mercoledì, 31 ottobre 2007

Non recensione 2.0 a 'Ratatouille' (ovvero come un non-topo può non-diventare noumeno)
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


[Anche questo blog aderisce alla campagna di sensibilizzazione letteraria "Non vi sopportiamo più", promossa inconsapevolmente da Irene tra i commenti di questo ormai storico (e a ragione) post apparso sull'imperdibile blog Cabaret Bisanzio]

[Mode Genna ON] Ho visto il film d'animazione Ratatouille.

La fenomenologia semantica della pellicola in questione richiama alla memoria del vissuto empirico gli esempi più riusciti della produzione popolare nostrana, quella dove i protagonisti del cosiddetto volgo si ergevano, a seguito di vicende trasmigranti ed equazioni collaterali di indubbio effetto, al ruolo di protagonisti e/o eroi assoluti, in particolare così visti dalla loro sfera coabitativa che, dunque, passava dal ritenerli inetti al ritenerli eccellenti. Il processo d'eccellenza è la linea guida dominante di questo non-film.

Ratatouille
[questa non è Parigi. Sembra: in realtà è una non-Parigi. E quello all'estrema destra è un topos]

Nello specifico, l'ascesa del roditore celeste, (dove il celeste non è più un colore casuale, bensì a-laico) da semplice - appunto - roditore celeste a celeberrimo cuoco ed esponente d'un certo spicchio dell'intellighenzia culinaria francese, è una metempsicosi dei desideri nascosti di ciascuno. Dirò di più: come nel caduceo due serpi sapienziali si annodano intorno al bastone che fa da continuum, qui si misurano due serpeggiamenti che penetrano a spirale la narrazione fintosaggistica; ebbene io qui dico che Ratatouille indica la via del capolavoro agli astanti.

Sin dal titolo, che i più potrebbero confondere come un semplice coacervo fonetico di lemmi indicanti la figura del ratto, certamente, e della "vill", ovvero della comunità, del popolo, del villaggio e che, invece, nasconde, questo titolo, un tentativo, non di ermeneutica, ma anzi caratterizzato da una brillante, adamantina, genialità di nomen-omen.

RatatouilleRatatouille altro non è che un piatto, un mix ben posato di verdure. Proprio come il topo protagonista è una mistura romantica di coraggio e impaccio.
E allora che altro è, questo, se non la più ineccepibile prova di meta-filmografia che il cinema abbia mai partorito dai tempi di Kurosawa o Orson Welles?

In Ratatouille l'extraletterario è devastante, non solo per la nube mercantilizia e quella paradorniana, fatta di ignoranza e hortus conclusus, ma soprattutto per l'ipocrisia di chi addita mafie a partire dalla propria cosca. E sono contingenze transeunti, mentre i testi, se passano il metabolismo della specie, sono tutto tranne che transeunti, e noi possiamo dare giudizi evanescenti, anche entusiasti, in attesa che si compia la permanenza nomade di un libro o la sua definitiva scomparsa. Ratatouille non scomparirà, perciò mi permetto d'essere entusiasta; Ratatouille non è oggetto transeunte ma oggetto immobilis et evacuazionis, per dirla come Kaiser Soze. (o era il draghetto Grisù, non mi ricordo)

Ratatouille, locandinaInutile affermare, perciò, quanto in Ratatouille emerga anche un altro topos del cinema moderno, ma, io suggerirei, della totalità della tentacolarità dell'ars, ecco, questo topos, che in Ratatouille nemmeno topos è, ma, direi, noumeno del topos e quindi RATTO, questo non-non-concetto del-non-non-non-concetto è il Male.

Il Male in Ratatouille è incarnato in un non-Male che è poi il bene (o comunque il non-tanto-male, quindi il quasi-bene), vale a dire lo Chef. Il Male è il Male e non ha agenti o immagini: è il Male ed è l'"io" la trappola inindagata con cui l'incarnazione del male sembra essere demonicamente mossa, mentre la sua routine esistenziale è già il Male, senza separatezza dal soggetto agente.

Ma.

L'oggetto di questo Male, in Ratatouille è un oggetto-soggetto che, generalmente, nella vita vera, per così dire, è visto come Bene, ovverosia lo Chef, l'uomo della cucina: difatti difficilissimamente chi opera ai fornelli viene indicato come il Male, perché, non a caso, è sua la responsabilità di nutrire, quindi di far crescere, vale a dire di far rimanere in vita. Vita uguale non-male. Eppure in Ratatouille questo non avviene: anzi si palesa l'opposto contrario. Il Male s'incarna nel bene: e questo non-male è l'epicentro del lungometraggio-capolavoro qual è Ratatouille, proprio perché non-lungometraggio e quindi non-accettazione-dell'accettazione-della-non-accettazione. Ratatoiulle è oggetto a-letterario, a-sinottico e, soprattutto, extra-sinaptico prodromico della luce del sole, o della luna, a seconda dell'orario, che ci avvolgerà una volta usciti dalla sala cinematografica; sala cinematografica che non è più sala cinematografica, ma qualcosa d'altro, una non-sala cinematografica dove i non-topoi si stravolgono davanti ai topoi, tantissimi topoi, in Ratatouille ve n'è un'intera comunità, a dire il vero, pure se questa comunità, la comunità dei topoi, kantianamente, ci appare come una non-non-comunità e dunque... [Mode Genna OFF]

Ambulanza
ad libitum...

[Non tutta la recensione che avete appena letto è frutto di follia. Celàti nel delirio vi sono alcuni frammenti di reali recensioni scritte dall'importante autore italiano Giuseppe Genna: divertitevi pure a scovarle...]

>>> Qui un mio precedente post sull'argomento (dal titolo: "Essere come i Wu Ming. E sapere cosa fare del lemma transeunte")
>>>
Qui il punto sulla blog-letteratura secondo Brodo Primordiale
>>> Qui un post più vecchio ma ancora attuale (sempre sulle polemiche web-letterarie)

martedì, 30 ottobre 2007

EsĂ tto! (Ciao, testa...)
Categoria:cinema, scritto da valerio roma


Guido Nicheli era il Dogui, ed era un attore che a me faceva ridere. Scrivo era perché, come la gran parte di voi saprĂ  già, il Dogui è morto qualche giorno fa a Desenzano del Garda dopo essere stato colpito da ictus.

Il Dogui è stato tra i protagonisti di alcuni film che hanno influenzato la crescita di almeno tre generazioni di ragazzi, compresa la mia. Eccezzziunale... veramente, Vacanze di Natale, Sapore di mare, I ragazzi della Terza C: tutti capolavori del trash all'italiana, un genere che ha perduto lo slancio e l'intelligenza che aveva un tempo.

Io il Dogui l'ho sempre considerato una sorta di Mario Brega milanese. Certo, i ruoli che interpretavano erano decisamente diversi, la formazione artistica era differente (Brega lavorò con Fellini, Risi e Sergio Leone) però era simile il loro modo di dare un volto a personaggi che conoscevano bene, che forse erano loro per primi a prendere in giro. Nicheli era il "cumenda" lombardo per eccellenza, il borghese con "la fabbrichètta", che condiva le sue frasi con quell'inglese improvvisato che faceva molto uomo di mondo. Il cumenda trattava male i camerieri, mortificava le persone chiamandole "animale", "tèsta", pensava tutto il giorno a quale fuoriserie comprare, era disinteressato da qualsiasi cosa dicesse la moglie.

Brega, al contrario, rappresentava la caricatura del romano. Macellaro, cafone, pieno di gioielli. Due personaggi ossessionati dai soldi, il romano e il cumenda, in modo totalmente diverso.

Con AndyCapp non abbiamo potuto non crepare dalle risate al telefono mentre ricordavamo quelle battute celebri. Non sarà stato neanche lontanamente paragonabile ad Albertone, Totò, Gassman, Tognazzi, per carità, i mostri sacri neanche conviene farli scomodare. Il Dogui era un "tamarro" che faceva ridere. Mi sembrava doveroso ricordarlo, visto che siamo cresciuti con i film di Lino Banfi, Jerry Calà, Cristian De Sica, Fantozzi, Verdone e Massimo Boldi.

E voialtri chi siete?
Siete più il Dogui o più Mario Brega?
C'è sempre un personaggio perfettamente trash che ci rappresenta al meglio. Perciò: vai con l'outing.

lunedì, 29 ottobre 2007

Il fu aNDy cAPp
Categoria:quotidianismi, scritto da andy capp


Ho scoperto di essere ipocondriaco.
Dopo che per anni ho preso in giro un mio amico perché sempre informato su analisi, medicine, fastidi e visite specialistiche, venerdì pomeriggio, al rientro dall'ambulatorio del mio medico di base, sembravo entrato in un tunnel senza fine.

