martedì, 31 luglio 2007
Un giornalista lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia...
Categoria:giornalismo, scritto da valerio roma
Ancora una volta noantri torna sui temi del lavoro. Dopo la nostra inchiesta dedicata ai quelli pericolosi, ecco una testimonianza vera su come i cosiddetti posti d'oro in realtà celino più di un'insidia. Ricorderete Valerio, il nostro amico e collega che si era trasferito in Sardegna. Oggi è lui che scrive per noantri. In bocca al lupo fratellino, e ricorda che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare [aNDy cAPp].
Ho scoperto che da un giorno all'altro si può perdere il lavoro. O rischiare seriamente di perderlo. Dalla sera alla mattina. Te ne vai a letto stremato dopo 12 ore di attività stressante, passate a lavorare sulle pagine del giornale, e ti svegli per scoprire che quello che hai contribuito a produrre non è stato distribuito né stampato. E' quello che è accaduto ai giornali della galassia E Polis. Per chi non li conoscesse, sto parlando dei 15 quotidiani (distribuiti in altrettante città italiane) del gruppo messo su tre anni fa da Nicola Grauso. Un gruppo che, in meno di un lustro, era riuscito ad arrivare a infastidire seriamente i vari colossi con la sua formula di distribuzione mista free-pay arrivando a diffondere 650mila copie al giorno. Un progetto nato in Sardegna che poi ha preso piede in buona parte della Penisola.
Le cose stanno più o meno così. Da qualche mese, circolavano voci di una serie di difficoltà attraversate dal gruppo: Grauso aveva deciso di separarsi dalla Publikompass, concessionaria pubblicitaria tra le più importanti in Italia, fondando la EPM, la propria società di raccolta delle inserzioni. Un passo rischioso ma, secondo l'editore, necessario per la stessa sopravvivenza del progetto E Polis, che con le sue 64 pagine costituisce una freepress di qualità completamente differente rispetto a quelle tradizionali. In questo periodo di crisi, dovuto a una mancanza di liquidità, la vita ordinaria delle redazioni andava avanti senza intoppi, almeno apparentemente: non c'era ombra di ridimensionamento. Tant'è che dopo un discorso rassicurante da parte della dirigenza, due domeniche fa, il momento critico sembrava superato. Doccia gelata, invece, perché dopo ventiquattro ore lo stampatore Umberto Seregni ha deciso di non andare più avanti e bloccare la stampa dei 15 quotidiani visto il credito di 21 milioni accumulato. Una decisione presa dopo il mancato accordo sulla ricapitalizzazione della società, intesa rifiutata da Grauso perché ritenuta sconveniente. Rotative ferme ancora oggi e massimo stato di allerta da parte dei 133 giornalisti del gruppo, molti dei quali hanno ricevuto soltanto il 75% della mensilità di giugno e non incasseranno gli stipendi di luglio e agosto. Sono intervenuti subito i sindacati e, dopo un primo momento di incertezza, si è deciso di non dare più credito all'azienda, attivando stato di crisi e richiesta di cassaintegrazione per i dipendenti.
Domani alle 12.30 ci sarà un incontro al ministero del lavoro per studiare un piano di emergenza. Intanto l'editore sta portando avanti delle trattative con un importante gruppo straniero non presente in Italia, almeno così dice, per cercare di trovare nuovi soci (o acquirenti) capaci di rilanciare il progetto e accollarsi una società che in tre anni ha accumulato perdite complessive per circa 40 milioni di euro. La speranza dei dipendenti (giornalisti, tecnici, amministrativi e pubblicitari) è quella di ripartire a settembre. Intanto la gente ci chiede che fine abbiamo fatto. E' un riscontro che ho leggendo le mail e gli sms che arrivano al giornale, ma anche parlando con amici e conoscenti. Il nostro giornale, parlo soprattutto per l'edizione romana, era riuscito a scardinare la diffidenza delle persone, proponendo un prodotto completo e onesto. La situazione, per il momento, è desolante. Lo spettro (o ciambella di salvataggio, fate voi) della Cigs, la cassa integrazione straordinaria, è dietro l'angolo.
