lunedì, 30 aprile 2007
Vecchi e pompelmi
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana
Pensavo ai vecchi. Non ho mai scritto dei vecchi: non che si debba scrivere di qualsiasi cosa, ma vecchi è qualcosa che siamo destinati a diventare tutti, a parte quelli che moriranno prima, ed è per questo che mi sono ritrovato a pensare ai vecchi, all'essere vecchi.
A questo punto vorrei dire una cosa: leggo sempre un sacco di articoli di scrittori importanti che raccontano di qualcosa che è venuta loro in mente. Ieri, per esempio, stavo leggendo di quando Giulio Mozzi scoprì d'essere stato inserito nella cinquina dei finalisti allo Strega (Mozzi è un bravo scrittore e io ci ho anche parlato al telefono: è stato allora che ho scoperto che l'accento padovano è veramente simile a quello serbocroato); in quest'articolo di Mozzi ci stava scritto che lui aveva saputo del fatto d'essere stato inserito nella cinquina del Premio quando stava con alcuni amici su una terrazza a parlare di certe cose e a bere dei mezzi bicchieri di pompelmo. Partendo da questo contesto spazio temporale, Mozzi, come tutti i bravi scrittori, e Mozzi è un bravo scrittore, anche se all'inizio pensavo di no, Mozzi, partendo dallo spunto del Premio Strega, cominciava a parlare anche di altre cose, sempre però facendo molto presente che lui, d'essere stato inserito nella cinquina dei finalisti del Premio Strega col libro "La felicità terrena", l'aveva saputo (o capito) su quella terrazza, m'immagino elegante, in compagnia di gente che mi sogno, bevendo mezzi bicchieri di pompelmo e, secondo me, pure a gambe accavallate.
Che c'entra questo coi vecchi? C'entra, perché io - a differenza di Giulio Mozzi e di un sacco di altri bravissimi scrittori - mi accorgo che le cose che mi vengono in mente mi vengono in mente più che altro seduto sulla tazza del cesso oppure in macchina. Stop, non se ne esce. Sarà che non ho tutte queste terrazze eleganti, intorno a me, e non ho la minima idea di cosa possano essere dei mezzi bicchieri di pompelmo, (però mi sa che si scopa tantissimo ad andare in giro a dire di bere dei mezzi, mezzi poi!, bicchieri di pompelmo e con questo non voglio assolutamente dire che Giulio Mozzi scopi tantissimo, cioè può anche darsi, io glielo auguro, perché tra tanta gente che scopa a vanvera almeno Mozzi, se scopa così grazie ai mezzi bicchieri di pompelmo, se lo merita, perché è un bravo scrittore ed essere scrittori bravi oggi è una roba che deve costare un mucchio di fatica, ma io comunque non voglio dire nulla di cui non abbia certezza, volevo solo far notare questa cosa dei mezzi bicchieri di pompelmo, perché mi faceva molto ridere) sarà, dicevo, che le terrazze eleganti mi fanno difetto, ma se io dovessi scrivere un articolo brillante facente riferimento a qualcosa che m'è successa, sono quasi sicuro che c'entrerebbe il gabinetto. Infatti questa cosa dei vecchi m'è venuta in mente mentre stavo cacando.
M'aiutavo con un depliant turistico sul Portogallo e su questo depliant c'erano delle offerte speciali per le più svariate categorie di persone. I giovani, le coppie, i bambini naturalmente e i vecchi. Niente di male se i vecchi possono pagare di meno i loro viaggi, a me piace talmente tanto guardare quelle coppie di vecchini in giro: ogni volta mi metto lì a sperare di invecchiare così, mi domando se riuscirò mai a conciliare le rughe e l'osteoporosi con l'indefessa voglia di uscire di casa, baciare la mia signora, guidare la macchina. Il problema, in effetti, non stava, appunto, nei vecchi, bensì nel catalogo, perché sopra a questa bella foto di due vecchi sorridenti con le dentiere in bella vista, davanti a una specie di scogliera romantica, c'era scritto "GIOVANI dai 60 anni in su" e a me questa cosa non m'ha fatto più cacare, se proprio la volete sapere tutta.