Sono tornato a casa convinto di avere pochi giorni di vita. Perché il vero ipocondriaco non è colui che sta su internet a cercare il nome delle malattie e i suoi sintomi, non è chi sta sempre ficcato dal dottore. Il vero ipocondriaco sono io, che non mi sono mai fatto le analisi del sangue in vita mia. Ebbene sì, lo ammetto. Io non voglio sapere niente, odio gli ospedali, ho il terrore che i medici mi trovino qualcosa e in generale voglio stare lontano da tutto ciò che riguarda la sfera salute/malattia.

raffreddoreAttenzione: io sono uno che si cura. Se ho il raffreddore mi imbottisco di aspirine, d'estate bevo tanta acqua e mangio molta frutta, cerco sempre di bilanciare la mia dieta, sto attento a non stancarmi troppo, uso l'Aulin sempre a stomaco pieno, mi asciugo sempre bene i capelli dopo averli lavati, ma stop. Oltre non vado. Perché io ho una paura fottuta del camice bianco. Lo scorso anno fui costretto ad andare dalla dottoressa perché avevo bisogno di un certificato per la palestra. Quella si mise in testa di sentirmi il cuore e io già mi vedevo cardiopatico, ma il bello fu quando prese l'aggeggio per misurare la pressione. Solo a vederlo mi era già salita a 150, tanto che fui costretto ad aspettare lì per rimisurarla (lei aveva capito il tipo evidentemente).

dottoreOra vi racconto il mio dramma di questi giorni: mi sono beccato un febbrone domenica scorsa che è durato per tre giorni in cui ho toccato anche i 39. Di solito io sul 37.1 sono morto perché credo di avere la temperatura corporea interna molto bassa.

Giovedì mi sentivo quasi bene, tanto che volevo tornare al lavoro, ma ho avvertito un fastidio alla gola. Memore della precedente tonsillite di prima dell'estate curata malissimo (antibiotici interrotti e ben tre ricadute con placche) ho preso appuntamento dalla dottoressa per il giorno successivo. Appena entrato nello studio ovviamente mi ha chiesto chi fossi visto che era la seconda volta che mi vedeva. Ma la sua prima domanda alla vista del mio collo gonfio mi ha steso: "Lei ha avuto gli orecchioni?".

"Cazzo, no, ce le ho avute tutte io, ma gli orecchioni no. Ma che diavolo di domande fai brutta cogliona? Mi hai visto due volte in vita tua e ti permetti queste leggerezze?", così avrei voluto risponderle. Alla seconda domanda ero più preparato. "Ha la febbre?". "No, sono due giorni che non ce l'ho...". "Ma l'ha misurata? Perché io la sento calda...". Mi ficca un termometro sotto l'ascella e in meno di un minuto quello segna che avevo 37.3. TRENSASETTEETRE. Io che di solito a 37.1 sono morto. "Vaffanculo puttana me l'hai fatta tornare te la febbre, non ce l'avevo! Stasera dovevo uscire", è stato il mio pensiero.

Dopo un'accurata visita - che almeno ha scongiurato gli orecchioni - la dottoressa mi ha lasciato con una promessa che per me equivale a una vera e propria minaccia (leggi constatazione) di morte: "Appena si è sgonfiata la tonsilla venerdì torna così diamo un'occhiata alla ghiandola e decidiamo se è il caso o meno di fare un'ecografia". A quel punto non ho più trovato le forze nemmeno per insultarla mentalmente. Stavo già pensando al mio testamento.

domenica, 28 ottobre 2007

Bamboccioni
Categoria:weekend, scritto da stefano havana


Ho  letto che la cameriera del sultano del Brunei percepisce uno stipendio di 7 milioni di euro all'anno. Il suo addetto stampa, invece, sta sui 9 annui. Ho anche letto, ma questo già si sapeva, che il signor Sultano del Brunei possiede oltre 5000 macchine. (qui)

sabato, 27 ottobre 2007

Maledetto Homer
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Cinque punti di sutura.

Cinque punti

Cinque punti + barba

Barba incolta per scazzo e impossibilità di fare shampoo.
Ah, ma la pagherà quel bastardo...

(va bene, va bene: in realtà mi sono procurato la ferita giocando a pallone in un corridoio. Ringrazio l'amico e collega Pasq per "la corsa" all'ospedale e gli altri amici per aver pulito dal bagno il mio sangue...)

venerdì, 26 ottobre 2007

Io odio nonno Libero
Categoria:televisione, scritto da andy capp


Causa febbre e conseguente apatia pomeridiana sono rimasto prigioniero per due giorni consecutivi di Uomini e Donne.

La trasmissione è sempre la solita, idioti da corteggiare e decerebrate che corteggiano, fiumi di parole inutili e ragionamenti su situazioni inventate, casalinghe del Tuscolano (ciao Emma -  abita sotto a mia zia, muaaaahhhh) che provano a fotografare comportamenti e reazioni il più delle volte normalissime. Maria De Filippi ormai non si alza nemmeno più. Sta seduta su uno scalino e aspetta che gli altri facciano il programma. Neanche la pubblicità viene chiamata ma entra a caso mentre qualcuno sta parlando. Insomma una confezione televisiva da vomito che solo nei soporiferi pomeriggi italiani (vista anche la concorrenza) poteva tenere così a lungo.

SpertiMa in tutto questo marcio c'è una luce che brilla.
Una mente. Un genio assoluto. E' lui secondo me il vero trionfatore: Gianni Sperti, professione: consigliere del tronista. Funzione: stare seduto per due ore con la palpebra semi-calata a guardare questi idioti che non parlano di niente. Il bello del programma è che a volte tra i tronisti capita qualche furbetto, vedi il 45enne brizzolato di Brescia che c'è ora, capace di pomiciarsi due tipe al giorno, trombarsene una a settimana e tutto questo gratis, anzi magari pure pagato, e tutto fino a gennaio 2008 quando dovrà scegliere la donna che potrebbe diventare la compagna della sua vita, recita lo slogan. Torniamo però un momento da Gianni Sperti, che si smuove con un semisorriso giusto quando becca uno così. Io vorrei parlargli per dire questo:

Caro Gianni Sperti,

mi rivolgo a te considerandoti il vero neofuturista del 2007. Senza bisogno di spargere sangue finto nella Fontana di Trevi, sei riuscito in un'impresa stellare, che andrebbe raccontata nelle Università. Gianni tu sei l'unico italiano che se ne andrà in pensione con uno stipendio da nababbo dopo essere stato seduto due ore al giorno per dieci-dodici anni senza fare niente. Tu sei un genio e io vorrei che tu scrivessi su questo blog affinché il tuo verbo ci illuminasse. Si dice che quelli come te siano furbi, ma tu non sei nemmeno quello. Tu sei Gianni Sperti, professione: consigliere del tronista. Praticamente come dare consigli a una ringhiera sperando di ottenere qualcosa. Ma la tua grandezza è tutta nella tua compostezza. Tu, caro Gianni, mai hai preteso di insegnarci, mai hai voluto strafare, condurre, interrompere. Tu non hai mai fatto un cazzo di niente per anni. E te ne andrai a fare in culo con la pensione di un direttore di Banca. Il vero genio sei tu, nel silenzio assordante della tua vuotezza interiore, ti ergi a libero pensatore del Duemila al fianco di esseri bipedi non dotati di materia grigia.

CanĂ Amo il trash televisivo e come molti di voi ho buttato tantissimo tempo davanti alle televisioni locali e alle loro improponibili televendite. In cima alle mie preferenze c'è quella dei Magazzini Mas interpretata da Alvaro Vitali e compagna, ma qualcuno di voi ricorderà anche il mitico Magic Harry, che con una passata ti sistemava i capelli. Questo per dire che sono piuttosto sensibile all'argomento.

