martedì, 31 luglio 2007

Un giornalista lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia...
Categoria:giornalismo, scritto da valerio roma


Ancora una volta noantri torna sui temi del lavoro. Dopo la nostra inchiesta dedicata ai quelli pericolosi, ecco una testimonianza vera su come i cosiddetti posti d'oro in realtà celino più di un'insidia. Ricorderete Valerio, il nostro amico e collega che si era trasferito in Sardegna. Oggi è lui che scrive per noantri. In bocca al lupo fratellino, e ricorda che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare [aNDy cAPp].

Ho scoperto che da un giorno all'altro si può perdere il lavoro. O rischiare seriamente di perderlo. Dalla sera alla mattina. Te ne vai a letto stremato dopo 12 ore di attività stressante, passate a lavorare sulle pagine del giornale, e ti svegli per scoprire che quello che hai contribuito a produrre non è stato distribuito né stampato. E' quello che è accaduto ai giornali della galassia E Polis. Per chi non li conoscesse, sto parlando dei 15 quotidiani (distribuiti in altrettante città italiane) del gruppo messo su tre anni fa da Nicola Grauso. Un gruppo che, in meno di un lustro, era riuscito ad arrivare a infastidire seriamente i vari colossi con la sua formula di distribuzione mista free-pay arrivando a diffondere 650mila copie al giorno. Un progetto nato in Sardegna che poi ha preso piede in buona parte della Penisola.

epolis3Le cose stanno più o meno così. Da qualche mese, circolavano voci di una serie di difficoltà attraversate dal gruppo: Grauso aveva deciso di separarsi dalla Publikompass, concessionaria pubblicitaria tra le più importanti in Italia, fondando la EPM, la propria società di raccolta delle inserzioni. Un passo rischioso ma, secondo l'editore, necessario per la stessa sopravvivenza del progetto E Polis, che con le sue 64 pagine costituisce una freepress di qualità completamente differente rispetto a quelle tradizionali. In questo periodo di crisi, dovuto a una mancanza di liquidità, la vita ordinaria delle redazioni andava avanti senza intoppi, almeno apparentemente: non c'era ombra di ridimensionamento. Tant'è che dopo un discorso rassicurante da parte della dirigenza, due domeniche fa, il momento critico sembrava superato. Doccia gelata, invece, perché dopo ventiquattro ore lo stampatore Umberto Seregni ha deciso di non andare più avanti e bloccare la stampa dei 15 quotidiani visto il credito di 21 milioni accumulato. Una decisione presa dopo il mancato accordo sulla ricapitalizzazione della società, intesa rifiutata da Grauso perché ritenuta sconveniente. Rotative ferme ancora oggi e massimo stato di allerta da parte dei 133 giornalisti del gruppo, molti dei quali hanno ricevuto soltanto il 75% della mensilità di giugno e non incasseranno gli stipendi di luglio e agosto. Sono intervenuti subito i sindacati e, dopo un primo momento di incertezza, si è deciso di non dare più credito all'azienda, attivando stato di crisi e richiesta di cassaintegrazione per i dipendenti.

Domani alle 12.30 ci sarà un incontro al ministero del lavoro per studiare un piano di emergenza. Intanto l'editore sta portando avanti delle trattative con un importante gruppo straniero non presente in Italia, almeno così dice, per cercare di trovare nuovi soci (o acquirenti) capaci di rilanciare il progetto e accollarsi una società che in tre anni ha accumulato perdite complessive per circa 40 milioni di euro. La speranza dei dipendenti (giornalisti, tecnici, amministrativi e pubblicitari) è quella di ripartire a settembre. Intanto la gente ci chiede che fine abbiamo fatto. E' un riscontro che ho leggendo le mail e gli sms che arrivano al giornale, ma anche parlando con amici e conoscenti. Il nostro giornale, parlo soprattutto per l'edizione romana, era riuscito a scardinare la diffidenza delle persone, proponendo un prodotto completo e onesto. La situazione, per il momento, è desolante. Lo spettro (o ciambella di salvataggio, fate voi) della Cigs, la cassa integrazione straordinaria, è dietro l'angolo.

epolis 2Le redazioni sarde, quelle del nord-est, cominciano lentamente a svuotarsi. Gli ultimi giornali (Roma, Milano, Napoli e Bologna) non hanno invece una redazione fisica. Coordinati dal desk centrale di Cagliari, i giornalisti avevano la possibilità di lavorare in telelavoro, con l'azienda che forniva loro tutto l'occorrente (telefono palmare, connessione internet, computer, giornali e altro). Un vantaggio in molte situazioni, come la possibilità di gestire al meglio e in propria autonomia il proprio tempo, ma anche uno svantaggio in questi momenti delicati, quando non hai possibilità di confrontarti con gli altri colleghi o avere notizie sulle assemblee dei redattori se non per telefono. Il risultato è una progressiva, e inevitabile, sensazione di abbandono. Molti di noi, che Grauso aveva avuto il merito in passato di togliere dal circolo vizioso dei contratti a progetto, ora rischiano seriamente di tornare precari. Rischia chi ha il contratto in scadenza in queste settimane, un contratto che molto difficilmente potrà essere rinnovato. Io, invece, mi sono ormai rassegnato all'idea della cassaintegrazione, tra lo stupore di parenti e amici che mi avevano visto entrare a fare parte di un progetto che sembrava avere basi solide. Un progetto al quale avevo dato e continuo a dare tutto me stesso. Parliamoci chiaro: senza avere santi in paradiso, a 24 anni è praticamente impossibile trovare un contratto giornalistico vero nella marana del giornalismo italiano. E Polis mi ha assunto a 23 anni, sette mesi fa, con un contratto di praticante giornalista, con uno stipendio vero e tutte le tutele previste. Ma di questo devo ringraziare il mio collega Gianfranco, che ha proposto la mia candidatura, e il direttore, che l'ha accettata, più che Grauso. Io non mi rassegno, non voglio perdere questo posto di lavoro.

Epolis1Ho vissuto per sei mesi a Cagliari, nella redazione centrale, un posto ideale per lavorare, per integrarmi in un progetto innovativo e giovane. Ho conosciuto amici, colleghi che valgono. Antonio, Daniela, Valentina, Alberto, Fabio, Massimo, un altro Antonio, Davide, Marcello, Alessandro, Francesca, Tobia, Francesca, Maria, Marco, Lucia, Marzia, Giuliano, Davide, Luca, Massimiliano, Giambernardo, Roberto, Luca, Francesco, Antonello, ancora un Antonio, Chiara, Paolo e tantissimi altri. Sono cresciuto come uomo, come professionista, ho fatto esperienze splendide anche all'estero. Mi sono confrontato con la cocciutaggine dei sardi, con il loro dialetto incomprensibile che ho cercato di imparare un minimo. Ma ho conosciuto persone da ogni parte d'Italia che hanno cambiato il mio punto di vista delle cose giorno dopo giorno, cena dopo cena. Ho imparato a confrontarmi con le persone, a prendere decisioni spesso difficili, ad avere le palle. Pensare alla fine di tutto questo, alle porte della redazione di Viale Trieste come quelle delle altre città chiuse per sempre mi fa venire rabbia. Sono preoccupato, che è sempre meglio di essere disoccupato. Sono preoccupato non tanto per me quanto per chi ha dieci, quindici anni più di me, una famiglia da mantenere e rischia di ritrovarsi con un'indennità di 700 euro, a essere ottimisti. Sono preoccupato per i tecnici, le centraliniste, gli amministrativi, un esercito quasi più numeroso di quello dei giornalisti. Sono preoccupato per chi stava progettando il matrimonio e adesso deve rinviare tutto. Sono preoccupato per i nostri collaboratori, pagati a pezzo e non tutelati da contratti. Molti di loro, non ricevono compensi da gennaio. Ma di questo saprà parlarvi meglio aNDy cAPp, collaboratore al progetto E Polis fin dal primo numero dell'edizione romana, lo scorso 28 settembre. Incazzato come sono adesso, non potrei esprimere un giudizio lucido su un imprenditore che, accumulando debiti, ha continuato ad aprire giornali come se nulla fosse. Io volevo solo testimoniare un disagio, una situazione che vivo per la prima volta in vita mia. Andrà a finire come andrà a finire: io so che voglio fare il giornalista, che non mollo il sogno di fare questo mestiere per tutta la vita.

Siete tutti invitati a raccontare nel più assoluto anonimato la vostra esperienza in questo campo professionale. Mi interessano in particolare le situazioni di Rai e Mediaset. Insomma sfatiamo un tabù, che se c'è da parlare di precariato la palla passa di dirittto ai giornalisti. Scrivetemi qui.

domenica, 29 luglio 2007

Quello che resta da dire
Categoria:estate, scritto da stefano havana


Oggi è domenica. Domani è lunedì e si può dire che, fatta eccezione per altre due giornate di lavoro che mi restano in mezzo alla settimana, cominceranno le mie vacanze.
Fino a mercoledì, infatti, mi concederò una breve escursione in Toscana, in uno dei posti che più mi ha affascinato di questa regione, ovvero San Gimignano. Sarò lì per due notti, non farò niente di particolare, se non calpestare pietre che non conosco, mangiare con F., bere, e fare respiri più lunghi del normale.

