venerdì, 30 novembre 2007

Tacere
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Oggi volevo scrivere tutta una cosa. Ma, come vedrete, non l'ho scritta più. Dopo aver visto lo Spettacolo di Roberto Benigni in televisione ieri sera ho capito che tanto meglio, per me, sarebbe stato tacere.

Taccio difatti, ché quando un altro riesce a dire, in due ore di monologo, TUTTO (tutto) allora non serve dire una sillaba di più. Ecco perché taccio: taccio perché ogni volta che sento Benigni parlare ANCHE della Divina Commedia io subito dopo taccio. (vi inviterei a studiare, prima, un testo di Benigni, a riflettere, per capire come riesca a ficcarci dentro determinate cose - per esempio Berlusconi, Storace, Dante e l'Amore, ma anche il Mostro, la figa, il qui pro quo e la vita di coppia, oppure la mafia, il traffico, il doppio senso e la sofferenza della solitudine, o ancora il nazismo, la famiglia, la speranza e la purissima comicità - senza che lo spettatore si accorga minimamente del cambiamento: è un po' come se voi, bendati, foste condotti dentro un trattore e poi dentro una limousine, e poi ancora dentro un trattore e infine ancora dentro una limousine e, alla fine dell'esperimento, sbendati, non riusciste a dire quando sono avvenuti i trasferimenti, perché per voi il viaggio è stato sempre confortante alla stessa maniera)

Taccio, dicevo, ogni volta che lo sento parlare di Divina Commedia, quindi abbastanza spesso. Taccio perché nell'incanto che riesce lui a creare argomentando di Dante s'infrangono tutte le speranze mie d'essere un uomo degno: un uomo degno veramente, mi domando, come poteva, a scuola, nelle ore di italiano, sbadigliare durante la lettura della Divina Commedia come io facevo? A scuola, odiavo la Divina Commedia: credevo fosse vomito e non posso, non posso più, dare sempre e comunque la colpa al professore asettico di turno. Una persona destinata ad essere brillante davvero nella propria esistenza, s'accorgerebbe dell'incanto nascosto in quel testo, pure se il professore asettico di turno lo sta rendendo abominevole. Temo, pertanto, di non essere io quell'uomo. E taccio. Mi dico: ecco qua quello che sono, solo un coglione come altri, destinato ad accorgersi, come tutti fanno, delle meraviglia delle cose soltanto quando non c'è più tempo, quando l'attimo è fuggito, quando l'ascensore è arrivato al piano, quando s'è freddato il piatto.

Allora sapete che vi dico? Taccio.
Lo ammetto, avrei voluto tacere molto di più di così: a occhio e croce già staremo sulle 100 parole e il significante tacere dovrebbe avere un significato diverso da "100 parole". Ma mi sono lasciato prendere la mano: così succede sempre quando scopro, m'accorgo, percepisco l'enorme passione di una persona per una qualsiasi cosa. Nello specifico la passione di Benigni, vera, autentica, indiscutibile, non strumentalizzabile, per la Divina Commedia, ma, in generale la passione di chiunque di noi verso qualsiasi cosa.

Mi piace incantarmi della passione altrui e mi piace appassionarmi delle passioni che non sono le mie. Qualsiasi esse siano: una volta rimasi ad ascoltare un tizio parlare di bicchieri ed è da quel giorno che sto cercando gli stessi bicchieri. A forza di conoscere barman mi sono appassionato di cocktail e non c'è una sera in cui non ne mando a casa ubriaco uno. Non penso di avere una passione mia: non ho scoperto ex abrupto nessuna cosa. Ho lasciato che l'incanto di chi già aveva scoperto, scoprisse me. Non esiste uno scrittore che io abbia scoperto: di chiunque io abbia letto una riga, quello lì è di sicuro uno scrittore di cui qualcuno m'ha argomentato con passione.

Se voialtri sapeste quanto io DETESTASSI il pugilato fino a tre anni fa e se voi sapeste quanto adesso lo ami e quanto praticarlo mi incanti: avreste dovuto vedere la mia faccia mentre, al tempo, fui condotto nella mia prima palestra di boxe dall'amico Andrea (il Granduca, un altro che non sento e non vedo colpevolmente da troppo tempo). Era la faccia di uno che sta per mettersi in bocca un cucchiaino di merda: tanta era la convinzione che, qualunque cosa mi avessero detto, fosse anche uscita dalla bocca di Mohammed Alì del cazzo, pure in quel caso mai mi sarei fatto persuadere che il pugilato fosse cosa buona per me, anzi cosa buona in assoluto. Guardatemi ora: le mani non le posso quasi più usare, ho le nocche perennemente consumate, vado a tutti gli incontri, ed è di sicuro lo sport che ho praticato con maggiore costanza.

Ma non l'ho scoperto mica io, il pugilato: mi ci hanno condotto a forza di dirmi che cosa stupenda era. M'hanno insegnato ad amarlo. Restare incantato da una cosa che ha già incantato un altro è un riassunto di quello che ci rimane da fare in vita. Credo sia per questo che, a differenza di altri, non provo alcuna gelosia nei confronti delle mie cose: stravedo perché le usino anche gli altri. Sono fiero che quasi tutti i miei amici siano amici fra loro indipendentemente da me: io li ho presentati l'uno all'altro e poi hanno fatto tutto da soli. Oggi escono, si telefonano, vanno a cena anche se io non sono presente: in certi casi, perfino, si fidanzano e scattano fotografie a Barcellona con quell'aria lì. E' come dire: senti un po', conosco delle persone magnifiche, vuoi venire? Esiste la factory del dissenso ed esiste la factory dell'amore.

Ma taccio, taccio.
Oggi sarebbe giusto tacere: il genio dentro la persona normale mi sconquassa sempre. Perché è così che dovrebbe essere: uno guarda Benigni e si sente minuscolo. Dice: ok, da oggi in poi cambierò la mia vita. Poi gli basta passare di stanza per assimilare tutto e mettersi a guardare Dexter. (cazzo me lo sono perso per scrivere questa roba. E dire che volevo tacere). Dexter è la via, la salvezza: cose così. La consapevolezza che la vita è foie gras e cicorietta ripassata, Benigni e Dexter, Wagner e Vasco Rossi, Gattuso e Baggio, Audrey Hepburn e Sora Lella. E la consapevolezza che pure l'amore è una cosa che ci viene tramandata: perfino quello non saremmo capaci di provarlo se qualcuno abbastanza appassionato non ci avesse, in qualche modo, insegnato la goduria che si può provare nell'amore: i nostri genitori, di solito, mamma e papà. Sono loro che ci tramandano colore degli occhi e istinto d'amore. Siamo al 100% fatti di una sostanza che ci è stata inoculata: non ho nessun filtro nei confronti della passione che riesco a provare verso qualsiasi cosa. Ci salto dentro a piedi uniti come dentro a una pozzanghera: gli schizzi che produco sono le cose che posso fare per voi. Visto così, il mondo sarebbe geniale: tutta questa gente che salta dentro le pozzanghere delle proprie passioni e nessuno che cerca di evitare gli schizzi.

Ma taccio, taccio.
Davvero, adesso. Parlate voi. Delle vostre passioni. Delle passioni che vi hanno insegnato. Io vado a dormire. (se una cosa c'è di cui nessuno mai di chi mi sta intorno s'appassionerà grazie a me, questa cosa è il sonno)

giovedì, 29 novembre 2007

Non siamo noi l'antipolitica
Categoria:dissenso, scritto da andy capp


L'antipolitica è Berlusconi che dal giorno alla notte scioglie un partito che aveva sempe giurato non fosse di plastica per fondarne un altro altrettanto finto di cui non si conosce nemmeno il nome. L'antipolitica è Berlusconi che dieci giorni dopo giura di non aver mai sciolto Forza Italia e di voler creare un network in cui tutti quelli che si riconoscono in determinati valori vi possono entrare. L'antipolitica sono quei valori in cui alcune persone si riconoscono.

L'antipolitica è Fini che litiga con Berlusconi e oggi dice di avere le mani libere su giustizia e telecomunicazioni dopo aver appoggiato senza mai alcuna contestazione le decisioni del capo. L'antipolitica è Fini che commenta le intercettazioni sugli accordi Rai-Mediaset come un fatto su cui riflettere, senza però ricordarsi che il Ministero delle Comunicazioni all'epoca faceva proprio capo al suo partito. L'antipolitica è il Governo che dopo due anni si ricorda che esiste un problema legato al conflitto di interessi.

L'antipolitica è il Partito Democratico con l'inno nazionale, il simbolo tricolore e un loft come sede dove fare gli aperitivi e invitare gli amici. L'antipolitica è Veltroni che come prima mossa si siede al tavolo con gli stessi personaggi che un anno e mezzo fa parlavano di golpe alle elezioni politiche e brogli dell'opposizione, unico Paese al mondo.

L'antipolitica è Follini nominato responsabile delle politiche dell'informazione del neonato Partito Democratico. L'antipolitica è chi ha nominato Follini responsabile delle politiche dell'informazione del neonato Partito Democratico. L'antipolitica è Follini nel Partito Democratico, eletto senatore con i voti dei cittadini che avevano scelto il centrodestra.

L'antipolitica è il Ministro Amato che dice alla Camera: "Se Gabriele Sandri non avesse partecipato alla rissa non sarebbe morto". L'antipolitica è il Ministro Amato che non si dimette dopo aver detto una bugia il giorno dell'omicidio di Gabriele Sandri, ovvero che il poliziotto avrebbe fatto una sciocchezza. L'antipolitica è il Ministro Amato che si compiace del suo decreto dopo due morti nel calcio in meno di un anno. L'antipolitica è il Ministro Amato che tira fuori la storia, il lunedì successivo, dei bambini che giocano a dadi e si prostituiscono per pagare i debiti di gioco.