Si dovrebbe avere il coraggio di trattare le cose come sono (è il motivo per cui sto ripetutamente scrivendo la parola "cacare") e i vecchi non sono affatto "Giovani dai 60 anni in su"; i "Giovani dai 60 anni in su", a occhio e croce, non sono più giovani da circa 30 anni e non credo vorrebbero essere coglionati a tal punto: si sono fatti un culo quadro per diventare vecchi, perciò che senso dovrebbe avere chiamarli "Giovani dai 60 anni in su"? Detesto le cose così: fossi stato vecchio io, avrei telefonato a quelli del catalogo per protestare o che. Una cosa del genere. Si sa che gli ultra-sessantenni non sono giovani, né vogliono esserlo: hanno le vene blu in testa, i capezzoli cadenti, i peli dei polpacci e dell'interno coscia tutti consumati dall'attrito dei pantaloni, le unghie gialle e gonfie e hanno visto almeno quattro scudetti dell'Inter. Sono vecchi in tutto e per tutto, non contano più niente a meno che non vogliano fare i poliziotti di quartiere o i dog sitter e chi è che dà retta a un vecchio oggigiorno? I telegiornali, d'estate, dicono che i vecchi si dovrebbero mettere nei supermercati nel reparto surgelati per battere il caldo e, invece, sui cataloghi turistici li inseriscono tra le offerte speciali, però con la dicitura "Giovani dai 60 anni in su". È o non è una presa per il culo bella e buona?
Tutta quella fatica fatta dietro alle cose, tutto quel crescere, tutto quel fare figli, tutto quel fare la guerra, tutto quel sopravvivere, tutto quel vedere morti i genitori, gli amici, tutto quel ritrovarsi ai funerali, tutte quelle preoccupazioni per cuori traballanti, tutti quei clacson ai semafori, tutto quel confondere i telecomandi sul tavolo, tutto quel pettinarsi all'indietro i capelli, tutto quel criticare le mode dei giovani, tutto quel dormire su un fianco, tutto quel massaggiarsi la schiena, tutto quel dimenticarsi nomi e cognomi, tutto quell'andare in pensione, tutto quell'essere nonni, tutto questo fare briciole dappertutto per ritrovarsi tra i "Giovani dai 60 anni in su" da vecchi in un catalogo turistico del Portogallo. Senza nemmeno la dignità di una terrazza elegante o di un mezzo bicchiere di pompelmo a fare da sottofondo: ma questa è colpa mia che queste cose le penso sempre e solamente seduto sul cesso, magari ai vecchi non gliene frega niente e a loro, anzi, va benissimo scroccare vacanze a metà prezzo con tutte quelle hostess carine che li prendono a pizzichi abusando della parola "giovanotti".
C'è cappuccetto rosso, anzi ce ne sono tanti e i lupi sono almeno sei, forse innocenti, forse non hanno fatto niente, e tutti quei cappuccetti rossi si sono spaventati per un nonnulla, magari un rumore o un ramo spezzato, hanno scambiato agnelli per lupi, ché nel bosco si sa come vanno le cose, perciò si sono spaventati i cappuccetti rossi, si vede che quel rumore di ramo spezzato gli è entrato nelle teste, nei cervelli, in quei pensieri imbizzarriti dei bambini che cominciano le frasi e non le concludono e cercano l'anima dei giocattoli a forza di martello, come scrive Erri De Luca ne "Il contrario di uno", ma quei bambini, quei cappuccetti rossi che vanno per il bosco pauroso, non ne sanno niente di Erri De Luca e il migliore di loro dovrà forse aspettare venti o trent'anni per prendere in mano un buon libro, eppure qualcosa è successo, laggiù, in quel bosco, mentre cercavano a tentoni la casa della nonna, qualcosa deve averli terrorizzati a morte, perché sennò tante cose non si spiegano, i comportamenti, gli irrigidimenti, i residui organici, le escoriazioni, i disegni, i ricordi, a meno che a parlar di bosco - come sempre - non si perda di vista la soluzione più terribile, quella che, alla fine di storie come questa, si rivela essere quella definitiva, vale a dire che questi cappuccetti rossi con le gambine grassocce, questi cappuccetti rossi che noi vediamo in televisione, segati a metà dalla censura mediatica, li vediamo tutti dalle ginocchia in giù, ne scorgiamo l'immensa fragilità dai grembiulini azzurri e bianchi, dalle scarpine con le lucette sui talloni, a meno che questi piccoli angeli non si siano inventati tutto, forse depistati,