L

E' un posto molto tranquillo, vicino Volterra. E' Patrimonio dell'Unesco e se questo significa qualcosa allora posso dire che tutti i "patrimoni dell'Unesco" che mi è capitato di visitare m'hanno lasciato scie importanti, una su tutte la voglia di ritornare.

San Gimignano

Venerdì mattina, invece, partirò, sempre con F., necessariamente alla volta delle Isole Azzorre, in pieno Oceano Atlantico.

Isole Azzorre

Dico "necessariamente" perché la mia incapacità di concepire un'estate senza mare me lo impone. Non riesco a girare la boa dell'anno lavorativo senza la protezione, la fuga, il sentimento del mare, soprattutto per quello che il mare può dare come elemento connaturato alla vacanza stessa: percepisco il mare, la presenza del mare, pur non vedendolo semmai, pur non andandoci per un giorno o due, pur non andandoci affatto!, lo percepisco come un altro, necessarissimo, compagno di viaggio.

Isole Azzorre

Stare, vivere, frequentare una città di mare mi è necessario al godimento dell'estate: il vento che s'accompagna alla presenza del mare, il fresco della sera che batte con le ali del suo vento sulla pelle accaldata dalla giornata, il sapore, il gusto delle cose che si mangiano in luoghi ove il mare batta indefessamente sulle coste, gli sguardi della gente che abita il mare, che lo vive tutti i giorni e che dal mare trae sostentamento per la vita, tutte queste cose disegnano i luoghi dove mi piace andare e generano una fortissima attrazione sulla mia persona.

Isole Azzorre

Perciò Isole Azzorre.
Non ho un'idea precisa in proposito: approfondirò la conoscenza portoghese iniziata questo inverno e che paesaggisticamente è stata esaltante. (il senso della vista è quello che più mi piace stimolare durante i viaggi, insieme a quello del gusto)

Isole Azzorre

E' un posto molto economico dove è possibile cambiare panorama drasticamente in poco tempo: le nove isole di cui è composto l'arcipelago sono assai diverse tra loro, seppure tutte tradiscano quest'origine vulcanica che conferisce al posto un aspetto assai diverso dai luoghi in cui sono stato finora.
Qualcuno me l'ha definito un mix ben riuscito tra Cuba e l'Irlanda e questa cosa mi lascia ben sperare: non soggiorneremo in alberghi ma in piccole case private messe a disposizione dai tenutari. Sorta di agriturismi a conduzione familiare, però inseriti in un contesto più cittadino, e decisamente economiche. Avremo la macchina, gireremo, forse riuscirò a realizzare uno dei miei vecchi desideri, espresso tempo fa pure in questo blog, quello di vedere le balene. Quelle acque ne sono ricche e vi sono delle escursione apposite: non sono molto a favore delle escursioni organizzate, ma farò sicuramente un'eccezione funzionale alla visione di questi mammiferi ancestrali.

Tutto questo per dire che, almeno per quanto mi riguarda, anche Noantri va in vacanza, almeno fino ad agosto inoltrato. Però da Cuba è tornato Andy Capp, quindi, se lui avrà voglia, può darsi che ci sarà chi vi farà compagnia.

Nel frattempo fate i bravi, ma senza esagerare.
Un abbraccio a TUTTI e ci rivediamo più in là, carichi come sempre. Grazie di tutta la compagnia che ci avete fatto in quest'altro anno de Noantri.

sabato, 28 luglio 2007

Para siempre en mi corazon
Categoria:cuba, scritto da andy capp


ninoscasaLidiceFiat 125

 

mercoledì, 25 luglio 2007

Adesso basta!
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Prendendo spunto dal post di ieri, quello sulla rabbia, m'è venuto in mente di rovesciare il consueto cliché da "Senso della Vita", quello in cui viene domandato urbi et orbi quali siano i migliori motivi per vivere, e domandare a voi, proprio a VOI:

Cos'è che vi fa incazzare come delle bestie?

Rabbia

martedì, 24 luglio 2007

Rabbia
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Il tizio che dico io è un vecchio coi capelli bianchi che non esprime nessuna tenerezza. Il tizio che dico io, questo tizio, abita nel mio condominio da quando ci abito io, quindi quasi da una ventina d'anni e, da che mondo è mondo, è sempre stato il tizio più testa di cazzo che sia mai esistito.

Tutti, qui, lo conosciamo con un solo nome: "Il Notaio". Notaio è stata la sua professione in vita, ma da quando è morto - e il tizio che dico io è morto da quando lo conosco: in effetti si può dire che non l'abbia mai visto vivo - da quando è morto, dicevo, "Notaio" è diventato semplicemente il modo di indicarlo, di nominarlo quando, a sera, semmai a cena, davanti al gioco di Frizzi in televisione, ci raccontiamo le sue ultime magagne.

Pallone bucatoIl notaio divenne "Il Notaio", almeno che io mi ricordi, il giorno che senza dire "a", prese e ci bucò il pallone.
Avevamo una decina d'anni a testa e il tizio che dico io arrivò e ci bucò il pallone: ecco quando morì, quando smise d'essere vivo. È così che funziona, secondo me: capita che la gente muoia molto prima di morire davvero, uccisa dalle proprie ignobili azioni. Per esempio arrivando a bucare un pallone a dei ragazzini. Da quel giorno - e dovete fidarvi che il teppismo ci fu perpetrato in maniera del tutto gratuita - il tizio che dico io divenne "Il Notaio".

Occhio, che arriva il Notaio, ecco che arriva il Notaio, che palle riecco il Notaio.
Il Notaio passava e sterminava i nostri giochi: qualsiasi cosa stessimo facendo cessava d'esistere, seccava. Il tizio che dico io non pareva concepire l'idea del divertimento altrui, la semplice coesistenza col benessere degli altri: perciò dico che era morto e morto è tutt'ora, lo vedo mortissimo ogni volta che lo incrocio all'edicola oppure ogni volta che esce dal condominio senza salutare il portiere. È ancora morto: quello lì, il tizio che dico io, credetemi, è un morto senza speranza. È molto più morto lui che Beethoven, per come la vedo io.

Comunque, la cosa bella è che il notaio, oltre ad essere ancora morto, in più è ancora "Il Notaio". I ragazzini d'oggi - tanto più terribili di noialtri che, davvero, non per spirito d'appartenenza, ma, devo dire con onestà, eravamo davvero bravi bambini - lo temono come noi lo temevamo e pure i loro giochi, che credo consistano nello spaccio e nell'assassinio del prossimo, muoiono quando passa il tizio che dico io.

NotaioOra, dovete sapere che da un po' di tempo a questa parte nella mia bella via di Roma Nord è germogliata una curiosa piaga: in pratica tutte le macchine hanno cominciato a risvegliarsi la mattina con un bel graffio sulla fiancata, a volte anche su tutte e due. Non soltanto i Suv, anche le Panda, le Porsche, perfino una Bentley di un tizio che non si sa dove li vada a prendere tutti quei soldi, le Yaris, le Mercedes, le Twingo, le Fiat e così via. Graffi come se piovesse. Naturalmente è anche iniziata la caccia all'extracomunitario ché, si sa, quando accadono cose così la colpa è prima di tutto di Veltroni, e poi degli stranieri. Semmai anche del Governo Ladro. Insomma, gira che ti rigira, alla fine viene fuori che il colpevole era il tizio che dico io. "Il Notaio".

Apriti cielo: l'ha beccato il portiere che gli ha pure urlato dietro, ma quello, morto com'è, che ha fatto?, è scappato. Scappato, capito? Sembra pazzesca questa cosa ma giuro che è vera: un tizio di almeno 80 anni che prende e scappa via con le dita ancora tutte sporche di marmellata. Insomma, è scappato. Per fortuna che esistono i testimoni: a parte il portiere c'è anche il proprietario dell'ultima macchina graffiata e un noto attore di teatro e televisione che ha visto tutto. Insomma, oggi, anno 2007, il tizio che dico io, dopo averci costretti alla fuga per tutta la nostra giovinezza, è scappato lui e adesso si ritrova pure con una bella denuncia sul capo. Non solo: pare che anche tutti quanti gli altri proprietari di macchine graffiate nell'ultimo anno o giù di lì, nel dubbio, vogliano fare causa a lui, al morto.

Enrico CucciaCapito che roba?
L'altro giorno l'ho visto, statemi a sentire. Stavo in macchina e l'ho visto arrivare. Vi ricordate Enrico Cuccia? Quel famosissimo banchiere che tutti cercavano inutilmente d'intervistare anni orsono? Quel tizio vecchio che camminava curvo, con le mani dietro la schiena o in tasca, l'impermeabile e sempre, ostinatamente muto? Ecco, il tizio che dico io cammina sputato a Enrico Cuccia. Impermeabile a parte. Ho abbassato la musica - e credetemi che per me levare volume a una qualsiasi delle canzoni di Vasco mi costa mezzo litro di sangue, ma l'ho fatto. Ho abbassato il volume, perché, lo ammetto, gliene volevo urlare quattro dal finestrino passando. Tipo: "Graffia tua madre, pezzo dimmerda!" o roba simile. Una di quelle cose che si vede fare nei film agli spacconi, insomma, ero proprio motivato, deciso, eccheccazzo, uno che leva il volume a "Ciao" è uno che deve avere sul serio qualcosa di importantissimo da fare, perciò ero proprio lì lì che stavo per... Quando, non so perché, anzi lo so, ma l'ho capito dopo ed è il motivo per cui ho scritto tutta 'sta roba, ci ho ripensato.

