venerdì, 31 agosto 2007

«Tu mi adori? E allora lo vedi che la cosa e' reciproca?»
Categoria:cinema, scritto da andy capp


CarloPrendendo spunto dal post precedente, apriamo ufficialmente la sfida a colpi di citazioni di uno dei più grandi interpreti del nostro cinema. Da noantri, l'omaggio a Carlo Verdone.

- Come t'ha chiamato?
- Amore, amore, amore...
- Ma lo sente padre, l'ha chiamato pure amore, ma lei non dice niente?"

venerdì, 31 agosto 2007

La mortazza è finita
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


N.B. si consiglia di leggere questo post ascoltando, in loop, la canzone qui di seguito: (cliccare sul tasto play)

La serata è finita male.
Ho dovuto camminare intorno al tavolo del salone per un sacco di tempo, finché non è venuta F. e abbiamo mangiato la pizza. (e pure quella l'ho mangiata in piedi) Mi sono guardato allo specchio un paio di volte, ho messo gli indici sotto gli occhi e ho tirato giù la pelle per vedere che effetto faceva. E ho respirato a lungo, naso-bocca, naso-bocca, per togliermi la nausea e fermare la vorticosa terra: ho un video di me stesso, risale ad almeno tre anni fa, in cui cammino alle 4 del mattino in camera mia alzando e abbassando le braccia: è quello che faccio, camminare, ogni volta che sono ubriaco. Perché come mi fermo, vomito. Me lo sono fatto da solo, quel video.

L'altra sera con Andy Capp è finita male: ci siamo ubriacati a metà pomeriggio per festeggiare un lavoro finito e finalmente anche pagato. Io non lo so perché la gente si debba ubriacare per festeggiare: quello che so lo so per bocca di Omer Simpson il quale dice che l'alcol altro non è che la causa di – e la soluzione a – tutti problemi della vita. Io amo Omer Simpson: amo quello che fa e come lo fa. Per me non dovrebbe esserci bisogno di nessun altro modello imitativo se non, appunto, Omer Simpson che riesce contestualmente ad amare se stesso, egoisticamente, e la sua famiglia nella stessa misura. Comunque non è di Omer Simpson che volevo parlare, a parte il fatto che sia Andy Capp che io, dopo sei Cuba Libre, eravamo gialli quasi quanto lui, quanto Omer Simpson.

Andy Capp e Cuba Libre

Ho detto "sei" Cuba Libre non per intenderne "tre" o "quattro" o, genericamente, "un po'". Ho detto "sei" perché è quello che abbiamo fatto: ci siamo bevuti sei Cuba Libre. A testa. Il che non è né intelligente né sano, me ne rendo conto, ma il fatto è che avevamo un sacco di cose di cui parlare e molte cose per cui fare tintinnare i bicchieri. Ce li siamo bevuti tutti di gusto. Nella mia cucina: è stato bellissimo bere i Cuba Libre nella mia cucina. Sul tavolo ci stava: una bottiglia di Ron bianco (il vero Cuba Libre è col Ron bianco, bando alle ciance), una bottiglia di Coca Cola (il vero Cuba Libre è con la TropiCola, non con la Coca Cola, ma qui in Europa la TropiCola non si trova neanche da Castroni, quindi nisba), un bicchierino con dentro un po' di lime spremuto e una vaschetta di ghiaccio abbondante. Non eravamo né comodi né belli, però eravamo noi. Eravamo veri e a un certo punto, tra il quinto e il sesto Cuba Libre, abbiamo chiamato Fede ché anche lui stava bevendo, però a Ponte Milvio e invece noi nella mia cucina, aggratis, e allora gli abbiamo detto: "Fede, noi siamo completamente ubriachi nella mia cucina, perché non vieni anche tu?", al che lui ci ha risposto: "Maddeché, sto a Ponte Milvio a bere pure io, ci sentiamo dopo", e quindi abbiamo continuato a bere ognuno per conto proprio, finché, circa mezz'ora più tardi, non abbiamo mandato a Fede un sms in cui gli abbiamo scritto: "Stiamo a magnà mortazza", perché era esattamente quello che stavamo facendo, ovvero mangiare mortazza, mortadella, con il pan carré del mulino bianco, "una cosa da alcolizzati" ha detto Andy Capp a un certo punto, però era bello essere alcolizzati per un momento, per un pomeriggio di fine estate, col campionato di calcio già iniziato e l'abbronzatura già mangiucchiata dalla vita di città e dal lavoro, era bello essere ubriachi mangiando mortazza, alle 7 e 30 di sera, mentre fuori ci stavano tutte le macchine che si parcheggiavano a fine giornata, e la gente tornava a casa tra le cacche di cane.

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Abbiamo brindato a un sacco di cose, davvero, certe serie, altre meno. Per esempio, tra quelle serie, abbiamo brindato a Carlo Verdone. Noi amiamo, stravediamo per Carlo Verdone: "Je vojo troppo bene" ho detto io a un certo punto. E Andy Capp ha aggiunto: "Il nostro modo di parlare, le nostre battute, qualsiasi cosa diciamo, ha a che fare con i film di Carletto" e da lì ne abbiamo tirata fuori una sfilza di film di Carletto, e io gli ho raccontato, ad Andy Capp, che sul sito suo ci stanno un sacco di cose stupende, tipo le canzoni di Morricone di "Bianco, Rosso e Verdone", il tema di Marisò, e tutte le scenette più divertenti, per esempio quella dell'Aci di Furio, il personaggio comico di Verdone meno amato da Sergio Leone, insieme a un sacco di scritti suoi, di Verdone, uno su tutti quello in cui racconta la sua storia con Alberto Sordi, un altro che noialtri romani teniamo stretti sul cuore ogni volta che apriamo bocca o facciamo qualsiasi cosa. Abbiamo brindato a queste cose qui, a Verdone in particolare, ad "Acqua e Sapone" che io, ubriaco di sei Cuba Libre, non riuscivo a ricordare il titolo e allora a un certo punto ho detto: "Aho, quello che c'ha una cosa tipo er sapone ner titolo", perché noi, quando siamo appena appena brilli, ma che dico?, noi, appena ci allentiamo il nodo della cravatta, parliamo subito in romanaccio e facciamo proprio come Verdone in uno di quei film lì, a metà strada tra la timidezza e il dominio dell'universo e ci sentiamo bene, benissimo, ci diciamo un sacco di cose sulle donne che non dovrebbero essere dette e poi, sempre tornando sul discorso Verdone, che è stato il leit motiv dell'ubriacatura epocale, ci siamo trovati tutti e due d'accordo, Andy Capp ed io, che un altro grande romano, invece, non ha mai raggiunto le vette del collega e amico e cognato: Christian De Sica.

Uno con quel nome, ci siamo detti, lo ha mai fatto un film veramente indimenticabile? Ci abbiamo pensato, ravanando nella nostra memoria trash il più profondamente possibile e ci siamo detti no, a parte i primi "Vacanze di Natale" che però erano corali, fatti di tanti protagonisti, niente affatto "De sica-centrici", come invece sono tutti i più grandi film di Verdone, ecco, a parte, volendo proprio fargli una concessione, quei primi "Vacanze di Natale", si può dire che De Sica, a differenza di Carlo, non abbia mai fatto un film degno di passare alla storia degli uomini.

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Comunque poi la mortazza è finita e io ho telefonato per farmi portare la pizza, boscaiola bianca per me e margherita per F., ed Andy se n'è andato a casa a mangiare la pasta, e dopo un po' è arrivata F. e abbiamo mangiato la pizza, io in piedi, perché sennò vomitavo, e poi ci siamo messi sul divano e abbiamo visto su Sky "Febbre da cavallo" commentando tutte le scene in romanaccio - si vede che era una serata così - e a me, che stavo perdendo l'ubriacatura poco a poco, m'è sembrato che, tutto sommato, non lo so, non mi ricordo bene cos'ho pensato, però mi è venuto da rannicchiarmi sul divano.

giovedì, 30 agosto 2007

Pubblicodimmerda!
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Fabrizio CoronaQualcuno dovrebbe fare qualcosa per fermare Fabrizio Corona. Dico sul serio. Ho aspettato qualche giorno per vedere se succedeva, se effettivamente qualcuno avrebbe fatto qualcosa per fermare Fabrizio Corona e, invece, non è successo niente.