ammaliati, convinti dai discorsi dei grandi, degli stessi genitori, chi lo sa, io non avrei difficoltà a crederlo, oggigiorno si vede e si sente di tutto, una che muore infilzata in un occhio da un colpo di ombrello, cose così, perciò chi inorridirebbe di più, visto il livello a cui siamo arrivati, se questi bambini, violentati, costretti a bere sangue, toccati, ingannati, raggirati, per sempre rovinati, chi si sorprenderebbe più di tanto se questi bambini avessero raccontato delle frottole?, magari tutti quanti insieme, convinti dalle carezze o dai pugni dei genitori medesimi, oggi anche loro apparenti carnefici, ma ieri chissà, ieri quando a fronte delle prime denunce, dei primi allarmi, delle prime avvisaglie, nulla fecero, salvo riunirsi in vacue associazioni perché se ne potesse parlare al ristorante, parlare davanti a una carbonara delle presunte violenze perpetrate ai danni dei rispettivi cuccioli, no io non ci voglio credere, nemmeno il peggiore dei lupi, figuriamoci queste mezze calzette da boschi di periferia, eppure tutto torna, tutto tornerebbe, condizionale, ché qui mai nulla è sicuro fino a prova contraria, Erika ed Omar, la strage di Erba, il piccolo Tommaso, tutti bravi davanti alle telecamere a giurare innocenza salvo poi eccetera eccetera, e allora che ne sai che questi dolci bambini non siano stati presi e convinti a dire così?, tutti che fanno le indagini nelle case degli altri, dei maestri, i bidelli, i
benzinai cingalesi, dagli all'extracomunitario e invece?, c'è pure quello che si chiama Gianfranco invece di Giovanni, ecco, i cappuccetti rossi potrebbero essersi sbagliati, la loro memoria è quella che è, sono bambini, e tra i due nomi c'è assonanza, magari, forse, chissà, mentre qualcuno li istruiva su cosa dire ai grandi, potrebbero essersi distratti un attimo, i piccolini, ed ecco la prima falla del racconto, insieme a quella gigantesca, infinita, che ci coinvolge tutti, tutti noi, lettori appassionati della fiaba, a cui non viene più ricordato, e sono passati solo pochi giorni, che chiunque sia il lupo, qualcosa a questi cappuccetti rossi è stato pur fatto - narcotizzante nei capelli, manifestazioni di rabbia nei confronti della figura materna, irrigidimento davanti al pediatra quando, tutti nudi, venivano toccati dove già qualcuno prima aveva passato le dita - non c'è più una riga scritta per loro, per questi piccoli cappuccetti rossi violentati, messi al centro di una stanza a giocare con pupazzi e maschere, tutto può essere in questa fiaba moderna dell'orrore ostinato in cui può darsi che, alla fine, la cosa più terrificante del bosco pauroso è proprio la nonna.
Devono capire le donne che le ballerine non sono per tutte: assai più dei tacchi, le ballerine possono permettersele solo certi tipi di ragazze e devo dire che il 98% delle ragazze che vedo in giro con le ballerine ai piedi non può permettersele. Mi sembra di ammattire: il mio posto preferito per il passeggio primaverile/estivo a Roma è Trastevere. Trastevere, in un anno, si è trasformato nell'impero delle ballerine e di ragazze che non possono permettersele.
Donne, tacco alto, Trastevere, sampietrini, ballerine. Tiriamo i lacci del discorso: il mio maschilismo imporrebbe, dicevo, condizionale, perché non si discute che a Trastevere sia davvero sconsigliato andare coi tacchi alti. Guardarvi ciondolare astutamente, donne care, con dei meravigliosi sandali Sergio Rossi, per Trastevere, non alzando però mai gli occhi dall'asfalto, nel tentativo impossibile ma glorioso di centrare con il tacco esclusivamente il centro della pietra e non i suoi interstizi, è comico, ridicolo: vi rende - di fatto - inappetibili dal punto di vista sessuale. L'altra sera, per esempio, davanti al Bar San Callisto, in quell'orgia primaverile fulminante ed erotica di prime gambe scoperte, glutei rimessi in sesto da un anno di step, gonnelline di raso e primi sandali, davanti al Bar San Callisto, un bar di quint'ordine ma sempre affollatissimo, dove l'anziano proprietario ti racconta barzellette sconce appena entri, oppure ti rifila filastrocche in cui ogni parola fa rima con "cazzo", e tu - sia chiaro - il proprietario anziano che ti racconta barzellette sconce non l'hai mai visto in vita tua: è solo ubriaco di cuba libre e noia, nient'altro; davanti a questo bar, il Bar San Callisto nella piazza omonima, a due passi dal mio ristorante preferito di Trastevere - Cave Canem - l'altra sera le donne sostavano, mentre i loro fidanzati pagavano alla cassa, ed era una meravigliosa festa di piedi scoperti e unghie smaltate, ma anche di sofferenza e rughe di dolore, perché è vero, nemmeno il mio maschilismo che vi vorrebbe addobbate come Paris Hilton a tutte l'ore, mi impedisce di dirlo, a Trastevere dovrebbero montare dei cartelli con il disegno di una scarpa col tacco e una sbarra rossa trasversale sopra, tanto che è scomodo camminarci; perciò, nonostante questa meravigliosa festa di colori e carne, voialtre non eravate naturali, spostavate il peso da una coscia all'altra e l'unico desiderio, a quel punto, per noi maschi gonfiati dal piacere, diventava quello impossibile di schioccare le dita e rivestire tutta la zona circostante di parquet, in una botta sola, listoni lisci lisci dove vi fosse concesso di librarvi come su di una passerella, con le braccia distese lungo i fianchi, le ginocchia sporgenti e l'anteversione del bacino pronunciata.
