giovedì, 30 novembre 2006
Ho sputato nella giacca di una ragazza
Categoria:noi e le donne, scritto da valerio roma
L'ho fatto perché lei se lo meritava. Per un puro e onesto sentimento di rivalsa personale. Ho sputato nella giacca di una ragazza. Tranquilli, non lo avevo mai fatto e non credo che lo rifarò mai più. Sono una persona piuttosto sana di mente. Solo che lei se lo meritava, l'ho già detto. Bando ai preamboli, passo subito a raccontarvi come è andata.Già pregustavo interi pomeriggi a correre mano nella mano in spiaggia. Il mio sogno, però, è stato spezzato da un tipo piuttosto bruttino, con gli occhiali e con un'aria decisamente da piattola, che si è subito avvicinato a lei (e a me). Questo tizio ha cominciato una cantilena per invitarla ad andarsi a sedere più avanti, dove stava studiando: il suo rifiuto, però, è stato netto, quasi scocciato. Allora è cominciato un fitto conciliabolo: io, cercando di farmi i cazzi miei, ho continuato a leggere il mio libro, senza badare troppo a quello che dicevano. Tant'è che a un certo punto avrei voluto dire a entrambi: «OH, MA PERCHE' CAZZO NON VE NE ANDATE DI FUORI A FARE TUTTA 'STA CACIARA?».
Avrei voluto, perché ho fatto appena in tempo a girare la testa verso di loro per vedere il ragazzo urlarle: «MA NON CAPISCI CHE MI SONO INNAMORATO DI TE?». Gelo in sala, ghiaccio sui vetri della biblioteca. Tutti, in quel momento, erano girati verso di noi, compresi gli occhi meravigliati di quello che mi stava davanti. Lei si è alzata, è scappata verso l'uscita e lui le è corso dietro. Intanto, nella testa dei presenti, compresa la mia, suonava a tutto volume Sei uno sfigato degli 883. "Che figura di merda", abbiamo pensato. Di certo, una scena così all'università non mi era mai capitata.Ma il bello è venuto dopo. La ragazza si è tranquillizzata e ovviamente è tornata a sedersi vicino a me (adesso, finalmente, capivo il perché di tante attenzioni). Solo che la mattinata, fino all'ora di pranzo, è stata un viavai di suoi amici e confidenti che venivano lì vicino a farsi raccontare cosa era successo poco prima. Beh, avreste dovuto vederla mentre, con la sua faccia da cazzo, prendeva per il culo quel ragazzo. Dico, lui già si è aggiudicato con un mese buono di anticipo l'edizione 2006 del premio "Figura di merda in Facoltà", che bisogno c'era di mortificarlo ancora agli occhi dei loro amici in comune. Poi, cazzo, ti ha detto che ti ama, mica ti ha chiesto di prestargli trentamila euro. Tra l'altro, tutto il casino che faceva mi ha impedito di concentrarmi nello studio, cosa che mi ha fatto girare non poco le palle.
Ho cominciato a covare un sentimento di rabbia. "Quanto vorrei fargliela pagare", pensavo. E allora, a nome di tutti gli uomini della terra, ho agito. Verso le 13, con la biblioteca mezza vuota per la pausa pranzo al bar, mi sono vendicato. Assicurandomi che nessuno mi vedesse, ho preso il giubotto che aveva lasciato sulla sedia e ci ho sputato dentro, strofinando due estremità per spalmarlo su tutta la schiena. Sono sicuro che, in quel momento, ho assunto l'espressione più furtiva e meschina che il mio volto sa riprodurre. Lei ovviamente, quando è risalita, non si è accorta di nulla.
Lo so, sono un bastardo: certe cose non si fanno. Ma ho pensato alla delusione di quel poveretto, al fatto che avrebbe voluto farlo lui. Sono stato il suo braccio e neanche lo conosco. Lo so, il mio è un gesto altamente diseducativo. Lo so, ho ventitré anni: ma quando cresco? Lo so, certe cattiverie non si fanno (e due). Lo so, buona parte del pubblico femminile di questo blog non leggerà più quello che scrivo. Lo so, con questo post mi sono giocato quel briciolo di credibilità che avevo. Lo so, sono un frustrato. Sì, ma cazzo: idealmente ho sputato nella giacca di tutte quelle (non molte, per fortuna) che in questi anni mi hanno preso per il culo. Volete mettere?