Sono uno di quelli che prende la cornetta perché Mondialcasa mi aspetta. Ecco ieri mentre prendevo la cornetta per chiamare Ste e confidargli questa mia stima per il neofuturista del 2007 all'improvviso ho sentito il richiamo delle pentole. Chi me le offriva però era quell'essere poco digeribile da un punto di vista estetico col vocione rauco, uscito come il dandy che dispensava consigli su tutto e tutti, che scriveva libri sponsorizzato da Costanzo. Tu, buffone, hai fatto fuori il grande Giorgione Mastrota, un altro che di pretese non ne ha mai avute e che per questo aveva la mia stima: "Vendo pentole  e materassi. E allora? Non so fare altro...", disse una volta. E' di gente così che ha bisogno la televisione italiana. Di gente consapevole dei propri limiti. Serve che ciascuno faccia il suo: l'idiota l'idiota, il venditore il venditore, il giornalista il giornalista, l'autore l'autore. Ecco perché amo Oronzo Canà e odio Nonno Libero.

giovedì, 25 ottobre 2007

Yellow (seconda parte)
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


[continua da qui]

Un'altra cosa che dovete sapere della mia Marge è che stravede per scopare. Urla, le piace sentire oscenità imbarazzanti e ama dominare. All'inizio questa cosa mi diede qualche problema: generalmente sono io che domino. Però devo dire che adesso non saprei tornare indietro. Marge ed io, Homer permettendo, facciamo l'amore il più possibile: è come se qualcuno ci corresse dietro, (e da un certo punto di vista è così...) perciò ogni volta che ne abbiamo l'occasione, zac, scopiamo.

homer_centraleNaturalmente stavamo scopando pure l'unica volta che incappammo in Homer. Non vi dico che seratina. I ragazzi stavano dormendo: erano stati in gita con la scuola alla centrale nucleare e s'erano stancati molto. Homer se l'era presa a morte per questa cosa: il fatto che la scuola avesse organizzato una gita nella "sua" centrale nucleare soltanto dopo che era stato licenziato dal signor Burns. S'era fissato che il preside Skinner l'aveva fatto apposta: perciò quando arrivai a casa Simpson, quella sera, c'erano ancora tutti i mobili rovesciati in salone, per non parlare dello stato in cui versava la cucina. Pensavo che Marge mi avrebbe invitato ad andarmene e, invece, come vi dicevo, se la signora Simpson ha deciso che deve scopare, ebbene, si scopa. Perciò scopammo. Coi bambini in casa che dormivano e tutto.

Fatto numero due che riguarda Marge e il sesso, secondario solo al piacere che prova nel farlo: detesta i contraccettivi. Di qualunque tipo. La pillola è bandita: le crescono i peli fin sotto le palpebre e ingrassa a dismisura. La parola "preservativo" è fuori legge, perché è intollerante al lattice. Perciò è ora che sappiate che Marge Simpson ed io pratichiamo la brillante e antichissima pratica contraccettiva del coitus interruptus.
Tale pratica può presentare due problemi. Il primo riguarda il fatto che, considerando un soggetto sano, esiste evidenza sperimentale della presenza di spermatozoi potenzialmente fecondanti nel liquido pre-eiaculatorio. E questo vuol dire che si resta incinta come niente. Il secondo: il coitus interruptus diventa assai difficile da controllare in casi d'improvvisa emergenza, come per esempio può essere il rientro in casa di Homer Simpson ubriaco, incazzato e stanco, contestualmente alla mia presenza nel letto nuziale. Anche questo vuol dire che si resta incinta come niente: infatti se il primo caso presentato siamo sempre, fortunosamente, riusciti ad arginarlo, alla prima manifestazione del secondo siamo stati puniti: Homer non ci scoprì, perché fummo veloci e perché dalla camera da letto di Marge si può facilmente raggiungere il giardino. Però, quando sentimmo i passi sulle scale e le bestemmie alcoliche dell'uomo, il coitus non si interruppe ma, per una scarica nervosa involontaria, venne a compimento nella sua pienezza e Marge rimase incinta di un figlio mio.

Non avemmo nemmeno il tempo di guardarci negli occhi per contemplare quell'accadimento, non avemmo il tempo di dire "a": raccolsi le mie cose, un miracolo volle che non dimenticai le chiavi della macchina e sgattaiolai via. Marge, che non voleva affrontare alcuna discussione col marito devastato dall'alcol, finse di dormire fino alla mattina dopo e quello che aveva trattenuto nel basso ventre fece quello che doveva fare. Oggi, dopo quattro test di gravidanza e due ginecologi, possiamo dire senza riserve che siamo quasi al terzo mese.

homer1Non so come andrà a finire.

Marge vuole tenere il piccolo. Io anche: il problema, naturalmente, è Homer. Lei ha il terrore che possa fare una pazzia quando, necessariamente, saprà della gravidanza. E poi ci sono Bart, Lisa e Maggie: se per Bart non c'è più alcuna speranza (è seguito da assistenti sociali tutto il giorno e stravede per il padre), Marge ha ancora speranze per le femmine. Lisa, in particolare, sta dimostrando una grande maturità: è l'unica a sapere di me. Andiamo d'accordo: ha la stessa gentilezza e propensione alla virtù della madre. Maggie, poverina, è una bambina con un forte ritardo nello sviluppo: Homer l'ha più volte percossa, finché una volta non ha ingoiato il ciuccio e c'è mancato poco che morisse. E' stato poco prima del tentato suicidio di Marge: quell'uomo, Homer, è un mostro, meriterebbe di patire il doppio delle sofferenze che sta infliggendo ai suoi, ma ha il coltello dalla parte del manico. Finanziariamente la famiglia si regge sulla sua liquidazione e moralmente Marge non è in grado di praticare un taglio alla relazione: entrambi abbiamo pensato che la gravidanza, la platealità della gravidanza, ci farà da voce nei confronti di Homer. Quel pancione sarà il tappeto elastico su cui Marge potrà prendere lo slancio per chiudere definitivamente con lui.

homerComunque sia, tutto questo non le ha fatto perdere la voglia di sesso. Lo dimostra anche il tipo di abbigliamento che ha scelto ieri sera, per la nostra cena: quando l'ho vista entrare in macchina e scoprirsi le cosce, ho capito che quella era una donna che trasudava desiderio sessuale. Devo ammettere che questo suo aspetto selvaggio, contro tutto e contro tutti, mi affascina quanto i suoi modi più gentili: stride con le sue spiccate virtù e con la forte educazione cattolica che ha ricevuto. Mi piace, lei lo sa, non ce lo nascondiamo: il sesso è al primo posto della nostra classifica di piaceri. Adesso ci siamo reinventati, per evitare nuovi problemi, ci siamo dati delle regole: mai più a casa Simpson, anzitutto. La tecnica del coitus interruptus continua ma abbiamo aggiunto il rinforzo di una crema spermicida: per il resto abbiamo letto su un libro che una donna incinta può fare sesso fino all'ottavo mese senza problemi. Tutto sta nel modificare le posizioni e, modestamente, noi di posizioni ce ne intendiamo notevolmente.

L'ho riaccompagnata col trucco di sempre: lei esce di casa con la sua macchina, la parcheggia poco distante ed è lì che la carico io.

L'ho salutata soffiandole un bacio dal finestrino. Lei ha finto di afferrarlo e se l'è stampato sulle labbra. L'ho guardata sparire nella sua macchina oltre la curva: è dura così. Tornerò a casa e non ci sarà una telefonata della buonanotte, né un sms di saluto, né niente. Domattina non mi potrà chiamare per darmi il buongiorno e per costruire il nostro prossimo incontro dovremo entrambi penare. Ma questo è meglio di niente. Io non amo Marge Simpson: io la stra-amo. Ed è per questo che un po' di lei, è per me, già così tanto. Non è romantico, lo so, entrambi vorremmo godere di più libertà, ma ci dobbiamo accontentare: Homer è pericoloso e adesso che siamo... Bè, in tre, dobbiamo fare più attenzione che mai.

homer3

[continua... Prima o poi]

mercoledì, 24 ottobre 2007

Yellow
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Adesso vi faccio crepare d'invidia.
Ieri sera sono uscito con Marge Simpson.
Vi assicuro che ha veramente quei capelli lì: uno pensa che siano il frutto di una rielaborazione grafica e invece giuro su dio che Marge Simpson ha i capelli di quel blu e alti a tal punto.

Marge SimpsonDice lei che trattasi di una semplice tinta da parrucchiere: invece il taglio è naturale. Mi ha mostrato delle foto di lei al liceo ed era identica a com'è adesso: a parte il fatto che non si era ancora rifatta le tette. Comunque sia siamo usciti e, ragazzi, è stata una serata grandiosa: naturalmente non siamo andati da Boe.

Non è che possiamo tanto farci vedere in giro, sapete com'è, quello lì è un covo di amici di Homer e non è ancora il momento che lui venga a sapere una cosa del genere: è pure parecchio più grosso di me. Perciò siamo andati un bel po' fuori città: a Marge piacciono le ostriche. E si dà il caso che un mio amico abbia il più grande ristorante di pesce che si possa desiderare: perciò siamo andati da lui.

