mercoledì, 31 ottobre 2007
Non recensione 2.0 a 'Ratatouille' (ovvero come un non-topo può non-diventare noumeno)
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana
[Anche questo blog aderisce alla campagna di sensibilizzazione letteraria "Non vi sopportiamo più", promossa inconsapevolmente da Irene tra i commenti di questo ormai storico (e a ragione) post apparso sull'imperdibile blog Cabaret Bisanzio]
[Mode Genna ON] Ho visto il film d'animazione Ratatouille.
La fenomenologia semantica della pellicola in questione richiama alla memoria del vissuto empirico gli esempi più riusciti della produzione popolare nostrana, quella dove i protagonisti del cosiddetto volgo si ergevano, a seguito di vicende trasmigranti ed equazioni collaterali di indubbio effetto, al ruolo di protagonisti e/o eroi assoluti, in particolare così visti dalla loro sfera coabitativa che, dunque, passava dal ritenerli inetti al ritenerli eccellenti. Il processo d'eccellenza è la linea guida dominante di questo non-film.

[questa non è Parigi. Sembra: in realtà è una non-Parigi. E quello all'estrema destra è un topos]
Nello specifico, l'ascesa del roditore celeste, (dove il celeste non è più un colore casuale, bensì a-laico) da semplice - appunto - roditore celeste a celeberrimo cuoco ed esponente d'un certo spicchio dell'intellighenzia culinaria francese, è una metempsicosi dei desideri nascosti di ciascuno. Dirò di più: come nel caduceo due serpi sapienziali si annodano intorno al bastone che fa da continuum, qui si misurano due serpeggiamenti che penetrano a spirale la narrazione fintosaggistica; ebbene io qui dico che Ratatouille indica la via del capolavoro agli astanti.
Sin dal titolo, che i più potrebbero confondere come un semplice coacervo fonetico di lemmi indicanti la figura del ratto, certamente, e della "vill", ovvero della comunità, del popolo, del villaggio e che, invece, nasconde, questo titolo, un tentativo, non di ermeneutica, ma anzi caratterizzato da una brillante, adamantina, genialità di nomen-omen.
Ratatouille altro non è che un piatto, un mix ben posato di verdure. Proprio come il topo protagonista è una mistura romantica di coraggio e impaccio.
E allora che altro è, questo, se non la più ineccepibile prova di meta-filmografia che il cinema abbia mai partorito dai tempi di Kurosawa o Orson Welles?
In Ratatouille l'extraletterario è devastante, non solo per la nube mercantilizia e quella paradorniana, fatta di ignoranza e hortus conclusus, ma soprattutto per l'ipocrisia di chi addita mafie a partire dalla propria cosca. E sono contingenze transeunti, mentre i testi, se passano il metabolismo della specie, sono tutto tranne che transeunti, e noi possiamo dare giudizi evanescenti, anche entusiasti, in attesa che si compia la permanenza nomade di un libro o la sua definitiva scomparsa. Ratatouille non scomparirà, perciò mi permetto d'essere entusiasta; Ratatouille non è oggetto transeunte ma oggetto immobilis et evacuazionis, per dirla come Kaiser Soze. (o era il draghetto Grisù, non mi ricordo)
Inutile affermare, perciò, quanto in Ratatouille emerga anche un altro topos del cinema moderno, ma, io suggerirei, della totalità della tentacolarità dell'ars, ecco, questo topos, che in Ratatouille nemmeno topos è, ma, direi, noumeno del topos e quindi RATTO, questo non-non-concetto del-non-non-non-concetto è il Male.
Il Male in Ratatouille è incarnato in un non-Male che è poi il bene (o comunque il non-tanto-male, quindi il quasi-bene), vale a dire lo Chef. Il Male è il Male e non ha agenti o immagini: è il Male ed è l'"io" la trappola inindagata con cui l'incarnazione del male sembra essere demonicamente mossa, mentre la sua routine esistenziale è già il Male, senza separatezza dal soggetto agente.
Ma.