L'antipolitica è il Capo della Polizia De Gennaro indagato per istigazione alla falsa testimonianza durante le giornate del G8 di Genova, che viene nominato capo di Gabinetto del Viminale. L'antipolitica è il dottor Sgalla, responsabile della comunicazione durante le giornate del G8 di Genova, oggi nominato nello stesso ruolo all'Osservatorio del Viminale sulle manifestazioni sportive. L'antipolitica è Vincenzo Canterini, capo della Mobile durante le giornate del G8 di Genova, che oggi si occupa a Bucarest di contrasto al traffico di esseri umani.

L'antipolitica è l'accordo sul welfare firmato il 23 luglio dalle parti sociali, modificato in Commissione Lavoro, e successivamente rimodificato con un nuovo testo sul quale il Governo ha posto la fiducia. L'antipolitica sono i malumori della sinistra radicale, messa nell'angolo da due-tre senatori che non rappresentano nessuno se non i loro interessi personali, costretta a votare una Finanziaria che per il secondo anno consecutivo favorisce le imprese e non i lavoratori per evitare che a gennaio - in caso di caduta del Governo - entri in vigore la Riforma Maroni sulle pensioni.

L'antipolitica è l'urlo di disapprovazione che si è sollevato da fabbriche e call center durante il referendum sul welfare che i sindacati confederali hanno bollato come dissenso interno. L'antipolitica è il precariato di massa ancora tutto lì.

Non sò se ho reso bene l'idea. Lui c'è sicuramente riuscito meglio di me.

mercoledì, 28 novembre 2007

London calling
Categoria:quotidianismi, scritto da valerio roma


Due sabati fa mi sono ritrovato a fare un tifo indiavolato per la Nazionale. Io non sono mai stato un grosso tifoso della Nazionale. A parte un video su Youtube girato da Ste che riprende l'esplosione della redazione alla vittoria dei Mondiali, la Nazionale non mi ha mai regalato grosse emozioni. Faccio il tifo agli Europei o ai Mondiali, sono contento se vince e mi piace vedere le partite, ma la mia Nazionale è la Roma.

Ero a Londra con due amici, Danilo e Fabrizio, e alle 17, invece del tè, ci siamo presi una serie interminabile di birre in un pub che trasmetteva Scozia-Italia. Avevamo fatto un tentativo al Bar Italia di Soho, un buco di tre metri per due gestito da italiani, ma non ci aveva convinto: a parte il caffè (2 pound a tazzina, alla faccia delle solidarietà tra connazionali!), di vedere la partita in piedi non ci andava proprio. Così ci siamo spostati in questo pub piuttosto grande, nella zona compresa tra Soho e Piccadilly Circus. Fuori alla porta mostrava una promettente lavagnetta con scritto "Live Soccer". E infatti, quando siamo entrati, Galles-Eire era agli sgoccioli e stava per partire il collegamento con Glasgow dove si giocava la partitissima che avrebbe dovuto regalarci gli Europei.

Il locale stava cominciando a riempirsi di inglesi e scozzesi, e ognuno di noi aveva già in mano un bicchierone di birra. Pronti, via (questo è uno dei cliché giornalistici più inflazionati nello sport) e l'Italia è subito in vantaggio. Segna Toni, è un fulmine che coglie di sorpresa tutti. Danilo scatta in piedi, strilla con tutta la voce che ha, sopra la felpa ha messo la maglia di Del Piero. Fabrizio, che la maglia ce l'ha proprio di Toni, esulta in maniera più equilibrata. Io stringo un pugno e minimizzo: "A raga', qui se becchiamo lo scozzese che je rode er culo torniamo a Roma coi bozzi". Allo scozzese però non "je rode", anzi pensa a fare un tifo indiavolato per la propria squadra, sciorina un miscuglio di parolacce a ogni decisione dell'arbitro inframezzandolo con ampie sorsate di Guinness. Ogni scusa è buona per imprecare e alzarsi in piedi minacciando lo schermo. Noi rispondiamo a tono, soprattutto con la birra. L'Italia soffre, alla fine del primo tempo siamo già a tre medie a testa (3,70 pound ciascuna...). Che spettacolo, la cameriera (Adele, è inglese, almeno credo) fa avanti e indietro mettendo in mostra un culo splendido e, a un'occhiata piuttosto prolungata, le mutandine pare averle proprio dimenticate a casa. Forza Azzurri!

Tra l'altro, scambia occhiate con Danilo che, spinto dal gol di Toni e dal salvataggio sulla linea di Pirlo poco prima del riposo, azzarda: scatto verso il cesso per smaltire tre pinte e mezzo di birra che gonfiano la sua vescica, la cameriera si mette in scia. Torna millantando un bacio a stampo che la smutandata gli avrebbe rifilato così, perché è italiano e si chiama Danilo. Lo assecondiamo, ricomincia la partita.

Gli scozzesi pressano, le urla dei tifosi nel pub si fanno quasi imbarazzanti per noi, che continuiamo a mandare giù Guinness nervosamente. E' qui che cambia il mio pomeriggio.

Comincio a prendermi a cuore le sorti della Nazionale. Non so perché, non sono nazionalista, è solo che quella situazione ti porta a fare così. Forse un sentimento di rivalsa per quel 7-1 di Manchester-Roma (ero all'Old Trafford) che ancora mi inquieta quando associo qualsiasi suono anglofono al calcio. Comincio a tifare come un matto per l'Italia. Preferisco stare vicino a quelli che vengono da dove vengo io, e che a casa hanno pure il bidet. E' un gioco, dei problemi del calcio italiano me ne sbatto.

Urlo, strillo, impreco ad altissima voce, sono ubriaco come una pigna. Me la prendo con Donadoni che non mette De Rossi. Grido il fantozziano "WIN THE BEEEST". Si scaldano anche i miei amici, la Scozia pressa. Un centrocampista dei loro azzecca un bel passaggio filtrante, sento Fabrizio bestemmiare ad altissima voce. Gli dico: "Beh, Fabri', ha fatto un bel passaggio, ma non mi sembra il caso di esagerare". Mi giro e capisco che avevo sbagliato il collegamento: proprio nell'istante esatto del passaggio, un ragazzo scozzese gli aveva inavvertitamente rovesciato addosso una pinta di birra. Il tizio si scusa, è mezzo ubriaco pure lui, si alza e va al bancone a ripagargliela. Torna con un regalo, ci stringe la mano. E la Scozia segna.

"YEEEEEEEEEEEEEAAAAAAAAAAA". Il pub è una bolgia, noi siamo soli, ci guardano tutti. Lo scozzese maldestro si è trasformato in un mostro, monta sul tavolo e strilla cose incomprensibili per noi. Pensiamo al peggio. Per noi e per la Nazionale. In venti minuti aumentano vertiginosamente il numero di birre ingurgitate, le bestemmie tirate al cielo e le occhiate ormai non più furtive (l'alcol ha cancellato ogni inibizione) al culo di Adele. Che mi sembra sempre più rotondo. Vicino a noi c'è pure un francese di Nizza, tale Nicholas, che tifa Italia perché "sua madre è delle Dolomiti". Roba da matti.

Continuiamo a soffrire, fino al gol di Panucci. Oltre il novantesimo, mi pare. Annebbiati dall'alcol e con la bocca impastata ci alziamo in piedi e ci abbracciamo, facciamo casino. Il francese, con una coppa di vino in mano, esulta con Danilo. Il risultato è drammatico: un bicchiere intero di rosso su maglia e pantaloni (il nostro è stato un viaggio improvvisato, negli zaini abbiamo praticamente solo mutande, calzini e spazzolino), stavolta lo scozzese è innocente. Anzi, quello subito si alza e ci stringe la mano "because Italy is a fucking great team". Siamo sorpresi, da noi sarebbe successo? (domanda retorica)

Il locale si svuota, ci facciamo una foto con lo scozzese, intanto Nicholas ci offre un'altra birra. YEEEEEAAAH, siamo agli Europei. Salutiamo Adele e il suo culo, usciamo. Ce ne andiamo in giro per le vie di Londra, Danilo usa la bandiera italiana a mo' di mantello, io lo riprendo con la macchina digitale. Siamo completamente ubriachi. Però è divertente, nessuno ci disturba. Delle nostre teorie da due soldi sull'"ubriachismo", non gliene frega un cazzo a nessuno. Siamo tremendamente "poco inglesi".

Ah, il giorno dopo ci siamo tornati, da Adele, poco prima di cena. Più per ripararci dalla pioggia e dal freddo che per ammirare il suo fondoschiena. Trasmettevano Uruguay-Cile, con un paio di tifosi cileni caricati a mille dopo la doppietta di Salas (Ste, devi vedere el Matador come gioca!). Solito carico di birre e scarico di portafogli. Londra, quando chiama, è una figata.

Fair Play
[Il mio amico Fabrizio (a sinistra) in compagnia dell'avversario scozzese]

martedì, 27 novembre 2007

Manuale del buon barista
Categoria:quotidianismi, scritto da jon londra


Imparerai ad ascoltare, ché una persona che ascolta veramente vale oro (e lo sanno bene gli psicanalisti).

Nell'era della comunicazione globale tutti hanno opinioni così ben ponderate e bene informate da rendere inattaccabili le trincee dei singoli punti di vista. Nell'era del cellulare con internet, un uomo non riesce ad aprirsi con la propria moglie. Mi racconta dello schifo che prova per se stesso, per il suo lavoro, il gigolò, giocherellando con il pezzo di lime nel cuba, alla fine mi ringrazia, dice che tornerà l'indomani ma prima di andare mi fa promettere di non rivelare la sua confessione a sua moglie e ai suoi migliori amici.

Nell'era del 'salve' e 'arrivederci' in ascensore, sarai un'oasi per le frustrazioni, per l'indifferenza su scala industriale, per un consulente famigliare che ha rotto con la fidanzata, per un manager che si sente solo. Avrai la pazienza di consolare con gli occhi i sogni infranti di un esperto di comunicazione che all'ingresso del bar, lascerà la giacca e la maschera che è costretto a portare ogni giorno.