"Fabrizio Corona è solo uno come voi che ha scelto di non farsi mettere i piedi in testa" ha urlato lui contro i cittadini di Venosa (Potenza) che si erano raccolti per contestarlo e per manifestare contro la sua partecipazione alla "Notte Bianca".

E, invece, bisogna dirlo una volta e per sempre, Fabrizio Corona non sarà mai "uno di noi" e bene hanno fatto quelle persone a fischiargli in faccia il proprio dissenso; non è "uno di noi", Corona Fabrizio è, per esempio, un tizio che va sui luoghi degli omicidi più efferati, insieme al compagnuccio Lele Mora, per ravanare quanti più potenziali divi televisivi possibile tra vittime e indagati. Il che, se non è illegale, dovrebbe esserlo e io dico che Fabrizio Corona, più che a fischi e insulti, a pomodorate andrebbe preso, una buona volta, quando va nei posti in cui va a fare quello che fa.

Cugine K, omicidio GarlascoSentire Corona elogiare le ormai celeberrime cugine K. per quel fotomontaggio mi ha fatto venire la diarrea, soprattutto perché nessuno, tra inquirenti, forze dell'ordine, politici e parenti della vittima, s'è sognato di prendere per la collottola quello sbruffone e dirgli di tacere. Perché? Corona, lo dico con la leggerezza del cronista e del commentatore, è uno che dovrebbe ritrovarsi coinvolto in una bella rissa e uscirne pesto, livido e con qualche cosa in più di una costola incrinata. Corona è uno che andrebbe indagato per oltraggio alla dignità umana, se questo reato ci fosse, altro che "ostaggio dello Stato", è uno che andrebbe fermato nei posti in cui va a fare quello che fa, non con le parole ma con i gesti, con la violenza, con delle manifestazioni di dissenso plateale. Stiamo arrivando a un livello troppo alto di Schifo

Corona dovrebbe essere rispedito nella sua Bentley bianca a calci in culo, dovrebbe capire, Corona, che in questo mondo, democratico e aperto, semplicemente non c'è, o non ci dovrebbe essere, posto per lui, e già che ci siamo dovrebbe anche finire, fermatemi se non siete d'accordo, questa concezione per cui il trash, in Italia, significa automaticamente prodotto di successo. Dalle Lecciso a Corona, da Albano a Dj Francesco, da Corona, appunto, a... Scegliete voi il personaggio, comunque uno di questi recenti, partoriti, anzi vomitati, da un reality show di (in)successo, ché tanto tutti da lì vengono, ecco, bisognerebbe cominciare ad inculcare questo concetto per cui se si parla male, pessimamente, di una cosa, non è vero che ciò è sintomatico di successo.

Succedeva la stessa cosa con i blog: io scrivevo "Questo è un blog di merda", col link al blog di merda e quel blog di merda, siccome io lo linkavo, e con me, semmai, altre mille persone, diventava primo nelle classifiche italiane dei blog migliori. Migliori, capito? MIGLIORI. E invece era un blog di merda. Però si vede che su Internet la gente è un po' più sveglia del normale, non lo so, fatto sta che questa cosa dopo un po' è stata cambiata, perché proprio non poteva essere, e oggi le classifiche sono fatte in modo diverso, indipendentemente dal fatto se uno le guarda o no, le classifiche.

Invece in televisione non succede questo: più si abbatte lo Schifo (ad es. Vallettopoli) più gli interpreti di quello Schifo si trovano a navigare nell'oro e nel successo. (i locali dei responsabili di Vallettopoli non sono mai stati tanti pieni come quest'estate) Non c'è un modo per cambiare questo meccanismo, o almeno io non lo trovo, non lo conosco. Qualcosa, piuttosto, dovrebbe cambiare nel cervello della gente, a bastonate semmai, perché se Fabrizio Corona va nei posti in cui va a fare quello che fa, allora la responsabilità è soprattutto NOSTRA. Del pubblico. Noi siamo i riceventi e dovremmo avere, esattamente come chi trasmette, una grossa fetta di responsabilità nell'ordine delle cose che succedono e che succederanno.

Nanni Moretti interpreta Michele ApicellaMi viene in mente l'urlo apocalittico di Michele Apicella-Nanni Moretti nel film "Sogni d'oro" e ancora oggi, l'urlo di quel film datato 1981, mi appare come una grande visione preconizzante dell'insulso mondo che sarebbe stato per colpa dell'effetto dei media sulla società di massa (il travestimento da pinguino non è forse una geniale anticipazione dei vari "Cangurotti" e affini costanziani degli anni 2000?) ed è per questo che lo uso, uso l'urlo apocalittico di Apicella-Moretti, a conclusione di questo post sullo Schifo che mi fa la gente come Fabrizio Corona e quelli che gli chiedono l'autografo. L'urlo era ed è: "Pubblico di merda!" (sì, il conduttore è assolutamente un giovanissimo Giampiero Mughini)

 

mercoledì, 29 agosto 2007

Un lavavetri raccontato a Natale
Categoria:società, scritto da andy capp


Lasciare alla destra forcaiola, razzista e demagogica un tema importante come quello della sicurezza è stato da sempre uno dei punti deboli di una sinistra spesso ancorata su posizioni ideologiche che non tengono conto dei cambiamenti sociali delle metropoli italiane. Ma proporre addirittura tre mesi di carcere per chi viene sorpreso a un semaforo con secchi e spugne intento a lavare i parabrezza delle automobili è una proposta al limite del ridicolo. Eppure nel paradiso dell'evasione fiscale succede anche questo. E' stato l'assessore Cioni di Firenze - evidentemente rimasto senza spicci - a prendere la decisione due giorni fa. Ma un paio di anni prima di lui fu lo sceriffo di Bologna Cofferati a rendere dura la vita ai lavavetri.

lavavetri2"Si tratta - disse Cofferati - di persone che agiscono senza nessuna autorizzazione dato che non sono previste in nessun ordinamento attività di questa natura e credo sia giusto rafforzare i controlli affinché non ce ne siano in futuro. E soprattutto che non ci siano azioni aggressive mirate anche a creare ostacolo o fastidio agli automobilisti". Molto simile la posizione odierna del Comune di Firenze: "L'ordinanza  - ha detto Cioni - non vuole colpire i poveri o chi chiede l'elemosina, ma è una risposta all'arroganza che molti lavavetri mettono in atto nei confronti degli automobilisti che non gli danno quanto loro vorrebbero". Parole sante si dirà. Come negare l'atteggiamento spesso minaccioso dei lavavetri ai semafori? Bisogna prendere atto dunque che agli italiani oggi basta davvero poco per vivere sereni: basta non avere rotture di scatole al semaforo, in modo da poter cambiare stazione alla radio o scrivere un sms senza problemi, col proprio culo sudato ben piantato sul sedile anteriore.

lavavetriA inaugurare questo malcostume dei lavavetri furono i polacchi che scappavano dal proprio paese durante gli anni Ottanta, quando la battaglia di Solidarnosc contro il regime comunista si faceva sempre più dura. In quel periodo giravano anche delle barzellette intrise di razzismo, come al solito tollerate dal buonismo tricolore, raccontate a Natale a tavola, davanti a un bel piatto di frittura: "Se cadono da un palazzo un italiano e un polacco chi arriva prima giù? L'italiano, perché il polacco si è fermato a lavare i vetri". E giù grasse risate senza magari spiegare ai propri figli che quel lavavetri aveva due lauree e parlava cinque lingue.