Mi sono ricordato una storia. Giuro che è vera. Era il 1997, stavo in montagna con i miei genitori (Val Gardena, un posto molto bello) e, non si sa come, m'ero convinto (sentite questa perché è grossa) di assomigliare a Brendon Walsh, quello di Beverly Hills. Ora, non c'è bisogno che io dica che con Brendon Walsh non ci azzeccavo e non ci azzecco niente; abbiamo in comune gli occhi chiari e nessuno dei due è quello che si può definire uno spilungone ma, a parte questo, niente di niente mi ha mai accomunato con l'attore di quella serie Tv che ci avrebbe cambiati tutti nel profondo (in peggio, mi pare).
A parte il fatto che a malapena mi spuntava la barba e che lui, quel Brendon lì, aveva certe basette che noi comuni mortali ce le sognamo sempre, figuriamoci a quell'età; ma poi vuoi mettere i capelli? Teneva quel ciuffo biondastro di proporzioni hollywoodiane e io? Come pensavo di rispondere io a una cosa così: non certo con i miei capelli corti, mai pettinati, tagliati a scodella, del tutto anonimi peraltro. Ma mi ero proprio fissato: secondo me ero preciso a Brendon Walsh e la cosa più grave è che, da quel giorno, che voi ci crediate o no, mi cominciai a muovere fisicamente come lui, come Brendon Walsh. Sorridevo come lui, non avendone assolutamente il sorriso e camminavo come lui, però non avendo intorno il contesto che lo giustificasse. Diciamocelo chiaramente: se Brendon Walsh ancheggiava, ebbè, ancheggiava lungo certe strade piene di palme e ragazze sui roller blades e camminare con quella camminata un po' così, ciondolante, da uansgheps, ci stava anche bene. Ma dove stavo io, la realtà aveva ben altri contorni e, generalmente, a quelli che camminavano come Brendon Walsh, li sconquassavano di mazzate negli angoli delle strade, oppure li indicavano a debita distanza.
Comunque tutto finì un bel giorno, quando mio padre mi fece una fantastica fotografia in cui digrignavo i denti sicuro di assomigliare a Brendon Walsh. Quando la foto fu sviluppata e tutto il resto e io la tenni in mano, per poco non mi misi a urlare. Quel ragazzotto un po' sovrappeso, brufolosetto, appoggiato sulla staccionata di un vecchio rifugio montano dove vendevano grappa appena distillata, non aveva niente di Brendon Walsh, veramente niente di niente. Ricordo che guardai quella fotografia - e, dovessi dire, saprei anche dove cercarla ancora oggi - la guardai a lungo e mi prese come una specie di panico pensando a quante volte mi ero coperto di ridicolo, davanti a tutti, davanti a quelle che mi piacevano!, sorridendo così e pensando di essere irresistibilmente identico - e bello - come Brendon Walsh e invece risultando non dissimile da un non so che, ma qualcosa di orribile. Ed ecco come finì la cosa, ecco come smisi di rassomigliare a Brendon Walsh ed ecco come mi innamorai - credo di esserlo ancora, perché in effetti non mi giro a guardare che donne più o meno simili nei colori - di mia sorella Brenda.
Ci sono alcune persone che conosci nel corso di una vita di cui conservi un bel ricordo. Luca era uno bravo a giocare a pallone, aveva due piedi d'oro e dava il meglio di sé quando partiva sulla fascia. Era più piccolo di un anno, ma aveva un destro di quelli che non lasciano scampo. Sapevi che se c'era una punizione dal limite avrebbe sicuramente fatto gol. Del resto a quell'età i portieri sono bassi mentre la porta resta sempre di due metri e 15. Luca a metterla nell'angolino era da serie A.
Ho pensato subito all'America, quando ho letto questa storia di Sean Bell, ragazzo nero 
Io non lo capisco Iacchetti. Ma perché ha mollato la Corvaglia? Ti metti con una Velina e che ti aspetti? Che apra una taverna a Livorno? Non li capisco questi Vips: quello conduce Striscia la Notizia e, pur bruttarello che è, infinocchia la bella biondina e se la porta a casa. Mica per una notte o una gita in barca a vela! Questi convivono per cinque anni, poi lei decide che s'è fatto il tempo per un calendario e - come niente - Iacchetti la molla. A parte il fatto che sono proprio sbagliati i tempi: stai per cinque anni con la donna dello spettacolo più sfigata della storia della televisione e le sorridi ogni sera rincasando; poi quella finalmente fa una cosa per cui la conosceranno in tutte le carceri d'Italia e la lasci.