Curerai sempre la tua apparenza, perché tutti sono influenzati dall'apparenza, soprattutto dalla propria. Non giudicherai nessuno, neanche dopo averlo conosciuto, perché non sta a te.

Ti troverai in disaccordo con molti di loro, ma ti accorgerai che tutti hanno qualcosa in comune, che siamo (stati) divisi solo dalla testa in su, dalla nascita in poi. Rimarrai te stesso, non cercherai una soluzione comune a tutto, ma cercherai di non anestetizzarti verso le opinioni altrui, ma di guardare nella stessa direzione, non uno contro l'altro.

Vedrai la frustrazione e la tristezza di uno skinhead, la superficialità di un alternativo, e viceversa. Toccherai con orecchio l'influenza che ha su tutti l'informazione e la percezione del mondo acquisita col poco tempo ed energie che il lavoro concede. Capirai che la cosa peggiore cosa che fa l'informazione non è di nascondere i fatti, ma di invadere le nostre discussioni, cercando di disporci come soldatini di plastica armati di opinioni preconfezionate; che la cosa peggiore che fa un lavoro che non ci piace non è di usarci, ma trasformarci anche dopo l'orario di uscita.

Imparerai nella quotidianità che tutti ci possono insegnare qualcosa e che tutte le cose perdono di valore quando le diamo per scontate. Che la percezione generale è di poco superiore a quella di una farfalla che vive un giorno solo, ed è convinta che tutto rimanga sempre uguale. Capirai che il superfluo è essenziale. Il superfluo è per un povero spendere quei pochi soldi per un piacere fine a se stesso, per il ricco trovare una connessione umana che non c'entri nulla con il denaro e il lavoro.

Sarai conscio della tua funzione nel mondo, cioè quella di uno spacciatore di una droga legalizzata, ma non da questo ti farai limitare e cercherai di fare qualcosa di utile per le persone. Sarai valvola di sfogo per chi altrimenti esploderebbe, e cercherai quindi di riparare evitando loro di implodere nell'apatia. Conoscerai un sacco di muratori intelligentissimi e un sacco di miliardari stupidissimi, e viceversa.

Conoscerai un sacco di persone che non vuole crescere, che preferisce abbeverarsi di stupide illusioni piuttosto che vagare nel deserto della stabilità. Ma capirai che tutto è relativo ti verrà il dubbio e forse la felicità è nella normalità e nelle cose belle che abbiamo già. Conoscerai il vero popolo della notte, e li conoscerai molto meglio di chi li conosce di giorno. Probabilmente vivrai in tante città diverse, e ogni volta che lascerai qualcuno sarai triste, ma poi ti accorgerai che il tempo cura tutto, e che ciò che unisce le persone sono solo le esperienze condivise.

Assisterai spesso a episodi di violenza, e cercherai di evitare che degenerino, ma ti sarà chiaro che non nascono per caso nel bar (o allo stadio od ovunque), e che all'ingresso non si può confiscare la rabbia.

Per questo riderai delle leggi d'emergenza come sorridi di bambini che giocano agli astronauti per farsi vedere dalla mamma, perché invadono il tuo mondo parallelo, quello dove ognuno è se stesso e non si sente il rumore del traffico.

Riderai anche del tuo capo se ti tratta male, perché alla fine puoi trovare un lavoro in 12 ore e una mora fotonica di nome Sofia in fondo al banco sta aspettando te, non lui né il tamarro che c'ha provato tutta la sera. (e comunque non te la cazzerai neanche tu, perché al momento del 'rigore a porta vuota' arriverà un amico seminudo - cioè solo la maglietta - a sparare una boiata delle sue rovinando tutto, ma va bene così)

Saprai di essere inutile ma anche di essere tutto per una ragazza che viene da te prima di andare a spogliarsi in uno strip-club di Bologna, ma ha bisogno di bere 8 vodke prima. Saprai di essere una pezza negli strappi della società ma anche che storicamente i bar e i café stanno alla democrazia come le nuvole alla pioggia.

Arriverai 5 ore prima sul posto di lavoro, perché la preparazione è tutto, ma nei momenti cruciali solo l'istinto potrà indicarti la cosa giusta da fare. Noterai che essenzialmente tutta l'umanità è accomunata dal desiderio di divertirsi, nel senso latino del termine, volgersi altrove, perché a prescindere da come la pensiamo, sentiamo che c'è qualcosa di sbagliato, che la normalità ha reso irraggiungibili le cose per noi veramente importanti.

Offrirai quindi vodka-redbull a due skinhead di Bolzano, evitando per un pelo risse e arresti, perché a differenza della polizia hai la chiave per parlare veramente con loro, perché sei diverso e utile e ascolti non solo per aspettare il tuo turno di parlare. Così avrai il tempo di capire quello che sta dietro le parole, cioè cosa pensano e perché.

Servirai le persone ma senza essere loro servo, come il mondo serve l'uomo, ma non è suo servo. Lascerai il posto di lavoro almeno 3 ore dopo la chiusura, e quelli saranno i momenti migliori: tra birre, sigarette e sorrisi stanchi non c'è motivo di essere falsi. Ti sentirai un po' speciale, uscendo all'alba, nel vedere gli impiegati e gli studenti con gli occhi abbottonati bersi un caffè di corsa e andare via incazzati di triste invidia, mentre tu sei lì con un whisky e sei l'unico a parlare con la barista Erica, che è sempre allegra anche se si veglia alle 4 di notte per prendere delle brioche (ehm...).

Conoscerai un popolo intero di emigranti e viaggiatori, intelligenti e stupidi, filosofi e tossici, ravers e yuppies ma che in ogni caso non riescono a scendere a compromessi con la loro coscienza, con la vocina che gli dice di partire e di non essere una vittima.

Se sceglierai la libertà pagherai con l'instabilità, ti ritroverai spesso senza una lira e spesso ricchissimo. Quando ti ritroverai pieno di soldi, non scorderai gli amici, quando sarai con le pezze al culo, spenderai tutto per qualcosa di inutile, tipo un sigaro cohiba, ché non si può perdere la speranza e la dignità con un sigaro in bocca.

Conoscerai il brivido di un biglietto di sola andata per una città sconosciuta, e la innata bontà degli uomini quando chiederai informazioni, cercando di salvare te stesso e altri dagli stronzi che si annidano ovunque.

Alla fine, guardando e ascoltando migliaia di persone, riuscirai a guardare dentro te stesso.

E, se vuoi un consiglio, non scordarti mai dei tre requisiti fondamentali:
3) Resistenza psico-fisica
2) Amore per ciò che fai
1) Un buon paio di scarpe

Ma questo, forse, vale per chiunque.

lunedì, 26 novembre 2007

Le ragioni dell'argilla
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


... E qualsiasi cosa avrete in programma di fare, io lo so, la rimanderete, la dimenticherete, perché stasera su Canale 5 c'è Ghost e Ghost è il tipico film in cui riponete da sempre tutte le vostre necessità di consolazione. E' guardando Ghost, la prima volta, che avete capito che per essere felici insieme a una donna può andare bene anche dell'argilla.

Perché siete umani e perché Ghost è il film che avete visto quando avevate 20 anni, quando ne avevate appena fatti 40, quando ne avevate 15 o 18. Perché Ghost è una di quelle cose - diciamo così - perfette per il lunedì sera, quando la settimana che sarà deve ancora prendere forma e destinazione e allora vi metterete lì, lo so, sul vostro divano, sulla poltrona, perché questo, novembre, è anche il mese giusto, il mese in cui fa freddo abbastanza affinché vi possiate concedere il lusso di una coperta addosso, ed emettere sotto forma di suono quella parola vezzeggiativa che ogni tanto si usa, ma che il più delle volte è proibita, troppo morbida, troppo domestica, e questa parola è: calduccio.

Guarderete Ghost al calduccio, voi avvocati, medici, redattori, casalinghe, giornalisti, infermieri, medici, figli di puttana, voi tutti lo guarderete con le mani sul cuore, rigirandovi fedine e anelli intorno alle dita, e sopporterete tutte le interruzioni pubblicitarie. Aspetterete la fine, già sapendo come finisce, e intonerete a filo di labbra "Unchained Melody" mentre quei due si amano facendo vasi con l'argilla e vi domanderete per l'ennesima volta com'è possibile che la canzone, dal juke boxe, parta precisamente all'inizio del ritornello e finisca proprio nell'attimo in cui loro si adagiano sul letto. (e la risposta a questa domanda, ormai lo sapete, perché vi siete fatti grandi a forza di guardare Ghost, la risposta a questo enigma è: l'AMORE! E' l'amore che riesce a comporre una magia simile. L'AMORE con un robusto aiuto della SCENEGGIATURA)

Seguirete col vostro polpastrello il polpastrello di Patrick Swaize mentre fa scivolare la moneta sulla porta e tutto andrà come sempre va quando c'è Ghost, cioè benissimo, alla grande, al calduccio. Lo so che farete così, nonostante nel frattempo - dall'ultima volta che lo avete visto - siate cresciuti, vi siate sposati, abbiate fatto l'amore per la prima volta, abbiate comprato la vostra prima casa, estinto il vostro primo mutuo, nonostante tutto questo, tutte queste "prime volte", voialtri guarderete Ghost, guarderete Sam morire accoltellato, gli urlerete no, non andare in quel vicolo, non lo vedi quant'è buio?, lo guarderete ascendere nella luce divina, guarderete Molly piangere e piangerete le sue lacrime, vi dispererete della sua disperazione da copione, troverete conforto nell'umanità scioccante della sensitiva Oda Mae Brown, imbrogliona, truffatrice, eccetera eccetera.