L'oggetto di questo Male, in Ratatouille è un oggetto-soggetto che, generalmente, nella vita vera, per così dire, è visto come Bene, ovverosia lo Chef, l'uomo della cucina: difatti difficilissimamente chi opera ai fornelli viene indicato come il Male, perché, non a caso, è sua la responsabilità di nutrire, quindi di far crescere, vale a dire di far rimanere in vita. Vita uguale non-male. Eppure in Ratatouille questo non avviene: anzi si palesa l'opposto contrario. Il Male s'incarna nel bene: e questo non-male è l'epicentro del lungometraggio-capolavoro qual è Ratatouille, proprio perché non-lungometraggio e quindi non-accettazione-dell'accettazione-della-non-accettazione. Ratatoiulle è oggetto a-letterario, a-sinottico e, soprattutto, extra-sinaptico prodromico della luce del sole, o della luna, a seconda dell'orario, che ci avvolgerà una volta usciti dalla sala cinematografica; sala cinematografica che non è più sala cinematografica, ma qualcosa d'altro, una non-sala cinematografica dove i non-topoi si stravolgono davanti ai topoi, tantissimi topoi, in Ratatouille ve n'è un'intera comunità, a dire il vero, pure se questa comunità, la comunità dei topoi, kantianamente, ci appare come una non-non-comunità e dunque... [Mode Genna OFF]

ad libitum...
[Non tutta la recensione che avete appena letto è frutto di follia. Celàti nel delirio vi sono alcuni frammenti di reali recensioni scritte dall'importante autore italiano Giuseppe Genna: divertitevi pure a scovarle...]
>>> Qui un mio precedente post sull'argomento (dal titolo: "Essere come i Wu Ming. E sapere cosa fare del lemma transeunte")
>>> Qui il punto sulla blog-letteratura secondo Brodo Primordiale
>>> Qui un post più vecchio ma ancora attuale (sempre sulle polemiche web-letterarie)
Attenzione: io sono uno che si cura. Se ho il raffreddore mi imbottisco di aspirine, d'estate bevo tanta acqua e mangio molta frutta, cerco sempre di bilanciare la mia dieta, sto attento a non stancarmi troppo, uso l'Aulin sempre a stomaco pieno, mi asciugo sempre bene i capelli dopo averli lavati, ma stop. Oltre non vado. Perché io ho una paura fottuta del camice bianco. Lo scorso anno fui costretto ad andare dalla dottoressa perché avevo bisogno di un certificato per la palestra. Quella si mise in testa di sentirmi il cuore e io già mi vedevo cardiopatico, ma il bello fu quando prese l'aggeggio per misurare la pressione. Solo a vederlo mi era già salita a 150, tanto che fui costretto ad aspettare lì per rimisurarla (lei aveva capito il tipo evidentemente).
Ora vi racconto il mio dramma di questi giorni: mi sono beccato un febbrone domenica scorsa che è durato per tre giorni in cui ho toccato anche i 39. Di solito io sul 37.1 sono morto perché credo di avere la temperatura corporea interna molto bassa. 

Ma in tutto questo marcio c'è una luce che brilla.
Amo il trash televisivo e come molti di voi ho buttato tantissimo tempo davanti alle televisioni locali e alle loro improponibili televendite. In cima alle mie preferenze c'è quella dei Magazzini Mas interpretata da Alvaro Vitali e compagna, ma qualcuno di voi ricorderà anche il mitico Magic Harry, che con una passata ti sistemava i capelli. Questo per dire che sono piuttosto sensibile all'argomento.
Naturalmente stavamo scopando pure l'unica volta che incappammo in Homer. Non vi dico che seratina. I ragazzi stavano dormendo: erano stati in gita con la scuola alla centrale nucleare e s'erano stancati molto. Homer se l'era presa a morte per questa cosa: il fatto che la scuola avesse organizzato una gita nella "sua" centrale nucleare soltanto dopo che era stato licenziato dal signor Burns. S'era fissato che il preside Skinner l'aveva fatto apposta: perciò quando arrivai a casa Simpson, quella sera, c'erano ancora tutti i mobili rovesciati in salone, per non parlare dello stato in cui versava la cucina. Pensavo che Marge mi avrebbe invitato ad andarmene e, invece, come vi dicevo, se la signora Simpson ha deciso che deve scopare, ebbene, si scopa. Perciò scopammo. Coi bambini in casa che dormivano e tutto.
Non so come andrà a finire.