Mi pare che non ci siamo proprio. Dice che è geloso, Iacchetti: ma geloso di che? Del fotografo? Degli operatori? Degli addetti all'illuminazione? Del condannato all'ergastolo per decapitazione che la bramerà tutte le notti con gli occhi cerchiati di rosso? Come fai a essere geloso di una che per cinque anni è stata insieme a te, se ti chiami Iacchetti? (e se assomigli a Iacchetti) Una così, la fedeltà ce l'ha nelle vene; le scorre come l'acqua lungo i marciapiedi durante il temporale, la fedeltà. Perché l'hai fatto, Enzino? Uno ti guardava e pensava che la vita era bella; pensava che la speranza c'era per tutti e financo l'Italia potesse assurgere a certi dettami di democrazia universale: uno guardava te, sottobraccio con la bella Maddalena, e si diceva che sì, dopotutto, una speranza non la si nega a nessuno.
una cosa in pubblica piazza con straccio di vesti e lancio di oggetti (e magari lei che dice cose tipo: «Ah sì? E allora mi devi dare UN MILIONE di euro, altrimenti il nostro video hard finisce su YouTube»). Non lo so: così mi pare che si gettino al vento cinque anni di vip-esistenza. Nemmeno una biografia scandalo, niente. Non lo capisco Iacchetti.
Sentite, io questi Griffin non so neanche cosa siano. Però mi parlano di un cartone animato veramente ma veramente divertente. Mi dicono pure che ai Simpsons gli fanno più di un giro intorno: il problema è che io, in vita mia, avrò visto tre-puntate-tre dei Simpsons e, in generale, ho l'impressione che questi cartoni animati facciano ridere a comando; facciano ridere perché devono far ridere, perché è molto di moda che facciano ridere. Ma, ad ogni modo, non è questo: quello che veramente mi fa ridere è che tra tutte le merdate che Mediaset manda in onda (ho visto una puntata di "C'è posta per te" qualche sabato fa, mentre ero a cena in un ristorante, che meritava l'immediato intervento delle forze armate in studio: due ragazzi malati di una certa tetraplegia o qualcosa di simile resi felici da Nek che aveva un album da promuovere. Una delle cose peggiori e di maggiore cattivo gusto che io abbia mai vista. Vi prego di credermi se vi dico che non sono più riuscito a mandare giù un boccone), tra tutti i vergognosi prodotti nazional-popolari addormenta-menti (a proposito di "Altrove" il programma di Costanzo: quando dicevo che si trattava
C'è una zona a Roma che si chiama Balduina. E' una bella zona: io ho cominciato a frequentarla per il Blockbuster. Ogni volta un incubo: non sapevo mai dove lasciare la macchina e riportavo i film sempre con almeno due giorni di ritardo. Per questo, dopo un po', ho smesso di andarci. Poi è arrivato il pub Elliot, le pizzette di Via Elio Donato, il centro Mercedes dove portiamo a fare il tagliando alla macchina di mio padre. Insomma è una zona che vivo - seppure moderatamente - di tanto in tanto. Ci sono stato l'ultima volta, quando?, era lunedì, lunedì notte. Avevo appena guardato in televisione "La storia siamo noi", trasmissione condotta da Giovanni Minoli, che aveva come argomento del giorno la realtà dei NAR, Nucleo Armato Rivoluzionario: la storia del giudice Amato in una ricostruzione storica e giornalistica convincente, leggera, senza fronzoli. La storia (anche) di "Giusva" Fioravanti, Francesca Mambro e i soliti noti.
Stavo lì a casa di F., le accarezzavo i capelli, quelli più teneri e soffici vicino alla tempia mentre lei dormiva, e pensavo a un sacco di cose, veramente tante. Dice che alcuni tra i principali "covi neri" li scoprirono a Via della Balduina e proprio in Via Elio Donato - la mia via delle pizzette - furono eseguiti alcuni dei più sanguinosi delitti di un paio di giudici e di almeno un magistrato. Gente che è morta, lì, dove io faccio le briciole la notte. Gente che è morta, lì, dove io sono passato ubriaco o innamorato tante di quelle volte.