Non gli ho detto niente, ho messo la freccia e ho rialzato il volume: mi è preso come un momento di sconforto. Ho cominciato a pensare a dove stavo andando, a quello che avrei fatto nei giorni a venire, ho riflettuto sulla mia esistenza che, tra alti e bassi, devo definire comunque molto gradevole, emotivamente valida, piena di bella gente conosciuta, e ho capito che ai morti, tutto gli puoi dire tranne che sappiano dove andare. Ecco, mi sa tanto che i morti non hanno alcuna destinazione: e il tizio che dico io è morto da almeno vent'anni. Vent'anni senza avere un posto dove andare, a parte l'edicola e ritorno. Non l'ho giustificato nemmeno un po', intendiamoci, io ODIO chi graffia le macchine, ci dovrebbe essere un inferno privato per chi graffia le macchine, ma ho capito che se davvero gli avessi urlato a pieni polmoni "Graffia tua madre, pezzo dimmerda!", avrei preso esattamente quella stessa strada che lui prese, semmai alla mia età, e che passo dopo passo lo ha portato a bucare un pallone.
Ho capito che preferirei morire giovane piuttosto che arrivare a bucare un pallone: io non vorrei per nulla al mondo bucare un pallone. Vi prego ditemi che qualsiasi cosa succeda io non bucherò mai un pallone!

RabbiaEcco, quello che volevo dire, ci ho messo un po', ma insomma, spero che si capisca: è chiaro che tutti noi vogliamo, nella nostra vita, evitare il più possibile le malattie, la solitudine, la povertà, la fame, le invasioni di cavallette, ma la cosa che più ci preme, o che almeno preme me, è di non morire troppo prima del tempo. In questo senso ho deciso che c'è solo una cosa che uccide più della morte e questa è la rabbia. Il tizio che dico io è un tizio incazzato a morte da almeno vent'anni: e io non so come sia cominciata questa rabbia, da dove abbia preso il via, non ne ho la più pallida idea, saranno affari suoi, però, nella mia macchina, guardandolo passare, ho come sentito l'alito di quella stessa rabbia sfiorarmi il viso e m'è venuto il dubbio che, qualsiasi cosa sia, la rabbia, possa cominciare a contagiare le persone proprio così.

lunedì, 23 luglio 2007

In diretta dall'Isla Grande (le cose che ti ho salutato e anche le altre)
Categoria:cuba, scritto da andy capp


Chissà perché, per fare la chioccolina quaggiù bisogna premere alt poi il 6 poi il 4 e quindi togliere il num lock. E' solo una delle tante cose inspiegabili di questa terra, come il fatto che la punteggiatura funziona tutta al contrario o come il fatto che se passi alle tre di notte in qualsiasi strada ci trovi sicuramente un vecchio che dorme poggiato su qualche scalino con la testa ciondolante.

Il tempo a Cuba non passa mai: basterebbe cambiare la data alla tua lettera per descrivere l'Avana del 2007. Tutto uguale, solo qualche facciata e stata rifatta, anche nel Vedado. E tra queste, pensa un po', proprio la nostra topaia, che oggi sfoggia uno sgiargiante rosa confetto. Sono quattro giorni che sono qui e ancora non ho visto l'Avana Vieja: ho quasi paura di rovinarmi la gioia di rivederla, voglio conservare ancora qualche ora quell'emozione, perché ogni cosa che faccio scandisce il tempo verso il mio ritorno e allora preferisco adagiarmi su queste lunghe attese cubane

E' stato strano viaggiare senza te e Davide, se pensi che sull'aereo stavo seduto nei posti centrali con due posti vuoti a fianco e che alla Rocha ho cenato al nostro solito tavolo non potendo fare a meno di incrociare lo sguardo, e tu sai di cosa parlo, della dolcissima cameriera. A proposito "Pannella" sta bene e anche il repertorio è sempre lo stesso. Ieri sono stato a cena da Raul: mi ha fatto il congrì, l'avocado, la banana fritta, tuo ricordo di caca flua, e un puerco arrosto che era la fine del mondo. Stanno bene a casa Ferreira, sia Raul che Natalia, li ho trovati davvero bene, mi ha detto Raul che il nuovo lavoro sta procedendo e che e' soddisfatto perché ha tempo anche per portare avanti i suoi interessi e la ricerca. Dopo la cena Sergio e gli altri mi hanno portato a ballare in un locale solo per cubani, ma cubani per bene, come loro.

Naturalmente ha aperto con un'ora di ritardo, poi una volta dentro si e' cominciato con un karaoke talmente coinvolgente che, quando un tipo cubano più bravo di Pavarotti, insieme alla su novia, hanno cantato Vivo por ella in spagnolo, mi stavo commuovendo. Più tardi, tra un Cuba Libre e l'altro, tutti in pista a ritmo di reggaeton che ormai impazza anche all'Avana. Ci hanno portato non so quante bottiglie di ron e lattine di Tukola al tavolo perche Swany aveva un permesso speciale, ma che ne so, sempre queste cose strane che non si capiscono. A proposito: lei e Jasmine erano bellissime: se le immagini mentre ballano la salsa in pista puoi capire come batteva el mi corazon. Oggi pomeriggio tengo una sita con Marina, domani sarò di nuovo in piscina al Riviera dove ormai conosco tutti gli inservienti.

Pensa che la piscina è frequentata da molte famiglie cubane che stanno in vacanza li per 3 o 4 giorni. Ieri ho conosciuto Ernesto, un signore che abita a la playa de l'est e che lavora in una società di computer. Abbiamo fatto con lui e sua moglie una lunga chiacchierata, mi hanno offerto mille Bucanero e mi hanno fatto 100mila domande sull'Italia. Alla fine stavo talmente borrachado che loro ridevano e io mi sono dovuto buttare in piscina. Sto cercando di sfruttare al massimo i tuoi insegnamenti per le foto, speriamo che siano all'altezza di quelle degli anni passati.

Ora ti saluto amico mio, hasta luego
A proposito: ti salutano anche le due vecchiacce Marcelita e Joaquina. Ma della cotorra nessuna notizia...

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approfittiamo per ricordare il nostro diario di viaggio che abbiamo scritto in diretta l'anno passato.

domenica, 22 luglio 2007

Sollevazione popolare: Costanzo deve rinunciare al Brancaccio
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Ricorda Tricheco...

maurizio costanzo

maurizio costanzo

Roma ti odia.

venerdì, 20 luglio 2007

Cuba senza di me (lettera al companero che invece è laggiù)
Categoria:cuba, scritto da stefano havana


Salutami le strade senza mai ombra, salutami le bucce di banana, i cassonetti puzzolenti, i bambini con i piccioni in mano, le sette di sera, salutami la pasticceria "Dulce Habana", con i dolcetti "Occhio di bue" più buoni di quelli cha fanno in Tirolo, salutami il ristorante La Rocha, salutami il Mojito del bar "dei ragazzi", le goffe bandiere nere antimperialiste, la poltrona rossa di Joaquina, la cotorra che non mi faceva dormire, i pochissimi panni stesi delle case, calle 23 alle 10 di sera piena di gente con i gelati in mano, salutami le chicas sul malecòn, salutami il malecòn, il Capitolio, i succhi di frutta al mango fresco, le tortillas a colazione, le banane fritte, i fagioli neri, il pollo e il cerro con le spezie, salutami il pescado, la langosta col sugo, i fagiolini e i pomodori che non sanno di niente.

Salutami le strade senza cartelli, gli indici puntati della gente a cui chiedevamo indicazioni, indici sempre deformati dal lavoro, con le unghie gialle e rigonfie, salutami la mia Plaza de la Catedral, dove ci abbiamo lasciato tonnellate di chiacchiere e altrettanti silenzi, salutami la Caffetteria de la Catedral, dove fanno il mojito con la goccia rossa d'angostura che scende piano piano lungo il bicchiere ghiacciato, salutami la scalinata del Capitolio, Centro Havana, la Havana Vieja con le profumerie deserte e gli assurdi centri di bellezza vuoti, salutami il birrificio di Plaza de las Armas, il mojito especial, il caldo torrido alle 10 di mattina, i condizionatori d'aria sovietici che falcidiano il sonno, i tipi che vogliono le magliette, salutami la paella che fanno di fronte la Torre, salutami la Torre da dove si vede tutto il mondo a 3 dollari il cocktail, salutami le Buick, le Chevrolet, le Studebaker e le Desoto, salutami tutta quella gente che non sa più dove andare ma che ci va comunque con tutta la calma del caso.

Salutami i bambini nella piscina vicino Calle 23, i chioschetti con la bevanda impossibile all'amarena, salutami i bidoni azzurri del gas, ben visibili in ogni balcone sgarrupato, salutami il Golfo del Messico, quell'angolino di mare cittadino in cui affogo tutti i miei pensieri e problemi appena sbarcati lì, col primo mojito in mano e il primo piatto di papas fritas affogate in tre litri d'olio, salutami i cocotaxy, le carrozzine, i cavalli smagriti e i cani anoressici, salutami quei televisori accesi alla sera, in quell'attimo strano subito dopo cena, quando non c'è nessuno in giro e l'unica voce che si sente è quella degli attori delle solite soap operas, salutami tutti quei vecchi in carrozzella senza un braccio, o una gamba, pelati, che non dicono più niente, che non si sa nemmeno come siano arrivati dove sono arrivati, salutami gli enormi stomaci scoperti degli uomini, salutami la Tropicola, la Bucanero, le torte dai colori accesissimi che tutti, dico tutti, si portano in giro da una casa all'altra a orari pazzeschi.