Avreste dovuto vederla: aveva una scollatura che non vi dico. Mi racconta sempre che suo marito, se potesse, le farebbe indossare un bel burqa e buonanotte: il che è parecchio fastidioso se hai speso 9mila euro per rifarti le tette. Perciò ieri sera è stata un'occasione per lei, mi spiego? Aveva un abito di raso che la rendeva principessa: lo spacco, i tacchi alti e un paio di quegli orecchini a pendaglio che ancora un po' e le toccavano le spalle. In macchina le ho detto: Marge, sei stupenda. Lei, prima di sorridere, s'è come incupita: si vede che certe cose le mancano. Le manca la galanteria di un uomo, le manca di sentirsi corteggiata. Comunque, che cazzo, ho pensato: siamo qui per divertirci, non per stare a riflettere o che so io. Perciò le ho accarezzato la nuca, so che lì le piace molto, e ho alzato il volume della radio: non lo direste mai con quella voce, invece la signore Marge Simpson è una cantante sopraffina.

Marge SimpsonAl ristorante ci siamo ingozzati di ostriche e a lei si è sbavato tutto il rossetto: è una cosa che mi manda al manicomio vedere una donna col rossetto sbavato. Mi fa venire in mente certe scene di sesso che...

Comunque sia, a questo punto, è il caso che io sia chiaro: mi vedo con Marge Simpson da quasi un anno ormai e non abbiamo intenzione di smettere. D'altra parte nessuno di noi due si sente in colpa: io sono solo e non ho da fare grossi discorsi di fedeltà, quanto a Marge, bè, a lei basta poco per giustificarsi, o per autocommiserarsi, se volete, è sufficiente che si faccia scivolare verso il gomito tutti quei braccialetti che tiene per nascondersi i polsi, entrambi tagliati longitudinalmente nel senso delle vene, per scrollarsi di dosso quello strato oleoso di pentimento e guardare avanti.

Mi ricordo bene quando arrivò in ospedale, circa 10 mesi fa: io c'ero. Sono un appassionato della serie, la seguo dagli inizi, e nel momento in cui l'edizione straordinaria del telegiornale annunciò che Marge Simpson era in fin di vita per un presunto tentato suicidio, be', afferrai al volo le chiavi della macchina e mi precipitai all'ospedale. Pensavo che in quel momento tutte le agenzie di stampa stavano battendo la notizia e i primi fans già stavano accorrendo all'ospedale: dovevo essere il primo. D'altra parte successe la stessa cosa quando morì Maude Flanders: ci ritrovammo in duemila, mischiati ai fotografi, ad aspettare l'ambulanza. Mi ricordo che la conferenza stampa nel giardino dell'ospedale fu un caos: mi rimasero i flash dei fotografi impressi nelle retine fino all'ora di cena. Così la conobbi, Marge. Portandole fiori freschi tutti i giorni alle 8 del mattino: i fan, in genere, si stancano presto. La perseveranza premia.

"Tra un po' non potrò più vestirmi così...", m'ha detto a un certo punto della cena Marge, pulendosi le labbra col tovagliolo bianco. E così siamo tornati al punto. Le ho preso la mano destra facendomi strada tra forchette e bicchieri: "Quando pensi di dirglielo?", le ho domandato. Marge ha abbassato gli occhi sul piatto vuoto, mettendo in mostra quel po' po' di ciglia che si ritrova: "Penso Presto. Prima che si cominci a vedere...". Quando è tornata a guardarmi traboccava di lacrime: "Dai... Nascere è bello, Marge. È la cosa più bella del mondo".

Proprio in quel momento è arrivato il cameriere e mentre ci serviva il filetto di tonno mi sono messo a pensare a quante conversazioni, nella storia dell'umanità, sono state interrotte dall'arrivo di un cameriere e mai più riprese.
Abbiamo mangiato in silenzio per poco tempo, poi Marge s'è di nuovo bloccata: "E' buono questo tonno... Io non lo so fare così buono". Le ho sorriso, le ho accarezzato il dorso della mano gialla e ho continuato a mangiare. Mi piace mangiare con Marge: è molto delicata nei gesti che fa. Si pulisce la bocca con calma, se si versa da bere poi le piace risistemare la bottiglia precisamente al centro del sottobottiglia, eccetera. Non ci sono più donne così.

Marge SimpsonLa prima volta che mi accettò in camera, io, il misterioso gentiluomo dei fiori, era ancora pallida. Eppure vi garantisco che era bella lo stesso, bianca, con le labbra esangui: quando la guardo oggi, stupenda, mi pare assurdo che un essere umano possa ridursi a tal modo. Magra.

Aveva tenuto tutti i mazzi che le avevo fatto recapitare: rose a gambo lungo e tulipani, la mia accoppiata preferita. Parlammo a lungo già quel primo giorno, io seduto sulla sponda del letto: parlammo delle puntate della serie. Dopo poco non ce la feci più e le domandai quanto fosse frutto di sceneggiatura e quanto invece accadesse sul serio: facevo fatica a credere che una famiglia potesse essere così sgangherata. La verità è che quello che si vede sullo schermo è niente, in confronto a quello che succede davvero dietro quelle mura a telecamere spente. Se la piccola Maggie ancora non parla, credetemi, un motivo c'è e non è affatto piacevole.

Fatto sta che mi ricordo con meraviglia quel primo incontro: non lo sapevo ancora che da lì a tre settimane saremmo finiti a letto per la prima volta. Entro cinque giorni mi raccontò la verità sul suo "incidente", sulle continue liti con Homer. Lui aveva preso a bere da quando il signor Burns l'aveva licenziato definitivamente e poi lei aveva scoperto, tra le sue carte, questo conto aperto con un casinò di Capital City: davanti all'ipotesi di divorzio, lui l'aveva minacciata con un forchettone da barbecue, poi era sparito per tre giorni con i ragazzi, lasciandola sola con la piccola Maggie. Da lì al tracollo il passo era stato breve. Ned Flanders l'aveva trovata.
"Sei il primo fan scatenato a cui dò retta...", mi disse quando la dimisero dall'ospedale. Fu il sorriso numero uno della nostra storia insieme.

Il primo prestito glielo feci io: ottomila euro per il mutuo e le spese domestiche più urgenti. Quando le diedi l'assegno, lei si era appena tolta le fasce dai polsi. Le lacrime le piegarono le ginocchia: io credo che mai una donna dovrebbe arrivare a un punto così basso dell'esistenza. La notte dopo facemmo l'amore nella mia macchina: non ricordo molto di quel momento, avevamo fumato un po' troppo, ma fu straordinario. Marge è un'amante extra lusso: durante l'amplesso nemmeno uno dei suoi problemi dominanti venne a galla. Una cosa che mi disse, subito dopo, fu: "Ti giuro che non l'ho fatto per riconoscenza...". Capite che donna è, Marge? Ci abbracciammo a lungo, quella notte. Homer, come sempre, non aveva lasciato detto dov'era.

Marge"Mi dispiace che debba essere sempre tu a pagare". Mi ha detto alla fine della cena: "Ti pare?", l'ho rassicurata io. Non ho problemi economici: il mio lavoro di giornalista mi assicura tutto quello di cui la mia vita da single ha bisogno. Il resto ce l'ho da una buona rendita finanziaria che mi ha lasciato mio padre: Marge non si deve preoccupare, ma non voglio rendergliela troppo facile. Spesso e volentieri la tranquillizzo dicendole che si tratta solo di un prestito: preferisco che non si senta dipendente da me. Nelle ultime due settimane ha fatto più di dieci colloqui di lavoro, naturalmente all'oscuro di Homer, e voglio che pensi che una vita propria sia ancora possibile: sono sicuro che entro il mese troverà un posto fisso.

Il problema, lo sappiamo tutti e due, anche se non ne parliamo granché, è che tra non molto il pancione comincerà a vedersi.

[continua...]

martedì, 23 ottobre 2007

Il karateka
Categoria:blog, scritto da stefano havana


Faccio una riflessione.
La cifra dei blog italiani, secondo me, si intuisce adesso, giusto dopo le Primarie di Veltroni. E' da queste, dalle Primarie, che si vede che all'Italia, dei blog, non gliene frega una cippa, hai voglia a dire. Possiamo anche stare qui a disquisire sul criminoso ddl cospiratore, adducendo scricchiolanti dietrologie per cui il Governo si è messo a tavolino a pensare al modo di far tacere la pericolosissima cricca d'internauti portatori di verità scomode; tuttavia così non è, sebbene cada lungi da me il voler sminuire il pressappochismo di un decreto legge che, si vede, a malapena è stato letto da chi di dovere. (e per sua stessa ammissione: Gentiloni.)