Ho paura che stiamo affogando di vita. Stiamo annegando nella comodità. Forse è questo? Servono degli eroi molto più eroi di un tempo per lasciare sotto al letto le scarpe da ginnastica costose e indossare gli scarponcini da guerriglia. Servono anime più spesse, robuste.
Ho guardato ancora un po' la mia pizzetta in mano: ho guardato anche i cartelloni pubblicitari dei centri dimagranti e un bel po' di finestre accese alle due di notte. Ho finito la mia pizzetta con un altro morso e, per un attimo, ho perduto la concezione del bene e del male: se sia meglio un ragazzo che ammazza un altro lanciandogli un sasso dal cavalcavia o se sia meglio Fioravanti che spara a bruciapelo spargendo cervello per motivazioni radicate, precise e rispettabili; se siano meglio 27 ergastoli oppure cambiare la Costituzione. Ho frugato nel cartoccetto marrone e ho afferrato un'altra pizzetta: l'ho guardata per qualche secondo, abbandonando la vista della strada, e ho provato la sensazione che, solo volendo, un sacco di cose - veramente tante - le avremmo potute cambiare.
"Sarà banale, ma il mondo del cinema è cambiato moltissimo. I registi che mi hanno formato, i Fellini, i Kurosawa, i Bergman, sono ormai per i libri di storia perché non rientrano più in questo modello di cinema concepito per i quattordicenni. Bisognerebbe togliere i soldi ai teenagers, proibire loro di andare al cinema. Gli studios sono in mano a dei businessmen, dei banchieri che mirano al grande botto, possibilmente al primo weekend di programmazione. Le cose stanno cambiando. E siccome non mi metto a cercare di indovinare dove andremo, continuo a lavorare su ciò che mi interessa. Non posso cambiare. E comunque non ne ho il tempo".
La parola della settimana è senza dubbio: bullismo. Posso dire? Non mi fanno né caldo né freddo
Mirko ha compiuto undici anni lo scorso mese di agosto e da quest'anno non va più a scuola. Ogni mattina si alza alle sette per andare ad occupare il semaforo di piazzale della Radio. E' il suo nuovo lavoro, quello che gli ha trovato Zlatan, fratello di sua madre, dopo tanta fatica. Conquistarsi quell'incrocio non è stato facile per suo zio, che si è beccato anche una coltellata dal gruppo di nordafricani che lo controllava prima. Per questo la sua famiglia gli è molto riconoscente. Mirko è un ragazzo timido e le sue origini non l'hanno mai aiutato a superare le situazioni di imbarazzo. Era stato lui in terza elementare a portare i pidocchi in classe. E da quella volta le mamme dei suoi compagni non l'hanno mai visto di buon occhio. Ma le condizioni nel campo dove vive sono quelle che sono. Manca quasi sempre l'acqua corrente, mentre la luce c'è un giorno sì e uno no. Anzi, lui si ritiene fortunato perché vive tra i regolari, tra quelli che il Comune ha inserito nei programmi per la scolarizzazione. La sua amica del cuore, Sineta, vive nelle baracche abusive sorte negli ultimi anni intorno al campo. Lei la luce non ce l'ha mai.
Non credeva che il suo primo lavoro sarebbe stato quello di lavavetro. Mirko ama gli animali e gli sarebbe piaciuto allevare i cavalli, come faceva suo nonno quando arrivò in Italia. Non è facile per lui, così riservato, chiedere alla gente di farsi lavare il vetro in cambio di pochi spiccioli. La vergogna è tanta, così ha pensato a uno stratagemma: disegnare un cuore di schiuma sul parabrezza delle auto in cui guida una donna. E' un trucco che di solito funziona. Il suo amico Goran, poco più grande di lui, usa metodi più violenti. Lui è diventato così rabbioso da quando tre anni fa la sua sorellina è scomparsa dal campo. Tornò a casa una sera, andò a cercarla nella sua roulotte per portarle delle caramelle, ma non la trovò. E i suoi genitori non gli hanno mai detto perché se ne fosse andata senza salutarlo.
Intanto dissento con chi ha detto che "



Aveva una borsa con dentro pochi vestiti e un vasetto di lozione per i brufoli. Questa storia che i miti potessero avere la faccia piena di bolle proprio non mi è andata mai giù. Ma James Marshall Hendrix, quel sabato mattina del settembre 1966 in cui arrivò a Londra per la prima volta, aveva anche la crema per l’acne, oltre alla sua chitarra. Con lui c’era Chas Chandler, ex bassista pazzo degli ancora più pazzi Animals, ricilatosi a manager, a factotum, a penso-a-tutto-io.