Salutami le pozzanghere di fanghiglia estese e profonde come l'oceano che si formano dopo gli acquazzoni, salutami il lunghissimo sfilatino di pane che sa di niente ma che i cubani acquistano in massa e se lo portano in giro, nudo e crudo, così, senza busta o niente, sotto il braccio, che magari prima di arrivare a casa si fermano al bar e allora si vedono tutte queste persone che bevono ron lentamente con un lunghissimo filare di pane appoggiato sul tavolino, salutami gli "apagones", salutami il vecchio che ogni mattina sentiamo urlare per le strade: "Cebolla y ajo! Cebolla y ajo!", salutami il "calientador de agua", salutami le scintille che si vedono puntualmente partire da sotto il rubinetto quando si fa la doccia col filo d'acqua residuo della giornata, salutami tutti quei tizi, giganteschi neri, o semplici signori esili, che senza aggiungere nulla, ti offrono con un gesto di bere dalla loro bottiglia di ron agricolo fatto in casa.

Salutami i tassisti che si fermano mentre ti portano a destinazione, si scusano e vanno al mercato a comprare sapone e detersivo, salutami la ghiacciaia di Raul, il suo ron blanco, il suo sorriso che gli fa diventare piccoli gli occhi, le sedie tutte in circolo fuori il terrazzino dove abbiamo passato i momenti migliori delle nostre vite, gli accendini sparsi ovunque e le sigarette economiche che fuma Natalia, salutami Sergio e la sua canotta gialla, salutami lo stereo, la conga, il bagno con la doccia rimessa insieme con lo scotch, salutami la cucina di Raul, quel muretto dove appoggiamo il cuba libre dopo il brindisi, il tavolo rotondo con le sedie di legno e il buco sferico sullo schienale, saluta Jorge e suo padre, che ci conosce poco ma che ogni volta che passiamo a trovarli si fa trovare affacciato al balcone e da lì sopra ci urla "Bentornati!", "Benvenuti!" e ci fa cenno con la mano di venire su e subito dopo è già fuori al pianerottolo che ci bacia e ci abbraccia e poi chiama il figlio che arriva senza maglietta e anche lui ci abbraccia e ci bacia e ci regala i libri sul Che e ci prepara i cuba libre più buoni del mondo, il cuba libre "a la Jorge" con quei cosetti di plastica colorata per girare il ghiaccio e affogare la fettina di lime.

jorge e il suo cubo libra magico con tropicola

Salutami la macchina devastata di Sergio, quella che ogni tanto si ferma e ci ritroviamo tutti fuori con il cofano aperto, semmai sotto la pioggia, salutami l'Universidad, i poliziotti che si fanno corrompere e poi ti chiedono scusa se t'hanno importunato, salutami la gelateria di Coppelia e i soliti due gusti disponibili, salutami la caja de cambio, i bancomat, l'hotel Havana Libre e l'Hotel Nacional, salutami i "camelos" stracolmi di gente senza espressione, salutami quei signori che vivono, letteralmente, dentro i cessi pubblici e ti tengono la porta, o semplicemente ti invitano ad entrare, neanche fosse un bar, salutami le canne da zucchero, i cocchi, salutami Jasmine che, durante la cena, immancabilmente, a un certo punto si fa avanti timida e ti indica questo o quel piatto per avvisarti che l'ha cucinato lei, salutami la pelle di maiale fritta, impossibile da resistere, salutami gli italiani molesti, la diarrea, il platano, el refresco de limon, l'umidità che rende lo zucchero un blocco di gesso, che è poi il motivo per cui, a Cuba, lo zucchero si tiene in frigorifero, salutami la Moca ammaccata di Raul, la targhetta di ceramica sopra la porta della su casa dove sta scritto "Ferreira", passaci due dita sopra al posto mio, salutami quei tre chilometri buoni di Malecòn che ogni tanto ci divertiamo a percorrere fatta la sera, sparando cazzate sul futuro, dicendoci cose che non si realizzeranno mai.

malecon y andy capp

Davide y canna da zucchero

Salutami il mercato di Centro Havana, dove è impossibile per noialtri, non lasciarci almeno un quarto del budget economico della vacanza, salutami il muretto del lungomare davanti all'Hotel Riviera, quello sopra cui siamo riusciti ad addormentarci, tu, Davide ed io, senza il pensiero di null'altro, salutami "vamos bien", salutami i colori coloniali e disperati del quartiere Vedado, salutami lo spagnolo arronzato con cui ci barcameniamo nelle situazioni più strane, salutami gli havaneri con le magliette dell'Italia campione del mondo, salutami quella terra fusa dal sole e dalla Rivoluzione morta e sepolta, salutami la propaganda, salutami le bandierine di tutti gli stati appesi sul soffitto dell'aeroporto José Marti, salutami la musica strizzata fuori dalle finestre di tutte le case, salutami i pazzi, ce ne sono un sacco alla Havana, resi tali chissà da cosa, dalla monotonia, ci siamo detti, dall'impossibilità d'immaginare un futuro, salutami il mare che oscilla piano, azzurro come il gas acceso, salutami tutto quello che puoi contenere in un abbraccio, gesto così frequente a Cuba, saluta la terra di cui sono geloso e innamorato come lo sarei di una donna.

giovedì, 19 luglio 2007

Tira di più un pelo di figa
Categoria:società, scritto da stefano havana


A me questa lettrice che ha scritto a "la Republica" già mi arrapa. Me l'immagino, donna fatta, colta e semmai in carriera, (ma non ne sono affatto convinto) con un culo sodo e bello, vestire dei completini estivi floreali o dei jeans chiari, un po' sbrecciati dietro le natiche, e indossare sandali con generoso tacco: già mi arrapa.

Se mai leggesse queste righe, per piacere si palesasse in qualche maniera, conosco un sacco di persone che la vorrebbero conoscere: tutti uomini abbastanza bruti, la gente di classe, a parte il fatto che di gente di classe non ne conosco, comunque mi sa che la gente di classe se ne sta tutta insieme ad altre donne, più semplici, meno colte ma assai più intelligenti, che giammai trasformerebbero una lettera di protesta a un quotidiano in una marchetta personale. Una lettera come quella della lettrice de "la Repubblica" io penso che soltanto "la Repubblica", ridotto com'è, avrebbe potuto pubblicarla e in prima pagina: una stampa seria avrebbe cestinato le righe di una sociopatica compulsiva, avvisando semmai anche le autorità, che ogni quattro righe fa l'esegesi del proprio culo e delle proprie caviglie, specificando però che lei usa indignarsi quando gli uomini, vedendola passare per la strada, che fanno?, le guardano il culo e le caviglie, anziché fermarsi a stringerle la mano, proiettarla in un casché, e complimentarsi, citando Dos Passos, per la doppia laurea conseguita.

Perciò io, maschio, confermo che quando incontro una donna passare le guardo prima di tutto il culo, poi le gambe, in terzo luogo le tette, quasi mai il viso e certamente neanche una volta il grado d'istruzione. E confermo pure che tutti i vezzi maschilisti dei maschi tracciati dalla lettrice nella sua lettera sono veri: il pressappochismo classista che disegna l'uomo nel suo agire sociale è quello che è. Innegabile, genetico: io sono molto maschilista. Però amo le donne, una in particolare, e, potete credermi sulla parola, porto molto rispetto per le donne in generale: quello che io noto, in tutti questi discorsi, è che a farla da padrone è sempre e solamente il sesso.

La lettrice che ha scritto a "la Repubblica" è evidentemente una a cui piace tantissimo il membro maschile eretto, noi ometti si sa quanto siamo fallo-centrici, e così via. Perciò cosa voleva dire questa tizia arrapata e arrapante con la sua lettera destabilizzante? Voleva parlare di quote rosa? Di emancipazione? Di potere alle donne? Di festa della donna? Di violenza sulle donne? Di cosa? Della sofferenza endemica delle donne? Oppure voleva parlare di sesso? C'è qualcosa a proposito del sesso che bisognerebbe dire? Io conosco un sacco di donne tutte serenamente a posto con la propria esistenza e con quella dei compagni di esistenza UOMINI (scusate se ci siamo) e che non passano le loro giornate ad alzare gli occhi al cielo non appena vengono guardate, osservate, complimentate: come mai costoro non hanno mai pensato di scrivere una lettera a "la Repubblica"? E come mai costoro non hanno neanche mai sentito il bisogno di dover parlare del loro culo e delle loro caviglie a un importantissimo quotidiano nazionale?

Vogliamo parlare di sesso, per piacere, e dire le cose come stanno? Perché farne sempre un fatto politico o sociale? Gli uomini sono maschilisti, funziona così da che mondo e mondo e io spero che non cambi mai, perché non ne posso più di questo mondo perfettino e precisino che certi sembrano sempre più auspicare, niente bugie, niente guerre, niente furti, niente rapine con scasso, niente parolacce, niente sguardi laidi dei maschi alle donne, niente più perizoma, niente più di niente.