Comunque sia, tutto questo non le ha fatto perdere la voglia di sesso. Lo dimostra anche il tipo di abbigliamento che ha scelto ieri sera, per la nostra cena: quando l'ho vista entrare in macchina e scoprirsi le cosce, ho capito che quella era una donna che trasudava desiderio sessuale. Devo ammettere che questo suo aspetto selvaggio, contro tutto e contro tutti, mi affascina quanto i suoi modi più gentili: stride con le sue spiccate virtù e con la forte educazione cattolica che ha ricevuto. Mi piace, lei lo sa, non ce lo nascondiamo: il sesso è al primo posto della nostra classifica di piaceri. Adesso ci siamo reinventati, per evitare nuovi problemi, ci siamo dati delle regole: mai più a casa Simpson, anzitutto. La tecnica del coitus interruptus continua ma abbiamo aggiunto il rinforzo di una crema spermicida: per il resto abbiamo letto su un libro che una donna incinta può fare sesso fino all'ottavo mese senza problemi. Tutto sta nel modificare le posizioni e, modestamente, noi di posizioni ce ne intendiamo notevolmente.
Dice lei che trattasi di una semplice tinta da parrucchiere: invece il taglio è naturale. Mi ha mostrato delle foto di lei al liceo ed era identica a com'è adesso: a parte il fatto che non si era ancora rifatta le tette. Comunque sia siamo usciti e, ragazzi, è stata una serata grandiosa: naturalmente non siamo andati da Boe.
Al ristorante ci siamo ingozzati di ostriche e a lei si è sbavato tutto il rossetto: è una cosa che mi manda al manicomio vedere una donna col rossetto sbavato. Mi fa venire in mente certe scene di sesso che...
La prima volta che mi accettò in camera, io, il misterioso gentiluomo dei fiori, era ancora pallida. Eppure vi garantisco che era bella lo stesso, bianca, con le labbra esangui: quando la guardo oggi, stupenda, mi pare assurdo che un essere umano possa ridursi a tal modo. Magra.
"Mi dispiace che debba essere sempre tu a pagare". Mi ha detto alla fine della cena: "Ti pare?", l'ho rassicurata io. Non ho problemi economici: il mio lavoro di giornalista mi assicura tutto quello di cui la mia vita da single ha bisogno. Il resto ce l'ho da una buona rendita finanziaria che mi ha lasciato mio padre: Marge non si deve preoccupare, ma non voglio rendergliela troppo facile. Spesso e volentieri la tranquillizzo dicendole che si tratta solo di un prestito: preferisco che non si senta dipendente da me. Nelle ultime due settimane ha fatto più di dieci colloqui di lavoro, naturalmente all'oscuro di Homer, e voglio che pensi che una vita propria sia ancora possibile: sono sicuro che entro il mese troverà un posto fisso.
Dicevo che all'Italia gliene frega una cippa dei blog. Mi chiedo a questo proposito: come mai Mario Adinolfi,
allo scoccare dell'ora più significativa del calendario, se non prendere a baciare, sì BACIARE, l'unica persona di sesso opposto che per tutta la serata le è rimasta al fianco, (gentilezza interessata, d'accordo, ma comunque gentilezza); senza considerare che, giustappunto quel pomeriggio stesso, al "ti amo" di lei, lui rispondeva con un tentennante e striminzito "grazie...", facendo spalancare i suoi occhi bellissimi di sorpresa e frustrazione, e dando il "la" alla prima pietra di quella inarrestabile frana che avrebbe portato, poche ore dopo, lei, bellissima e solitaria a quella festa, e lui a mangiarsi le unghie fino ai gomiti a casa del migliore amico;
in fondo ci spera, in fondo è innamorata veramente e quel pomeriggio, al suo pallidissimo "grazie...", c'è rimasta proprio di merda, è per questo che vorrebbe vendicarsi, ma il coraggio non ce l'ha, si vede, lo capiamo, quattro secondi, tre, è il più grande momento al rallentatore dopo l'incontro tra Rocky e Apollo in Rocky II, quando lo speaker urlava "Non ce la fa! Il campione non ce la fa!" e noi ragazzini capivamo da quello che, sul serio, Apollo non ce l'avrebbe fatta e la storia del mondo e la nostra sarebbe cambiata in meglio, però ADESSO c'è una grande differenza, perché nessuno di noi è mai stato un pugile in lotta per la cintura mondiale, invece siamo stati tutti coglioni innamorati e orgogliosi, perciò a due secondi dalla mezzanotte ci alziamo in piedi davanti alla televisione e gli bestemmiamo addosso, al nostro Eroe, perché è in ritardo, perché ha di nuovo sbagliato porta, meno uno, tutti i pollici si sollevano dalle bottiglie di champagne, loro due sono vicini, la bella e il padrone casa, quando, bum!, la porta d'ingresso si apre e il nostro Eroe letteralmente crolla dentro l'inquadratura, dentro la festa, dentro le nostre anime che esultiamo come ai mondiali e vorremmo istantaneamente buttare al cesso quello che siamo, le nostre carriere, le nostre professioni, ed essere LUI, arrivato sudato, eroicamente pentito, dalla sua bella, e preghiamo preghiamo preghiamo solo che lei