Vi innamorerete del vostro vicino di divano, pregando che non sia il vostro cane, e andrete avanti così, fino alla fine, fino a quando Sam, esaurito il famoso compito, quello che abbiamo tutti su questa terra, se ne tornerà finalmente in Paradiso a fare quello che tutti i morti fanno, cioè niente. Ecco quello che farete VOI, esseri umani, prima di tornare alle vostre serissime attività che richiedono il massimo della concretezza possibile, ecco cosa farete, prima di rituffarvi nell'ovvio quotidiano, nella durezza mai cedevole delle vostre vite professionali, nella cupezza tagliente di questa società bugiarda e corrotta che fa passare per eroe chiunque capiti a tiro della morte: guarderete Ghost, per la centoquattresima volta, e domani ne parlerete con qualcuno alla pausa caffè, mentre infilerete i vostri 35 centesimi nella fenditura: sarà esattamente a quel punto che vi tornerà in mente Ghost e sarà proprio allora che tornerete a vivere la vostra vita fino alla prossima volta.

Allora la tiritera ricomincerà: voi direte basta e invece finirete a guardarlo per la volta numero centocinque, riguarderete Ghost, rifacendo esattamente le stesse cose di sempre - "Unchained Melody", l'argilla, la monetina,
Oda Mae Brown -  le cose che avevate fatto la volta precedente o la prima in assoluto, quando osservando, completamente rincoglioniti, i titoli di coda, avevate guardato poi il soffitto e vi eravate fatti la domanda delle domande: dov'è che potrei trovare dell'argilla?

Qui sta la moralità severa di Ghost: lui resta uguale e noi cambiamo. Ti rincoglionisce tutte le volte per cento minuti e poi ti fa tornare alla realtà. Ed è lì, a forza di realtà, quando spegni il televisore e ti metti a letto per la centocinquesima volta, proprio lì realizzi che per l'argilla non c'è più problema: quella l'hai trovata e hai pure capito come usarla, sebbene, nonostante i tanti anni di pratica, ancora non sei sicuro che sia proprio argilla o cos'altro; la donna con cui fare i vasi, con cui manipolare tutta quell'argilla, pure lei, alla fine, l'hai trovata. Perciò hai tutti gli ingredienti, messi da parte visione dopo visione, Ghost dopo Ghost, hai tutti gli ingredienti per comprendere tutto quell'amore che la prima volta non sapevi come manipolare, tutta quell'argilla, epperò c'è una cosa che hai perduto, per sempre, e su questo punto non ci può fare niente nemmeno Ghost, c'è una cosa che hai perduto di volta in volta, guardando Ghost, e questa cosa è la voglia di prendere e imbrattare con l'argilla tutta la casa. Quello che si esaurisce è il coraggio di sporcare dappertutto. Vi ritroverete, un giorno, davanti a Ghost alleggeriti di qualcosa e come niente l'unica questione che vi premerà sarà capire PERCHE' Sam trovi tanta difficoltà a toccare gli oggetti se poi cammina regolarmente sul pavimento e riesce a sedersi benissimo nelle poltrone. Quello, cari miei, è un momento che arriva per tutti. Perciò beveteci su, quando sarà, e viva l'argilla. (o quello che è)


domenica, 25 novembre 2007

Sono morti SEI BAMBINI
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Nessuno di loro sarà ricordato.

Non è un bambino

Nessuno di loro aveva scelto una divisa.

sabato, 24 novembre 2007

Grande Fratello 8
Categoria:politica, scritto da andy capp


BerlusconiFiniCasiniBossi

Il concorrente...
...che deve abbandonare...
...la Casa delle Libertà...
...è?...

Per partecipare in maniera attiva basta lasciare il proprio voto proprio qui sotto

venerdì, 23 novembre 2007

Un Paese normale
Categoria:televisione, scritto da andy capp


Soltanto un polverone, dov'è lo scandalo? Il titolo - azzeccatissimo - è quello scelto per l'editoriale di Bruno Vespa in edicola questa mattina su Il Giornale, il quotidiano dei prestanome di famiglia di Silvietto. Per paradosso il maggiordomo di Raiuno non è che abbia tutti torti. Il riferimento è ovviamente al vergognoso scandalo del tacito accordo Rai-Mediaset che avrebbe favorito nel 2004 e nel 2005 il gruppo del Biscione. Alzi la mano infatti chi non sapeva quello che stava succedendo in Rai durante gli anni di Governo della Cdl. La Bergamini, una delle protagonista della vicenda all'epoca dirigente Rai, era l'ex assistente di Silvietto, che oggi dice che quelle telefonate fatte ai dirigenti di Cologno Monzese sono la normalità per chi fa televisione. Così come sono normali le telefonate fatte dall'allora direttore del Tg1 Clemente J. Mimun, oggi direttore del Tg5, a Carlo Rossella, che oggi fa il direttore della Medusa.

Mi piacciono molto queste definizioni. Nel Paese più anormale del mondo è sempre tutto normale. E' normale che il capo del Governo possa tranquillamente possedere tre televisioni private e controllare quelle di Stato. E' normale che dopo due anni di Governo di Centrosinistra il tanto sbandierato problema del conflitto di interessi sia ancora lì. E' normale che Luigi Crespi ottenga l'appalto per gli exit poll della tv di Stato nonostante sia stato beccato fuori onda a fare un tifo sperticato per una parte politica. E' normale che il Capo dello Stato - un ex comunista - dichiari di non eccedere con le intercettazioni, soprattutto se protette da segreto istruttorio. E' tutto normale. Ciò che è anormale a mio avviso è che in questo Paese la gente non abbia cominciato a dare fuoco alle auto in sosta.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: del fatto che non ci siano o meno tutti i requisiti per procedere legalmente con i responsabili a me non interessa nulla. Del fatto che le intercettazioni fossero coperte o meno da segreto istruttorio tanto meno. Pur non essendo affatto sorpreso dalla vicenda pretendo due cose: prima le scuse da tutti quelli che mi/ci prendevano per visionario, per ossessionato dal nanetto. E poi esigo il rimborso del Canone Rai - perché io lo pago il Canone Rai - per gli anni 2004, 2005, 2006 e 2007. E anche 2008 se vedrò ancora una puntata di Porta a Porta a partire dalla prossima settimana. Ho fatto un rapido calcolo: per i primi tre anni sono 99,60 euro. Per gli altri la cifra sale a 104. Quindi in totale - 2008 escluso si spera - la Rai mi deve 402,8 euro. Se volete anche voi avanzare le vostre richieste, basta scrivere qui.

Chiudo con una piccola curiosità di cui sono venuto a conoscenza in questi giorni mentre parlavo con un collega. Il Tg1 all'epoca è stato l'unico telegiornale del mondo a non mandare le immagini di Berlusconi che dava del kapò al parlamentare tedesco della Spd. Ma evidentemente all'epoca non era il caso di allarmarsi. Del resto in un Paese normale gli editti bulgari non sono mai esistiti.

giovedì, 22 novembre 2007

Alberto
Categoria:attualitĂ , scritto da stefano havana


Alberto Stasi e amiciNon è Alberto, non è colpa sua, ammesso che possa chiamarsi colpa una cosa così, però fa specie, fa paura, se vogliamo, orrore, in qualche modo, vederlo, vedere Alberto, Alberto Stasi, quello che forse, chi lo sa, ha ammazzato la fidanzata, ma probabilmente no - di sicuro l'ha trovata squartata sul pavimento, la fidanzata, meno di tre mesi fa, e s'è fatto pure qualche giorno di carcere, fa impressione, dicevo, fa specie, vedere questa persona, a tre mesi da quel giorno, e tuttora in piena bailamme, visto che resta l'unico indagato per l'omicidio di Garlasco, fa spavento vedere Alberto paparazzato come un divo del teleschermo in giro per locali pubblici, insieme ad amici, amiche e, forse, anche qui ci vuole il periodo ipotetico, una nuova fidanzata, una ragazza sorridente proprio com'era sorridente Chiara Poggi prima che qualcuno, non si sa ancora chi, pensasse di allargarglielo da orecchio a orecchio quel sorriso, una ragazza nuova, eccola qui, che fa quello che le ragazze fanno, vale a dire stanno insieme al loro accompagnatore con garbo, rispetto e, nel caso della nuova fidanzata di Alberto, anche una certa aria da first lady, perché quello, dico quello, mica è uno qualunque, è A l b e r t o S t a s i, e oggi non sei nessuno, nessuno, se non puoi vantare un omicidio efferato nel curriculum, sia tu vittima, sia tu carnefice, o sia tu semplice spettatore coinvolto, perciò questa ragazza nuova qui, accanto al suo Alberto, sembra proprio una di quelle lì, una di quelle famose di fama riflessa, non soltanto perché le foto in questione portano il bollino di un noto settimanale di pettegolezzo, quello dove di solito - o un tempo - finivano calciatori e starlettine, ma anche perché ha quell'espressione tipica, la ragazza, quell'ammiccamento esperto da chi sa dove guardare mentre deflagra il flash, ecco perché la signorina in questione, insieme ad Alberto Stasi e ai suoi amici, fa impressione tanto quanto lui, anche se - abbiamo detto - non è colpa sua, di Alberto o di chicchessia, perché anche lui, in attesa dei tempi della nostra giustizia, ha il diritto di andarsi a divertire in qualche locale pubblico, va bene, tuttavia a me fa impressione ugualmente vedere uno con la storia di Alberto andarsene in giro così, come se fosse acqua fresca, e se volete dire che la colpa è mia, d'accordo, lo ammetto, capirai, io che non riesco nemmeno a guardare la televisione se sono un po' abbacchiato, figuriamoci se, scavalcando un muro in agosto, mi trovassi davanti allo spettacolo della mia fidanzata in una pozza di sangue, ciò non toglie che impressione mi fa sapere di paparazzi appostati dietro le macchine e sopra gli alberi pronti a catturare la sua storia di giovane qualunque, con una sigaretta in bocca, la giacca alla moda e un poco di alcol nelle vene, impressione mi fa immaginare la gente alle edicole che indica il settimanale in questione col dito indice, perché manco sa come si chiama, l'importante è che in copertina ci sia il mostro, o la vittima, a fare bella mostra di sé, ecco mi fa impressione pure questo, mi fa impressione tutto il giro, i matrix, i porta a porta, i maurizi costanzo, mi fa venire un principio di voltastomaco testimoniare come tutto - tutto - debba essere sempre lucignolizzato, mi fa spavento guardare Alberto Stasi che sta dentro un locale qualsiasi a ridere, perché di questo si tratta, di ridere, è di questo che stiamo parlando, parliamo di un tizio che tre mesi fa era nell'incubo e che oggi assomiglia perfettamente a me e questo, voi direte, è normale, è la vita, che vuoi che faccia uno così?, vuoi che si rintani per sempre dentro una camera a morire a sua volta?, e io lo ammetto, va bene, avete ragione, è un ragionamento sbagliato il mio, però ugualmente non riesco a levarmi dalla testa che mentre lui si diverte, e attenzione che questa è pura retorica, mentre lui sta a bere con gli amici, e i giornalisti lo paparazzano e ci fanno su le didascalie cazzeggione tipo ecco alberto stasi in salute, sorridente e ingrassato, ci sono i genitori della morta che ancora stanno seduti sui divani a domandarsi perché sia morta e come e per mano di chi. E questa è una quisquilia, però come si dice? Non lo so come si dice. Salute, Alberto. Cheers.