Il problema è il sesso. Il problema è che la televisione trasmette sempre e soltanto sesso. Il problema è che solo il sesso vende. Oggi per vendere uno stendipanni servono le nudità delle donne. Le donne acconsentono perché è assolutamente legittimo che lo facciano a fronte di forti guadagni: (e questo lo dice anche la signorina della lettera a "la Repubblica") proprio l'altro giorno ho dsimesso per sempre TUTTI i miei dubbi su modelle come Giselle Bundchen: a quella tizia lì, che di lauree non ne avrà mai due, ma di culo ne ha uno che alla tizia de "la Repubblica" le dà di sicuro un allungo da primato, a Giselle Bundchen il terribile e pericolosissimo mondo maschile rifila circa 40 milioni di euro all'anno, secondo recenti stime. Quindi perché non fare la Giselle Bundchen se sei Giselle Bundchen? Date 40milioni di euro alla tizia de "la Repubblica" e la tizia de "la Repubblica" non scriverà MAI PIU' una lettera a "la Repubblica". La tizia de "la Repubblica" molto probabilmente ha un grandissimo culo, due lauree e neanche un lavoro come si deve. (è l'unica cosa di cui NON parla nella lettera)

Probabilmente quel culo lo darebbe via anche subito per l'ultimo posto disponibile all'Isola dei Famosi. Quindi, per favore, lo dico ancora: non facciamo gli eroi. Il mondo funziona così e finché ci sarà aria da respirare io non farò mai, dico mai, attraversare la strada a una donna brutta. La tizia de "la Repubblica" non ha detto nulla di nuovo e non ha certo centrato il problema proponendo di affogare i bimbi maschi appena nati, oppure di obbligarli a rifarsi il letto sin da piccoli: il problema è il sesso. La nostra società, grazie a farabutti disonesti e pericolosi come Costanzo (nuovo direttore del Brancaccio, fatto fuori Gigi Proietti, complimenti) o come sua moglie, pone i pilastri dell'accettabilità sociale esclusivamente sulla bellezza, sulle fette di culo in vista, sui muscoli addominali e sul sesso. Niente di nuovo. Briatore ha detto che Vallettopoli non ha fatto altro che incrementare il suo giro d'affari. Lele Mora ha detto che Vallettopoli non ha fatto altro che incrementargli il conto in banca. Fabrizio Corona ha detto che Vallettopoli lo ha rilanciato: tutte e tre queste persone hanno detto quello che hanno detto in compagnia di strafiche abbronzate e svestite.

E' il sesso che fa girare tutto, non il maschilismo né il femminismo: è tutta una questione di mercificazione sessuale. Vince il sesso e il pelo di figa tira più che un carro di buoi. Indi per cui: le donne soffriranno ma domineranno il mondo, perché la moneta-pisello farà presto la fine che ha fatto la lira. Trovate un lavoro decente a tutte le bi-laureate con un culo così e avrete un universo di bi-laureate con un culo così che non ci penseranno nemmeno a scrivere una lettera indignata a "la Repubblica".

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piccolo update che rende ancora più inutile il dibattito...

mercoledì, 18 luglio 2007

Ho pensato che fosse un orario strano per spazzolarsi i denti
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Ho visto un cinese che cercava d'ammazzare qualcosa.
L'ho visto con questi stessi occhi dalla finestra della redazione dove lavoro: stava nella sua stanza d'albergo e credo si trattasse di una mosca.

Scrittura cineseDalla finestra della mia redazione si vede una facciata enorme del Rose Garden Hotel di Via Boncompagni e siccome la finestra della mia redazione sta all'ultimo piano di un palazzo molto alto, si può dire che affacciandosi da lì si riesca a vedere tutto di quello che succede nelle stanze del Rose Garden Hotel di Via Boncompagni. Per esempio una volta i miei colleghi hanno visto un manager panciuto fare del sesso selvaggio con una biondina esile: si sono messi dietro le ante semichiuse e hanno spiato il loro furibondo coito. Io me lo sono perso. Naturalmente ne abbiamo parlato per giorni interi, sono cose che succedono tra giovani cazzari che passano tantissimo del loro tempo insieme, e alla fine è come se ci fossi stato anche io, quel giorno, in redazione a spiare il ciccione e la bionda scopare.

Invece il cinese l'ho visto solo io. E' roba mia. Per carità, è una cosa molto antica e molto abusata, letterariamente e cinematograficamente, quella di spiare impuniti le vite degli altri da una posizione vantaggiosa, non ne vorrei fare chissà quale spunto originale, però giuro che questo cinese m'ha colpito, m'ha tenuto lì affacciato ad osservarlo mentre con una scarpa in mano cercava d'ammazzare una mosca. La stanza era disordinata, c'erano i bagagli buttati sul letto, doveva essere arrivato da poco: Vietnam s'aggirava per la stanza scalzo, indossava occhialini con la montatura rossa e non c'erano dubbi che fosse un cinese. Sembrava uno di quei cervelloni maghi dei videogiochi, uno di quelli che viene invitato alle grandi fiere ludiche e si mette lì e batte tutti i record del mondo ai videogiochi e poi le grandi case sviluppatrici di videogiochi lo assumono a cifre vertiginose per fare da beta tester a tutti i videogiochi ancora non immessi sul mercato: sembrava esattamente uno così.

Maiale cinese agrodolceUno con un paio di lauree che stava cercando d'ammazzare qualcosa e a me, non so a voi, non era mai capitato d'osservare un cinese genio dei videogiochi mezzo nudo con un paio di lauree cercare d'ammazzare qualcosa. A parte in uno di quei film, s'intende: nei film mi capita spesso di trovare qualche cinese pazzo che fa delle cose pazze, uno su tutti è sicuramente "Oldboy", uno dei film d'azione coi cinesi pazzi più bello che mi sia mai capitato di vedere, anche se, per dirla tutta, il mio cinese mi ricordava assai di più Cho Seung-hui, lo schizzato che ha fatto fuori tutta quella gente al Virginia Tech Institute lo scorso aprile, e non perché, come Cho Seung-hui, anche lui stava cercando di ammazzare qualcosa, ma proprio per le movenze da pazzo: quello che voglio dire è che sembrava davvero importante per quel cinese ammazzare la mosca, proprio come per Cho Seung-hui doveva essere importantissimo ammazzare più studenti possibile. Ogni suo movimento era proiettato a quello scopo. Una mosca era diventata la cosa più importante della vita, tutta titoli azionari e ideogrammi, di un cinese del cazzo: avreste dovuto vedere come ci si impegnava. Camminava lentamente, muovendosi anche di lato, brandendo questa scarpa con l'attenzione di uno che debba disinnescare una grande bomba: sembrava Bruce Willis cinese, tanto per dire, uno di quei supereroi americani dentro il grattacielo in fiamme. Sembrava uno con una cosa fondamentale da fare.

Super MarioSeguiva la sua mosca da una parete all'altra e ogni tanto - sbam! - calava il colpo, violento, perentorio ed evidentemente fallace, perché poi, subito dopo si rimetteva a caccia dell'invulnerabile insetto neanche fosse un alieno: si vede, che ne so, che a Tokyo o a Pechino, o in una di quelle città del cazzo piene di cinesi e lucine, le mosche non ci sono, oppure sono il piatto nazionale o vattelapesca. Comunque questo cinese era veramente un cinese con i controcoglioni: stava lì e non l'avrebbe smosso nemmeno un terremoto, secondo me è per questo che i cinesi, quando ci si mettono, fanno quelle cose strane, tipo spaccare i mattoni con il taglio della mano, oppure creare Supermario.

A questo punto ho cominciato a fare caso alla stanza in cui agiva Bruce Lee: a parte il disordine, c'era anche un grande televisore e nonostante la distanza ho riconosciuto il faccione di Amadeus che conduceva il suo cazzo di quiz serale. Allora m'è venuta un po' di tristezza per lui, per il cinese, e ho cominciato a pensare alla sua solitudine in una terra che di cinese non capisce niente di niente, né la lingua, né l'alfabeto, né le abitudini alimentari, né altro. Mi sono immaginato che Occhi a Mandorla potesse essere capitato a Roma non per vacanza ma per lavoro, magari per chiudere un'importante transazione finanziaria tra multinazionali dell'import/export e che, insomma, lui in realtà, nonostante il fascino della Città Eterna e tutto, desiderasse assai di più essere altrove, semmai nella sua terra, dove nessuno muore mai e tra gli uomini e le donne non c'è apparente differenza fisica eccetera eccetera.