lo veda in tempo e difatti sì, cazzo, lo vede in tempo e come per magia tutta la rabbia le defluisce dagli occhi come liquido argenteo e i due si corrono addosso, sempre al rallenty, sempre con la musica al massimo, finché non si ritrovano, a centro sala, mentre il countdown arriva allo zero e tutti si abbracciano e comincia un nuovo anno e loro due, bellissimi, destinati a rimanere insieme per sempre, si baciano, si baciano, si baciano, al cospetto di noialtri che, ormai adulti, vaccinati, svezzati, disincantati, con ben 6 dvd di Rocky sulle mensole - tanti gli anni che sono passati - gridiamo di gioia all'acme della felicità, fin quando il rallenty finisce, torna la velocità della vita vera e pure il bacio si spegne e stavolta, allora, è LUI a dire a lei "Ti amo...", ed è LEI a rispondere a lui "Grazie...", vendicandosi una volta e per sempre dello sgarbo subìto solo poche ore prima; la telecamera scarrella, la musica sale di nuovo di tono e, proprio come quando Rocky diventò campione del mondo, a noi non resta altro da fare se non sentirci onnipotenti per la missione compiuta. Perché questa, cazzo, questa sì che è vita, baby. 



Rottura subito. E' ormai necessaria in questo momento, senza compromessi, senza le frasi concilianti "poi che succede" o "torna la destra". No, non torna la destra, il Paese non esce dal dopoguerra, non esce da un periodo storico delicato. Quella che rischia di tornare sarebbe solo l'altra faccia conservatrice del sistema, alter ego del potere che attualmente sta al Governo. L'Unione si presentava come una coalizione eterogenea, che avrebbe sofferto non poco in tutti i passaggi parlamentari. E così è stato. Ma in quel momento era necessario fermare l'avanzata delle forze liberiste soprattutto a livello locale. Perché è sul territorio (un esempio emblematico è la gestione sanitaria della Regione Lazio) che andavano fermate le truppe della Casa della Libertà. Ma ora, dopo due Finanziarie che non hanno dato alcun segnale di discontinuità con il passato e soprattutto con il mercato, è arrivato il momento di uscire, di fermare il progetto pianificato a tavolino tra Confindustria, Partito Democratico e Sindacati confederali.
Il malcontento diffuso in tutto il Paese a cui ha fatto da eco l'urlo di rabbia che si è sollevato dalle fabbriche per il referendum sul welfare è il segnale che oltre non si può andare. Dopo una manovra che ha messo in ginocchio i dipendenti pubblici e ha regalato il cuneo fiscale alle imprese, non è possibile accettare un protocollo in cui il precariato viene legittimato (dopo tre anni, solo in Italia è così) alla presenza del sindacato stesso. La politica deve riappropriarsi del suo ruolo dominante nei confronti dell'economia.
che gli odori, i sapori, mica sono tutti gradevoli. Però può esserci amore anche nella sgradevolezza: per esempio quando abbracciamo qualcuno e sentiamo l'odore dei capelli grassi, quel qualcuno abbracciato, per quel piccolo difetto del momento, non è certamente meno amato o meno abbracciato. L'odore di capelli grassi passa, l'abbraccio, quell'abbraccio, rimane: a me mi piace cucinare suona veramente rotondo, fidato e non si cura dei difetti, sebbene di difetti, il mio cucinare ne abbia a iosa, perché è qualcosa che ho intrapreso a fare veramente da poco tempo, cucinare dico, e infatti non azzardo troppo, so che esistono tre o quattro cose che a me mi piace cucinare e che a me mi escono benissimo e quelle faccio, senza tracotanza o fretta. Poi, semmai, a queste tre o quattro cose che a me mi piace tantissimo cucinare, ne aggiungo ogni tanto una quarta e una quinta e così resto, a cucinare quelle quattro o cinque per un bel po', perfezionando, sbagliando, imparando e solo quando mi sento molto pronto e molto sicuro di me, vado oltre. "A me mi piace cucinare", sebbene sia grammaticalmente scorretto, per via di quella ridondante ripetizione personale, a me mi pare