Le redazioni sarde, quelle del nord-est, cominciano lentamente a svuotarsi. Gli ultimi giornali (Roma, Milano, Napoli e Bologna) non hanno invece una redazione fisica. Coordinati dal desk centrale di Cagliari, i giornalisti avevano la possibilità di lavorare in telelavoro, con l'azienda che forniva loro tutto l'occorrente (telefono palmare, connessione internet, computer, giornali e altro). Un vantaggio in molte situazioni, come la possibilità di gestire al meglio e in propria autonomia il proprio tempo, ma anche uno svantaggio in questi momenti delicati, quando non hai possibilità di confrontarti con gli altri colleghi o avere notizie sulle assemblee dei redattori se non per telefono. Il risultato è una progressiva, e inevitabile, sensazione di abbandono. Molti di noi, che Grauso aveva avuto il merito in passato di togliere dal circolo vizioso dei contratti a progetto, ora rischiano seriamente di tornare precari. Rischia chi ha il contratto in scadenza in queste settimane, un contratto che molto difficilmente potrà essere rinnovato. Io, invece, mi sono ormai rassegnato all'idea della cassaintegrazione, tra lo stupore di parenti e amici che mi avevano visto entrare a fare parte di un progetto che sembrava avere basi solide. Un progetto al quale avevo dato e continuo a dare tutto me stesso. Parliamoci chiaro: senza avere santi in paradiso, a 24 anni è praticamente impossibile trovare un contratto giornalistico vero nella marana del giornalismo italiano. E Polis mi ha assunto a 23 anni, sette mesi fa, con un contratto di praticante giornalista, con uno stipendio vero e tutte le tutele previste. Ma di questo devo ringraziare il mio collega Gianfranco, che ha proposto la mia candidatura, e il direttore, che l'ha accettata, più che Grauso. Io non mi rassegno, non voglio perdere questo posto di lavoro.
Ho vissuto per sei mesi a Cagliari, nella redazione centrale, un posto ideale per lavorare, per integrarmi in un progetto innovativo e giovane. Ho conosciuto amici, colleghi che valgono. Antonio, Daniela, Valentina, Alberto, Fabio, Massimo, un altro Antonio, Davide, Marcello, Alessandro, Francesca, Tobia, Francesca, Maria, Marco, Lucia, Marzia, Giuliano, Davide, Luca, Massimiliano, Giambernardo, Roberto, Luca, Francesco, Antonello, ancora un Antonio, Chiara, Paolo e tantissimi altri. Sono cresciuto come uomo, come professionista, ho fatto esperienze splendide anche all'estero. Mi sono confrontato con la cocciutaggine dei sardi, con il loro dialetto incomprensibile che ho cercato di imparare un minimo. Ma ho conosciuto persone da ogni parte d'Italia che hanno cambiato il mio punto di vista delle cose giorno dopo giorno, cena dopo cena. Ho imparato a confrontarmi con le persone, a prendere decisioni spesso difficili, ad avere le palle. Pensare alla fine di tutto questo, alle porte della redazione di Viale Trieste come quelle delle altre città chiuse per sempre mi fa venire rabbia. Sono preoccupato, che è sempre meglio di essere disoccupato. Sono preoccupato non tanto per me quanto per chi ha dieci, quindici anni più di me, una famiglia da mantenere e rischia di ritrovarsi con un'indennità di 700 euro, a essere ottimisti. Sono preoccupato per i tecnici, le centraliniste, gli amministrativi, un esercito quasi più numeroso di quello dei giornalisti. Sono preoccupato per chi stava progettando il matrimonio e adesso deve rinviare tutto. Sono preoccupato per i nostri collaboratori, pagati a pezzo e non tutelati da contratti. Molti di loro, non ricevono compensi da gennaio. Ma di questo saprà parlarvi meglio aNDy cAPp, collaboratore al progetto E Polis fin dal primo numero dell'edizione romana, lo scorso 28 settembre. Incazzato come sono adesso, non potrei esprimere un giudizio lucido su un imprenditore che, accumulando debiti, ha continuato ad aprire giornali come se nulla fosse. Io volevo solo testimoniare un disagio, una situazione che vivo per la prima volta in vita mia. Andrà a finire come andrà a finire: io so che voglio fare il giornalista, che non mollo il sogno di fare questo mestiere per tutta la vita.