Oggi sono gli egiziani e i nordafricani a spartirsi il mercato clandestino degli incroci. Magari ci provano anche i bangladesi, ma per loro - di solito miti rispetto alle altre etnie - la vita è piuttosto dura. Ultimamente, soprattutto a Roma, ai semafori si vedono molti rumeni, molto spesso minorenni. Dopo l'applauso a Cioni dalla Lega Nord, pronta a soffiare sul fuoco dell'intolleranza - a proposito chissà come titola stamattina Vittorio Feltri, il peggior giornalista italiano - sono arrivate per fortuna le parole di Veltroni, ancora una volta lesto a centrare il problema: "Bisogna considerare che spesso dietro il fenomeno dei lavavetri c'è uno sfruttamento del lavoro minorile, qui, come per lo sfruttamento della prostituzione c'è un racket ed è quello che bisogna colpire". Ecco, sarà questo quello che spiegherò a mio figlio, un giorno a Natale, davanti a un piatto di frittura.

lunedì, 27 agosto 2007

Relatività
Categoria:attualità, scritto da stefano havana


IncendiSe un qualunque partito politico mi venisse a dire d'aver intenzione di promulgare una legge per cui, in certi casi, si potesse ripristinare la legge del taglione e, nel particolare, potessero prendersi i piromani che stanno CANCELLANDO la Grecia e arderli in una pira pubblica, aperta anche ai minori, ove fosse anche possibile, durante l'autodafé, lanciare pietre o qualsivoglia oggetto contundente verso i tizzoni eretici trovati colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio, ebbene, io voterei quel partito politico.

Umberto BossiSe, per esempio, il partito politico promulgante la legge fosse quello di Umberto Bossi, e dunque la Lega, se durante un comizio d'alta quota, Bossi Umberto, impugnato il microfono, dicesse ad alta voce: "Non abbiamo mai tirato fuori i fucili, ma per questi piromani c'è sempre una prima volta", ecco io mi schiererei subitaneamente dalla sua parte, facendo anche la fila ai chioschetti della Lega per ritirare, immagino gratuitamente, o semmai in comodato d'uso come i decoder Sky o i modem adsl, il mio fucile anti-piromane. Dopo di che mi metterei in viaggio, via mare, per il Peloponneso e insieme ad altri, voglio sperare, dieci, cento, mille come me, mi darei immediatamente alla caccia, restituendo, giuro, il mio fucile, una volta terminato d'usarlo.

Tutto ciò a testimonianza di due cose: la prima è che nella politica, come nella vita, tutto è relativo, pure il tenore di certe stronzate. La seconda è che, in certi casi, in molti casi, devo essere sincero, io sono e resto a favore della lotta armata.

venerdì, 24 agosto 2007

Ricorrenze
Categoria:enzo baldoni, scritto da stefano havana


Tre anni fa eccetera eccetera.
La voglia di fare un blog nacque in quei giorni grazie ai suoi racconti di viaggio. Perciò qualsiasi cosa di bello sia mai accaduta qui dentro la si deve esclusivamente ad Enzo Baldoni.

Il vignettista Mauro Biani, per non dimenticare la vergogna che un certo giornale, "Libero", si permise di vomitare addosso alla morte di un uomo proprio in quel tragico periodo, ha ideato il disegno qui sopra e scritto un post-cronaca da leggere. (le prime pagine di "Libero" che vedrete sono quelle realmente uscite in edicola quei giorni: meglio specificarlo perché si potrebbe pensare ad un altro esercizio di satira...)

Il resto lo lascio alle parole del reporter Pino Scaccia che, proprio in riferimento agli scandalosi articoli proposti allora dal direttore Feltri e dal suo vice Betulla-Farina (oggi radiato), sul suo blog scrive:

"Ci sono pezzi fastidiosi da scrivere, dicevo l'anno scorso quando finalmente un giornalista-spia è stato cancellato da giornalista ed è rimasto soltanto spia: anzi, nemmeno quello perché senza copertura non serve più a nessuno. Il pezzo diventa molto difficile quando la concomitanza dell’anniversario esaspera dolore e rabbia. Il cielo sa quanto è stata ignobile la campagna di un giornale contro Enzo. Parole cattive senza anima né pudore buttate giù proprio durante l’angoscia (l’annuncio del rapimento) e ribadite, volgarmente rafforzate addirittura dopo, quando Enzo è stato ucciso. Un’amica del Betulla mi ha scritto una volta che lui si è pentito, che ci ha sofferto. Non mi pare, non esiste da nessuna parte un segno di quello che io chiamerei di ravvedimento. I suoi scritti sono sempre stati così duri da risultare patetici, come quando si paragona al Papa santo e s’inorgoglisce di aver "sfiorato" l’Iraq. Gliel’ho già detto: questione di palle. Certo, non è tutta colpa sua se ha un direttore che rilancia le sue parole ignobili duettando con quell’altro buontempone di Fede che quando faceva l’inviato stava a mille chilometri dall’evento. Bella razza di eroi, capaci di dire in televisione (lo ha ribadito di recente durante il sequestro Mastrogiacomo) che è inutile andare sui posti, da Milano si scrive uguale. Certo, quando hai un vice che telefona alle spie. A noi poveri cronisti tocca andare lì per raccontare, rischiando la vita. Ho già scritto troppo. Tornerò a occuparmi di Betulla, sul libro paga di quelle spie che non sono riuscite a salvare Enzo, perché proprio certe sue parole hanno probabilmente un significato e forse spiegano in parte cos’è realmente successo. Come quando, proprio tre anni fa, scrive che il rapimento forse è finto (dunque il Sismi si è mosso tardi perché non ci credeva) e quando descrive, solo lui, il video dell’esecuzione in maniera così dettagliata da pensare che il racconto viene da qualcuno che l’ha visto e conosce la verità. Certa gente non merita altro spazio. Per cui mi limito a mettere una vignetta del solito impareggiabile Mauro Biani che è un inno all’intelligenza e all’ironia. E’ la migliore risposta agli sciacalli. Sciacalli? Ma no, avrebbe minimizzato, Enzo: solo “pirlacchioni".

Qui, invece, c'è la miniera d'oro di Enzo. La segnalo ogni anno e la consulto molto spesso: alcuni passaggi relativi al suo viaggio a Cuba li ricordo a memoria. E' questa, secondo me, è la maniera migliore per far sì che un morto muoia di meno: tenere vive, accese, perché non secchino mai, le cose che ha fatto.

giovedì, 23 agosto 2007

Cartoline
Categoria:estate, scritto da stefano havana


Caro Andy Capp,
qui tutto bene. Spero che ti stia prendendo cura del blog in mia assenza. Mamma Roma mi manca, come ogni anno, perché - e tu lo sai - Mamma Roma è capace di mancarti fisicamente con tutti i difetti che ha. Prepara la pasta, me la devi fare, calane il più possibile perché ne sento il bisogno neanche fosse sangue: voto carbonara, perché quella mangiata qui, nonostante sia servita a colmare una lacuna sentimentale ed energetica che ci stava stempiando, ha in definitiva contribuito più che altro ad accentuare la mancanza. Spero di ritrovarti carico e pronto ad affrontare un altro anno insieme, fatto di indignazione, scritture, scoperte, nuove avventure lavorative, panettoni, romanaccio, cene fuori e leggere bevute con gli amici. Mi rendo conto, stando lontano, che è questa minutaglia umana, questo impercettibile sfregamento di esistenze rigorosamente comuni e compatibili, a mancarmi più di tutto. Saluti dalle Isole Azzorre.