L'ho guardato con quella scarpa in mano aggirarsi per la sua stanza, come un artificiere, assetato di sangue di mosca, e ho deciso che, porca puttana, non si meritava Amadeus. Nonostante fosse un cinese e i cinesi si sa quello che fanno - sono strani, hanno il pisello piccolo, mancano di peli e arrendevolezza, sono tutti comunisti e fanno le bombe nucleari con la pasta di pane - ebbene, non si meritava Amadeus. Perciò ho cominciato a tifare per la mosca: almeno, ho pensato, finché avesse avuto quello da fare, non avrebbe guardato Amadeus, non avrebbe fatto zapping sulla nostra terrificante televisione. Mandavo impulsi elettromagnetici alla mosca, implorandola di farsi ancora più mosca, ogni tanto li perdevo di vista, a lui e alla mosca, perché non è che il rettangolo ritagliato dalla finestra mi desse chissà quale visibilità, ma in generale riuscivo a seguire le traiettorie di entrambi, quella del cinese e, di rimando, quella della mosca: a un certo punto m'è parso di starmene lì a fare qualcosa di molto sbagliato, in fondo quella era la sua mosca, la mosca del cinese, e io non avevo il diritto di immischiarmi. Dopo un po' è sparito, sollevandomi dai sensi di colpa.

pollo cinese ai peperoni e limoneSono rimasto a guardare ma niente. Ho pensato: stai a vedere che è sparito un cinese. Ho guardato le altre finestre della facciata del Rose Garden Hotel ma non c'era nulla di interessante da vedere, a parte tutta una serie di tende tirate, poi il cinese è rispuntato, nella mano adesso aveva uno spazzolino da denti e, come niente, s'è messo lì a spazzolarsi i suoi denti piccoli da cinese davanti alla finestra. Non sembrava avere più alcuna volontà di dare la caccia alla mosca: stava semplicemente lì a spazzolarsi i denti alle otto della sera. Ho pensato che fosse un orario strano per spazzolarsi i denti e questa riflessione, insieme al dato di fatto che la caccia alla mosca era terminata, m'ha fatto decidere che sì, senza ombra di dubbio, il cinese non solo aveva ammazzato la mosca, ma se l'era pure mangiata.

A questo punto è successa la cosa più strana di tutte, perché da dietro un angolo cieco della stanza s'è mosso qualcosa, come un'ombra, e dal nulla, vicino al cinese, s'è materializzato un altro cinese. Allora il cinese numero uno, sempre scalzo e in mutande, s'è allontanato dal cinese numero due, vestito di tutto punto con una camicia a rombi a maniche corte, e ha fatto qualcosa con il bagaglio sul letto. Il cinese numero due s'è girato a guardarlo, poi ha perso interesse. Hanno parlato tra di loro, il cinese numero uno sempre con le mani nei bagagli e il cinese numero due sempre davanti alla finestra, poi il cinese numero uno s'è avvicinato al compare e insieme hanno cominciato ad armeggiare con qualcosa che il cinese numero uno teneva in mano. Non ho capito cosa fosse, non ho capito niente, forse era la mosca, o un'arma termonucleare cinese, fatto sta che il cinese numero uno e il cinese numero due hanno continuato così per molto, molto tempo, finché giù in strada non si sono accesi tutti i lampioni.

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questo post è dedicato ad andy capp che s'è fatto grande e in queste ore è in volo, da solo, imbottito di valeriana e di regali per gli Amici, verso il posto più bello del mondo e da noi più amato. Buona vacanza fratello.

martedì, 17 luglio 2007

Come Gigi la Trottola
Categoria:estate, scritto da stefano havana


Questo post fa parte della serie estiva: "Gli amici delle vacanze".
>>> Qui la prima puntata

Io sono sempre stato un pessimo limonatore da vacanza. Capito come? Quelli che prendono e vanno in vacanza e poi tornano a casa pieni zeppi di storie da raccontare a proposito di scopate mega-galattiche, orge, o cose simili: ecco, non sono mai stato così. Anzi, per dirla tutta io in vacanza non ho mai limonato granché. Però, cascasse il mondo, finché ho avuto una certa età, mi sono sempre innamorato. Di tutte le ragazze conosciute in vacanza mi sono innamorato, ma mai ne ho baciata una: avrei voluto, ma non mi sono azzardato neanche una volta. La prima che mi viene in mente, per ordine d'importanza, è Sarah. Con l'acca finale.

Gigi la TrottolaSara con l'acca finale: dovete sapere che io, pessimo limonatore da vacanza, riuscii però in quell'occasione a diventare bello come Gigi la Trottola quando diventava bello prima di andare a canestro e la stordii con un'azione diversiva a la Gregory Peck, riuscendo a recuperare il suo coniglio bianco che, non so come, s'era tipo imbizzarrito. Allora, se io adesso fossi uno di quei limonatori folli di cui sopra, che tornano dalle vacanze con tutte le mutande strappate e i graffi sulla schiena, vi starei senz'altro a raccontare di un'impresa ancor più titanica di quella che in un certo senso è stata, narrandovi di come io sia disceso per le scale tenendo la giacchetta sulla spalla per un indice come certi attori, barba incolta, e di come abbia acciuffato senza patemi e senza dubbi la bestiola, porgendola quindi a lei, a Sara con l'acca, con l'espressione giusta, una mezza sigaretta all'angolo della bocca, per poi volgerle immediatamente le spalle, dirigendomi quindi, bellissimo e testosteronico, verso il sole morente.

Gigi la TrottolaMa, ragazzi, non fumavo e avrei dovuto aspettare almeno altri due anni per salutare il primo pelo di vera barba e anche se, in effetti, riuscii ad acciuffare quel cazzo di coniglio, feci tuttavia cadere tutto il resto, che nell'occasione constava di un enorme sacco nero della spazzatura: dopo di che il coniglio mi morse sul dito medio, al che io letteralmente lo lanciai verso di lei che per fortuna riuscì a bloccarlo a terra facendo tintinnare tutta una serie infinita di braccialetti che portava ai polsi. Ecco come conobbi veramente Sara con l'acca: circa nove minuti dopo ne ero perdutamente innamorato.

Lo sarei rimasto per i due anni successivi - 24 mesi senza pensare a nessun'altra donna, a quei tempi ancora si facevano cose così, non avevo nemmeno il cellulare - lacerandomi l'anima alla ricerca di una soluzione, soluzione che – com'è evidente – non arrivò mai, se non quella organica della dimenticanza, perché dopo quell'estate di devastante amore, seppure fosse della natura frettolosa tipica del cuore di un 17enne, non la rividi più. Così si esaurirono due anni infiniti trascorsi struggendomi, scrivendo centinaia di pagine dedicate a lei, graffiandomi il cuore davanti a un telefono, non riuscendo mai - dico mai - ad andare oltre la penultima cifra, così terminò tutto, come termina un viaggio, o una risata, terminò a forza di parlarne con gli amici, a tutti spiegando che sebbene avessi avute tutte le occasioni, in quelle due settimane estive, lo stesso scelsi scientemente di non compiere alcun passo. Sara con l'acca: così finì, come finisce una rampa di scale, con la differenza che con lei non iniziai a salire nemmeno il primo gradino. Ma fu una cotta talmente forte che riuscivo a commuovermi con le canzoni di Marco Masini.

Gigi la TrottolaA lei invece piaceva da matti Nek - andava tantissimo di moda a quel tempo - così, mesi dopo, in vacanza in Spagna con Federico e mio cugino Guglielmo, (ciao Guli) le acquistai un mitico cd di Nek in spagnolo in una discoteca di Malaga. Feci incartare quel cd, lo nascosi in valigia tra le mutande, me lo portai indietro e lo serbai in camera mia nascosto tra le viscere delle cose, per anni, per anni, feci fare a quel cd un giro molto simile a quello fatto dall'orologio del padre di Butch in Pulp Fiction, a parte il fatto che per fortuna non arrivai a infilarmelo tra le chiappe, e oggi, giorno presente, Nek canta "Nella stanza 26" e semplicemente quel cd è ancora qui, in questa stanza, alla fine lo aprii, qualcosa come sei anni fai, e la cosa più poetica che mi riuscì di pensare, dopo averlo fatto, fu che al posto della mia faccia da cazzo, riflessa sul lato argentato, doveva esserci la sua amatissima.

jerry o connellChiudo questo mio lamento d'amore adolescenziale raccontando l'ultimo pazzesco aneddoto (avendone, per forza di cose, cassati almeno altri cento) che mi lega alla figura mistica e idealizzata di Sara con l'acca: diversi anni dopo i fatti, deve essersi fatto il 2004 o giù di lì, presi baracca e burattini e le mandai una lettera. Una lettera vera, di carta, all'indirizzo di casa che ancora conservavo: le scrissi senti, sono io, ti ricordi?, devi sapere che sono anni che non ti penso più, però devi anche sapere che per un sacco di tempo t'ho pensata eccome e, per dirla tutta, mi sa che sono stato perdutamente innamorato di te e che ho un sacco di roba scritta apposta per te e insomma, te lo volevo dire, tu dicevi che assomigliavo spaventosamente all'attore del mio amico Ultraman, e così mi chiamavi: Ultraman, pure se non sapevo volare nemmeno oltre il ciglio del mio sentimento nascosto, oggi sono cresciuto, sono diventato più spigoloso, arrogante e bugiardo e col mio amico Ultraman non c'entro più un cazzo, però eccoti qua il mio numero, mi farebbe una cifra piacere rivederti e capire per quale merda di motivo m'ero perso a tal punto di te.
Eccetera eccetera.