Alberto Stasi e nuova fiamma

mercoledì, 21 novembre 2007

Per avere un tetto
Categoria:societĂ , scritto da andy capp


Nella giornata di ieri in Campidoglio il Comune di Roma ha firmato il protocollo d'intesa per l'emergenza casa. Un piano di quattro anni in cui attraverso un finanziamento si cercherà di porre rimedio a una delle problematiche maggiori del territorio. Verranno costruite 20 mila nuove case di cui la metà in alloggi popolari. Quello dell'emergenza abitativa è uno dei nodi irrisolti della politica comunale, ma negli anni storie e situazioni molto diverse si sono sovrapposte, tanto da rendere il problema di ancor più difficile soluzione. Colpa dello Stato, del mercato, ma anche di concetti assoluti come quello della proprietà privata, paradossalmente rimesso in discussione dalla disperazione dell'uomo.

E' il caso di Fabio, 40 anni, oggi disoccupato e senza casa, fino a dieci anni fa brillante artigiano con una vita da vivere. Fabio viveva da solo in affitto in una casa vicino a Primavalle. La sua bottega di falegname era al Gianicolo. Pochi chilometri ogni mattina lo separavano dal lavoro. Poi qualche anno fa il buio: un aneurisma lo colpisce e gli effetti su di lui sono devastanti. Fisicamente sta bene, ma non ha più la stessa percezione della realtà. Così gli amici iniziano ad evitarlo e anche le persone che gli stanno intorno lo guardano con sospetto. Il lavoro ne risente e inevitabilmente comincia a perdere clienti e lavoro. In pochi mesi è costretto a lasciare la bottega anche perché non riesce più a pagare l'affitto del negozio. Decide così di utilizzare il suo piccolo giardino per qualche lavoretto extra, ma le medicine che prende non hanno su di lui alcun effetto. E' solo, Fabio. Quando lo incontri ha sempre il sorriso sulle labbra, ogni scusa è buona per attaccare bottone e scambiare qualche parola, giusto il tempo di stare un po' in compagnia. Fa sempre strani riferimenti al 1900. E' come se questi anni 2000 per lui non fossero mai arrivati. Pochi giorni fa è arrivato lo sfratto esecutivo. "Mi dispiace tantissimo - racconta la proprietaria di casa - sò che si tratta di una persona che non sta bene, ma le ho provate tutte per aiutarlo. Sono quasi due anni che non mi paga più l'affitto e non so come fare. Le spese per la casa ci sono: condominio, tasse. Ma ora non posso andare avanti". La signora Donatella è dispiaciuta e rassegnata: "Questa è la casa dove sono nata, mi dispiace vederla ridotta così. Spero solo che Fabio non mi costringa a chiamare la forza pubblica per il trasloco: l'ufficiale giudiziario ha stabilito dei giorni in cui può portare via la sua roba". La roba, l'unica amica che gli è rimasta. Fabio oggi non ha più niente: una casa, un lavoro, un obiettivo. Andrà a vivere a Ladispoli dai suoi genitori rovinando inevitabilmente la loro vecchiaia felice. Ma chi ha ragione e chi torto in questa storia? Nessuno.

Così come niente si può rimproverare a Iolanda, anziana signora di 76 anni, invalida al 100% con diabete, un'anca di ceramica, un chiodo nel femore operato e senza utero. Vive sola da quando è morta la madre 8 anni fa e tira avanti con la pensione minima, quella che il Governo Berlusconi portò, quando c'erano ancora le lire, a un milione. Anche Iolanda vive in affitto: non è mai riuscita a comprarsi un appartamento tutto suo. Dopo la guerra ha lavorato tanti anni in un negozio di ferramenta piuttosto famoso a Roma, che non le versò nemmeno un contributo. Ma in quel periodo non era facile ribellarsi e mandare tutto a quel paese. Chi aveva un lavoro se lo teneva stretto a qualsiasi condizione. L'amore per lei non è mai arrivato. O almeno non è arrivato quello che dura una vita, magari con busta paga del Ministero, che ti lascia la pensione di reversibilità. La casa dove vive Iolanda da 20 anni è di proprietà dell'Ina Assitalia. O meglio lo era fino a qualche anno fa. Oggi il nuovo padrone è la Pirelli spa, che grazie alla cartolarizzazione ha fatto razzìa in città di tutte le case di proprietà degli Enti, facendo alzare i prezzi a dismisura. Quando Iolanda ottenne il contratto d'affitto ricorda ancora le parole che pronunciò alla madre dopo lo sfratto dall'appartamento in cui era cresciuta: "Da qui non ci manda più via nessuno", le disse nell'orecchio. "Almeno per lei - sorride malinconicamente - è stato così. Ora di me non sò che sarà. Il contratto mi scade a luglio 2008. Oggi pago 350 euro al mese e con la pensione minima già non è facile. Non sò se ho diritto a un altro rinnovo, certo è che anche solo un ritocco della cifra per me diventa un problema di sopravvivenza. Ho provato a guardare qualche affitto in giro e sinceramente più che ridere non posso fare. Che il Signore me la mandi bbona", conclude con quella cadenza romanesca che trasuda saggezza di chi la guerra l'ha fatta davvero.

Due generazioni diverse, due storie di vita distanti, due persone forse sfortunate. Oppure un modello di società che ancora non sa trovare le giuste soluzioni. Non servono nuovi partiti. Ma risposte alle semplici domande di vita onesta e serena di tutti i giorni.

martedì, 20 novembre 2007

Bionde
Categoria:attualitĂ , scritto da stefano havana


Cioè, fatemi capire.
Come funzionerebbe questa cosa? Arriva una bionda e l'uomo si rincoglionisce? L'avete letta? Dice che in presenza di donne bionde, l'uomo tende a rincretinirsi. Non solo: pare che perfino davanti a foto di donne bionde, subito dopo, l'uomo, il maschio, quella cosa col pisello e i peli, ecco, anche in quel caso lì, solamente a fronte di una semplice fotografia, il maschio diventerebbe più scemo. Gli studiosi (sic) affermano che quando un uomo, un maschio, parla con una ragazza bionda, immediatamente fa scattare un meccanismo inconscio per cui egli, il pelosone, ritiene senza alcun dubbio d'avere a che fare con una persona meno intelligente. Non solo: ehi, uomo! Non guardare mai – dico mai – la FOTO di una bionda, perché è stato scientificamente provato che subito dopo non sapresti rispondere nemmeno a domande elementari, perché, come dire, condizionato da tanta cretinaggine, anzi di più, perché abituato dalla conversazione a stare su un livello bassissimo.

Adesso io non lo so quante lettrici bionde ci siano dietro questo blog, però mi piacerebbe saperne qualcosa in più di questo fatto. Voglio dire, scusate: ma davvero siete meno intelligenti? E se sì rispetto a cosa? Rispetto a un sandwich? Rispetto a un soté di cozze e vongole? O rispetto a Stephen Hawking? Rimango scioccato: e io SONO maschilista, lo sapete. D'altra parte perché, altrimenti, le segretarie sarebbero tutte femmine? Le segretarie sono femmine pure quelle RARE volte in cui anche il capo è femmina. Perché mai le donne-capo non assumono segretari maschi? Il motivo è che sono maschiliste perfino loro!

Eppure mi pare chiaro che qui la stiamo sparando grossa: sempre questi studiosoni dicono che siccome la maggior parte dei neonati presenta una capigliatura bionda, allora IO, uomo, masculo, quando parlo con una bionda, tac, subito penso che, ah-ahhhh, è bionda proprio come un neonato e QUINDI, siccome un neonato, per definizione, è nato sì e no da tre minuti, ed è quindi parecchio scemo, logica vuole che ANCHE la donna bionda, che, guarda caso, presenta la stessa capigliatura – e questa cosa qui NON può essere un caso - anche lei sia rincoglionita a tal punto e allo stesso modo voglia mangiare solo pappette e latte acidissimo.

Chiedo: questa ricerca cosa prova?
Che le donne bionde sono così stupide che la loro stupidità è contagiosa?

Oppure che il mondo, così com'è, è destinato a implodere in tanti piccoli pezzettini? Delle due l'una.

lunedì, 19 novembre 2007

Eternity
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Erika arrivò davanti al Padreterno e si tolse gli occhiali da sole.
Dio la osservò riporli nella borsetta e sputare il chewin gum nel pugno chiuso della mano. Poi Erika avanzò e nella stanza perfettamente bianca ci fu solo un rumore e questo rumore era lo scalpiccìo prodotto dai suoi tacchi. Dio onnipotente si raddrizzò sul Trono facendo leva con le mani inanellate sui braccioli di legno importante: la Sua figura era ovvia, con la barba bianca e una veste dello stesso colore tanto liscia da non presentare nemmeno un'ombra, non una sfumatura. Quando i piedi di Erika, avvolti dentro deliziosi sandali allacciati alla schiava, si arrestarono la distanza tra i due era ridotta a mezzo metro scarso.