Caro Federico,
qui tutto bene. Parlavo l'altro giorno con F. che è questa la prima vacanza da non so quanto tempo che passo senza l'amici. Così: l'amici. Elle, apostrofo, amici. Questa cosa mi piace: mi piace il fatto che mi manchiate: nonostante lei mi faccia l'onore di sopportare la mia presenza dandomi la possibilità unica e preziosa di poter rimanere me stesso al 100% senza inquietudini o tentennamenti, devo tuttavia ammettere che commentare le ragazze in perizoma, o i lontani echi del calciomercato, o le macchine sportive passare, o un alcolico più forte del normale, tutto ciò ha un altro sapore quando dall'altra parte c'è un tizio con la mia stessa espressione da maschio stampata in faccia. In questi momenti di riflessione, è questa una cosa che credo ci accomuni, quando ripenso alle cose de l'amici, ai discorsi, alle estati, alle passeggiate, alle parolacce, ai rutti e alle prime depressioni, torno sempre con la memoria a quella vacanza memorabile al Circeo, anno 1997. Nessuno saprà mai spiegarci perché quel mese, in cui, a turno, tutti ci vennero a trovare in quella bella casa, da Luca a Fernando, dai miei e tuoi genitori, a tua sorella, ci sia rimasto tanto sterminatamente disegnato nell'anima. Fatto sta che anche tu, quando ci sei tornato di recente con Carla, mi hai scritto un sms notturno che ho conservato e che ora rendo pubblico, sapendo di non fare torto: "I luoghi hanno un potere intrinseco. Qui ci siamo ancora". Quanto l'ho condiviso... Saluti dalle Isole Azzorre.

Cari mamma e papà,
qui tutto bene. Le comodità di casa mi mancano, soprattutto quella magia, che non ho mai capito bene, per cui se metto dei panni sporchi dentro un cesto, quelli automaticamente dopo qualche giorno tornano puliti dentro i cassetti giusti. Anche questo fatto di dover pensare sia per me che per un'altra persona (ho ricevuto l'insegnamento decoroso e tradizionale per cui l'uomo, con delicatezza e passione, deve "badare" alla donna, a meno che questa non richieda espressamente il contrario) mi rende piuttosto ansioso: ammetto che, in particolare nei lievi momenti di difficoltà che abbiamo avuto (vedi, per esempio, mancato recapito dei bagagli e altri infinitesimali disagi del genere, quasi sempre per fortuna limitati agli spazi aeroportuali), avrei voluto regredire all'età di 8 anni, mettermi in un angolino con i miei giocattoli e aspettare che i grandi, nella fattispecie VOI, risolveste ogni inconveniente. Cosa che, mi rendo conto, faccio con soddisfazione ancora oggi... Saluti dalle Isole Azzorre.

Cari amici del lavoro,
qui tutto bene. Devo ammettere che lo scalpiccìo isterico delle tastiere di redazione non mi manca granché: mi mancano invece i nostri quotidiani giochi di sopravvivenza tra quelle mura lavorative, ultimamente non troppo serene per motivi non riconducibili alla nostra volontà. Non a caso anche qui in vacanza proseguo imperterrito nelle consuete imitazioni, voci e versi che ci aiutano, quotidianamente, a passare la giornata: ogni tanto penso all'indispensabile Despar, quello provvidenzialmente aperto sotto l'ufficio, che anche in questi giorni d'agosto starà di certo contribuendo al vostro sostentamento sottoforma di burrate, mozzarelle, prosciutto stagionato, olive nere e piccanti, pop corn, patatine alla paprika, al sugo e tradizionali, patatine campagnole, cipster, fonzies, anacardi, coca cola, succhi di frutta, jogurt e, soprattutto, decine e decine di bottiglie di birra. Un abbraccio nostalgico ma non troppo vada anche ai paccheri allo scarpariello del ristorante di Via Lucullo e alla pasta alla checca, che di tanto in tanto ci concediamo, quando facciamo la lunga, fino alle undici di sera. Non mi dimentico, naturalmente, dei pagnottielli hamburger e mozzarella. Saluti dalle Isole Azzorre.

Cari amici del blog,
qui tutto bene. Non so se dobbiate più preoccuparvi oppure essere felici della grande gioia e del sollievo che ho provato quando ho scoperto che anche in questa sperduta isola avrei avuto modo di collegarmi per scrivervi. F. dice che sono matto e io so, in cuor mio, di esserlo davvero: passare tanto tempo a scrivere per degli sconosciuti e per di più gratuitamente, anche d'estate, anche quando ci sarebbe di meglio da fare, è da insani. Ma chissà che cos'è questa cosa che mi ha instillato dentro la Natura, a discapito di tantissime altre cose MOLTO più utili ai fini della sopravvivenza, chissà cos'è questa voglia fisica di scrivere, anche minimamente, delle cose che vivo, che vedo, che trovo. Di sicuro mi poteva andare meglio. Avrei vissuto una vita migliore se avessi avuto la stessa costanza, non lo so, nella matematica o nella medicina, oppure nell'arte giuridica. Adesso avrei UN lavoro fisso, invece che diversi lavori, molto interessanti a dirsi, apparentemente pure redditizi, e invece piuttosto complicati a mantenersi. La verità, cari amici del blog, è che vivere della propria intelligenza è molto difficile, quasi da pazzi. Ma è quello che ho scelto di fare: anni e anni fa lessi una frase di Stephen King che parlava degli scrittori (io NON sono uno scrittore, per carità, è troppo difficile fare lo scrittore, non sono così bravo). Diceva che, tutto sommato, chi scrive, chi si prende questa briga - che, intendiamoci, non è affatto più faticosa di qualsiasi altra briga del mondo, anzi - chi scrive, diceva King, è come se fabbricasse occhiali per la mente. Mi piacque molto questa cosa e per un po' decisi di mettermi a fare lo scrittore proprio per questo: perché mi sarebbe piaciuto fabbricare occhiali per la mente. Non so se fabbricare occhiali per la mente possa essere redditizio, non so nemmeno se chi fabbrica occhiali per la mente sia in regola con le tasse, però so che è molto divertente, che mi piace più di tutte le altre cose che si possono fare in una vita. Oggi ho smesso con la smania di fare lo scrittore. La faccenda degli occhiali invece m'è rimasta. Come potete vedere. Saluti dalle Isole Azzorre.

Caro Ste,
qui tutto bene. (ma lo sai)
La prossima volta che, partendo per le vacanze, sull'aereo, dici: "Ok, quest'anno faccio una cosa che non si aspetta nessuno. Mando le cartoline come ai vecchi tempi", ricordati di scriverti su un pezzo di carta gli indirizzi e prendi un appunto circa il fatto che con questo giochino di Internet e della virtualità puoi sapere in ogni istante dove i tuoi amici sono ma, dovendo scrivere loro delle cartoline, ignorerai completamente - o non ricorderai più - dove abitano e, mentre ci pensi, a naso in su, sempre in aereo, attraversando l'Atlantico, mentre pensi a delle cose assurde, tipo che sapresti arrivare ad occhi chiusi a casa di Andy Capp, ma che, di fatto, non conosci il suo indirizzo, ebbene fatti un esame di coscienza e ricordati che la potenza è nulla senza controllo. Saluti dalle Isole Azzorre, coglione.

(di certo, in questo modo, si risparmiano i soldi dei francobolli e si possono mandare cartoline... A volontà)

mercoledì, 22 agosto 2007

Aeroporti
Categoria:estate, scritto da stefano havana


Tornato, sono tornato. Però mica è stato facile: alla fine abbiamo accumulato, rientrando a Roma, complessivamente, 28 ore di ritardo.

Quando ho rimesso piede a Fiumicino, dopo avere a lungo temuto di stare per diventare una di quelle notizie da telegiornale - "Turisti italiani bloccati in Portogallo da 9 giorni", roba simile -, mentre aspettavo i bagagli, cercando di capire se questa volta mi sarebbero arrivati, ho pensato: "Domani come prima cosa prendo e mi pianto consapevolmente nel traffico più totale". Questo per farvi capire come una trentina di ore trascorse in aeroporto possano rendere Roma la Città Perfetta.