Mi mandò un sms, ricordo perfettamente cosa stessi facendo quando lo ricevetti: ero su ICQ (il predecessore di MSN) davanti al mio computer e ascoltavo gli Oasis, lo ricordo come si ricordano le cose che si stavano facendo durante certi momenti topici dell'esistenza, tipo, che ne so, come ci ricordiamo tutti quello che stavamo facendo quando il faccione di Mentana apparve per la prima volta in televisione a dirci delle Torri Gemelle, ecco, me lo ricordo così, risposi a quel messaggino e così via per un po'. Sembrava che ci fossero i presupposti per qualcosa e invece non c'erano i presupposti per niente: un bel giorno, un sabato, poco prima di entrare in campo per una partita di calcetto, ebbene tenetevi forte, la chiamai, chiamai Sara con l'acca, ormai svuotato della rete di tentennamenti che m'aveva imbrigliato anni e anni prima. Solo che non andò benissimo: accadde qualcosa di molto strano, nel senso che lei mi trattò malissimo, freddissimamente, in una maniera opposta a quella che si percepiva dai messaggini, sarà che m'ero fatto tutto un film da solo, chi lo sa, comunque sia fu veramente sgarbata, a un certo punto cadde la linea, o almeno così pensai io: la richiamai e quella stronza aveva spento il cellulare. Così le scrissi un ultimo sms, abbastanza sgradevole a mia volta, sembrava quasi che mi dovesse qualcosa, entrai in campo, feci quattro gol e presi una traversa di sinistro.

Gigi la TrottolaQuello che penso, ancora oggi, è che, sì, in effetti lei qualcosa mi doveva, qualcosa che s'era presa da me anni prima senza accorgersene - d'altra parte è così che va per tutte le storie d'amore del mondo, si prende e si dà - ecco io diedi a Sara con l'acca, durante quelle due settimane di vacanza e durante i due anni successivi d'amore solitario e disperato, diedi a Sara con l'acca tutto quello di cui allora ero capace - che non era moltissimo - forza, passione, muscoli, fede, costanza e fedeltà, le diedi tutto questo senza che lei lo sapesse, glielo diedi senza nemmeno dirglielo, glielo diedi nella maniera più sincera possibile, diedi a Sara con l'acca un amore ingenuo e totale che non m'è mai tornato indietro, le diedi qualcosa di gigantesco stando fermo in camera mia, scrivendo poesie lacrimose, e lei lo ricevette inconsapevolmente andando a scuola, facendo i compiti, spazzolandosi i denti alla mattina, ascoltando quello sfigato di Nek, crescendo, tingendosi i capelli, cambiando misura di reggiseno. Tutto lontanissimo da me che a mia volta vivevo la mia vita e procedevo verso le cose che sarebbero state e che mi avrebbero condotto a quella partita di calcetto e a quella telefonata. 

Chissà che le è preso, chissà cos'è diventata, chissà che fine ha fatto quell'altra Sara con l'acca di cui m'ero perso tra i monti e che non mi avrebbe mai trattato in quel modo al telefono. Chissà che fine ho fatto pure io. Chissà, in definitiva, dov'è che va tutto l'amore che uno crede di provare da giovane.

lunedì, 16 luglio 2007

Summertime
Categoria:estate, scritto da stefano havana


Ve ne sarete accorti, questo blog è legittimamente in vacanza. Ora, legittimamente: la legittimità della vacanza è un concetto aleatorio che ciascuno definisce in autonomia per se stesso: per esempio IO ho deciso che mi spettava legittimamente una vacanza ai primi di luglio. Questa cosa accade in maniera del tutto spontanea: succede che uno vada a dormire al termine di una giornata piena di cose fatte e si risvegli all'inizio di una giornata piena di cose da fare che non si ha voglia di fare e che, effettivamente, non si fanno. Ecco quand'è che comincia legittimamente la vacanza: perché c'è una differenza e questa differenza sta tutta in questo fatto, ovvero che a un certo punto non solo non si ha più voglia di fare le cose che si devono fare, ma si va oltre e non si fanno per davvero.

Perciò vivo così, in queste settimane di marce basse, lavorando quando devo lavorare e sfruttando al massimo il tempo libero, come non si fa in genere durante l'anno, quando, appunto, il tempo libero lo si dedica al blog, ad altri progetti, alla scrittura, e invece adesso no, adesso si fa un cazzo, come potete vedere - mai era capitato prima che questo sitarello rumorosissimo durante l'anno venisse lasciato a se stesso per un'intera settimana: perfino da Cuba lo abbiamo aggiornato - e si fa un cazzo, dicevo, con grande entusiasmo, lo ammetto, senza rimpianti, sebbene qualche piccolo rimorso di tanto in tanto venga a galla, però un cazzo, nonostante le ferie quelle vere, e con loro la vacanza, cominceranno solo il 3 agosto prossimo venturo. Nel frattempo eccomi qui, trascorro le mie giornate a leggere, a guardare i Sopranos e Six Feet Under su Cult, a guardare I Soliti Ignoti di Frizzi, nettamente la trasmissione DELL'ANNO, (a proposito, Frizzi è venuto ad abitare con la fidanzata al piano sopra il mio) a farmi imprestare dvd di vecchi film western, a buttare nero su bianco qualche - dico qualche - idea per settembre che poi, solo poi, a settembre appunto, semmai qualche giorno prima, ma insomma, comunque più in là, sottoporrò ai miei cari compagni d'avventure professionali, a stare in giro la sera il più possibile, a stare con la mia F., a bere Cuba Libre e ad abbronzarmi.

Ebbene, lo devo ammettere: abbronzato sono decisamente più bello, risaltano i miei occhi azzurri e i peli delle braccia s'imbiondiscono dando modo ai miei amati tatuaggi di evidenziarsi, perciò devo ammettere che quest'anno mi sono consapevolmente abbronzato ancor prima di andare in vacanza solo al fine di apparire più gradevole all'aspetto. Dev'essere la prima volta che succede e oggi l'edicolante mi ha guardato storto, mi sa che davo l'idea di uno che era appena tornato dai Caraibi, io, che quest'anno ai Caraibi neanche ci vado: ho deciso di vedere l'Atlantico "europeo" e perciò me ne andrò alle Isole Azzorre, dopo una bellissima esperienza portoghese a capodanno che ci ha convinti, a me e a F., di approfondire la conoscenza di quelle terre, però ai suoi occhi, agli occhi dell'edicolante, devo essere sembrato uno di quelli che vanno ai Caraibi e poi se ne vantano a voce alta in palestra, semmai lamentandosi pure di quante poche siano tre settimane, invece nisba, la mia abbronzatura è tutta romana. Direte: che problemi. Già, non sono questi i problemi della vita e in effetti devo ammettere che se di una cosa non ho mai lungamente parlato in questo blog, questa riguarda i miei problemi, che pure ho, spesso e volentieri mi capitano un sacco di cazzi acidi, però non ne scrivo qui, questo perché col passare del tempo mi sto sempre più de-autobiografizzando, nel senso che quando scrivo preferisco scrivere il meno possibile di me, nonostante io sia d'accordo con certi scrittori e letterati i quali sostengono che sia IMPOSSIBILE, per qualsiasi scrittore, volente o nolente, scrivere alcunché che non riguardi la propria persona. 

Allora, eccoci qua: tutto qui dentro mi dà l'idea di un grande salone dove sia appena finita la festa e siano rimasti solo i padroni di casa a guardarsi intorno con le mani sui fianchi. Ci sarebbe da ripulire tutto e tessere le fila per approntare il lunedì, ma faccio finta che non sia ancora arrivato il tempo, faccio finta che debba essere domenica ancora a lungo, con tutte le partite del campionato lì lì per iniziare e compagnia bella. E' stata una grande festa davvero e presto si ripartirà: è stata una festa che, lungo quest'anno "lavorativo", è andata oltre ogni aspettativa. Sicuramente s'è concluso il migliore periodo per Noantri dalla sua nascita: il giocattolino non vagisce più, ora ruggisce, o almeno ruggiva finché non ci siamo messi sull'amaca; grazie a Noantri mi sono messo a lavorare per la Rai e oggi quando faccio certe telefonate mi posso far passare delle persone presentandomi come autore e regista, il che mi fa veramente ridere, perché io sarò autore al 12, 13%, ma non sono affatto regista, però sono cose che succedono e che poi si perdono, si dimenticano, seppellite da altre più importanti o spazzate via da inesorabili fallimenti, e allora tanto vale godersi il godibile, soprattutto se dirlo non costa alcuna fatica e non è come il baccalà.

State bene voialtri, ci rileggiamo a spizzichi e bocconi fino a settembre, poi saranno cazzi dei vostri.

martedì, 10 luglio 2007

Conversazioni
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


L'altro giorno il mio pisello ed io ci siamo parlati. Gli ho detto: senti, non ci pensare nemmeno. Fai quello che devi fare, non esiste che ti pianti adesso. Scegli qualsiasi altro momento, se vuoi, ma non questo. Così l'ho guardato, gli ho dato un paio di colpetti, quindi ho chiuso gli occhi e a quel punto me la sono presa anche con me stesso, ho chiamato a raccolta le mie energie, ho cercato di sentire la forza della mia persona tutta dentro la testa. Andiamo, ho detto, lì fuori ci saranno almeno 20 persone: fai quello che devi fare, anzi guarda, senti che ti dico, facciamo un accordo, tu ed io, adesso. E così abbiamo fatto, il mio pisello ed io. Abbiamo stretto un accordo: gli ho detto che avrebbe potuto tradirmi in qualunque altro momento, anche sessuale, ci siamo capiti, no? Gli ho detto: fai così. Abbandonami quando sai tu, ma non ora. Mi è parso, in questo modo, di proporgli una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Quindi ho riaperto gli occhi e ho respirato. Ho respirato, ho fatto quelle cose che si fanno in casi come questi, ho cercato di distrarmi, ho cercato un palliativo, ho pensato ad altro, lasciando al mio pisello la facoltà di restarsene, ehm, per i cazzi propri, e alla fine ce l'ho fatta: ho pisciato.

