giovedì, 21 ottobre 2004

Il mio rotolo di carta igienica
Categoria:scritto da stefano havana


Accade sempre qualcosa - quando sono tremendamente in ritardo e l'orologio segna neanche le otto di mattina - per cui il mio ritardo incrementi vertiginosamente e io debba frustrarmi nel traffico di Roma, passando nervosamente tra macchine appannate e pertugi impenetrabili. Sempre - dico sempre - un che di indefinito e indefinibile arriva e mi passa tra le dita sottoforma di fastidio, incongruenza, imprevista essenza, portandomi ad accumulare minuti su minuti nel mio piccolo quadrante dell'orologio al polso.

L'altra mattina per esempio.
Dovete sapere che la scorsa notte ho dormito la matematica precisione ticchettante di un'ora e quaranta minuti. Praticamente nel momento stesso in cui ho abbandonato le braccia arrese al sonno, le ho subito rialzate alla volta della sveglia: le maniche del pigiama non avevano neanche fatto in tempo ad arrotolarsi in su, come tipicamente mi accade durante il sonno. Sul viso neanche il segno del cuscino aveva fatto in tempo a solcare la sua chirurgica presenza.

E insomma.
L'altra mattina, nonostante il sonno e il vago senso di vuoto generale, sembrava fosse andato tutto liscio. Ero lì ore 07.40, pronto a imbracciare lo zaino, chiavi della macchina e uscire. Un'ultima occhiata allo specchio, il mio dopobarba, aggiustatina al colletto della camicia e via. Sì, sembrava tutto in ordine: ogni cosa se ne stava placidamente al proprio posto non intaccando in alcun modo la mia via: le lenti a contatto non erano finite nel cesso, lo spazzolino da denti non si era infilato nello scarico, il tubetto di gel non era accidentalmente finito al posto di quello della schiuma da barba.


Solo che.
Ad un certo punto.
Non so nemmeno io come sia successo.
Forse una distrazione.
Un improvviso movimento.
Un anticipo anacronistico dei sussulti che il mio corpo avrebbe subìto nella metropolitana colma di viandanti innervositi da lì a poco.
O forse un calcio distratto.
Proprio un attimo prima di spegnere la luce e andare via dal bagno.
Non lo so che è stato.

Fatto sta che il rotolo di carta igienica è saltato via dalla sua storica e tipica ubicazione e, niente, semplicemente ha cominciato - nomen omen - a rotolare via. Ora, cari amici miei, io dubito che voialtri abbiate mai visto veramente un rotolo di onesta, sfortunata, nostalgica, ruvida, triste, coraggiosa carta da culo rotolare via dal suo asse e andarsene in giro per la casa. Non lo so se vi sia mai capitato, se non nelle pubblicità dove un grazioso batuffolo di cane testa di cazzo se ne va in giro spingendo col muso il solito rotolone Regina, quello dei quattro piani di morbidezza - che neanche Moira Orfei ce l'ha un elefante dal culo così grosso -, ma nella realtà oh no, io non lo so se lo avete mai visto.

Generalmente un rotolo di carta igienica è destinato a:

- nascere
- vivere
- morire

nella medesima stanza - vale a dire il cesso - a meno che un'improvvisa allergia al polline e la concomitante assenza di fazzoletti non porti al disperato gesto di trascinarsi dietro l'affezionato Eroe. Generalmente un bel rotolo ciccione di carta da deretano se ne sta lì, noioso e annoiato a fare il giro della morte quelle due o tre volte al giorno all'occorrenza e poi, puf, più niente. Il suo compito termina così tra una merda e l'altra. Al limite, nell'acme della trasgressione la sua quotidianità può portarlo a fare un mezzo in giro per asciugare un poco d'acqua sul bordo del lavandino o detergere una leggera ferita sulla guancia da lametta.

Ma il mio invece!
Il mio rotolo di carta igienica, lui sì che è un duro, ho scoperto l'altra mattina!
Se n'è andato, a un certo punto, e - vi giuro - ha preso a rotolare lasciandosi dietro la sua scia bianca come un delicato e morbido velo di sposa. Giù, lontano dal bagno finalmente, un po' pulp. E io, sì - mentre lo osservavo con una mano sulla maniglia e l'altra che già stava posizionandosi sull'interruttore della luce - sotto sotto tifavo per lui, vai-vai-vai! Me ne stavo così, ritto nel mio bagno odorante di gel al lampone e intanto lui, eroe!, si allontanava verso il salone, rotolando rotolando, finalmente pago del suo ruolo di rotolo come si deve. Ah se l'aveste visto! Ne sareste stati fieri pure voi: quel rotolo bianco scondinzolante era lo zenit della libertà, il fulcro, la massima estensione dell'anticonformismo, della tracotanza! Me lo guardavo come un genitore osserva il suo figliolo andarsene traballante traballante la prima volta in bicicletta: le mie mani sul cuore, la testa inclinata, le labbra a uncino a soffiare sottovoce un istintivo incoraggiamento.

Lui, bianco, vergine, candido, coraggioso e unico: il mio personale gabbiano Jonathan Livingston.

Signori, credo fortemente che il mio rotolo di carta igienica, ieri mattina, abbia provato a scappare. E ho i brividi nel pensare cosa potrebbero fare tutti i rotoli di carta igienica del mondo riuniti sotto un'unica ala rivoluzionaria. Sarebbe probabilmente la fine di noi tutti, indistintamente. Perfino Berlusconi ne morirebbe e con lui la politica e la società e la civiltà civile e le metropoli e gli aerei su nel cielo impatterebbero delicatamente contro un migliaio di strati di carta da culo ribelle, scivolando giù - lentamente - verso un enorme giaciglio di carta igienica in luogo di paglia e fieno.

Insomma, alla fine l'ho inseguito il mio Jonathan Livingston privato. L'ho inseguito eccome: quello era arrivato fino al salone e stava già cominciando ad infilarsi sotto la poltrona - e dio solo sa per quanto tempo avrei dovuto braccarlo, lì sotto - quando l'ho acchiappato. Lui ha provato a mordermi, ma alla fine si è arreso, ho dovuto tagliar via quel cordone ombelicale, lo strascico da sposa, il legaccio di lenzuola che si era lasciato alle spalle nella sua fuga da Alcatraz - il mio cesso - dov'è confinato lui con i suoi fratelli di confezione. L'operazione ha richiesto svariati fastidiosi minuti e alla fine Roma ha conosciuto un uomo in più corrente invece che camminante. Il ritardo, comunque, è stato minimo.