Non c'è niente di peggio che la Varia Umanità che alberga negli aeroporti. Non c'è nessuno di così indeciso, insicuro come chi si trova a perdere diverse ore della propria vita dentro un aeroporto. Non sanno dove andare, tutti quanti, nessuno escluso, pure quello che ha già fatto tutto, il check-in, la consegna bagagli e adesso non deve fare altro che attendere all'imbarco di, appunto, imbarcarsi, anche lui non lo sa che deve fare, o almeno non lo sa così bene da potersi dimostrare sciolto, sicuro di sé. Solo le compagnie si salvano, i numerosi gruppi di turisti giovincelli e allegrotti che si muovono in comitiva, e allora si appoggiano l'un l'altro, perché l'unione fa la forza, e si danno spintoni, scherzano sul peggiore dei ritardi, la prendono bene se scorgono, oltre il vetro, le loro valigie fiammeggiare nella notte, perciò non sembrano insicuri, mangiano panini improbabili di Pans & Co. seduti per terra a gambe incrociate, si appoggiano a colonne in muratura lorde, escono dai bagni ancora allacciandosi la lampo dei pantaloni, perché loro, unici fra i tanti, non sono insicuri, fanno parte di un branco, epperò è proprio da loro che io rifuggo come farebbe la carne dalla peste: no, non sopporto chi ride quando c'è da essere cupi, non sopporto i sorrisi fuori luogo, non sopporto chi sorride sempre e comunque. C'è il tempo per ridere e il tempo per non ridere.

Quando sei in fila a un imbarco fantasma, da ore, e a quelle ore, che già sono tante, e scomode, e indecorose, ci devi aggiungere altre 20 ore, accumulate il giorno prima e altre cinque, vinte all'andata, quando stai così, dicevo, coi bagagli già consegnati, quindi nemmeno con l'utopia salvifica di potertene andare, al limite, per riprovare, semmai, l'indomani, oppure mai più, trovandoti un lavoro, imparando finalmente il portoghese, quando stai così, al buio, in un aeroporto affollatissimo di gente che cammina troppo veloce o troppo lenta, lontano da casa, l'abbronzatura che, fisicamente, ti si scioglie addosso sotto i colpi dell'aria condizionata asettica, è proprio in quel momento che non puoi, dico: non puoi, sopportare qualcuno che la prende a ridere, che fa battute in romanaccio o in profondo napoletano, tipo: "Daie raga' che se famo tutti quanti du' spaghi ar pomodoro", perché io gli "spaghi ar pomodoro", che tra l'altro sogno da più di due settimane, te li do in testa, uno a uno finché non svieni, o peggio. Rivendico in certi casi, e quello di cui vado raccontando è un certo caso, il mio diritto all'antipatia, all'insopportabilità, alla violenza: sono violento, perché ho passato una vacanza splendida che, guarda caso, è appena finita e che alle due estremità ha avuto come dei ferri arroventati infilati su per il culo, (vedi alla voce smarrimento dei bagagli eccetera), quindi adesso, io, persona posata generalmente, dopo 27 ore di ritardo, un parcheggio forzato in un albergo di Lisbona, un tassista pazzo che non mi voleva ridare i bagagli e un imbarco fantasma a cui non presenzia nessun responsabile e le voci incontrollate di uno sciopero a oltranza di tutto il personale TAP, io adesso, caro amico romano, o comunque italiano, Facente Parte Di Una Combriccola Di Gggiovani Che Deve Per Forza Dare L'Idea D'Aver Trascorso Una Vacanza Deliziosa E A Cui Mai Nessuno Potrà Spezzare Il Fottutissimo Buonumore Decontestualizzato, adesso, mio caro facente parte di questo partito bla bla bla, non rido per niente, per NIENTE, nessuno dovrebbe ridere dopo la quarta ora passata in piedi, in fila, davanti a un monitor che dice "Boarding" senza però nessuno che faccia "boardare" i passeggeri, a meno che non sia un idiota, un pervertito, un perfetto cretino.

Ecco, non c'è niente di peggio di questa umanità, la stessa umanità che abita il mondo, però convogliata tutta quanta in un unico posto, già di per sé odiosissimo, non certo come il mondo vero, dove male che ti va, puoi sempre rifugiarti dietro le tue piccole cose, gli amici, la ragazza, i libri, i passatempi, il lavoro, un whiskey sauer. Dentro un aeroporto, invece, che fai? Dove ti rifugerai? Non vai, non ti rifugi, appunto. T'attacchi. Abbozzi. Speri che vada tutto bene: e se non sei gggiovane, facente parte di una combriccola, fai parte di quell'altro gruppo di disperati, quelli insicuri, sempre nel dubbio, pessimisti, quelli che sanno che comunque vada, andrà malissimo e che il peggio che può capitare non è precipitare con tutto il velivolo nell'Atlantico, bensì non prenderlo mai, il velivolo, e restare appeso, a mollo per sempre in questo brodo primordiale di non esistenza, fatto di tizi che navigano su Internet coi loro lap top trangugiando birra o mangiando cose evidentemente immangiabili, appena organiche, dall'aspetto asettico, industriale, plastificato - insalate di mozarelle con una sola zeta, cocktail di gamberi surgelati, spaghetti alla bolognese fast food – popolato di gente mal vestita, di mariti succubi che fanno fare tutto alle mogli e di mogli inebetite che abbandonano bambini piccoli a leccare con la lingua per terra: non c'è un girone infernale peggiore tra quelli disponibili, perché questo girone infernale neanche Dante l'ha concepito mai, è un inferno in cui l'uscire a riveder le stelle non dipende quasi mai da te, dove tutti sono sporchi, puzzano, la pelle sotto le unghie è nera e nel cesso dove vai a pisciare c'è sicuramente stato qualcuno appena prima di te a cui è scappato da cagare qualcosa di neanche lontanamente UMANO.

Perciò, amici, lettori de' Noantri: tornato, sono tornato.
Ma, mamma mia, che cazzo di fatica!

sabato, 18 agosto 2007

Boink
Categoria:estate, scritto da stefano havana


Vi dico cosa fanno qui le persone, qui in questo Internet Point. Anzi, prima vi racconto di questo Internet Point: capita che ci passiamo perche' e' sempre tra i piedi. Qualsiasi cosa facciamo, questo Internet Point delle Isole Azzorre, che si chiama Boink, ce lo troviamo puntualmente in mezzo. Sta al centro e qui il centro non e' come il centro di Roma, qui il centro e' solo un posto un po' piu' curato del resto dove facilmente si parcheggia e si sta bene, percio' e' molto, molto facile andare in questo centro dove le luci sono basse e le macchine poche.

Qui vicino, vicino all'Internet Point Boink, ci sono due cose a noi molto care: il nostro ristorante di pesce preferito e la casa del the di San Miguel: un posticino minuscolo e delizioso che fa the di vario tipo (il the e' un prodotto nazionale e in portoghese si dice Cha). Questa casa del the, pero' non fa solo the (quello nero e' il piu' buono), ma anche dolci buonissimi e toast caldi componibili a piacimento, menu rustici deliziosi e una zuppa diversa per ogni giorno della settimana. (oggi in menu c'era il caldo verde, un brodo vegetale molto buono, gia' ampiamente testato a Lisbona) Il signore che ci lavora e' veramente simpatico: ha il sorriso di un cavallo e la maglietta sempre dentro ai jeans chiarissimi. Si esprime in un inglese semplice, perfetto per un italiano che s'e' costruito la propria conoscenza dell'anglosassone su musica, videogiochi e film zozzi, e ci ha sistemati in un tavolino grazioso, decorato con ortensie azzurissime e sgabelli minuscoli. F. si e' drogata di the e biscottini caserecci, mentre io ho preso una specie di salsiccione che fanno qui con pane della casa e vino rosso speciale dell'isola di Pico.