La pipì è uscita come sempre esce e la sensazione è stata la medesima di tutti i giorni, accresciuta però dal sollievo di averla svangata: mi sono riallacciato il costume da bagno, ho lavato le mani, prendendomi anche un attimo di tempo per controllare quelle cose che si controllano allo specchio, e quindi sono uscito di nuovo al sole, ci saranno stati 30 gradi, lasciando il mio posto a una ragazza bassina con un costume blu e una cavigliera. L'ho guardata e non mi è parso che stesse osservandomi con chissà quale sguardo, semmai di rimprovero, o di indignazione: così le altre persone della fila, che intanto s'era allungata d'una decina di unità, pensavano ai fatti loro, facevano amicizia, fumavano, gonfiavano i tricipiti con la scusa di grattarsi un ginocchio, insomma anche da parte loro niente di niente lasciava intendere che mi fossi soffermato nell'unità cesso più tempo del dovuto.

Eppure, credetemi, per un momento ho temuto che non ce l'avrei mai fatta, che neanche una goccia di pipì mi sarebbe mai uscita dal coso: è stato uno di quegli attimi di indiscriminato terrore che si provano quando si devono fare delle cose da cui dipende la sorte di altre decine di sconosciuti. Nello specifico, dentro al cessetto due metri per due, mi ha raggiunta la certezza che non sarei mai riuscito a fare ciò che dovevo fare, ovvero pisciare, per colpa della pressione psicologica che gli altri, di fuori, in paziente attesa, stavano esercitando tacitamente sulla mia persona. Ecco perché ho cominciato a parlare col mio pisello: è stata una delle prime volte della mia vita che l'urgenza della minzione mi ha spinto addirittura a fare la fila, per di più al mare, a Fregene, e di sabato, dico: di sabato, già tutti questi elementi dovrebbero essere sufficienti a fare intendere la peculiarità del momento vissuto, perciò rendetevi conto di quanto mi scappasse. Insomma, non avevo alternative, fatta eccezione per quella, tipicissima, del pisciare in mare, il che non avrebbe significato per me alcun problema, giacché in mare m'è capitato perfino di cagare, il problema era dato dalla qualità delle acque laziali, vicinissime alla composizione chimica, appunto, della merda, per non parlare della temperatura, prossima allo zero.

Per questa serie di ragioni, ho deciso di mettermi in fila, fino a che, evidentemente preda di una delle mie solite crisi da ex timido compulsivo, ho capito, che avrei rischiato di non farcela. Ho creduto, mentre mi allentavo il laccetto del costume, che per una qualche ragione, psicologica, s'intende, me ne sarei rimasto lì, a far penzolare il penzolabile sull'orlo del gabinetto, accumulando minuti su minuti di ritardo, portando perciò la gente di fuori all'esasperazione. Incredibile che la psiche umana possa arrivare a tali proiezioni: me li sono proprio visti, quei tizi fuori, mezzi nudi, con le loro pance messe in mostra impunemente, prendere e avvicinarsi, appoggiare l'orecchio al legno, domandarsi tra di loro se per caso non stessi male e, ovviamente, al culmine dell'atto orrorifico, bussare alla porta. A quel punto, come ne sarei uscito? Avrei detto qualcosa dall'interno? Avrei mai trovato il coraggio di fare una cosa qualsiasi?

Di certo c'è che non so se farò mai più la fila per andare al bagno a Fregene: devo dire che dopo mi sono sentito molto meglio, ma nel mentre, porca puttana se è stato complicato farla uscire. Un'altra cosa che ho immaginato è che avrei potuto facilmente farmi risucchiare dalla tazza del cesso, in caso estremo, come Trainspotting, via giù per le fogne, sai che bello, ritornare in spiaggia dal mare, tutto lercio, ma felice, svuotato di ogni responsabilità e, semmai, avrei potuto rimettermi pure in fila, come in quei film, dove il protagonista di cui tutti temono la morte, arriva da dietro e si mette anche lui insieme agli altri a guardare oltre il ciglio del burrone dove si pensa sia precipitato. (Indiana Jones fece così, una volta, durante la ricerca del Graal) Rendetevi conto di quante cose si riescono a pensare, perché le ho pensate, mentre la pipì non esce e fuori ci sono dieci persone che aspettano tenendosi il basso ventre. Quando sono uscito da lì dentro, svuotato, e ho potuto guardare dall'esterno il luogo della mia tumulazione, come sempre accade, ho pensato di essere stato molto stupido e molto ingenuo a credere che anche uno solo degli astanti avesse potuto rivolgere a me la sua attenzione, eppure stando dentro, era tutto un altro discorso. Senti, ho detto al mio pisello, e lui, devo ammettere, mi ha ascoltato: fatelo anche voi, se vi dovesse capitare e ricordate: qualsiasi cosa accada, in qualunque situazione critica siate, a un certo punto la pipì esce sempre.

sabato, 07 luglio 2007

Mentre voi dormite loro sì che stanno salvando la terra
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Padre nostro, se sei nei cieli
per piacere fulminali tutti tramite un virus negli amplificatori Marshall,
inonda le loro terre riversando su tutte le case l'equivalente dell'acqua sprecata in questo magico 07/07/07 (qualche migliaio di tonnellate),
desertifica i loro territori togliendo tanta elettricità quanta ne hanno sprecata fino a questo momento (qualche miliardo di kilowatt)
prendi tutti i soldi che tirerà su Bob Geldof con la vendita delle magliettine e dei dvd (qualche milione di euro) e fai sì che tutti loro, a giro, li possano spendere in medicine per la dissenteria,
quindi cancella il debito (che come dice Homer Simpson equivale a: "Beebopalula", oppure a: "Ahdjdkfjdfere"),
(e fai cadere Jovanotti in un fosso abitato da coccodrilli),
insomma, Dio, se sei nei cieli, sfogati, fai quello che faresti se fossi su questa terra, testimone impotente della solita truffa da parte dei Potenti ai danni dei Mortali Creduloni, distruggi, devasta, annienta, punisci.

Ma risparmia LEI.

(un grazie a Prince, a Vasco Rossi e a tutti gli altri grandi e veri Artisti che hanno sempre rifiutato con violenza e fermezza codesta merdata)

sabato, 07 luglio 2007

Resistenza romana
Categoria:attualità, scritto da andy capp


Il pensiero di essere in quello stato per il bene del servizio e del Paese, è sufficiente a sostenere qualunque sofferenza con entusiasmo, forse la morte. (…) Non ti allarmare se dovessi partire. Tutto previsto. Importa soltanto che sia libera Roma. (…) Bisogna prevedere tutto. Se io non dovessi più tornare…
Vito

Caro papà, ti prego aiutare la mamma a superare il grave colpo. Avvertite subito il mio intimo amico perché faccia scappare gli altri compagni. State tranquilli: farò il mio dovere. Viva l'Italia libera!
Nando

In questa mia prima lettera ti mando anzitutto i segni del mio affetto. Tu e la piccola Simonetta siete tutto il mio mondo e solo per la grande tragedia in cui siamo travolti non possiamo godere di noi. Purtroppo oltre i doveri individuali e familiari, vi sono anche dei doveri nazionali e umani che bisogna rispettare. Per questo ti prego di volermi compatire e comprendere.
Ugo

Se tutto andasse male Juccia sappia che non sapevo di amarla tanto: rimpiango solo lei ed i figli. Confido in Dio. Però occorre aiutarsi. Io non posso che resistere e durare. Lo farò per quanto umanamente possibile. Insistete per la soluzione totale (Vaticano chieda internamento). Se vuole può ottenerlo e risolve tutto.
Beppo

Mamma adorata, 24 ore fa sono stato condannato a morte dal Tribunale Militare di Guerra Germanico. Ho il solo grande dolore di non poterti nemmeno riabbracciare! Perdonatemi, tu e babbo, se talora vi ho fatto adirare! Ma sappiate che mai come ora vi voglio bene e vi ringrazio di quanto avete fatto per me. Un bacio forte forte dal vostro.
Mario

Mia adorata e tanto buona, nella grande disgrazia che ci ha scolpito il nostro affetto già profondo si è ancora più saldato e mi sei apparsa come la mia seconda mamma, premurosa, tenera, sublime e cara come la prima, e come un figlio ti benedico e imploro il Signore affinché ti dia la ricompensa che ti meriti, cioè pace e serenità nella vita. Ricordo quanto hai fatto per me in questi sette mesi, quanti sacrifici e quante pene! Te ne chiedo scusa umilmente. Non devi piangere per me: io sono lieto e felice del mio destino e ad esso sorrido senza batter ciglio. Non ho mai avuto paura della morte come non ho mai avuto paura della vita. Basta che non piangete voi, Mamme adorate: io non mi staccherò mai da Voi e non vi abbandonerò mai più, credetelo. Ti abbraccio mia buona e cara Maria, forte forte unita ai tuoi cari che sono i miei cari, e ti chiedo perdono davanti a Dio del dolore che ti ho arrecato. Ti vuole tanto bene il tuo
Costanzo

Questo post è dedicato alla memoria della città di Roma, medaglia d'oro per la Resistenza antifascista, oltraggiata giovedì scorso dal raid di Villa Ada.

Ps: Se volete leggere altre lettere dei caduti della Resistenza romana cliccate qui.