Anzi, non voglio parlare affatto di politica.
La riflessione verte sui blog: ogni tanto me ne viene fuori una.

karatekaDicevo che all'Italia gliene frega una cippa dei blog. Mi chiedo a questo proposito: come mai Mario Adinolfi, sul suo blog, che ho seguito apposta negli ultimi giorni, non si è interrogato, MAI, sul sesquipedale calcio in culo che s'è preso dall'Italia tutta? Me lo chiedo perché secondo me è anche da quello che si capisce la cifra dei blog italiani: parliamo solo noi, dei blog, ve ne siete accorti?, solo noi che i blog li abbiamo, solo noi che ci scriviamo. Solo a noi sembra sempre che questi blog siano tutto il mondo possibile, mentre invece, poi, appena mettiamo il naso fuori ci accorgiamo, semmai, che c'è tutta una sterminata distesa di gente che non sa nemmeno cosa sia, un blog, tipo quei tre o quattro milioni di persone che, potendo votare Adinolfi come alternativa a Veltroni, hanno semplicemente deciso di non farlo, perché, di fatto, non sapevano manco chi cazzo fosse Adinolfi, eccezion fatta per un pugno di otto, novecento persone che invece hanno scelto di preferirlo. Questa è la cifra dei blog italiani. Un tizio in shorts che blatera per tre mesi sulla democrazia diretta (ma voi fareste pilotare un aereo di linea da un veterinario?) e che poi si ritrova con 1000 voti TUTTI di blogger.

Avete presente quella tipica scena dei cartoni animati? Quella dove ci sono un karateka e un pistolero a confronto: e allora il karateka si mette a fare duemila movimenti, strilla come una puttana, fa quei gesti con le mani, salta, sfida il pistolero a farsi sotto e, alla fine, il pistolero, fa uno sbadiglio, tira fuori la pistola e fa secco quel cazzo di karateka. Ce l'avete presente?

Ecco, i blog sono il karateka.

Ora, se voi avete idee per migliorare la "nostra" credibilità, fatevi avanti. Io dico che sarebbe ora di creare più CONTENUTI che pugnette. (date un'occhiata ai commenti, quindi vomitate e infine ditemi se non sarebbe ora di un bel ddl SERIO che imponga un patentino di attendibilità per chiunque voglia scrivere pubblicamente sul Web)

>>> Un post molto importante sull'argomento

lunedì, 22 ottobre 2007

Scontato, irresistibile, seriale
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Ed è quasi mezzanotte, la mezzanotte di capodanno, e lei è bellissima, ma con quello sguardo un po' così che hanno le donne quando vengono lasciate sole dal proprio fidanzato, e mancano veramente pochi secondi a mezzanotte e vicino a lei, incollato come un'ape al miele, sta questo tizio, il padrone di casa, sì carino, sì affabile, va bene, ma NIENTE a che vedere con l'altro, con il fidanzato di lei, molto più carino e affabile, per cui noi facciamo il tifo, ma che alla festa - imbecille! - non c'è voluto venire per ripicca e che, così facendo, rischia adesso di perderla, a pochi istanti dal nuovo anno, perché si sa come vanno certe cose e una ragazza, così bella, e così ben vestita, lasciata sola in un'occasione tanto importante, sebbene innamorata, non si sa cos'altro dovrebbe fare Misha Bartonallo scoccare dell'ora più significativa del calendario, se non prendere a baciare, sì BACIARE, l'unica persona di sesso opposto che per tutta la serata le è rimasta al fianco, (gentilezza interessata, d'accordo, ma comunque gentilezza); senza considerare che, giustappunto quel pomeriggio stesso, al "ti amo" di lei, lui rispondeva con un tentennante e striminzito "grazie...", facendo spalancare i suoi occhi bellissimi di sorpresa e frustrazione, e dando il "la" alla prima pietra di quella inarrestabile frana che avrebbe portato, poche ore dopo, lei, bellissima e solitaria a quella festa, e lui a mangiarsi le unghie fino ai gomiti a casa del migliore amico;

amico migliore che, mica stupido, e conoscendo bene il fraterno compagno, precisamente una mezz'ora prima della mezzanotte fatidica, gli fa notare, all'amico ripiccoso, lo stridore della situazione, convincendolo a muoversi, a vestirsi e a correre da lei, alla festa, perciò l'acme della puntata è esattamente in questo punto, quando con un montaggio alternato, però diacronico, noi vediamo lei, sempre più bella in minigonna e capelli raccolti, avvicinarsi al padrone di casa con la chiara intenzione di baciarlo, perché sì, perché è capodanno e perché è incazzata e una donna incazzata è una donna stronza, perciò a 10 secondi dalla mezzanotte succederebbe l'irreparabile SE il montaggio di cui sopra non ci permettesse di vedere LUI, il nostro eroe, recuperare terreno, correre, correre, lasciare la macchina in doppia fila e con la portiera spalancata, come se il mondo stesse per implodere, e allora no vaffanculo, allora ci ritorna la speranza, da distesi ci raddrizziamo puntando il gomito sul letto e sussurriamo "dai...", "dai...", mancano sette secondi alla mezzanotte, il rallenty si fa isterico, la colonna sonora monta in maniera compulsiva, sei secondi, cinque, lei un po' guarda il padrone di casa, un po' guarda la porta di ingresso, perchéMisha Barton in The O.C. in fondo ci spera, in fondo è innamorata veramente e quel pomeriggio, al suo pallidissimo "grazie...", c'è rimasta proprio di merda, è per questo che vorrebbe vendicarsi, ma il coraggio non ce l'ha, si vede, lo capiamo, quattro secondi, tre, è il più grande momento al rallentatore dopo l'incontro tra Rocky e Apollo in Rocky II, quando lo speaker urlava "Non ce la fa! Il campione non ce la fa!" e noi ragazzini capivamo da quello che, sul serio, Apollo non ce l'avrebbe fatta e la storia del mondo e la nostra sarebbe cambiata in meglio, però ADESSO c'è una grande differenza, perché nessuno di noi è mai stato un pugile in lotta per la cintura mondiale, invece siamo stati tutti coglioni innamorati e orgogliosi, perciò a due secondi dalla mezzanotte ci alziamo in piedi davanti alla televisione e gli bestemmiamo addosso, al nostro Eroe, perché è in ritardo, perché ha di nuovo sbagliato porta, meno uno, tutti i pollici si sollevano dalle bottiglie di champagne, loro due sono vicini, la bella e il padrone casa, quando, bum!, la porta d'ingresso si apre e il nostro Eroe letteralmente crolla dentro l'inquadratura, dentro la festa, dentro le nostre anime che esultiamo come ai mondiali e vorremmo istantaneamente buttare al cesso quello che siamo, le nostre carriere, le nostre professioni, ed essere LUI, arrivato sudato, eroicamente pentito, dalla sua bella, e preghiamo preghiamo preghiamo solo che lei The O.C.lo veda in tempo e difatti sì, cazzo, lo vede in tempo e come per magia tutta la rabbia le defluisce dagli occhi come liquido argenteo e i due si corrono addosso, sempre al rallenty, sempre con la musica al massimo, finché non si ritrovano, a centro sala, mentre il countdown arriva allo zero e tutti si abbracciano e comincia un nuovo anno e loro due, bellissimi, destinati a rimanere insieme per sempre, si baciano, si baciano, si baciano, al cospetto di noialtri che, ormai adulti, vaccinati, svezzati, disincantati, con ben 6 dvd di Rocky sulle mensole - tanti gli anni che sono passati - gridiamo di gioia all'acme della felicità, fin quando il rallenty finisce, torna la velocità della vita vera e pure il bacio si spegne e stavolta, allora, è LUI a dire a lei "Ti amo...", ed è LEI a rispondere a lui "Grazie...", vendicandosi una volta e per sempre dello sgarbo subìto solo poche ore prima; la telecamera scarrella, la musica sale di nuovo di tono e, proprio come quando Rocky diventò campione del mondo, a noi non resta altro da fare se non sentirci onnipotenti per la missione compiuta. Perché questa, cazzo, questa sì che è vita, baby.
Oh yeah

(grazie a "The O.C.", il mio nuovo telefilm adolescenziale preferito dai tempi di Beverly Hills 90210)

domenica, 21 ottobre 2007

Grongo
Categoria:svago, scritto da andy capp


primasecondaterzaquarta

[Omaggio al mio amico il Palombaro: solo ieri a Fregene scanzonato con la sua fiocina, oggi di nuovo in piattaforma a bestemmiare. Buon lavoro fratè]

sabato, 20 ottobre 2007

Avanti popolo
Categoria:politica, scritto da andy capp


Quarto StatoRottura subito. E' ormai necessaria in questo momento, senza compromessi, senza le frasi concilianti "poi che succede" o "torna la destra". No, non torna la destra, il Paese non esce dal dopoguerra, non esce da un periodo storico delicato. Quella che rischia di tornare sarebbe solo l'altra faccia conservatrice del sistema, alter ego del potere che attualmente sta al Governo. L'Unione si presentava come una coalizione eterogenea, che avrebbe sofferto non poco in tutti i passaggi parlamentari. E così è stato. Ma in quel momento era necessario fermare l'avanzata delle forze liberiste soprattutto a livello locale. Perché è sul territorio (un esempio emblematico è la gestione sanitaria della Regione Lazio) che andavano fermate le truppe della Casa della Libertà. Ma ora, dopo due Finanziarie che non hanno dato alcun segnale di discontinuità con il passato e soprattutto con il mercato, è arrivato il momento di uscire, di fermare il progetto pianificato a tavolino tra Confindustria, Partito Democratico e Sindacati confederali.

