina: i protagonisti si accorgono di essere senza freni (un sabotaggio) e noi assistiamo in soggettiva alle peripezie a cui è costretto il guidatore lanciato ad altissima velocità per evitare passanti, motociclisti, altre auto e la morte stessa. Naturalmente è tutto finto: si vede benissimo che è un filmato che scorre e che i due attori sono chiusi in una macchina in realtà immobile in qualche studio cinematografico. Però ti prende: ti fa stringere i pugni intorno al telecomando e ti lascia così, finché non arriva il climax. E' una cosa micidiale: anche quello è un film quasi perfetto, perché a fronte di pachidermici tecnicismi (come appunto questo della macchina) ti coinvolge con una trama spessa così e una recitazione da fare impallidire i Premi Oscar di oggi.

E' pur vero che quando guardiamo un film, per definizione, sappiamo già che si tratta di finzione. Ma se stiamo guardando il King Kong di Peter Jackson, la sospensione della credulità è facile: con 300 milioni di dollari e i migliori grafici del pianeta sono capace pure io (ma lunga vita a Peter, uno dei più visionari e bravi registi di oggi). Hitch, invece, ti metteva lì dietro un dipinto, pure raffazzonato, e ti diceva: "Guarda che è tutto vero", e tu gli credevi. Magari storcevi un po' il muso, facevi lo gnorri ma poi ci credevi. Non è mai l'idea (Hitchcock non ha diretto un solo film che non provenisse da un racconto o da un romanzo: non c'è un solo suo soggetto originale), ma è il modo in cui viene raccontata.

La mia personalissima top five dei film più belli di Alfred: 

1 - La finestra sul cortile (1954)
2 - Complotto di famiglia (1976 - ultimo film del Maestro)
3 - Psyco (1960)
4 - Frenzy (1972)
5 - La donna che visse due volte (o Vertigo) (1958)

Mi rendo conto che ho lasciato fuori Gli uccelli (1963),  Marnie (1964), L'uomo che sapeva troppo, Nodo alla gola (1948) eccetera. Ma quelli che ho incluso nella classifica mi hanno dato quel non so che in più che, a volte, fa la differenza (e che non si sa che cosa è).

martedì, 14 novembre 2006

Prigioni inventate
Categoria:societĂ , scritto da stefano havana


prigioneQuesto post nasce da quest'altro post. Tutti e due si rifanno alla trasmissione Mediaset "Altrove - liberi di sognare": non mi ripeterò, perché quanto avevo da dire l'ho già detto - appunto - in quest'altro post. La cosa che è successa è che mi hanno scritto persone, nei commenti e privatamente, che hanno trovato nel mio sfogo anche il loro sfogo. Pare (almeno pare dal mio microscopico campione) che questra trasmissione di Maurizio Costanzo abbia provocato vera e autentica Indignazione nei cuori di chi osserva, spesso impotente. Siccome questo è il luogo dove il non-detto muore e si trasforma in detto, ho raccolto due di questi sfoghi e, con il consenso degli autori, ho pensato di riportarli qui sperando di interessare chi già s'era interessato. Si parla di prigioni e di detenzione: si parla di prigioni VERE e di detenzioni AUTENTICHE, non di quella porcheria strumentale mostrata dalla trasmissione in questione (che era stata annunciata - in sede di presentazione - come "tutto, tranne che un reality show").

La prima testimonianza è di un lettore che chiameremo 3scalini. E' uno che in carcere c'è stato ("Ho truffato un po' di gente", ha spiegato di se stesso) e che dal carcere è uscito: quindi il suo debito l'ha pagato e oggi è esattamente una persona che vale me o te o te.

Di cosa ti sorprendi Stefano? Di vedere l'ennesima merda in tv o di vedere che l'ennesima merdata è di Costanzo?
Lì dentro si sta male e basta... E' verissima la storia delle sguardo che ti rimane anche quando esci, ed io sono quattro anni che ogni giorno mi vedo allo specchio e quegli occhi pronti sempre a sbarrarsi sono sempre lì... Come se all'improvviso dovessi stringere tra le chiappe uno spillo... Non è impossibile purtroppo. Io però con la droga non c'entro niente... Ho solo truffato un pò di gente e, credetemi, non me ne vergogno nemmeno un po', perché ho fregato sempre gente che nel fregare i poveri morti di fame (grazie all'euro, eccetera) ha costruito case, fortune, pozzi e miliardi... E lì dentro ho sempre difeso la mia non innocenza, o meglio, "colpevolezza", in attesa di un lungo giudizio... Ragazzi, li dentro si sta una merda, però l'eperienza umana è incredibile. Personalmente penso che nella vita le esperienze umane siano tre.