Ci siamo seduti fuori, appunto, a questo tavolino con l'ortensia, e il tizio con sorriso da cavallo ha portato il the con i biscotti per F. e questo salsiccione per me. Il salsiccione giaceva su una pietra e sotto questa pietra c'era il fuoco vivo che ardeva: mi sono girato il salsiccione a piacimento finche' non m'e' sembrato pronto, dopo di che l'ho posizionato sul piattino e pensavo fosse finita li'. Invece il fuoco ha continuato ad ardere, talmente in alto e talmente forte che F. s'e' spostata tutta su un altro tavolo per proteggersi capelli e ciglia: non sapevo piu' che pesci prendere finche' non sono stato salvato, e con me tutta la citta' di San Miguel, da un amico del proprietario del localino grazioso, un tizio con una maglietta del Che solo un tantino invadente, che ha riportato all'interno il feticcio fiammeggiante. Oltre al salsiccione e al the, abbiamo assaggiato quasi tutti i dolcetti disponibili e io mi sono fatto portare un altro bicchiere di quel vino: abbiamo mangiato queste cose diversissime a lungo, io il salsiccione arroventato e il vino, F. i suoi biscotti col the nero, e dopo il conto (12 euro) siamo passati per questo Internet Point dove sono adesso, il Boink.

Volevo dirvi di cosa fanno qui le persone, soprattutto i bambini evidentemente parcheggiati dai genitori, con microfono, telecamere ed msn, ma siamo alle solite: mancano pochi istanti alla caduta della connessione ed e' ora di volgere altrove. E' questo l'ultimo giorno in cui avremo la macchina: domani alle dieci di mattina verranno a riprendersela, dopo di che ci godremo l'ultimo giorno di vacanza prima del ritorno. Percio' non faro' in tempo a dirvi dei bambini e di quello che fanno al Boink, giuro, non e' un espediente di un qualche tipo, un vezzeggiativo artistico per chiudere il post, davvero, non ne ho fisicamente il tempo, sto gia' scrivendo troppo velocemente per i miei occhi arrossati dal sole e disabituati al computer: vi basti sapere che qualsiasi cosa facciano questi bambini qui, nessuno di loro sopra i 10 anni, e' qualcosa che nessuno di noi, tra chi scrive e chi legge, si sarebbe mai sognato di fare, al proprio tempo, tecnologie a parte, ed e' per questo, secondo me, o anche per questo, che il mondo sta andando dove sta andando e che un sacco di persone vogliono scendere.

giovedì, 16 agosto 2007

Mare
Categoria:estate, scritto da stefano havana


Il mare e' cosa viva. Le onde ne sono l'anima.
Oggi me lo sono detto diverse volte in spiaggia, mentre la giornata di Ferragosto scivolava via verso la sera. Sedevo su una sdraio, sul terrazzino di un bar molto piccolo e molto a picco sul mare in una spiaggia bellissima che si chiama Praia Agua de Alto: stavo bene, leggevo dei racconti ma l'attenzione mi scivolava spesso via dalla pagina all'orizzonte. Avevo dentro di me quella sensazione molto retorica che tendo ad ignorare: roba da "Quant'e' bella la vita..." e compagnia bella. Non mi piacciono i pensieri cosi', non mi piacciono perche' la vita, in genere, non e' affatto bella, la vita molto spesso fa schifo e un sacco di cose non vanno bene, percio' quando mi vengono pensieri del genere spero sempre di liberarmene al piu' presto, soprattutto se sono in vacanza, rilassato e allora la vita non e' la vita ma un'imitazione edulcorata della vita, una roba posticcia plasmata col potere della volonta'.

Comunque sia stavo li' e me lo facevo andare bene lo stesso: sulla sdraio, sul terrazzino. Se devo dirla tutta avevo anche una Pinha Colada poggiata sul tavolino basso alla mia destra. E pensavo quei pensieri li', quelli che ho detto che non mi piacciono, quei pensieri sulla bellezza della vita, quei pensieri sul "Meglio di questo che cosa dovrebbe esserci?", quei pensieri che in genere rifiuto: e c'era un papa', giovane, sorridente, che pestava i piedi nudi nell'acqua bassa imitato subito dietro da un figlioletto piccolissimo. Indossavano tutti e due una t-shirt bianca, solo che al piccolo gli arrivava fino alle caviglie. E c'era una coppia anziana che beveva in silenzio due birre, una grande per lui, una piccola per lei, stavano zitti, guardavano anche loro il mare lontano, eravamo tutti uguali, tutti lontani da casa.

E tutto intorno c'era il mare: questa cosa viva che catturava la mia attenzione, i miei pensieri. Un mare incazzato come un doberman. Strideva con tutto il resto: col sole, con le labbra bagnate dalla birra, con l'odore delle lapas grelladas. Onde alte tre, quattro e anche cinque metri cacciavano piccoli strilli dalla gola dei bambini tenuti a bada dai grandi. I bagnini correvano da una parte all'altra della spiaggia, con i fischietti in bocca, sembrava una partita di calcio piena di falli: non l'avevo mai visto il mare cosi' bello e incazzato. Mano a mano la spiaggia sotto di me, sotto al terrazzino in cui giacevo beato, e' scomparsa, mangiata dai pugni del mare irato. C'erano le aste degli ombrelloni di paglia segate a meta' dal pelo dell'acqua. Quelli meno arrendevoli che erano rimasti fuggivano con gli zaini sopra le teste e dopo poco me li sono trovati intorno che strizzavano gli asciugamani: il mare ha rovinato macchine fotografiche e reso immangiabili panini imbustati. Le onde a volte ricadevano su altre onde e il frastuono prodotto svegliava gli addormentati. Ho percepito una potenza pazzesca, tutte le orme degli uomini sono state cancellate, resettate, e ho capito che se solo avesse voluto, quel mare, eccetera eccetera.

Non ce n'era uno, sul terrazzino, tra noi piccoli uomini che non stesse facendo la stessa cosa, ovvero guardare il mare incazzarsi: i camerieri, la ragazza alla cassa. Quando uno passava, gli altri dietro spostavano le teste da una parte o dall'altra per vedere meglio. Se uno andava a fare pipi', faceva pipi' piu' in fretta e poi ritornando chiedeva: "Cosa mi sono perso?". La giornata e' andata avanti cosi': chi passava con le macchine in strada si fermava a fotografare, ma quello, il mare incazzato, la spiaggia sparita, era uno spettacolo solo nostro, di quelli che c'erano dalla mattina e l'avevano visto succedere.

mercoledì, 15 agosto 2007

Cibo
Categoria:estate, scritto da stefano havana


Ieri sera F. ed io siamo andati a mangiare in un ristorante italiano a Mosteiros, un posticino di un centinaio d'anime e due cozze tutto a ovest dell'isola di San Miguel.

C'era molto vento e si sentiva il rumore del mare perfino dall'interno del cesso: ci ha spiegato la signora del ristorante che Mosteiros e' l'unico paesino dell'isola circondato per tre lati dal mare e che il mare, in effetti, e' proprio lui l'anima del posto, il sindaco, il vicesindaco e anche tutti gli amministratori comunali. La signora del ristorante italiano e' la proprietaria e la cuoca: naturalmente e' italiana. Vive a Mosteiros, questo paesino a picco sul mare che e' diventato il nostro preferito, da 12 anni col marito e la figlia. Il marito e la figlia lavorano anche loro al ristorante: il marito cucina e pulisce, la figlia sta ai tavoli. Questi tizi hanno vissuto a Cuneo fino a che, un bel giorno, non hanno deciso di trasferirsi qui, a Mosteiros. Hanno aspettato la licenza per due anni e mezzo e quando gliel'ho chiesto, la signora ha fatto una smorfia con la faccia e ha detto che, al confronto, la burocrazia italiana e' la cosa piu' agevole di questo mondo. Mi sono un po' rincuorato: comunque abbiamo mangiato abbastanza bene. Ne' io ne' F. eravamo mai stati prima in un ristorante italiano all'estero: la carbonara era quanto di piu' lontano possibile da una carbonara vera, non perche' fosse cattiva, semplicemente non era una carbonara. Non e' che uno prende la pasta, ci mette l'uovo, la pancetta e tutto e allora ha fatto una carbonara: ci vuole qualcosa in piu' per fare una carbonara autentica, che non e' per forza bravura, o maestria, non lo so nemmeno che cos'e' questa cosa che ci vuole per fare una carbonara vera, a parte la pasta, la pancetta e l'uovo, ma qualsiasi cosa sia e' sicuro che non c'era nella carbonara di ieri.