Ventitré anni e una chitarra elettrica. Hendrix cominciò subito a farsi notare nei club londinesi come solista: per quella sua capigliatura improponibile, gli affibiarono il soprannome di “Wild man of Borneo”, troncato poi a wild man, selvaggio. E i ragazzacci, si sa, attirano le ragazze. Jimi e Kathy restarono insieme un paio di anni: strano per uno capace di portarsi a letto anche tre ragazze alla volta. Proprio lei, in una celebre intervista, ammise senza troppi giri di parole: «Jimi usava le ragazze come le persone fumano sigarette. Fu lui che inventò il soprannome "Aiuto per le band" per le groupies che gli ronzavano attorno. Lui non doveva cercarle, erano loro a trovarlo».
"La finestra sul cortile" non è assolutamente il mio film preferito, ma quando penso al Film Perfetto (oppure quello a cui gli riesci a perdonare tutto) ecco che penso a "La finestra sul cortile". Ho una passione per Alfred Hitchcock che mi nasce da quando - piccolino - guardavo la serie Tv da lui prodotta "Alfred Hitchcock presenta...". Erano cortometraggi in bianco e nero diretti da vari registi (a uno di questi si ispirò Quantin Tarantino per l'episodio conclusivo del meraviglioso "Four Rooms", quello della scommessa nella stanza d'albergo e del dito tagliato) e pure se Hitch, in tutto questo, ci aveva messo nient'altro che i soldi, la firma e il prestigio, io mi appassionai a lui e non ai vari registi che di volta in volta firmavano quei brevissimi episodi (che oggi vanno in onda tutte le notti sull'imprescindibile Fox Crime, all'una passata).
"La finestra sul cortile" lo riguardo sempre volentieri. La scorsa notte, per esempio, ho messo su il dvd e l'ho guardato e, come al solito, l'ho trovato un film perfetto. Appassionante e pieno di quei crismi hitchcockiani di cui andiamo letteralmente pazzi noialtri, suoi ammiratori. Il cinema di Hitch non è affatto un cinema moderno, non lo è mai stato: la sua inconcepibile passione per girare sempre e solamente in interni ha dato alle sue pellicole quel tocco vintage poco emozionante dal punto di vista visivo. C'è una scena in "Marnie", quando Sean Connery arriva alla casa di Tippy Hedren, in cui si vede troppo bene che siamo dentro a un teatro di posa e che quella nave e quel porto sullo sfondo sono in realtà un dipinto e che i bambini stanno saltando la corda davanti a uno schermo tutto blu, ridisegnato poi in postproduzione. Eppure "Marnie" è un film in cui i personaggi sono talmente tridimensionali, loro sì, le vicende così appassionanti che non ci fai più caso, giustifichi tutto, dici "fa niente, vai avanti ti prego". Ne "Gli uccelli", la collina verde - dove Tippy Hedren e Rod Taylor bevono un cocktail prima dell'attacco dei volatili ai bambini - è talmente finta, posticcia, di cartapesta che se non fosse un film di Hitchcock (e se nell'aria non ci fosse l'imminenza di qualcosa di catastrofico e terribile) uno spruzzerebbe il caffè sul televisore per le risate.