Siete tutti invitati a raccontare nel più assoluto anonimato la vostra esperienza in questo campo professionale. Mi interessano in particolare le situazioni di Rai e Mediaset. Insomma sfatiamo un tabù, che se c'è da parlare di precariato la palla passa di dirittto ai giornalisti. Scrivetemi qui.











Il notaio divenne "Il Notaio", almeno che io mi ricordi, il giorno che senza dire "a", prese e ci bucò il pallone.
Ora, dovete sapere che da un po' di tempo a questa parte nella mia bella via di Roma Nord è germogliata una curiosa piaga: in pratica tutte le macchine hanno cominciato a risvegliarsi la mattina con un bel graffio sulla fiancata, a volte anche su tutte e due. Non soltanto i Suv, anche le Panda, le Porsche, perfino una Bentley di un tizio che non si sa dove li vada a prendere tutti quei soldi, le Yaris, le Mercedes, le Twingo, le Fiat e così via. Graffi come se piovesse. Naturalmente è anche iniziata la caccia all'extracomunitario ché, si sa, quando accadono cose così la colpa è prima di tutto di Veltroni, e poi degli stranieri. Semmai anche del Governo Ladro. Insomma, gira che ti rigira, alla fine viene fuori che il colpevole era il tizio che dico io. "Il Notaio".
Capito che roba?
Ecco, quello che volevo dire, ci ho messo un po', ma insomma, spero che si capisca: è chiaro che tutti noi vogliamo, nella nostra vita, evitare il più possibile le malattie, la solitudine, la povertà, la fame, le invasioni di cavallette, ma la cosa che più ci preme, o che almeno preme me, è di non morire troppo prima del tempo. In questo senso ho deciso che c'è solo una cosa che uccide più della morte e questa è la rabbia. Il tizio che dico io è un tizio incazzato a morte da almeno vent'anni: e io non so come sia cominciata questa rabbia, da dove abbia preso il via, non ne ho la più pallida idea, saranno affari suoi, però, nella mia macchina, guardandolo passare, ho come sentito l'alito di quella stessa rabbia sfiorarmi il viso e m'è venuto il dubbio che, qualsiasi cosa sia, la rabbia, possa cominciare a contagiare le persone proprio così.















Dalla finestra della mia redazione si vede una facciata enorme del Rose Garden Hotel di Via Boncompagni e siccome la finestra della mia redazione sta all'ultimo piano di un palazzo molto alto, si può dire che affacciandosi da lì si riesca a vedere tutto di quello che succede nelle stanze del Rose Garden Hotel di Via Boncompagni. Per esempio una volta i miei colleghi hanno visto un manager panciuto fare del sesso selvaggio con una biondina esile: si sono messi dietro le ante semichiuse e hanno spiato il loro furibondo coito. Io me lo sono perso. Naturalmente ne abbiamo parlato per giorni interi, sono cose che succedono tra giovani cazzari che passano tantissimo del loro tempo insieme, e alla fine è come se ci fossi stato anche io, quel giorno, in redazione a spiare il ciccione e la bionda scopare.