Pero' le bruschette erano ottime, abbondanti, io le ho prese col gorgonzola, che e' un formaggio che qui non esiste, un po' come la pastasciutta: non esiste, invece F. le ha prese semplici, con un po' di sale e un po' di olio ed e' stato proprio al primo morso alle bruschette che ci siamo guardati, F. ed io, contemporaneamente, come succede a due che stanno su un treno a leggere il giornale e senza dirsi 'A' alzano gli occhi dall'articolo nello stesso momento e si guardano e poi subito dopo si dimenticano, cosi' ci siamo guardati, e tutti e due, con la bocca piena, abbiamo detto: "L'olio...". Uno non pensa mai a quanto siano buone certe cose come l'olio, l'olio vero, intendo, quello extravergine e compagnia bella, ma su queste bruschette c'era l'olio vero e noi ce ne siamo accorti subito, al primo morso, dopo migliaia di morsi dati in questi giorni a tante altre cose semmai ottime ma condite con olio-non-olio, perche' e' evidente che l'olio delle Azzorre non deve essere granche', forse perche' qui l'olio buono non serve a molto se non a condire l'insalata. (i pomodori sono buoni e anche l'insalata stessa. I fagiolini, invece, come a Cuba - dev'essere un mistero dell'Atlantico, questo, non sanno di niente)

La carbonara, come dicevo, non era una carbonara. Anche qui abbiamo fatto un numero come quello di prima, quello dei due tizi che leggono in treno e a un certo punto si guardano, ci siamo guardati anche noi un'altra volta dopo la prima forchettata e abbiamo detto: "Ma c'e' la panna..." e in effetti la panna c'era, la qual cosa ha dimostrato che se metti un tizio di Cuneo dietro ai fornelli a fare la carbonara, la carbonara del tizio di Cuneo non sara' mai come la carbonara di un altro tizio di Roma, perche' il tizio di Roma non ci mettera' mai la panna nella carbonara - anzi mi ricordo un episodio, a Roma, in cui, per una serie di motivi contingenti, proprio F. si trovo' costretta a chiedere se, per caso, nella carbonara ci fosse la panna e la tizia del ristorante a cui F. chiese questa cosa si arrabbio' tantissimo, le domando' se stesse scherzando, perche', appunto, la panna nella carbonara non ci va, non c'entra niente, la carbonara cosi' preparata, con la panna, diventa una specie di pappa alla boscaiola che non e' il massimo della vita e comunque non corrisponde alla cosa - CARBONARA - che sta scritta sul menu.

Ad ogni modo dopo circa sette minuti le forchette facevano rumore sul fondo del piatto, vuoi la fame, vuoi la nostalgia fisica per certi sapori, ed eravamo tutti e due contenti. Alla signora di Cuneo, quand'e' venuta al nostro tavolo, non abbiamo detto nulla a proposito della carbonara sbagliata, invece l'abbiamo ringraziata per l'olio sulle e bruschette lasciando il commento sulla pasta alla testimonianza dei due piatti vuotissimi. Il ristorante piano piano s'e' svuotato e lei stava sempre li' al nostro tavolo: ogni volta che uno si alzava per andare via, quella ci diceva sottovoce chi fosse, cosa facesse e perche' fosse diventato, nel tempo, un cliente affezionato. Ci ha tenuti cosi' fino alle due di notte e non vi dico gli sbadigli che abbiamo, tutti e due, dovuto affogare nella carne delle guance: ci ha anche raccontato di tutti i guai che il sale del mare puo' combinare alle cose di un paese che ne e' circondato. Non me lo sarei mai aspettato, ma a Mosteiros pare che tutta la gente stia sempre li' a cambiare le serrature delle porte e dei cancelli, non per i ladri, ma perche' - appunto - il sale le rovina puntualmente e le chiavi non ci girano piu' dentro, le porte non si aprono piu', ne' i cancelli, ne' niente e spesso e volentieri, a Mosteiros, questo paesino che vi consiglio di visitare se mai doveste decidere di recarvi alle isole Azzorre, e' tutto un via vai di tizi che scavalcano cancelli e cancelletti per rientrare in casa. Meglio del traffico, ho detto alla signora. Lei ci ha invitati a cena a casa sua, una di queste sere. Pensiamo di accettare l'invito, pero' niente carbonara.

domenica, 12 agosto 2007

In missione per conto di Dio
Categoria:estate, scritto da stefano havana


Dopo l'ultimo post che mi sono ritrovato davanti, non posso fare a meno di raccontare brevemente la nostra esperienza.

(ciao, sono [Ste] e mi trovo in un'isoletta delle Azzorre che si chiama San Miguel. Sono le 23 e 02, sono un po' brillo e sono in un Internet point dopo 8 giorni di splendida vacanza).

Allora: a parte le circa 4 ore di ritardo da Lisbona a San Miguel (Azzorre), la Tragedia Assoluta si è consumata all'aeroport(in)o della stessa San Miguel dove le nostre valigie sono andate PERDUTE. (la mia e quella di F., che, si sa, una signorina che perde il proprio bagaglio è cosa assai peggiore di un maschietto che perde il proprio bagaglio).

Non vi riesco a dire l'angoscia di vedere il nastro trasportatore dei tuoi bagagli fermarsi (FERMARSI) e 30 persone correre bestemmiando allo sportello del LOST & FOUND mentre tu te ne resti così, impreparatissimo alla cosa, con un misero zainetto sulla spalla sinistra, sentendoti inevitabilmente un po' stronzo.

Fai una fila che dura tutta la notte, consoli F. che ti appare come la cosa più disperata della Terra e ti penti e ti vergogni e ti senti una merda per il solo fatto d'averla convinta a seguirti in questa cazzo di desolatissima terra (poi rivelatasi, per fortuna, BELLISSIMA), ti senti dire la frase "Enjoy your stay" alla fine della trafila - roba che ti verrebbe da scavalcare il bancone e violentare la tizia addetta per il solo gusto di farlo - ti senti assicurare che il tuo bagaglio ti verrà riconsegnato entro la mattina dopo direttamente al domicilio della tua abitazione vacanziera. Al che:

a) non ci credi.
b)ti dici che bene che andrà dovrai farti piacere il vestiario di qualcun altro.
c) sussurri a F. in un orecchio che se le cose dovessero andare veramente male sei pronto a riaccompagnarla a Roma l'indomani mattina.