un teatro di posa. Pure lo scorcio di strada che si intravede sulla sinistra è finto anche quello, una quinta perfettamente riadattata a frammento di strada. Inizialmente Alfred voleva girare in un condominio a Greenwich Village, ma poi ci ripensò e si fece costruire il tutto in scala e all'interno di un grande magazzino: nel film la cosa si nota, non c'è niente da fare. La luce del sole sembra la luce del sole di un film sulla guerra atomica, una specie di follia allucinata tra il giallo e il viola. I lampi sono nient'altro che potenti fari che si accendono e spengono sui volti degli attori, ma tutto è talmente perfetto ne "La finestra sul cortile" che tu non ce la fai a pensare a queste cose. Ci pensi adesso, ecco, se per caso ti viene voglia di scrivere due righe su un film che ti ha dato tanto, ma NON mentre lo guardi. Mentre lo guardi ti perdi a favoleggiare sulle micro-storie che ci stanno dietro: la ballerina che fa colazione saltellando in mutande, gli sposini che non fanno altro che trombare dietro le tende chiuse (ma che poi, alla fine, riescono a litigare), quei due che dormono su un materasso posizionato in balcone per il troppo caldo di quell'estate che nessuno avrebbe più scordato, il musicista solo e disperato che organizza grandi feste e che poi si incontrerà con Cuore Solitario al piano terra (una donna, mirabilmente costruita, che si trucca pesantemente e che finge di cenare in compagnia di qualcuno che non siede da nessuna parte e che proprio dal suo principe azzurro verrà salvata dal suicidio); naturalmente il terrificante Mr. Thorwald (interpretato da Raymond Burr, il Perry Mason della televisione), l'omicida Mr. Thorwald. Così pure il sottotesto relativo ai personaggi di Lisa Freemont e della cameriera Stella; non c'è un personaggio, anche il più insignificante, perfino quello che non parla mai (il cagnolino, addirittura), non ce n'è uno in questo film perfetto che non abbia spessore narrativo. Tutti hanno qualcosa da dirci e ce la dicono per intero, senza troppe parole, spesso con l'ausilio di nessuna parola. Che cos'è che fa una cosa così, se non il film perfetto?
Mi ricordo una scena micidiale in uno dei miei film di Hitch preferiti, vale a dire "Complotto di famiglia": parla di una vecchia ricca che si rivolge a una chiaroveggente al fine di ritrovare un nipote scomparso a cui vorrebbe lasciare tutti i suoi averi in eredità. Insomma c'è questa scena al cardiopalma che si svolge in macchina: i protagonisti si accorgono di essere senza freni (un sabotaggio) e noi assistiamo in soggettiva alle peripezie a cui è costretto il guidatore lanciato ad altissima velocità per evitare passanti, motociclisti, altre auto e la morte stessa. Naturalmente è tutto finto: si vede benissimo che è un filmato che scorre e che i due attori sono chiusi in una macchina in realtà immobile in qualche studio cinematografico. Però ti prende: ti fa stringere i pugni intorno al telecomando e ti lascia così, finché non arriva il climax. E' una cosa micidiale: anche quello è un film quasi perfetto, perché a fronte di pachidermici tecnicismi (come appunto questo della macchina) ti coinvolge con una trama spessa così e una recitazione da fare impallidire i Premi Oscar di oggi.
Questo post nasce da
Sarà pure una gnocca con la testa, ma io Rula Jebreal proprio non la sopporto. Scusate lo sfogo, avrei dovuto occuparmi di tutt'altro in questo post, ma ho fatto l'errore di mettermi a scrivere con la televisione accesa su Anno Zero, il nuovo programma di Michele Santoro. Lo ammetto, il vecchio Micheluzzo ha perso un po' di smalto. Non tanto lui, sia chiaro, ma la trasmissione a mio avviso non è all'altezza dei vecchi programmi. Sarà perché mancano giornalisti come Riccardo Iacona (in assoluto tra i più bravi in Italia) o forse perché non c'è più il nemico Berlusconi da attaccare. Almeno questo potrebbero sostenere quelli che non l'hanno mai sopportato. Io, che invece l'ho sempre seguito, dico che il difetto è un altro.
A mio avviso Anno Zero sta sbagliando qualcosa. Che cosa si vuole dimostrare? Che gli italiani sono razzisti? Che i cattolici non amano il prossimo loro come se stessi? Eventualmente, non spetta ai giornalisti dimostrarlo. In Italia c'è un reale problema di integrazione che riguarda sia il nord, che il centro e il sud. Continuare a sposare posizioni politically correct solo perché fa molto di sinistra è un atteggiamento a mio avviso che porta a pochi risultati. E questo dovrebbero capirlo anche i politici fermi su certe posizioni o che si intestardiscono su argomenti che coinvolgono una cerchia di quindici persone. La gente, er popolo, è esasperato. In alcune aree, penso ai quartieri più disagiati delle metropoli, c'è un effettivo disagio verso gli immigrati, una sofferenza che andrebbe analizzata più a fondo e che va oltre le solite posizioni del leghista bergamasco tutto grappa e badile. Buttarla in caciara con il cattolico che si dice credente ma non praticante o continuare a dare spazio a personaggi del mondo musulmano (ma non è il caso di Santoro) che si presentano in studio con