La prima è quando nasci e dici: "Che mondo troverò qua fuori?". (e anche se sei appena nato, secondo me lo dici davvero) La seconda è quando credi di morire e ti rinchiudono in un "due per tre" a godere dell'ottimo slang rumeno e di un'aria leggermente viziata... Sì, anche le seghe ti fanno compagnia... Tante, cazzo: veniteci voi! La terza è quando sei fuori e ti manca quel mondo lì dentro: ci lasci persone che ti hanno dato qualcosa... E' dura ricominciare... Provi a rinascere... E oggi, che finalmente ho un lavoro (straprecario, ripeto), ancora mi giro, guardo dietro con la mente e penso ad Andryj, chissà se a lui mancherà il mio "A regà, nnamose a fa du' tocchi col pallone"? Lì sì che mi sentivo un vero romano... A me lui, un po' manca...

Volontariamente salto la descrizione delle cose che si perdono stando dentro... Costanzo non capirebbe mai... Ma vi dico, a chi può essere utile: ragazzi, statevene a casa. Prendetevi la libertà di aprire una finestra e guardare che cazzo di tempo fa oggi e se dovete "uscire" con l'ombrello...non sono qualunquista, sono uno che in quel "reality" c'ha partecipato...

L'altra testimonianza è della lettrice e blogger absolutelyfiction, che in carcere ci ha invece lavorato.

Vuoi una testimonianza di chi in carcere c'è stato? Eccomi qua. Testimonianza incompleta, perché non sono stata lì "ospite" ma solo testimone. Ho lavorato per tre giorni di seguito dentro S.Vittore (ovviamente non di notte) e per altri giorni - non ricordo quanti - dentro il carcere di Poggioreale. Ho parlato con una quantità enorme di persone, di tutti e due i sessi. Ho parlato anche con madri che avevano al seguito bambini sotto i tre anni. La mia testimonianza risale a una decina d'anni fa, ma le cose non credo siano cambiate di molto, basta leggere i giornali.

La realtà della vita dentro un carcere italiano è contraddistinta da una parola precisa: sovraffollamento. Tutto il resto sono, con rispetto parlando, seghe (categoria nella quale infilo volentieri il programma di Costanzo, pur non avendolo mai visto). Quando sei costretto a dividere una cella di tre metri per due con altre cinque persone, tutta la tua vita subisce le conseguenze di questa situazione: nel male, e se c'è anche nel bene.
L'altra parola chiave è droga: stanno dentro tutti - e dico tutti in termini rilevantemente statistici - per detenzione o spaccio o reati connessi alla droga. Altra parola: presofferto. Il tempo presofferto è quello passato in attesa di giudizio. In italia puoi passare anche anni in attesa di giudizio. Ancora: società. quella carceraria è una società, e così viene indicata da tutti: detenuti e operatori del settore. La società carceraria risponde alle sue regole, che non sempre coincidono con quelle della società che conosciamo noi qua fuori. Poi: innocenza. In carcere sono tutti innocenti. Vai dentro, parla con chi vuoi: non troverai nessuno disposto ad ammettere di essere colpevole. Sì, qualche ergastolano passato in giudicato su tutti e tre i livelli da dieci anni, magari. Quello che per anzianità e buona condotta si è messo l'anima in pace, si è organizzato e ha pure la cella singola. sono pochi, pochissimi rispetto a tutti gli altri. ma niente di più.
Ultima considerazione: lo sguardo. Un detenuto, dopo un tot di tempo passato in carcere, assume uno sguardo particolare che purtroppo non ti so descrivere perché bisogna averlo incontrato, quello sguardo, per capire. Ti posso solo dire che quello sguardo non gli va più via, neanche quando esce. L'ho incontrato spesso, quello sguardo, quando magari ho visto uno di loro intervistato in tv, o l'ho incrociato per strada negli occhi di un tossico (ecco: quello sguardo è simile a quello di un eroinomane. In ogni caso, è lo sguardo di una persona che vive o ha vissuto in gabbia: una pupilla mobilissima, un'attitudine a sbarrare gli occhi in alcuni momenti per sottolineare quello che sta dicendo e fermare, anche solo per un attimo, quell'eterno fuggire almeno con la testa).

Ringrazio anche lui che mi ha consigliato numerose e interessanti letture. Grazie per aver scelto di non tacere.

lunedì, 13 novembre 2006

Una canzone per te
Categoria:musica, scritto da andy capp


Come si fa a non amare una donna che mentre sorride abbassa gli occhi un istante? Ci sono alcuni immagini nei testi delle canzoni italiane che ti restano nella memoria e nel cuore. A volte penso che uno dei piaceri dell'essere innamorati è di rivedersi in qualche testo. Ci sono situazione in cui si farebbe molto prima se lei tornasse vestita soltanto di un bicchiere, ma quando una è un po' nevrotica, però simpatica, allora non è difficile amarla perché non chiede mai e non se la prende se poi non l'ascolto.