Il problema è che la vostra femminilità è messa oggi in discussione non più soltanto dall'eventuale incapacità di portare tacchi alti, ma anche dall'alternativa di indossare ballerine. Qualche anno fa si risolveva con un tacco meno vertiginoso, comunque seducente, ma meno estremo, adesso c'è la scappatoia delle ballerine e perciò l'alternativa a un nugolo di ragazze zoppicanti è un nugolo di ragazze inguardabili. 
Qualcuno ha detto che ci vuole prudenza nelle accuse e forse ha ragione. Qualcun altro che bisogna appellarsi alla presunzione di innocenza perché fino al terzo grado di giudizio nessuna persona è colpevole. E' vero, sono concetti condivisibili in qualsiasi situazione. Ma forse non in questa, dove si viene a sapere che gli orchi delle fiabe esistono davvero. Non è semplice iniziare a leggere i verbali dei racconti di Rignano Flaminio e arrivare alla fine senza un senso di disgusto. Il gioco del lupo, quello del tavolo o del dottore assomigliano più a torture psichiche e fisiche verso vittime innocenti piuttosto che a ludici passatempi. Eppure qualcuno, non una, non una più un'altra complice, ma ben sei persone hanno avuto la lucidità mentale, la volontà e soprattutto l'assenza totale di qualsiasi rimorso per fare quello che hanno fatto. Per più di un anno, dimostrando che il male può sovrastare qualsiasi coscienza individuale.
I piccoli durante l'orario scolastico venivano portati fuori dall'istituto con un pullmino fino per raggiungere un appartamento dove venivano consumate le violenze. Ma nessuno sapeva, nessuno ha visto. Per oltre un anno a nessun altro maestro della scuola, alla preside e un custode, a un fottuto passante è parso strano che lì a Rignano, un paesino alle porte di Roma, avvenissero tutte queste gite non programmate. "Ma come è possibile fare quello che hanno detto di noi? Uscire da scuola con i bambini per andare in quella casa, in un paese di poche migliaia di persone con il rischio concreto di poter incontrare i genitori dei bimbi?". Queste parole di una delle maestre arrestate sono l'unica cosa che lascia perplessi. Perché a questi interrogativi servono delle risposte urgenti. Cosa c'è dietro la storia di Rignano, chi si nasconde dietro questa associazione a delinquere? Chi è che faceva bere il proprio sangue alle vittime? La cronaca nera dell'Italia è ricca di delitti a sfondo satanico che non hanno mai portato alla luce i veri colpevoli. Speriamo che questo non sia un nuovo capitolo del libro nero del male.
Alcuni criminologi dicono che lo shock provocato da una reato come la pedofilia in una piccola comunità, come può essere quella del paesino in questione, possa portare alla negazione totale, al rifiuto della realtà. Proprio perché una tale violenza sui bambini viene rifiutata dall'essere umano. Ma a volte è necessario andare oltre le apparenze. Se qualcuno sa qualcosa deve parlare, affinché il marcio venga estirpato alla radice, affinché altri diavoli, perché di questo stiamo parlando, non siano più liberi di rovinare vite innocenti. Questa storia non finisce qui. Come non finirà qui il dolore di genitori e bambini. Mai come oggi c'è assoluto bisogno di conoscere la verità. Chi sa qualcosa, chi ha visto qualcuno, non esiti a denunciare.