- Dio...
- ... Tu sei Erika – la interruppe l'Onnipotente in maniera perentoria, senza manifestare dubbio.
- Sì... – acconsentì la creatura mortale davanti a Lui abbassando il capo, ma solo per controllarsi la scollatura. – Sono Erika e ho chiesto udienza per appellarmi alla Tua Infinita Grazia e Giustizia… -. La voce della ragazza diventò esile in quell'ambiente a tal punto vasto che i confini non si riuscivano a distinguere. Erika alzò di nuovo gli occhi su quelli del Signore e le lunghissime ciglia nere le solleticarono la pelle appena sotto le sopracciglia. Dio sembrò riflettere: non respirava, non emetteva alcun suono tipico della vita. Il Suo costato non si sollevava, non aveva vene sulle mani né altrove: Dio onnipotente era qualcosa di completamente neutro. Lisciandosi la minigonna blu sui fianchi, Erika pensò che quella... Cosa davanti a sé non recava nulla a immagine e somiglianza degli uomini della Terra.

- Erika... - sentenziò ancora Dio seguendo il protocollo -. Il tuo assassino brutale verrà giudicato a tempo debito. La tua innocenza non sarà violata e il ricordo della tua vita sarà serbata nella memoria dei superstiti con tutto l'amore necessario... – Così Dio salmodiò parole a Lui abituali e con quello credette d'aver finito il compito. Gli occhi Onnipotenti non si discostarono mai da quelli della creatura che lo fissava, nemmeno quando questa fece oscillare con un movimento del capo le due treccine bionde all'indiana che s'era acconciata.

- Dio... - riprese Erika. Io... Sono venuta a domandarTi umilmente di essere rimandata sulla Terra nuovamente in vita. Perché ritengo che il mio compito non sia terminato...

Fu allora che Dio azzardò un'impercettibile emozione: la Sua fronte tradì qualcosa di interrogativo che Erika riconobbe come autentica esternazione umana. La ragazza mosse un altro passo verso di Lui, piccolo ma decisissimo, e in quell'attimo Dio onnipotente abbassò lo sguardo incuriosito dal rumore ticchettante dei tacchi alti e scoprì dieci piccoli indiani spuntare nudi dalle scarpe e smaltati di vernice rossissima. Erika ne approfittò per salire sull'unico gradino su cui era adagiato il Trono. Dio trasalì aderendo con la schiena allo schienale ma senza emettere un fiato.

- Dio... Sono stata vilmente ammazzata da un extracomunitario clandestino di colore. Brutalizzata e gettata in un fosso a soli 19 anni e con una vita davanti. E... Dio... Sono qui, umilissimamente, per domandarti la Grazia. Rimandami sulla Terra ad esaurire il mio... Compito.

Il Signore avvertì un profumo di albicocca provenire dal lucidalabbra che Erika aveva azzardato prima d'entrare. Mai quelle narici nobilissime e giuste avevano saggiato fragranze così, nemmeno durante la Creazione, neanche il giorno in cui plasmò la donna stessa, Dio si risolse a concepire un simile trucco seduttivo e ingannevole: più della celeberrima mela, quell'odore d'albicocca posticcio incarnava l'essenza caduca degli uomini, l'abominio della razza umana, l'indole naturale al peccato assoluto. Dio trasalì innanzi al riassunto del Suo stesso fallimento ma contemporaneamente non poté fare a meno di inalare con curiosità quell'ardore fatto sostanza che si mischiava ad altri pigmenti, ad altre minuscole particelle d'essenza di cui nemmeno Egli riusciva a dare conto perché, fuori da ogni dubbio, non era stato Lui a inventarle.

- Dio... Signore... - Erika disse poggiando entrambe le mani sopra le ginocchia di Dio. – Dio, io... Avevo solo 19 anni quando sono stata... E non ho mai... Non ho mai fatto in tempo a... - Rimase quella "a" a mezza altezza, sospesa come un palloncino gommoso tra la bocca profumata di Erika e quella secca di Dio. Dio respirò l'aria che lo separava dalla creatura femminile e quella "a" vischiosa Gli si infilò nelle narici: era il suo alito, era l'odor di albicocca, era il profumo che s'era messa sul collo usando l'indice destro. Dio chiuse gli occhi per la prima volta in oltre 4mila anni e poi li riaprì di scatto. Erika sentì la tensione e sollevò immediatamente le mani dalle ginocchia del Creatore. - Dio... a tutti è concessa una seconda possibilità... E io sono qui... Sono qui, innanzi al tuo cospetto... Per... Chiederti questa seconda possibilità...

Le mani di Erika tornarono sulle ginocchia di Dio e abbassandosi così, per la seconda volta in pochi secondi, il Padreterno conobbe a Sue spese il significato profondo dell'enigma che c'è dietro ogni femmina dell'Universo. Gli occhi azzurrissimi di Dio Onnipotente si soffermarono per un secondo di troppo sulle due coppe rosa e morbide che si celavano dietro la stoffa sottile del top rosa di Erika. La ragazza s'accorse, avvezza a quel vezzo dei maschi, del peccato di Dio e i suoi occhi si fecero morbidi e pieni di complicità: - Padre... Tu ci hai create così... La donna è composta da tanti e tali elementi di bellezza visiva che non può esserci dubbio circa il fatto che sia stata inventata da un uomo... Tu sei un uomo, Dio...?

Dio non rispose, non perché senza parole, ma perché come un uomo in terra straniera capisce a sufficienza ciò che gli viene detto ma non dispone degli elementi linguistici giusti per rispondere a tono, così Lui non poté fare altro che stare a sentire e stare a guardare, privato dei meccanismi logici per fornire risposte degne e sensate.

– Dio... - continuò Erika che sollevò una mano dal ginocchio del Creatore solo per togliersi un filo sottile di capelli che le si era impigliato all'angolo della bocca. – Dio... Rimandami sulla Terra. Tu lo puoi fare e il mio cadavere non è ancora stato trovato. Rimandami lì... Tutto ha un prezzo, è la lezione che l'umanità ha insegnato a se stessa nell'arco dei millenni. Dimmi: qual è il Tuo prezzo?

Dio, immobile e solo nella Sua stanza Totale, non rispose una sillaba. Sotto di Sé la vita scorreva e migliaia di uomini morivano e nascevano rispondendo a un meccanismo misterioso ed eterno. Erika davanti a Lui respirò più a fondo perché sapeva benissimo che facendo così il suo seno risaltava come monti di pan di spagna: non indossava alcun reggiseno e i due capezzoli furono perfettamente visibili, appuntiti, come baionette puntate, distanti solo pochi millimetri dalla stoffa interna della maglietta. Fu in quell'esatto momento che Dio onnipotente, Signore del cielo e della terra, conobbe la Sua prima erezione.

Erika sorrise di quel sorriso che fanno le donne quando hanno deciso che faranno l'amore. Sollevò le mani dalle ginocchia di Dio e Gli si sedette in grembo, accavallando le gambe. Adesso alla destra del trono di Dio non c'era nessuno e lo spirito santo s'era incarnato sottoforma di sangue che scorreva potente all'altezza dell'inguine sacro.

- Dio... - Erika soffiò nella bocca di Dio. Poi Gli prese una mano e il tocco della pelle dell'Onnipotente le procurò un brivido elettrico lungo la spina dorsale... - Dio... - disse di nuovo, solo che non era più un'invocazione divina, ma l'esclamazione più ovvia che fanno le persone quando sentono l'eccitazione sessuale arrivare. Accompagnò la mano di Dio sulla sua gamba e la accompagnò in un movimento regolare che andava dal ginocchio al lembo della gonna che, in quella posizione, era risalita fino all'attaccatura della coscia. Dio saggiò il significato della parola "liscio" e si lasciò guidare dall'abilità che la giovane sembrava ostentare. Poi, proprio quando Gli cominciò veramente a piacere, Erika arrestò il movimento e si alzò un'altra volta. Immobile davanti a Dio, si sollevò il top proponendo a quel bianco accecante il dono del suo seno da adolescente, gonfio e sodo abbastanza da rimanere sollevato da solo.

Si inginocchiò tra le gambe del Padre e Gli sorrise dal basso in alto con la complicità necessaria perché Lui capisse a cosa si riferisse. Entrambi guardarono il bozzo che s'era formato, evidente e tonante, sotto la stoffa bianchissima della Sua Sacra Veste. Erika seppe in quel momento preciso che Dio non indossava mutande.

- Dio... Qual è... Il Tuo prezzo? – Domandò Erika prendendo a massaggiare, con la lentezza di una processione all'altare, il membro irrigidito dell'Onnipotente attraverso la stoffa. – Io sono giovane, Dio... E voglio vivere ancora... Sono sicura che tu... Dio... Troverai maggiore vantaggio nell'accontentarmi adesso piuttosto che nel punire il colpevole in seguito... - Dio rovesciò la testa all'indietro come per una risata, solo che non ci fu nessuna risata, e la Sua barba lunghissima Lo accompagnò nel gesto. Erika si sollevò, fece il giro del Trono e prese la testa di Dio tra le mani. Quindi si abbassò leggermente al Suo livello e Gli fece assaggiare la consistenza del seno sul volto. Affondato nelle tette di Erika, l'Onnipotente bofonchiò qualcosa di incomprensibile e tale enigmaticità fu senza dubbio interpretata da un cattolico praticante come incomprensibile testimonianza del dogma della fede.

– Dio... - disse ancora Erika, adesso anche lei a occhi chiusi, sentendo tra le tette il calore del respiro di Dio e la lanosità della Sua lunghissima barba. – Rimandami sulla terra... So che lo vuoi fare. So che puoi... - Quindi la giovane donna tornò al Suo cospetto e si chinò nuovamente. Stavolta Gli sollevò la tunica bianca e quello che vide fu il riassunto simbolico di millenni di evoluzione sessuale, dalla lotta delle donne alle guerre per i diritti degli omosessuali, fino allo sdoganamento dei costumi su Internet: milioni di chili di passione, ammesso che la passione possa misurarsi in chili, riversati in unico membro, il primo, quello Assoluto: il Cazzo di Dio.