Tra i testi d'amore che preferisco ci sono quelli di Vasco Rossi e non mi dispiace qualche immagine di Ligabue prima maniera. Del resto quando sei innamorato forse capiterà che ti si chiuderanno gli occhi ancora. Poi ci sono i grandi classici come Battisti o De Gregori. Ad esempio io lavoro e penso a te e non resisto a quella foto in cui sorridevi e non guardavi. Come si può passare una notte serena se per sognarti, devo averti vicino, e vicino non è ancora abbastanza?

Certo, questi sono versi e parole che vanno bene per i momenti belli. Ma ci sono gli specialisti anche degli amori finiti, che parlano degli innamorati che non si arrendono e di quelli che sono consapevoli. Maestro in questi casi è Faber, l'amico fragile. Per te che credi di poter fare a meno di me un giorno qualunque ti ricorderai, amore che fuggi da me tornerai. Tu che invece riesci a vedere oltre e capisci che non c'è più niente da fare maturi la consapevolezza che come fan presto ad appassire le rose così per noi...

Le stelle stanno in cielo e i sogni non lo so, ma se guardi con quegli occhi grandi forse un po' troppo sinceri che fanno vedere quello che pensi, stai sicura che se non trovo in te la tenerezza che non ho, [...] non sarà facile ma sai si muore un po' per poter vivere. Arrivederci, amore ciao...

venerdì, 10 novembre 2006

Gnocche sì, ma con la testa
Categoria:televisione, scritto da andy capp


annozeroSarà pure una gnocca con la testa, ma io Rula Jebreal proprio non la sopporto. Scusate lo sfogo, avrei dovuto occuparmi di tutt'altro in questo post, ma ho fatto l'errore di mettermi a scrivere con la televisione accesa su Anno Zero, il nuovo programma di Michele Santoro. Lo ammetto, il vecchio Micheluzzo ha perso un po' di smalto. Non tanto lui, sia chiaro, ma la trasmissione a mio avviso non è all'altezza dei vecchi programmi. Sarà perché mancano giornalisti come Riccardo Iacona (in assoluto tra i più bravi in Italia) o forse perché non c'è più il nemico Berlusconi da attaccare. Almeno questo potrebbero sostenere quelli che non l'hanno mai sopportato. Io, che invece l'ho sempre seguito, dico che il difetto è un altro.

Nella puntata di ieri si parlava di integrazione, Islam e identità. C'erano in studio la Santanché e il Ministro Ferrero oltre ad alcuni cittadini di Padova. La novità di quest'anno sono infatti le inchieste sul territorio con i protagonisti dei reportage che partecipano al dibattito in studio. Di solito viene scelto un grande tema, introdotto da un grosso fatto di cronaca. Ieri era il caso di Via Anelli a Padova. Non so se avete presente la storia del muro che divide una zona residenziale da un complesso popolare occupato da marocchini e nigeriani dediti allo spaccio. In quel comprensorio la tensione sociale è alle stelle, il degrado ha svalutato un quartiere piuttosto centrale e residenziale e la popolazione è arrivata al limite della sopportazione. Gli immigrati spacciano, si drogano, sporcano e sono arroganti. Mi chiedo: che senso ha andare da una vecchietta veneta a domandarle se vuole che le si costruisca la Moschea sotto casa? Cosa risponderebbe il gornalista se si trovasse nella condizione della signora?

Beatrice BorromeoA mio avviso Anno Zero sta sbagliando qualcosa. Che cosa si vuole dimostrare? Che gli italiani sono razzisti? Che i cattolici non amano il prossimo loro come se stessi? Eventualmente, non spetta ai giornalisti dimostrarlo. In Italia c'è un reale problema di integrazione che riguarda sia il nord, che il centro e il sud. Continuare a sposare posizioni politically correct solo perché fa molto di sinistra è un atteggiamento a mio avviso che porta a pochi risultati. E questo dovrebbero capirlo anche i politici fermi su certe posizioni o che si intestardiscono su argomenti che coinvolgono una cerchia di quindici persone. La gente, er popolo, è esasperato. In alcune aree, penso ai quartieri più disagiati delle metropoli, c'è un effettivo disagio verso gli immigrati, una sofferenza che andrebbe analizzata più a fondo e che va oltre le solite posizioni del leghista bergamasco tutto grappa e badileButtarla in caciara con il cattolico che si dice credente ma non praticante o continuare a dare spazio a personaggi del mondo musulmano (ma non è il caso di Santoro) che si presentano in studio con