Ieri ho deciso di guardare il ritorno di Enzo Biagi in televisione. Non ne sono rimasto deluso, diciamo che la trasmissione in sé è un'accozzaglia molto (troppo) post-prodotta di già visto che nulla dà e nulla toglie alla televisione italiana, fatta eccezione per la presenza di Biagi stesso, il quale, pur non essendo io un estimatore della persona tout court, costituisce finalmente un paradigma significativo, minimo ma significativo, di certi criteri di giustizia, democrazia e libertà. (o comunque un ritorno a un paradigma significativo di)
Ho pensato a queste cose, queste che vi ho detto, prendendo atto della presenza di Roberto Saviano in qualità di primo ospite, in studio. Ecco che dopo una breve clip introduttiva sulla camorra, con immagini di repertorio di Napoli, la regia è rientrata con un primo piano del faccione simbolo straconosciuto di Roberto Saviano - faccione simbolo delle copertine e degli articoli dei giornali - che mai io avevo visto dentro quella scatola di circuiti elettrici e corrente, per la sola ragione che mai nessuno s'era preso la briga o aveva avuto il coraggio (o l'autorevolezza) per invitarlo a sedere in un salotto per un faccia a faccia in prima serata. E' stato un momento durato il tempo dell'intervista, poi la trasmissione è scemata per i motivi che ho detto all'inizio, ma mi ha inoculato coraggio, spirito critico e nuova consapevolezza del potere della televisione: c'è stato anche un altro momento, un momento opposto, durante la sigla, in cui, invece, ho avuto timore. Timore per Biagi, per quel vecchio bacucco komunista: un timore freddo durante quella sigla con le immagini di repertorio più scontate che si potessero trovare, roba da brainstorming di dieci scimmie ammaestrate, ho pensato, torri gemelle, auschwitz, le grandi mattanze, falconeeborsellino, tutto contornato dalle parole chiave dell'umanità libera, parole come giustizia, libertà, amore, pace, e poi un rincorrersi di articoli della Costituzione, al che, ecco, durante questo momento pauroso, ho pensato oh no, ci risiamo, un altro vate della costituzione, un altro nostalgico dei padri fondatori, un altro partigiano represso sceso dai monti con le idee di una trebbiatrice e il cappello d'alpino in testa, porca miseria, vecchio bacucco, così darai ragione ai filippi facci, con questa cosa qui. Poi, tac, il faccione di Roberto Saviano e un'intervista leggera, posata, precisa, chirurgica che ha tirato fuori dall'autore di Gomorra quello che nessuno aveva mai tirato fuori, cioè il suo lato Scrittore, il suo amore per la parola letteraria, la sua profonda passione per il racconto, ancor prima che per la denuncia sociale. 





Sono andato ieri al Despar sotto la redazione dove lavoro. Gira che ti rigira, mi sono reso conto di non avere voglia di niente. In genere, quando mi sembra di non avere voglia di niente, arrivo al banco della salumeria e mi lascio ispirare da quello che c'è (a me piace il prosciutto di montagna salato e molto stagionato), invece stavolta nisba. Guardavo le cose come se fossero zampe di gallina o carta stagnola: mi è venuta in mente la vecchia pubblicità di Ambrogio e della signora col
vestito giallo, vi ricordate?, la voglia di qualcosa. Perciò mi sono fermato davanti al reparto del tonno e ho cominciato ad analizzarmi in maniera scolastica: di solito, se non so assolutamente cosa mangiare e percepisco di non avere voglia di niente, è dal tonno che vado. Il tonno mi risolve sempre tutti i problemi, quando sono in preda alla sindrome "Voglia di Qualcosa". Tonno Nostromo, Tonno Rio Mare, Tonno Callipo, Tonno Carli: mi ricordo un sacco di pubblicità del tonno, da che mondo è mondo, pure se io non sono mai riuscito a tagliarlo con un grissino.
(neanche ci ho mai provato, a dirla tutta. A parte il fatto che non mi ci metterei proprio, a tavola, durante il TG della sera, con mia madre e mio padre seduti ai due capi del tavolo, a tagliare un tonno con il grissino, a parte questo, io non ricordo di avere mai avuto, a casa mia, una confezione una di grissini. I grissini mi sono diventati antipatici con gli anni, perché quando da piccolo andavo al ristorante con i familiari, era sempre uno schiaffeggiarmi il dorso della mano, appena m'azzardavo ad allungarla verso il paniere. I grissini sono per antonomasia il cibo che guasta il pasto che deve ancora arrivare: recano con sé la maledizione dell'essere il primo alimento che viene portato a tavola e io non solo li odio per questo motivo, ma anche perché quando penso ai grissini, mi sale immediatamente al naso l'odore di detersivo industriale di cui sono impregnati i tovaglioli e le tovaglie di tutti i ristoranti del mondo)
Devo ancora rendere conto della domanda della cassiera, prima di finire il post, la domanda delle domande, una di quelle che potrebbero rendere inermi i più grandi letterati: "Solo questo?". Una domanda che m'ha raggelato: avrei voluto girarmi con aria strafottente e ribattere: "Solo questo? Tze...", e quindi indicare una quindicina di carrelli tutti stracolmi di cose pazzesche, una fila infinita di carrelli carichi, tutti i commessi del supermercato impegnati a smistare l'enorme traffico da me prodotto. Invece ho dovuto annuire, resistere alla tentazione di giustificare la mia azione, (tipo: "Sì, ma non è per me") e pagare la bellezza di (mi pare: tendo a rimuovere i grandi traumi) 70 centesimi di euro. 