Prodi-BerlusconiIl malcontento diffuso in tutto il Paese a cui ha fatto da eco l'urlo di rabbia che si è sollevato dalle fabbriche per il referendum sul welfare è il segnale che oltre non si può andare. Dopo una manovra che ha messo in ginocchio i dipendenti pubblici e ha regalato il cuneo fiscale alle imprese, non è possibile accettare un protocollo in cui il precariato viene legittimato (dopo tre anni, solo in Italia è così) alla presenza del sindacato stesso. La politica deve riappropriarsi del suo ruolo dominante nei confronti dell'economia.

Tutti in piazza oggi contro il precariato, contro questo Governo, al fianco dei metalmeccanici e degli operai, vicini agli studenti e ai giovani laureati sfruttati  nei call center, al fianco di chi andrà in pensione con il 60% dello stipendio attuale lavorando ancora di più e in condizioni peggiori. E' nato il nuovo proletariato. E per una rottura definitiva con un sistema gestito dai poteri forti è necessario un nuovo conflitto sociale, subito. Avanti popolo!

venerdì, 19 ottobre 2007

Una domanda
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


A me mi piace cucinare.

(so che a me mi non si dice. Però "a me mi piace cucinare" a me mi pare che suoni meglio dell'altra formula, quella più corretta che tutti conosciamo. A me mi piace cucinare è il massimo grado di verità che riesco a dare a questa cosa che voglio dire. "A me piace cucinare" sa di bugia, non dice tutto, si ferma all'apparenza, dà solo una nozione, ovvero: a me cucinare piace. E non è sufficiente. Perché a me cucinare MI piace: se a me mi piace una cosa, a me mi sembra di abbracciarla, quella cosa, di tenerla stretta al petto e di sentirne l'odore, il sapore. E questa cosa non deve essere per forza una cosa tecnicamente perfetta: in particolare se si tratta di cucinare. Si sa cucinareche gli odori, i sapori, mica sono tutti gradevoli. Però può esserci amore anche nella sgradevolezza: per esempio quando abbracciamo qualcuno e sentiamo l'odore dei capelli grassi, quel qualcuno abbracciato, per quel piccolo difetto del momento, non è certamente meno amato o meno abbracciato. L'odore di capelli grassi passa, l'abbraccio, quell'abbraccio, rimane: a me mi piace cucinare suona veramente rotondo, fidato e non si cura dei difetti, sebbene di difetti, il mio cucinare ne abbia a iosa, perché è qualcosa che ho intrapreso a fare veramente da poco tempo, cucinare dico, e infatti non azzardo troppo, so che esistono tre o quattro cose che a me mi piace cucinare e che a me mi escono benissimo e quelle faccio, senza tracotanza o fretta. Poi, semmai, a queste tre o quattro cose che a me mi piace tantissimo cucinare, ne aggiungo ogni tanto una quarta e una quinta e così resto, a cucinare quelle quattro o cinque per un bel po', perfezionando, sbagliando, imparando e solo quando mi sento molto pronto e molto sicuro di me, vado oltre. "A me mi piace cucinare", sebbene sia grammaticalmente scorretto, per via di quella ridondante ripetizione personale, a me mi pare l'unico modo onesto per raccontare il mio piacere nei confronti dell'atto di cucinare, un atto non perfetto, tutt'altro, soggetto a continue correzioni e passi indietro: a me mi piace cucinare veramente, senza timidezze, senza remore, a me mi piace cucinare almeno tanto quanto a me mi piace mangiare. Ecco, a me mi pare che ci sia bisogno, al giorno d'oggi, di ritrovare quel gusto per la semplicità, espressiva, fonetica, contemplativa, d'esistenza, che a me mi pare stia un po' andando a farsi benedire: c'è necessità di anti-cinismo. Sento l'urgenza di farmi colpire da qualcosa di minuto. Perciò a me mi piace cucinare per ritrovarmi la sera con le dita che cucinaresanno di aglio. A me mi piace questo fatto, questo concedermi all'imperfezione, di tanto in tanto; a me mi piace che Andy Capp mi telefoni per dirmi che, secondo lui, la pasta col tonno è più saporita se nel soffritto ci aggiungi un'alicetta. Oppure che, invitato a cena, preferisca portare la maionese fatta da lui, piuttosto che usare quella industriale già comodamente presente in frigorifero. A me mi piace molto questo essere senza iniziali maiuscole: a me mi piace vivere senza chiedere troppo alle occasioni, ecco perché mi è scappato questo a me mi che in altre narrazioni e in altre occasioni mai mi sarei sognato di sbrigliare. A me mi piace l'odore del pane fatto in casa alla mattina, ma a cosa servirebbe, adesso, entrare in particolari abusati o sentimentalmente pornografici? Servirebbe? Non servirebbe: molto prima faccio a dire che a me l'odore del pane non piace solamente. A me, l'odore del pane alla mattina, MI piace e questo è quanto: a me mi piace girare il sugo col cucchiaio di legno cento e cento volte, finché la consistenza non è proprio quella che a me mi piace; a me mi piace togliere e rimettere il coperchio da sopra le cose in cottura perché la zaffata di profumo che ne esce a me mi piace un sacco. Vi chiedo perciò di sopportare questa voluta sgrammaticatura, anche se foste soliti ergervi al ruolo di amministratori delegati dell'accademia della crusca: a me mi piace quanto a voi parlare bene ed esprimermi correttamente, ma sono convinto anche che, trattandosi di cibo, pure a voi, in un certo senso, VI piace assai sporcarvi e sentirvi poi gli odori addosso. Non si può dire diversamente, di quell'atto necessario quando si prepara un trito di prezzemolo, guardando il verde Cucinareinfilarsi sotto le unghie e la lama del coltello sminuzzare le larghe foglie fino a trasformarle in coriandoli profumatissimi, la cui essenza arriva fino alla porta del bagno, di questo atto non si può dire, semplicemente, mi piace. Sminuzzare le cose, il basilico, la salvia, la cipolla, a me mi piace. A me mi piace! Sentire il rumore dell'olio in frittura cambiare quando si aggiunge qualcosa di saporito sopra, a me mi piace, a me mi piace quando nella padella bollente ci verso tutto quel po' po' di pelati e, per un istante solo, il frastuono della frittura precedentemente avviata si spegne completamente, affogato dal nuovo ingrediente, per poi riprendere con lo stesso vigore qualche secondo dopo. A me mi piace perfino quando l'acqua comincia a bollire e tutte quelle bolle muoiono appena il pugno aperto sul pelo dell'acqua calda rovescia il sale grosso. A me mi piace, capite? Non c'è un modo diverso per dirlo, per abbracciare l'esilissimo significato di tutto questo. E' facile descrivere, con parole importanti e significative, lo spessore di una grande opera letteraria ma, letteralmente, non ho alcuna difesa di parole davanti all'attacco che mi fa una patata bollente che non vuole farsi pelare dopo essere stata diversi minuti in acqua. Quella stessa patata che, dopo tanto lottarci, finalmente mi appare del tutto ignuda nel palmo della mano, a me mi piace. A me mi piace usare le mani, macchiarmi la camicia, girare le cose con le dita, a me mi piace tantissimo tutto questo: quando finisci di mangiare un piatto di pasta ottimamente venuto e ti accorgi che in padella ce ne sono altri 100 grammi, questa cosa qui a me quanto MI piace! La prima volta che ho fatto il pesto in casa a me mi è piaciuto eccome, pure se ci avevo messo troppo aglio e dopo un'ora stavo per forza di cose seduto sulla tazza del cesso: quello stare male a me mi è piaciuto proprio, credetemi. Cucinare è una di quelle cose che distingue per bene il genere umano dai sassi.)

E a voi vi piace?

_cose (buone) di amici_
>>> il flickr culinario del "dinamico duo" Davide Malesi e Seia Montanelli
>>> il blog culinario di Mrs Gigimassi
 (intesa come "moglie di") e il relativo flickr

giovedì, 18 ottobre 2007

Nome di battaglia: Mara
Categoria:personaggi, scritto da andy capp


MaraHo appena finito di leggere un libro della giornalista Stefania Podda sulla vita di Margherita Cagol, il primo capo delle Brigate Rosse, la donna di Renato Curcio, nome di battaglia: Mara.