l'unico modo onesto per raccontare il mio piacere nei confronti dell'atto di cucinare, un atto non perfetto, tutt'altro, soggetto a continue correzioni e passi indietro: a me mi piace cucinare veramente, senza timidezze, senza remore, a me mi piace cucinare almeno tanto quanto a me mi piace mangiare. Ecco, a me mi pare che ci sia bisogno, al giorno d'oggi, di ritrovare quel gusto per la semplicità, espressiva, fonetica, contemplativa, d'esistenza, che a me mi pare stia un po' andando a farsi benedire: c'è necessità di anti-cinismo. Sento l'urgenza di farmi colpire da qualcosa di minuto. Perciò a me mi piace cucinare per ritrovarmi la sera con le dita che
sanno di aglio. A me mi piace questo fatto, questo concedermi all'imperfezione, di tanto in tanto; a me mi piace che Andy Capp mi telefoni per dirmi che, secondo lui, la pasta col tonno è più saporita se nel soffritto ci aggiungi un'alicetta. Oppure che, invitato a cena, preferisca portare la maionese fatta da lui, piuttosto che usare quella industriale già comodamente presente in frigorifero. A me mi piace molto questo essere senza iniziali maiuscole: a me mi piace vivere senza chiedere troppo alle occasioni, ecco perché mi è scappato questo a me mi che in altre narrazioni e in altre occasioni mai mi sarei sognato di sbrigliare. A me mi piace l'odore del pane fatto in casa alla mattina, ma a cosa servirebbe, adesso, entrare in particolari abusati o sentimentalmente pornografici? Servirebbe? Non servirebbe: molto prima faccio a dire che a me l'odore del pane non piace solamente. A me, l'odore del pane alla mattina, MI piace e questo è quanto: a me mi piace girare il sugo col cucchiaio di legno cento e cento volte, finché la consistenza non è proprio quella che a me mi piace; a me mi piace togliere e rimettere il coperchio da sopra le cose in cottura perché la zaffata di profumo che ne esce a me mi piace un sacco. Vi chiedo perciò di sopportare questa voluta sgrammaticatura, anche se foste soliti ergervi al ruolo di amministratori delegati dell'accademia della crusca: a me mi piace quanto a voi parlare bene ed esprimermi correttamente, ma sono convinto anche che, trattandosi di cibo, pure a voi, in un certo senso, VI piace assai sporcarvi e sentirvi poi gli odori addosso. Non si può dire diversamente, di quell'atto necessario quando si prepara un trito di prezzemolo, guardando il verde
infilarsi sotto le unghie e la lama del coltello sminuzzare le larghe foglie fino a trasformarle in coriandoli profumatissimi, la cui essenza arriva fino alla porta del bagno, di questo atto non si può dire, semplicemente, mi piace. Sminuzzare le cose, il basilico, la salvia, la cipolla, a me mi piace. A me mi piace! Sentire il rumore dell'olio in frittura cambiare quando si aggiunge qualcosa di saporito sopra, a me mi piace, a me mi piace quando nella padella bollente ci verso tutto quel po' po' di pelati e, per un istante solo, il frastuono della frittura precedentemente avviata si spegne completamente, affogato dal nuovo ingrediente, per poi riprendere con lo stesso vigore qualche secondo dopo. A me mi piace perfino quando l'acqua comincia a bollire e tutte quelle bolle muoiono appena il pugno aperto sul pelo dell'acqua calda rovescia il sale grosso. A me mi piace, capite? Non c'è un modo diverso per dirlo, per abbracciare l'esilissimo significato di tutto questo. E' facile descrivere, con parole importanti e significative, lo spessore di una grande opera letteraria ma, letteralmente, non ho alcuna difesa di parole davanti all'attacco che mi fa una patata bollente che non vuole farsi pelare dopo essere stata diversi minuti in acqua. Quella stessa patata che, dopo tanto lottarci, finalmente mi appare del tutto ignuda nel palmo della mano, a me mi piace. A me mi piace usare le mani, macchiarmi la camicia, girare le cose con le dita, a me mi piace tantissimo tutto questo: quando finisci di mangiare un piatto di pasta ottimamente venuto e ti accorgi che in padella ce ne sono altri 100 grammi, questa cosa qui a me quanto MI piace! La prima volta che ho fatto il pesto in casa a me mi è piaciuto eccome, pure se ci avevo messo troppo aglio e dopo un'ora stavo per forza di cose seduto sulla tazza del cesso: quello stare male a me mi è piaciuto proprio, credetemi. Cucinare è una di quelle cose che distingue per bene il genere umano dai sassi.)