A questo punto: è quasi l'alba (salvo scoprire molto più tardi che non è quasi l'alba, ma un po' prima perché Alle Azzorre, meraviglia delle meraviglie, il fuso orario recita DUE ore in meno rispetto all'Italia), trovi la forza, l'onore, la voglia e il coraggio di uscire dall'aeroporto senza bagagli, senza un CAZZO di niente, in una terra che non conosci, abitata da persone che parlano la lingua più insulsa, cacofonica e brutta della terra, il portoghese, e prendi un taxi. Ti confessi col tassista, il quale ti dice che, poffarre, anche a lui è capitato, anzi, che vale la pena - arrivati alle Azzorre - di mettersi l'anima in pace perché i bagagli, qui, li perdono con la facilità di un bicchiere d'acqua, arrivi a destinazione nella casa più bella e accogliente del mondo, trascorri il resto della notte peggiore della tua esistenza, ti svegli la mattina con un cielo da mare assoluto e con l'anima nera di uno schiavo del Missisipi perché SAI, lo sai, che dopo colazione ti aspetta un'altra trafila senza senso, di nuovo all'aeroporto, di nuovo allo sportello lost & found, dove però, meglio di una notte di sesso con Jennifer Aniston, ti dicono "ehi fratello, tranquillo, forse il tuo bagaglio per caso era composto da due valigie, una azzurro chiaro e l'altra azzurro scuro, rigide entrambi?", e tu, mentre ti dicono questa cosa, dici sì, sì, SIIIII sono io, è roba mia, porca puttana, ci sono le mie lamette li dentro, le mie mutande, i miei jeans, le mie CAMICIE, le mie cinte, tenetevi tutto ma datemi le mie cinte, vaffanculo sì, sono niente di meglio di Paris Hilton, voglio i miei vestiti, voglio le mie cose, sì, e ridi, ridi, e te ne vai leggero come un pettirosso, solo che poi passano altre ore, tantissime, tipo cinque, o sei, e più vai avanti nella giornata più ti convinci che tanta speranza è stata mal riposta e poi succede che dici a F. senti, io vado di nuovo all'aeroporto, tu resta qui nel caso arrivino i bagagli e, mentre la saluti, con la sensazione che sarà il tuo ultimo viaggio, le dici anche, tanto per stemperare, citando i Blues Brothers, "Non posso fallire. Sono in missione per conto di Dio", ecco, mentre fai questo e, di nuovo, ti senti inevitabilmente un'altra volta un po' stronzo, succede, giuro su Dio, succede che guardi in fondo alle scale, come sempre fai, prima di una discesa e le vedi, le VEDI, tutte e due, la valigie, affiancate, una accanto all'altra, belle, più belle di qualsiasi altra cosa al mondo, graffiate, usate, sporche, sofferenti, ma lì, a portata di mano, TUE, e allora rientri in camera, dici quello che devi dire saltellando, ti abbracci, balli, apri, concepisci di avere TANTISSIMI vestiti dopo circa 20 ore con addosso sempre gli stessi e guardi F., che sembra, pure lei, improvvisamente godere di una quindicina d'anni di meno, negli occhi, nella posizione, nelle spalle, nell'espressione e le dici, perché a questo punto ti sei rilassato e una frase così ti spetta di diritto, l'hai sognata da sempre: "Te l'avevo detto. Ero in missione per conto di Dio...".

E, niente, ho finito i minuti della connessione (costa pochissimo, solo un euro). Volevo dire dell'altro e inserire delle foto di bagagli persi ma non posso. Mancano 180 secondi e non funziona nemmeno bene la barra spaziatrice. F. è vicino a me con i capelli bagnati e devo scappare via: tutto va bene, siamo molto abbronzati, un po' ingrassati e di nuovo felici. Ci sentiamo tra poco.

mercoledì, 08 agosto 2007

Saranno piene di sogni?
Categoria:attualità, scritto da andy capp


Valigie

martedì, 07 agosto 2007

Lasciate che i pargoli vengano a noi...
Categoria:giornalismo, scritto da valerio roma


Non è che gli italiani non leggano i giornali, è che da qualche anno diminuiscono quelli che lo fanno. Come vi ho spiegato nel post precedente, in questi giorni il quotidiano per il quale lavoro (E Polis, un misto free-pay) è in crisi, con le pubblicazioni bloccate e rischia perfino l’estinzione. Il problema è che in Italia buona parte delle iniziative editoriali nuove e ambiziose (il discorso legato alle capacità imprenditoriali di chi le fa nascere teniamolo fuori almeno per questo post) sono destinate a un cammino disseminato di ostacoli. Il rapporto tra la popolazione e il numero di lettori dei quotidiani è lo stesso da vent'anni, anzi dal 1975 ad oggi il numero di copie distribuite dai quotidiani sul territorio nazionale è praticamente lo stesso.

La formula è presto fatta: poca gente interessata al prodotto, poche inserzioni pubblicitarie concentrate soltanto sui grandi distributori e poche testate capaci di garantire assunzioni vere, contratti giornalistici e, soprattutto, mansioni giornalistiche. E’ un discorso forse superficiale, ma che nella sostanza sta in piedi. Siamo agli ultimi posti della classifica europea che premia la nazione con il rapporto più alto tra popolazione e numero di lettori. E' vero, il mondo sta cambiando e l’attenzione degli editori si è già spostata su internet. Ma è altrettanto vero che i giornali cartacei hanno ancora un senso e continueranno ad averlo, nonostante il direttore del New York Times abbia scommesso sul contrario. Il giornale può fornire approfondimenti, spunti diversi e, agli occhi della gente, ha una autorevolezza diversa rispetto a un sito.

Per cercare di invertire la tendenza negativa, si dovrebbe operare a monte. Visto che le statistiche dicono che il numero di lettori, negli ultimi dieci anni, è in diminuzione, il sospetto è che le nuove generazioni stiano progressivamente abbandonando la consuetudine di leggere i giornali. Se una fetta di studenti universitari resiste, per la maggior parte degli alunni delle scuole superiori i giornali sono sconosciuti, almeno facendo eccezione per la Gazzetta dello Sport al lunedì per controllare i voti del fantacalcio. La scuola ha il dovere di formare gli studenti a una lettura critica dei quotidiani, che sono uno strumento didattico a tutti gli effetti. Il sogno è quello di vedere una mazzetta in ogni classe, magari stringendo accordi di collaborazione con i singoli quotidiani, ma è un piano difficilmente realizzabile. Un sogno, appunto. Allora magari sarebbe più facile prevedere una sala lettura all'interno degli istituti, con gli studenti liberi di consultare quotidiani e riviste quando lo desiderano. O meglio ancora, si potrebbe rendere tutto questo una vera materia.

Delegare alla professoressa di lettere una o due ore alla settimana a una sorta di educazione alla lettura non è forse importante quanto le ore di chimica o di fisica? Anche perché la scuola deve preparare lo studente al mondo vero, quello che c’è vive all'esterno dell'istituto: della regola dell'Ottetto un ragazzo che minchia se ne fa? Se il progetto è troppo ambizioso, allora sarebbe più facile creare dei corsi pomeridiani, volontari, invogliando i ragazzi a frequentarli. E' un discorso difficile da affrontare. I giornali non entrano nelle scuole perché sono i politici i primi che non vogliono vederli lì dentro. Perché non sia mai che gli studenti vengano condizionati dai giudizi di un quotidiano di destra piuttosto che di uno di sinistra. Sviluppando una cultura di questo tipo tra i ragazzi, forse tra dieci anni il settore dell'editoria potrebbe ottenere benefici tangibili. A parziale discolpa dei più giovani, in ogni caso, c'è da dire che i giornali italiani sono proprio noiosi.

La prima del Corriere della Sera, ad esempio, è vivace e accattivante quanto una pagina della Bibbia. E i corsivi degli opinionisti, sulle due colonne di sinistra, trattano argomenti troppo spesso lontani dal mondo giovanile come da quello delle persone più comuni. La Repubblica non va meglio. E' capace di aprire con le prime dieci pagine completamente dedicate al dibattito politico, che è sterile per quanto mi riguarda: il partito moderato, le intercettazioni telefoniche oppure le spy-story che nessuno ci capisce una sega. Sono giornali noiosi, così come lo sono Il Tempo, L'Unità, il Messaggero o il Giornale. Gli unici più frizzanti sono La Stampa (che grazie al restyling della grafica e ai corsivi di Massimo Gramellini è diventato un giornale godibile) e Libero, anche se di quest'ultimo non condivido la linea politica. Perciò anche i giornali tradizionali devono mettersi una mano sulla coscienza. E devono mettersela, la mano sulla coscienza, anche i giornalisti, che molto spesso utilizzano linguaggi artefatti per dare dimostrazione di saper scrivere prima di saper comunicare. In ogni caso, ha un senso chiedere alla scuola di avvicinare i ragazzi alla lettura dei quotidiani quando riesce a malapena a spiegare come si usa internet? Sì, secondo me ce l'ha.