Nata in un piccolo paese ai piedi del Bondone, Sardagna di Trento, frequentò con successo l'Università del capoluogo trentino e la famosa Facoltà di Sociologia. A leggere le testimonianze di chi la conosceva, Mara era una ragazza riservata che difficilmente prendeva la parola durante le assemblee. La sua storia d'amore con Renato Curcio, l'ideologo delle BR, ha contraddistinto la prima fase di quello che è considerato il nucleo storico della formazione armata. In molti stentarono a credere che fosse davvero lei la donna con la parrucca bionda che il 18 febbraio 1975 guidò un commando per liberare Curcio dal piccolo carcere di Casale  Monferrato. Il piano fu organizzato da Mara che successivamente, mitra in mano, liberò il suo uomo senza sparare un colpo.

Cari genitori, vi scrivo per dirvi che non dovete preoccuparmi troppo per me. […] Ora tocca a me e ai tanti compagni che vogliono combattere questo potere borghese ormai marcio continuare la lotta. Non pensate per favore che io sia un'incosciente. Grazie a voi sono cresciuta istruita, intelligente e soprattutto forte. E questa forza in questo momento me la sento tutta. È giusto e sacrosanto quello che sto facendo, la storia mi dà ragione come l'ha data alla Resistenza nel '45. Ma voi direte, sono questi i mezzi da usare? Credetemi non ce ne sono altri. Questo stato di polizia si regge sulla forza delle armi e chi lo vuol combattere si deve mettere sullo stesso piano. In questi giorni hanno ucciso con un colpo di pistola un ragazzo, come se niente fosse, aveva il torto di aver voluto una casa dove abitare con la sua famiglia. Questo è successo a Roma, dove i quartieri dei baraccati costruiti coi cartoni e vecchie latte arrugginite stridono in contrasto alle sfarzose residenze dell'Eur.

Scriveva questo Mara, la terrorista, la brigatista rossa, nelle lettere ai suoi genitori. In quel periodo aveva già fatto la sua scelta clandestina e brigatista, al fianco del suo uomo, nel bene e nel male. Aveva scelto la rivoluzione, aveva rinunciato alla sua vita borghese, lei, cattolica e di buona famiglia. La sua morte avvenne la mattina del 5 giugno del 1975: una pattuglia di carabinieri in perlustrazione sulle colline di Arzello, arrivò per caso alla cascina Spiotta, sorprendendo i brigatisti che tenevano prigioniero il re delle bollicine, Vallarino Gancia. Dopo un conflitto a fuoco Mara rimase uccisa, così come l'appuntato Giovanni D'Alfonso, che spirò in ospedale dopo alcuni giorni di agonia. Il tenente Umberto Rocca, preso in pieno da una bomba a mano, perse un braccio e un occhio, il maresciallo Rosario Cattafi, investito dalle schegge, rimase ferito. L'unico a rimanere illeso tra i carabinieri fu l'appuntato Pietro Barberis, mentre un altro brigatista, ancora oggi sconosciuto, riuscì a fuggire verso il bosco. Secondo fonti brigatiste, il fuggitivo avrebbe raccontato di aver sentito un ulteriore sparo dopo lo scontro a fuoco, tanto che in seguito a questo racconto le BR denunciarono un'uccisione a freddo. Ma non esistono conferme.

Mara uccisaI risultati dell'autopsia, eseguita dal professor Athos La Cavera, dicono questo: "Ferita da arma da fuoco con caratteri di entrata alla regione mediale del cavo ascellare sinistro con alone ecchimotico circostante e ferita da arma da fuoco con i caratteri di uscita sulla linea ascellare posteriore destra pressocchè orizzontale rispetto al foro di entrata". Un'altra pagina misteriosa della storia d'Italia e degli anni di piombo in particolare. Fece la sua scelta Mara, accanto al suo uomo, visse una vita breve, intensa, idealista, sbagliata. Bruciò la vita. Proprio come Francesca Mambro, fedele compagna di Valerio Fioravanti, che condivise con lui azioni di guerriglia, scontri a fuoco, arresti, omicidi, ergastoli. E un figlio.

Questa figura di donna pasionaria mi affascina molto. Ci pensavo giorni fa quando hanno arrestato a Roma i famosi Bonnie e Clyde: due tossici di mezza età, romani, che in un mese hanno messo a segno 16 rapine. Condividere tutto: risate, adrenalina, sudore, rischi, soldi, errori. Non è forse questo un amore più forte di qualsiasi matrimonio?

Fu il cuore che indicò a Mara la sua strada. E la portò in braccio alla morte.

mercoledì, 17 ottobre 2007

Lettera di Marco Travaglio all'Ordine dei Giornalisti
Categoria:giornalismo, scritto da stefano havana


dal blog: www.voglioscendere.ilcannocchiale.it

di Marco Travaglio

Scusate se dico un'altra parolaccia, ma ho scoperto una cosa che mi ha lasciato basito: il cosiddetto ministro della Giustizia Clemente Mastella (parlando con pardòn) è tuttora iscritto all'Ordine dei giornalisti professionisti.

Colui che ha definito Annozero il "Ku Klux Klan dell'informazione" e ne ha chiesto la normalizzazione minacciando, altrimenti, di sfiduciare il Cda Rai e di far cadere il governo, che ha insultato Santoro, il sottoscritto e Beatrice Borromeo, che ha definito Giovanni Floris "un farabutto", che chiede i danni all'Espresso "reo" di aver scoperto la sua gita di Stato aviotrasportata al gran premio di Formula Uno e le sue sei case comprate a prezzi da box auto nel centro di Roma, che paragona al terrorismo ogni critica nei suoi confronti, che scrive nel suo blog "qual'è" con l'apostrofo e "come se io sia", che ha scritto una legge liberticida per far condannare fino a 100 mila euro i giornalisti che pubblicano atti d'indagine non segreti e dunque pubblici, ecco: questo bel tipo è un "collega".

Fin da quando, a metà degli anni 70, Ciriaco De Mita lo promosse da portaborse a redattore della Rai di Napoli, suscitandovi un immediato sciopero di tre giorni. Divenuto professionista il 19 maggio 1975, lavorò esattamente per un anno e 32 giorni. Poi, nel 1976, venne eletto deputato e non uscì più dal Parlamento. Ma si guardò bene dal dimettersi dalla Rai: si mise in aspettativa. E vi rimase per 25 anni. Stipendio virtuale (quello da giornalista), contributi altrettanto virtuali ("figurativi", si dice in gergo tecnico), ma pensione più che reale: dal 2000 il "giornalista" Clemente Mastella è un pensionato dell'Inpgi, pur avendo svolto la professione per 397 giorni appena (dev'essere per questo che l'altro giorno mi ha accusato di "scrivere su tanti giornali": l'idea che un giornalista lavori l'ha comprensibilmente sconvolto).

Ora, lungi da me qualunque intento censorio, ci mancherebbe. Ma mi domando che ci faccia uno così, uno che ha questa concezione della libertà d'informazione, del diritto di cronaca e di critica, nell'Ordine dei giornalisti. Onde evitarmi di doverlo querelare nel caso in cui dovesse chiamarmi "collega", domando rispettosamente all'Ordine dei giornalisti se non sia il caso di espellere il "giornalista" Mastella.

Oppure, in alternativa, di tenere lui e di espellere tutti i giornalisti veri.

martedì, 16 ottobre 2007

Amazzonia
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


L'altra sera ho rischiato di mettere sotto un tizio.
Io guido molto attentamente, ero sobrio: tuttavia lo stavo per frollare con una tonnellata di ferraglia laccata. Quello non s'è mosso d'un millimetro. Sembrava lo facesse apposta. Tac, l'avrei potuto segare in due come un wurstel: non se ne sarebbe manco accorto. In compenso m'ha mandato a cagare: l'ho visto dallo specchietto.

Dacché ho capito che la colpa di tutte queste morti per la strada, ultimamente, non è di noi che guidiamo, ma di voi pedoni.

PedoniIo vi odio, pedoni.
Voi pedoni, come i ciclisti, siete il male della città: le nostre città non sono fatte per voi pedoni o per i ciclisti. Le città sono fatte per le macchine. Perciò mettiamoci una buona volta in testa che voialtri dovreste andare a camminare o a pedalare in un altro posto, lontani dalle macchine, lontani da noi guidatori. Solo così si può ovviare al problema delle morti per investimento: avete idea di quanti pirati della strada in meno ci sarebbero se, semplicemente, si eliminasse questa malsana abitudine di camminare a piedi o in bicicletta?