Uno con un paio di lauree che stava cercando d'ammazzare qualcosa e a me, non so a voi, non era mai capitato d'osservare un cinese genio dei videogiochi mezzo nudo con un paio di lauree cercare d'ammazzare qualcosa. A parte in uno di quei film, s'intende: nei film mi capita spesso di trovare qualche cinese pazzo che fa delle cose pazze, uno su tutti è sicuramente "Oldboy", uno dei film d'azione coi cinesi pazzi più bello che mi sia mai capitato di vedere, anche se, per dirla tutta, il mio cinese mi ricordava assai di più Cho Seung-hui, lo schizzato che ha fatto fuori tutta quella gente al Virginia Tech Institute lo scorso aprile, e non perché, come Cho Seung-hui, anche lui stava cercando di ammazzare qualcosa, ma proprio per le movenze da pazzo: quello che voglio dire è che sembrava davvero importante per quel cinese ammazzare la mosca, proprio come per Cho Seung-hui doveva essere importantissimo ammazzare più studenti possibile. Ogni suo movimento era proiettato a quello scopo. Una mosca era diventata la cosa più importante della vita, tutta titoli azionari e ideogrammi, di un cinese del cazzo: avreste dovuto vedere come ci si impegnava. Camminava lentamente, muovendosi anche di lato, brandendo questa scarpa con l'attenzione di uno che debba disinnescare una grande bomba: sembrava Bruce Willis cinese, tanto per dire, uno di quei supereroi americani dentro il grattacielo in fiamme. Sembrava uno con una cosa fondamentale da fare.
Seguiva la sua mosca da una parete all'altra e ogni tanto - sbam! - calava il colpo, violento, perentorio ed evidentemente fallace, perché poi, subito dopo si rimetteva a caccia dell'invulnerabile insetto neanche fosse un alieno: si vede, che ne so, che a Tokyo o a Pechino, o in una di quelle città del cazzo piene di cinesi e lucine, le mosche non ci sono, oppure sono il piatto nazionale o vattelapesca. Comunque questo cinese era veramente un cinese con i controcoglioni: stava lì e non l'avrebbe smosso nemmeno un terremoto, secondo me è per questo che i cinesi, quando ci si mettono, fanno quelle cose strane, tipo spaccare i mattoni con il taglio della mano, oppure creare Supermario.
Sono rimasto a guardare ma niente. Ho pensato: stai a vedere che è sparito un cinese. Ho guardato le altre finestre della facciata del Rose Garden Hotel ma non c'era nulla di interessante da vedere, a parte tutta una serie di tende tirate, poi il cinese è rispuntato, nella mano adesso aveva uno spazzolino da denti e, come niente, s'è messo lì a spazzolarsi i suoi denti piccoli da cinese davanti alla finestra. Non sembrava avere più alcuna volontà di dare la caccia alla mosca: stava semplicemente lì a spazzolarsi i denti alle otto della sera. Ho pensato che fosse un orario strano per spazzolarsi i denti e questa riflessione, insieme al dato di fatto che la caccia alla mosca era terminata, m'ha fatto decidere che sì, senza ombra di dubbio, il cinese non solo aveva ammazzato la mosca, ma se l'era pure mangiata.
Sara con l'acca finale: dovete sapere che io, pessimo limonatore da vacanza, riuscii però in quell'occasione a diventare bello come Gigi la Trottola quando diventava bello prima di andare a canestro e la stordii con un'azione diversiva a la Gregory Peck, riuscendo a recuperare il suo coniglio bianco che, non so come, s'era tipo imbizzarrito. Allora, se io adesso fossi uno di quei limonatori folli di cui sopra, che tornano dalle vacanze con tutte le mutande strappate e i graffi sulla schiena, vi starei senz'altro a raccontare di un'impresa ancor più titanica di quella che in un certo senso è stata, narrandovi di come io sia disceso per le scale tenendo la giacchetta sulla spalla per un indice come certi attori, barba incolta, e di come abbia acciuffato senza patemi e senza dubbi la bestiola, porgendola quindi a lei, a Sara con l'acca, con l'espressione giusta, una mezza sigaretta all'angolo della bocca, per poi volgerle immediatamente le spalle, dirigendomi quindi, bellissimo e testosteronico, verso il sole morente.