Erika fece quello doveva fare, stordendo a tal punto Dio che quest'ultimo esaudì a casaccio mille preghiere. Mentre saggiava e suggeva, disse: - Dio... Io faccio mio il Tuo insegnamento e perdono il colpevole del mio assassinio. Ma voglio che tu... Mi rimandi sulla Terra... Perché io non ho mai... Ancora... A 19 anni... Non ho mai... Sai... Scopato... E tutte le mie amiche... - Erika continuò a riempirsi la bocca di parole e di Dio, producendo un osceno rumore liquido di salivazione. – Rimandami... Sulla terra... Dio... Dammi la possibilità di scoprire... Come tu stai scoprendo ora... Tali piaceri... Di...

Non fece in tempo a finire la frase perché la disabitudine di Dio a tali pratiche o, se vogliamo, l'accumulo di millenni di astinenza, portò all'eruzione anticipata del vulcano, così che la bocca di Erika fu tappata prima del tempo dalla lava di Dio. La giovane donna lo lasciò ultimare serrando gli occhi, sollevando, alla fine, lo sguardo sul Suo viso contrito che in pochi minuti sembrava aver perduto la ruvidezza della vecchiaia di millenni.

- Dio... - disse Dio in un filo di voce.
Quando un'ora più tardi entrò San Pietro con un plico di fogli per farGli firmare il Permesso Speciale, Lo trovò che fumava.

domenica, 18 novembre 2007

''Sei stato tu con il tuo sasso''
Categoria:segnalazioni, scritto da altri


di Dario Stefano Dell'Aquila
(da Il Manifesto del 15 novembre)

[...] Nonostante l'attualità del tema, quello dell'uso delle armi da parte delle forze dell'ordine rimane ancora un tabù. Tanto è vero che non si dispone nemmeno di dati ufficiali su cui provare a ragionare.


Nel 1986 Luca Rossi, studente milanese, viene ucciso da un colpo di pistola partito, accidentalmente, dalla pistola di un agente della Digos. Gli amici di Luca Rossi fondano un centro di iniziativa politica provando a ragionare sul loro dolore. Si interrogano su quanti siano i morti e i feriti per mano delle forze dell'ordine dalla introduzione della legge Reale, la norma approvata nel 1975 che ha aumentato i poteri delle forze di polizia. Dai loro dati, che arrivano al 1989, basati sulle notizie di stampa, emerge che tra i morti (254) e i feriti (371) si arriva al numero di 625 persone.

Pubblicano questi dati in un libro dal titolo «625 Libro bianco sulla Legge Reale - Ricerca sui casi di uccisione e ferimento da legge Reale». E chiamano a discuterne alcuni intellettuali tra cui Franco Fortini. Purtroppo, il loro lavoro si è fermato ad alcuni anni fa. Visto che dati recenti non c'erano, abbiamo deciso di produrli noi, con un criterio ancora più selettivo. Abbiamo esaminato solo i casi avvenuti durante un controllo o un fermo di polizia, non abbiamo preso in esame cioè né i casi di conflitto a fuoco con altre persone armate né il caso di Carlo Giuliani. Dal 1998 ad oggi, emerge che sono almeno 18 le persone uccise da un colpo di pistola esploso accidentalmente. A questi casi, si potrebbero aggiungere altri 3 episodi, in cui la vittima è stata soffocata (2) o si è gettata dalla finestra (1). Caratteristica comune di questi casi è che la versione ufficiale ha sempre un avverbio, un accidentalmente, alla base della ricostruzione ufficiale.

[...] Solo quest'anno sono tre gli episodi. Il 4 luglio 2007 Susanna Venturini, 51 anni, incensurata, madre di tre figli, muore in un'area di servizio nel veronese. Scoperta durante un tentativo di estorsione fugge e viene uccisa, in auto, dal colpo di pistola di un carabiniere. L'otto settembre è la volta di una donna rumena, in fuga dopo aver rubato 300 euro ad un supermercato di Ivrea. L'auto su cui viaggia non si ferma all'alt dei carabinieri. Il ventotto ottobre a Somma Vesuviana, nel napoletano, muore Pasquale Guadagno, 20 anni. Viaggia su un'auto che non si ferma all'alt dei carabinieri. Dopo un lungo inseguimento, viene ucciso da un colpo esploso da una pistola. Nel 2006 un cittadino nomade di 51 anni, Giuseppe Laforè, viene ucciso dopo un inseguimento dei carabinieri, a Piasco, sulla strada tra Saluzzo e Cuneo. La vittima, accanto al guidatore, viaggiava su una vettura che, secondo una prima ricostruzione, non si sarebbe fermata a un posto di blocco, viene uccisa dal colpo di pistola partito accidentalmente.

Nel 2005, nel giro di tre mesi, muoiono due immigrati. A Milano un giovane tunisino, 26 anni, muore dopo che, durante una colluttazione, è colpito da un colpo di pistola accidentalmente partito dalla pistola di un agente della Guardia di Finanza. A Torino, cambiano nazionalità della vittima, a perdere la vita è un senegalese, e la divisa di chi ha sparato è quella di un agente di polizia. Rimane l'accidentalmente per l'omicidio avvenuto questa volta durante un normale controllo. Un immigrato nigeriano, a Torino, invece si getta da una finestra durante un controllo di polizia. Molto conosciuto il caso di Federico Aldrovandi che muore a Mantova durante un fermo. In questi due casi non vi è l'uso di armi da fuoco.

Molte di queste tragedie non hanno fatto notizia: sono state confinate nelle brevi di cronaca o nelle pagine dei quotidiani locali. È il caso, ad esempio, di Domenico Palumbo 30 anni, soffocato, il 31 ottobre 2004, durante un fermo effettuato da tre agenti di polizia penitenziaria di fronte la sede della loro scuola di polizia. Oppure come il caso di Gregorio Fichera che muore a diciotto anni, mentre, a Catania, è alla guida di un auto rubata. Il colpo di pistola è di un appuntato dei carabinieri. A Brescia, invece, Stefano Cabiddu muore mentre è sul bordo del fiume Mella in compagnia dei suoi fratelli. «Un doloroso incidente», lo definisce il procuratore capo di Brescia Giancarlo Tarquini. È giugno 2003, quando ad Arzano vicino Napoli, Mohamed Kadiatou Cisse viene ucciso nell'abitazione della sorella. È a letto, soffre di una forte depressione. La famiglia ha chiamato il 118, ma arrivano i carabinieri. La sua morte si dimentica in due giorni, mentre i familiari ancora si battono per avere giustizia, o almeno la verità. A Gorizia Bostian Brecelj, di 30 anni, è ferito con un colpo di pistola alla testa sparato - accidentalmente, secondo la ricostruzione degli stessi carabinieri - durante una colluttazione avvenuta dopo un lungo inseguimento. Sempre dopo un lungo inseguimento, questa volta a Bari, trova la morte Michele Ditrani, 47 anni. Anche qui a sparare la pistola di un carabiniere. A Padova (2002) Nunzio Albanese, sospettato di far parte di una banda che ruba camion, viene ucciso in un'area di servizio, da una sventagliata di una mitraglietta il cui portatore, un carabiniere, scivola accidentalmente. Infine, ecco l'unico caso che ha avuto una certa attenzione dei media, prima di cadere nel dimenticatoio. Siamo a Napoli. È il 21 settembre 2000. Mario Castellano ha solo 17 anni e come tanti gira in motorino senza casco. Non si ferma all'alt dell'agente di polizia Tommaso Leone. Il poliziotto si volta e spara o, se preferite, inciampa e accidentalmente parte un colpo. Mario Castellano muore con un polmone bucato. Tommaso Leone viene condannato definitivamente (dopo che la Cassazione annulla il processo di secondo grado in cui era stato assolto), nel 2005, a dieci anni con l'accusa di omicidio volontario.

Nessuno di questi era un omicidio legato al calcio.
Di nessuno o quasi di questi morti ammazzati si è parlato.
Ma per come è andata la settimana che si è appena conclusa,
mi sembra che non si sia parlato troppo nemmeno di quello di Gabriele Sandri,
il neofascista con i sassi nelle tasche
Un altro, l'ennesimo, omicidio accidentale.
[aNDy cAPp]

sabato, 17 novembre 2007

Gli effetti speciali di una politica cieca [i grassetti sono nostri]
Categoria:segnalazioni, scritto da altri


di Alessandro dal Lago
(da il Manifesto del 14 novembre)

Proviamo a separare i fatti di domenica dalle amenità fumogene dei soliti noti: la «guerra civile» di Calderoli, l'inevitabile solidarietà del pistolero Cossiga e la difesa a prescindere della polizia da parte di Casini. Che cosa resta? Banalmente, che un agente della stradale, scambiando una presunta rissa tra tifosi per una rapina, spara ad altezza d'uomo su un'automobile e uccide uno che non c'entra. Quello che è successo poi negli stadi era prevedibilissimo e il modo pasticciato con cui l'ineffabile Sgalla, già illustratosi al tempo della Diaz, il questore di Arezzo e autorità varie hanno cercato di gestire le conseguenze dimostra solo l'incapacità di comprendere il fenomeno ultrà e in generale la violenza giovanile.

Per cominciare, «errori» come quello di domenica dimostrano la scarsa attenzione dei corpi di polizia per la vita dei cittadini. Gli incidenti ai posti di blocco, i colpi in aria che uccidono i passanti e così via sono innumerevoli in Italia e la sciagurata legge Reale non ha fatto che legittimarli. Inoltre, tutti sanno che in questi casi o scatta l'impunità o comincia il depistaggio.