Inventatevi un mondo, dico io, fate come nelle Cronache Marziane di Ray Bradbury, costruitevi un bel razzo formato famiglia e andatevene da un'altra parte, non necessariamente Marte se credete che il rosso non faccia per voi, comunque sia un bel pianeta dove possiate camminare e pedalare in santa pace.

Non vi piace lo spazio profondo? Benissimo, ci sono molti posti buoni per voi anche da queste parti. L'Amazzonia, per esempio.

L'Amazzonia è un buon posto.
Conosco un pedone che c'è andato a vivere e ha campato cent'anni.

Mica è come qui da noi: ormai qui da noi siamo tutti imbrigliati da una rete di convenzioni che sta uccidendoci. Non si può manco più andare in giro a dire di una donna: "Che bella topa", perché insorgono le femministe: se vai in un locale ti proibiscono di fumare, di bere, di fare rumore con la sedia. È un macello: ci sono le Zone a Traffico Limitato. Perciò neanche ti puoi più muovere liberamente: a meno che non abbia un'auto blu o non sia un Parlamentare. In quel caso via libera.

Davvero, la vita sta diventando impossibile.
E la colpa è solo tua, pedone. Vai in Amazzonia, è meglio.
Non ci saranno le strisce pedonali laggiù, ma in compenso non ci sono nemmeno le macchine.

PedoniAdesso sembra che siamo tutti impazziti e che, come niente, ci prende il matto e saltiamo sulle nostre macchine vogliosi di farvi la palle. Certo, se l'uccisione di pedone venisse depenalizzata allora sì; ma visto come stanno le cose oggi, non conviene a noi farvi fuori esattamente quanto non viene bene a voi crepare dilaniati sull'asfalto freddo.

Tuttavia non siamo pari, perché mentre noi carnefici abbiamo tutto dei carnefici (siamo extracomunitari senza patente, minorenni senza né santi né eroi, vecchi ubriaconi a la Bukowski) voialtri non avete proprio nulla delle vittime (siete donne, piccoli bambini, tenerissimi anziani, mamme, neonati): di fatto voi vittime, stronzissimi pedoni, sembrate sempre fatti apposta per continuare a vivere. E, allora, dico io, non fareste meglio a starvene a casa? Oppure, se proprio dovete fare i pedoni, non potete farlo con maggiore cura? E ancora: dovendo proprio crepare sotto le nostre ruote, non potreste condurre una vita meno esemplare? Così che la vostra morte non venga pianta da tutta l'Italia e in diretta tv con felicissima soddisfazione dell'auditel?

E se foste voi, gli ubriaconi?
Chi farà mai un controllo tossicologico sulle vostre carcasse? Chi me lo dice che il tizio che è morto investito non stava facendo la gru al centro della carreggiata cantando Sinatra?

Tutti insieme, poi.
Così è facile: morite tutti insieme, in modo che sembri un complotto. E, in effetti, il complotto c'è, ma è ai danni nostri, di noi che guidiamo, semmai prudentemente e che da un paio di giorni siamo guardati di sottecchi da chiunque, e per qualsiasi motivo: l'altro giorno, per sbaglio, volendo cambiare stazione alla radio, m'è scappato di premere il clacson. Allora tutti sull'altro lato del marciapiede si sono voltati, le mamme hanno preso i bambini in braccio, i vecchi si sono stretti nelle tasche le pensioni, un elicottero dall'alto ha lanciato una rete elettromagnetica sulla mia auto fondendomi i copertoni. Cristo santo, e un po' di giudizio!

Andatevene.
Non voglio negarvi la vita. Ma conducetela altrove.
O, quantomeno, sappiate vivere la vostra condizione di pedoni col fatalismo giusto. Prendete i ghepardi: i ghepardi fanno la vita che fanno, si prendono a cornate con gli gnu e qualche volta si beccano una pallottola dai cacciatori. Mica si mettono a frignare nei telegiornali, i ghepardi. Dico bene? Sono ghepardi, non esseri umani. Fossero esseri umani non avrebbero tutte quelle macchie sulla pelle e per correre a 120 km/h prenderebbero l'A1 invece che la Savana. Ci sono posti per i ghepardi e posti per gli esseri umani: la città non è posto per i ghepardi. La città non è posto per i pedoni.

Abbiamo fretta, compriamo macchine sempre più alte e grosse: qualche tempo fa ho visto una jeep con le tendine. Cazzo, una macchina non dovrebbe avere le tendine! Una macchina dovrebbe avere i tergicristalli, il parabrezza, i copertoni: non le tendine! Invece quella jeep aveva le tendine. Il che mi ha fatto definitivamente capire che questo non è mondo per voi: a noi automobilisti serve la strada sgombra, serve correre, serve arrivare sempre prima degli altri per non rischiare di trovare tutti i parcheggi occupati. Voi avete le tendine nel salotto di casa, noi abbiamo le tendine nella jeep.

E' l'Amazzonia il posto giusto per voi.
Con tutti quei koala e i coccodrilli che fanno lap lap con le fauci.

Qui non avrete scampo.
Un modo per fottervi lo troveremo sempre.

domenica, 14 ottobre 2007

Meravigliosa creatura
Categoria:politica, scritto da andy capp


Candidati"Siamo già il primo partito". Il commento del primo segretario del nuovo Partito Democratico, Walter Veltroni, dopo le elezioni primarie è la sintesi di un progetto politico che dopo mesi di agonia sembra finalmente vedere la luce. Con una percentuale molto più alta di partecipanti rispetto a quella che gli stessi organizzatori si aspettavano, ieri oltre tremilioni di persone sono andati a votare. Una bella manifestazione di democrazia per alcuni, la risposta all'antipolitica per altri, una farsa per qualcun altro ancora. Quello che non si può negare è tuttavia la nascita di un qualcosa di nuovo, che deve ancora prendere bene forma, ma che tuttavia si propone come forza motrice futura del Paese. Non ha radici nel Novecento questo nuovo partito, non ha vincoli ideologici a cui attenersi, e la conta fatta ieri, è solo servita ai neopadroni della politica per capire le dimensioni reali della loro creatura. Una creatura pronta già a porsi come unica alternativa alla neodestra nascente; un neocentro con tutte le carte in regola per poter dialogare al tavolo con i poteri forti. Non c'è infatti un'idea di Paese né di Stato nel programma del Partito Democratico: c'è solo un progetto politico, quello di porsi come unico soggetto capace di essere punto di riferimento per ogni settore della società, evitando però qualsiasi tipo di conflitto sociale. Si andrà avanti con la farsa del ricatto (eloquente lo scontro sul welfare) presentando le proprie proposte come unica mediazione possibile alle richieste del potere dominante da una parte e alle esigenze delle classi meno abbienti dall'altra.

album_sxVeltroni, grande e scontato trionfatore di queste elezioni primarie, è l'uomo giusto, la sintesi perfetta tra consenso mediatico e azione forte. La sua esperienza in Campidoglio non può che fare da testimone alla sua abilità politica. Dunque, un applauso a Uòlter per aver coronato il sogno di una vita. Ora dovrà essere in grado di traghettare il Governo oltre la Finanziaria per poi andare alle elezioni e stravincere da capo di una grande coalizione che taglia fuori le ali estreme proprio sul nuovo modello europeo. Se saranno di più i problemi che arriveranno dall'esterno che non dall'interno (leggi sinistra), è solo per demeriti di fazioni che continuano a sbandare alla ricerca di un'identità. Identità di cui il PD si è sbarazzato fin da subito. E' stato un fine settimana molto intenso: meglio le primarie dei Vaffa-day, meglio le sfilate con qualche celtica dei blog in cerca di visibilità. Le persone che hanno sfilato sabato per le strade di Roma chiedendo sicurezza meritano la stessa identica attenzione di quelle che ieri hanno apposto le loro crocette sui nomi già scelti dalla casta di potere. E' la società che partecipa, frase con cui di solito ci si riempie la bocca. Io ovviamente non ero in piazza sabato e non sono andato a votare ieri, ma solo per una questione di famiglia: nel mio album non c'è nessuna figurina che di cognome fa Kennedy.

venerdì, 12 ottobre 2007

Furore
Categoria:politica, scritto da stefano havana


Oggi ha tutta l'aria d'essere venerdì.
Se non ho fatto male i calcoli, noialtri, fatta eccezione per i soliti aggiornamenti blandi del weekend, ci ritroveremo lunedì 15 ottobre, vale a dire il giorno dopo le Primarie.

SilviettoMi piacerebbe stare qui a dire: gente, vi saluto. Quando ci rivedremo l'Italia sarà un altro Paese. Non si sa se migliore o peggiore, però un