Ma, ragazzi, non fumavo e avrei dovuto aspettare almeno altri due anni per salutare il primo pelo di vera barba e anche se, in effetti, riuscii ad acciuffare quel cazzo di coniglio, feci tuttavia cadere tutto il resto, che nell'occasione constava di un enorme sacco nero della spazzatura: dopo di che il coniglio mi morse sul dito medio, al che io letteralmente lo lanciai verso di lei che per fortuna riuscì a bloccarlo a terra facendo tintinnare tutta una serie infinita di braccialetti che portava ai polsi. Ecco come conobbi veramente Sara con l'acca: circa nove minuti dopo ne ero perdutamente innamorato.
A lei invece piaceva da matti Nek - andava tantissimo di moda a quel tempo - così, mesi dopo, in vacanza in Spagna con Federico e mio cugino Guglielmo, (ciao Guli) le acquistai un mitico cd di Nek in spagnolo in una discoteca di Malaga. Feci incartare quel cd, lo nascosi in valigia tra le mutande, me lo portai indietro e lo serbai in camera mia nascosto tra le viscere delle cose, per anni, per anni, feci fare a quel cd un giro molto simile a quello fatto dall'orologio del padre di Butch in Pulp Fiction, a parte il fatto che per fortuna non arrivai a infilarmelo tra le chiappe, e oggi, giorno presente, Nek canta "Nella stanza 26" e semplicemente quel cd è ancora qui, in questa stanza, alla fine lo aprii, qualcosa come sei anni fai, e la cosa più poetica che mi riuscì di pensare, dopo averlo fatto, fu che al posto della mia faccia da cazzo, riflessa sul lato argentato, doveva esserci la sua amatissima.
Chiudo questo mio lamento d'amore adolescenziale raccontando l'ultimo pazzesco aneddoto (avendone, per forza di cose, cassati almeno altri cento) che mi lega alla figura mistica e idealizzata di Sara con l'acca: diversi anni dopo i fatti, deve essersi fatto il 2004 o giù di lì, presi baracca e burattini e le mandai una lettera. Una lettera vera, di carta, all'indirizzo di casa che ancora conservavo: le scrissi senti, sono io, ti ricordi?, devi sapere che sono anni che non ti penso più, però devi anche sapere che per un sacco di tempo t'ho pensata eccome e, per dirla tutta, mi sa che sono stato perdutamente innamorato di te e che ho un sacco di roba scritta apposta per te e insomma, te lo volevo dire, tu dicevi che assomigliavo spaventosamente all'attore del mio amico Ultraman, e così mi chiamavi: Ultraman, pure se non sapevo volare nemmeno oltre il ciglio del mio sentimento nascosto, oggi sono cresciuto, sono diventato più spigoloso, arrogante e bugiardo e col mio amico Ultraman non c'entro più un cazzo, però eccoti qua il mio numero, mi farebbe una cifra piacere rivederti e capire per quale merda di motivo m'ero perso a tal punto di te.
Quello che penso, ancora oggi, è che, sì, in effetti lei qualcosa mi doveva, qualcosa che s'era presa da me anni prima senza accorgersene - d'altra parte è così che va per tutte le storie d'amore del mondo, si prende e si dà - ecco io diedi a Sara con l'acca, durante quelle due settimane di vacanza e durante i due anni successivi d'amore solitario e disperato, diedi a Sara con l'acca tutto quello di cui allora ero capace - che non era moltissimo - forza, passione, muscoli, fede, costanza e fedeltà, le diedi tutto questo senza che lei lo sapesse, glielo diedi senza nemmeno dirglielo, glielo diedi nella maniera più sincera possibile, diedi a Sara con l'acca un amore ingenuo e totale che non m'è mai tornato indietro, le diedi qualcosa di gigantesco stando fermo in camera mia, scrivendo poesie lacrimose, e lei lo ricevette inconsapevolmente andando a scuola, facendo i compiti, spazzolandosi i denti alla mattina, ascoltando quello sfigato di Nek, crescendo, tingendosi i capelli, cambiando misura di reggiseno. Tutto lontanissimo da me che a mia volta vivevo la mia vita e procedevo verso le cose che sarebbero state e che mi avrebbero condotto a quella partita di calcetto e a quella telefonata. 