Ho appena finito di leggere un libro della giornalista Stefania Podda sulla vita di Margherita Cagol, il primo capo delle Brigate Rosse, la donna di Renato Curcio, nome di battaglia: Mara.
I risultati dell'autopsia, eseguita dal professor Athos La Cavera, dicono questo: "Ferita da arma da fuoco con caratteri di entrata alla regione mediale del cavo ascellare sinistro con alone ecchimotico circostante e ferita da arma da fuoco con i caratteri di uscita sulla linea ascellare posteriore destra pressocchè orizzontale rispetto al foro di entrata". Un'altra pagina misteriosa della storia d'Italia e degli anni di piombo in particolare. Fece la sua scelta Mara, accanto al suo uomo, visse una vita breve, intensa, idealista, sbagliata. Bruciò la vita. Proprio come Francesca Mambro, fedele compagna di Valerio Fioravanti, che condivise con lui azioni di guerriglia, scontri a fuoco, arresti, omicidi, ergastoli. E un figlio.
Io vi odio, pedoni.
Adesso sembra che siamo tutti impazziti e che, come niente, ci prende il matto e saltiamo sulle nostre macchine vogliosi di farvi la palle. Certo, se l'uccisione di pedone venisse depenalizzata allora sì; ma visto come stanno le cose oggi, non conviene a noi farvi fuori esattamente quanto non viene bene a voi crepare dilaniati sull'asfalto freddo.
"Siamo già il primo partito". Il commento del primo segretario del nuovo Partito Democratico, Walter Veltroni, dopo le elezioni primarie è la sintesi di un progetto politico che dopo mesi di agonia sembra finalmente vedere la luce. Con una percentuale molto più alta di partecipanti rispetto a quella che gli stessi organizzatori si aspettavano, ieri oltre tremilioni di persone sono andati a votare. Una bella manifestazione di democrazia per alcuni, la risposta all'antipolitica per altri, una farsa per qualcun altro ancora. Quello che non si può negare è tuttavia la nascita di un qualcosa di nuovo, che deve ancora prendere bene forma, ma che tuttavia si propone come forza motrice futura del Paese. Non ha radici nel Novecento questo nuovo partito, non ha vincoli ideologici a cui attenersi, e la conta fatta ieri, è solo servita ai neopadroni della politica per capire le dimensioni reali della loro creatura. Una creatura pronta già a porsi come unica alternativa alla neodestra nascente; un neocentro con tutte le carte in regola per poter dialogare al tavolo con i poteri forti. Non c'è infatti un'idea di Paese né di Stato nel programma del Partito Democratico: c'è solo un progetto politico, quello di porsi come unico soggetto capace di essere punto di riferimento per ogni settore della società, evitando però qualsiasi tipo di conflitto sociale. Si andrà avanti con la farsa del ricatto (eloquente lo scontro sul welfare) presentando le proprie proposte come unica mediazione possibile alle richieste del potere dominante da una parte e alle esigenze delle classi meno abbienti dall'altra.
Veltroni, grande e scontato trionfatore di queste elezioni primarie, è l'uomo giusto, la sintesi perfetta tra consenso mediatico e azione forte. La sua esperienza in Campidoglio non può che fare da testimone alla sua abilità politica. Dunque, un applauso a Uòlter per aver coronato il sogno di una vita. Ora dovrà essere in grado di traghettare il Governo oltre la Finanziaria per poi andare alle elezioni e stravincere da capo di una grande coalizione che taglia fuori le ali estreme proprio sul nuovo modello europeo. Se saranno di più i problemi che arriveranno dall'esterno che non dall'interno (leggi sinistra), è solo per demeriti di fazioni che continuano a sbandare alla ricerca di un'identità. Identità di cui il PD si è sbarazzato fin da subito. E' stato un fine settimana molto intenso: meglio le primarie dei Vaffa-day, meglio le sfilate con qualche celtica dei blog in cerca di visibilità. Le persone che hanno sfilato sabato per le strade di Roma chiedendo sicurezza meritano la stessa identica attenzione di quelle che ieri hanno apposto le loro crocette sui nomi già scelti dalla casta di potere. E' la società che partecipa, frase con cui di solito ci si riempie la bocca. Io ovviamente non ero in piazza sabato e non sono andato a votare ieri, ma solo per una questione di famiglia: nel mio album non c'è nessuna figurina che di cognome fa Kennedy.
Mi piacerebbe stare qui a dire: gente, vi saluto. Quando ci rivedremo l'Italia sarà un altro Paese. Non si sa se migliore o peggiore, però un