Qui non si tratta solo di mancanza di professionalità, ma di uno stile connaturato allo stato italiano, il quale non fa giudicare e punire mai i suoi uomini quando la fanno grossa. Tutti i dirigenti al tempo del G8 hanno fatto carriera, tranne quello che forse c'entrava di meno, cioè il questore di Genova, nonostante le violenze gratuite, la caccia grossa ai manifestanti pacifici, prove false, reticenze, testimonianze fasulle e così via siano state ampiamente dimostrate dalle indagini. Che la commissione d'inchiesta sui fatti di Genova non fosse voluta anche da gran parte dell'attuale maggioranza di governo, lo si sapeva. La polizia in Italia è intoccabile e vogliamo vedere se davvero questa volta si andrà fino in fondo, come non è successo con Carlo Giuliani, la morte di Raciti e innumerevoli casi minori.

Ma questo è solo un aspetto della questione.
Si direbbe che da anni si sostituisca la comprensione dei fatti con gli slogan a effetto e le definizioni giudiziarie a sensazione.

Ipotizzare il terrorismo per i fatti di Roma significa non avere più il senso delle proporzioni. Proprio come dare quattro anni di prigione al marocchino di Torino per un grammo di hashish. Esattamente come scatenare l'odio di massa per i rumeni, salvo poi rimangiarsi in parte un decreto che qualsiasi ente di diritto internazionale giudicherebbe lesivo dei diritti umani. Qui non vediamo alcuna differenza con la gestione della cosiddetta sicurezza da parte del governo Berlusconi. Voce grossa, deportazioni, decreti sull'onda dell'emozione e nessuna capacità di capire. E quindi le emergenze continueranno.

Se le autorità italiane praticassero un po' di quella «sociologia» che l'intelligentissimo ministro Amato tanto disprezza, saprebbero che il mondo delle curve ha visto emergere negli ultimi dieci anni una significativa novità: l'egemonia dei gruppuscoli di destra e la loro capacità di negoziare con le società di calcio i propri interessi e privilegi in termini di biglietti, visibilità e controllo degli stadi. Questo è il nodo, e non la generica disponibilità delle curve a menare le mani (che più o meno c'è sempre stata).

Colpendo il tifo in generale, proibendo le trasferte, trattando le sassaiole, gli scontri o le risse per atti di terrorismo, non si farà altro che rafforzare le avanguardie nere o comunque violente che forse non aspettano altro.

Se il ceto politico, compresa gran parte di quello ora al governo, crederà davvero ai propri slogan a effetto, invece di valutare esattamente le responsabilità, introdurre un po' di rispetto per la vita tra le forze dell'ordine e comprendere che i fenomeni sociali non si gestiscono per decreto, saranno guai.

(grazie a Emi per la segnalazione)

venerdì, 16 novembre 2007

Provocazione e sentimento
Categoria:sport, scritto da stefano havana


Dedicato a chi domenica scorsa se la ricorderà per sempre. Dedicato a chi non è riuscito a trattenere le lacrime e non ne ha provato vergogna. Dedicato ai ragazzi che muoiono ammazzati mentre dormono o mentre compiono il loro dovere di cittadini, oppure mentre se ne stanno tornando a casa con le mani ficcate in tasca. Dedicato a chi domenica mattina ha subito scritto o detto che si trattava di banda Noantri, che l'auto del ragazzo ammazzato era piena di armi, di esplosivo, che il ragazzo ammazzato era un teppista con un passato becero: voi. Siete. Merda.

Dedicato a chi ama il calcio. Dedicato a chi pensa che quei maledetti 90 minuti possano anche valere un'esistenza intera. Dedicato a chi le più intense emozioni della propria vita le ha provate dentro a uno stadio e così anche le delusioni più appuntite. Dedicato a chi ha perso un padre o un familiare e, ricordandolo oggi, è comunque legata al calcio la prima immagine che gli viene in mente. Dedicato a quelli che Nick Hornby è il miglior scrittore vivente, anche se non lo hanno mai letto. Dedicato a chi tra una serata con la donna della propria vita e la partita sceglie comunque e sempre quei novanta minuti maledetti.

Dedicato a chi parla con i terzini. Dedicato a chi non ha paura di cominciare un coro allo stadio. Dedicato a chi i tornelli gli fanno cagare. Dedicato a chi c'è stato 100 volte in quegli autogrill e sa che se 99 volte va tutto bene, basta una sola cazzo di volta in cui uno alza le mani o la voce, per leggere il giorno dopo sui giornali che i tifosi sono sempre gli stessi e che bisognerebbe vietare le trasferte. Dedicato a chi non può più entrare allo stadio perché ha scelto di non fare un passo indietro. Dedicato a tutti i forcaioli che non hanno mai conosciuto un carcere. Dedicato a chi s'è fatto mesi dentro senza un perché, mentre altri sguazzano tuttora in una poltiglia schifosa che si chiama impunità. Dedicato a chi si nasconde le facce dietro le sciarpe e il lunedì mattina presto va a lavorare in fabbrica in tram perché il Suv non ce l'ha mai avuto e mai ce lo avrà. Dedicato a chi ha sfondato quei vetri a Bergamo perché non si giocasse una partita di plastica, macchiata di sangue, ipocrisia e menzogna.

Dedicato a chi, come noi, s'è sentito in dovere, domenica sera, di incontrarsi tutti insieme da qualche parte, come dopo l'11 settembre, quando ci si chiamava a vicenda per sapere se andava tutto bene e per capire cosa sarebbe stato giusto fare. Dedicato a chi non è mai stato razzista e mai lo sarà, epperò durante quei maledetti 90 minuti non c'è un nero che non sia un negro dimmerda esattamente come non c'è un pelato che non sia malato di leucemia. Dedicato a chi dice le parolacce e a chi non gliene frega un cazzo di vedere i bambini sulle spalle dei papà allo stadio. Dedicato ai caffè borghetti, uno duemila, tre cinquemila. Dedicato a chi non ha voglia di uscire, la domenica sera, se la propria squadra le ha prese. Dedicato alle macchine parcheggiate in quarta fila quando gioca la Roma.

Dedicato a tutti quelli che il calcio non sarà mai solo uno sport. Dedicato a quelli che se non ci stanno due porte alle estremità, nemmeno lo chiamano SPORT. Dedicato a quelli che pure sul 5-1 per gli altri non lasciano il proprio posto allo stadio. Dedicato a quelli che non mangiano prima di un derby. Dedicato a quelli che vanno in trasferta: non riusciranno mai ad impedircelo, perché ci mischieremo, ci nasconderemo, ci guarderemo le partite arrampicati sugli alberi, sui piloni dell'elettricità, dappertutto, perché potrete levarci la vita da 80 metri di distanza ma non quei 90 minuti. Dedicato a chi passeggia per le strade della città ospitante cercando quel ristorante che gli hanno consigliato in curva la domenica prima. Dedicato ai viaggi di ritorno. Dedicato a chi guida. Dedicato a chi dorme. Dedicato a chi lo sa che non esiste nessuna grande opera d'arte al mondo e nella storia dell'umanità che possa dare la medesima emozione che corre sul filo tra il momento in cui l'arbitro fischia il rigore e l'attimo in cui il tuo giocatore si leva le mani dai fianchi.

Dedicato a chi davanti a una carica della polizia non ha mai fatto marcia indietro. Dedicato a chi marcia dietro gli striscioni invece di criticare dalla poltrona del salone. Dedicato a chi è tornato a casa con le ossa rotta. Dedicato a chi a casa non c'è tornato più. Dedicato a chi ha detto no a matrimoni e amici per esserci. Dedicato a chi ha capito qualcosa in più della propria esistenza al minuto 94.

Dedicato a chi pensa che ogni calcio d'angolo possa diventare goal. Dedicato a chi ha visto passare i più grandi calciatori del mondo nella propria squadra e oggi si abbraccia per un gol di Stendardo. Dedicato a chi esulta stretto a perfetti sconosciuti. Dedicato a chi ha pianto e riso a crepapelle e che oggi non ha un solo ricordo che non sia legato in qualche modo a una partita di pallone. Dedicato a chi pensa che le donne non ne capiscano un cazzo. Dedicato a chi non ne vuole sapere la domenica. Dedicato a chi ci spende tempo, soldi e battiti di cuore nonostante lo schifo che c'è dietro.

Dedicato a chi rallenta sempre, in macchina, quando passa davanti a un campetto di merda dove stanno giocando una partita di merda di cui si parlerà fino a giovedì. Dedicato a chi non sa niente di Londra, Madrid e Barcellona fatta eccezione per lo stadio. Dedicato a chi si manda gli sms dopo un gol con dentro scritto semplicemente: "Goooooool!". Dedicato a quelli che si danno appuntamento al bar. Dedicato a quelli che al bar ci rimarranno per sempre. Dedicato a tutte le sconfitte che ci siamo infilati nel culo per poi fottercene una settimana dopo, come se mai niente fosse accaduto. Dedicato a chi se lo sentiva. Dedicato ai profeti del pronostico.

E' dedicato a noi questo post.
E' dedicata a noi questa settimana difficilissima che c'è stata. Noi che non saremo mai come voi ma che non per questo vi additeremo a distanza. Troveremo altri cordialissimi punti di comune interesse. Solo, per piacere, adesso lasciatelo riposare. Lasciateci in pace. E basta anche con gli slogan: Gabriele no, non vive. Tantomeno suona. Sta lì dove i morti stanno. E così sia.

giovedì, 15 novembre 2007

''Roma, una folla di persone al funerale di Gabriele Sandri''
Categoria:scritto da andy capp e ste


Adesso siamo diventati persone?

Persone

Ci chiamate ultras solo quando vi fa comodo.

[Il blog è discussione. Ma questa settimana: silenzio. Se avete da dire, qui.
Complimenti a Emilio Fede che ieri, durante l'edizione del suo ignobile TG, ha voluto ringraziare pubblicamente le forze dell'ordine "perché è stato solo grazie a loro che i funerali del ragazzo assassinato si sono svolti senza disordini". Peccato che, per una precisa scelta d'ordine pubblico, al funerale del ragazzo assassinato le forze dell'ordine NON C'ERANO. Eccoli qua i vostri padroni<