* ϋβρισ, eos, e, pt. -eos, AR.; ios, IL.; Es. O. 215, insolenza; tracotanza; alterigia; violenza; prepotenza; petulanza, OM. e SEG.; uperion ubrin ekontes, violentemente tracotanti, OD. 1, 458, ubrei eixantes, cedendo allo spirito di prepotenza, 14, 262, ubrin etisan, pagarono...21, 431, ouk ubris tade; non è insolenza cotesta...? SOF. OC. 882; tauta ouk estì; AR. Nub. 1299 - ubrei, per insolenza, orgoglio, insulto, dileggio; insolentemente, SOF. El. 881, eph'ubrei, EU. OR. 1581; DEM. 526,
di'ubrin, 527, dià tèn u., SEN. Hell. 2, 2, 10, eis ubrin, upò te ubrios kai oligories, per la tracotanza e l'incuria, ER. 1, 106: pl. ubreis: insolenze, azioni o pensieri da tracotante, contumelie, DEM. 522; PL. LEG. 62; ecc. ----- di animali: baldanza, irrequietezza, sfrenatezza, ippou, ER. 1, 189; El. NA. 11, 18 ----- 2) = ubrisma, violenza; insolenza; misfatto; insulto; contumelia; oltraggio; sevizia; maltrattamento, IL. 1, 203, ...dora, ubrios eineka tesde...per ammenda di questo oltraggio, 214; Eras meter eis emen ubrin, segno della vendetta di Era contro mia madre, EU. Bacch. 9, ubris, ubrizein,
24; - per s
costumatezza, ATT.; PD.; paidon ubreis, offese ai fanciulli, ISOC. 64, v. 89: u. deinotate, LIS. 1,2, to eautou soma ef'ubrei peprakòs, che ha venduto all'ignominia, 29, v. DEM. 440----- b) t. legge grafè dike, processo; accusa; giudizio, 970, 1102 ----- 3) come masc. ubristes, anèr, uomo violento.





Siamo andati in onda 
E' così che Stefano Havana mi ha dato
Dopo decine di incontri e scambi di mail alla fine otteniamo il via libera. E quindi non avevamo più scuse: alzare il culo dalla sedia e andare a vedere come era fatto il Mondo, noi che da mesi (anni?) pretendiamo di raccontarlo su questo blog. Non c'era più da scherzare, non c'era commento acido a cui rispondere o post brillante da pubblicare. Si doveva fare sul serio. Così, iniziamo a cercare contatti, pianificare, studiare, appassionarci all'argomento del servizio. Ma di questo preferisco non scrivere perché sono emozioni che ho condiviso con il mio amico-collega e che voglio tenermi stretto.
Poi la svolta, grazie a un'intuizione di chi cura il programma. Ma non scriverò di questo perché il nostro lavoro dovrete giudicarlo voi, spietati, così come lo siamo stati noi in alcuni frangenti. E sono sicuro che vi renderete conto della nostra inesperienza, di quello che avremmo potuto e non siamo riusciti a fare, dei punti dove dobbiamo migliorare. Alla fine è andata, e quando l'ultimo fax è stato spedito non ci sembrava verò. Perché di una cosa sono rimasto sconvolto: dalla burocrazia. La Rai non è la televisione di Stato, è l'Unione Sovietica. Mai visto un posto così pieno di uffici, richieste da mandare per ottenere altre richieste, pass che non venivano concessi, decine di referenti diversi ogni settimana. Mi sono sentito a metà tra un personaggio kafkiano (e questa era scontata) e Bud Spencer in Banana Joe (a questa non avevate pensato) nella scena in cui deve ottenere il congedo militare per fare la carta d'identità.