mercoledì, 27 ottobre 2004

Ho trovato la risposta
Categoria:scritto da stefano havana


Ti odio, o mio ipotetico e poetico Scrittore Preferito.
Ti avrò maledetto almeno tante volte quante sono state le benedizioni.
E ti odio.

Non di quell'odio di cui ho odiato i miei professori, beninteso: quelli che non mi hanno fatto venire la curiosità di leggere una cosa come David Copperfield, allora, quando forse non lo avrei capito ma quando sarebbe stato giusto leggerlo. Non ti odio così, ma a volte, sai, a volte me lo chiedo di notte, quando nessuno mi sente e io sono solo con i miei pensieri. A volte me lo chiedo, mi giro dall'altra parte del cuscino e mi domando: come fanno quei professori a dormire sonni tranquilli? Come ci riescono? Non per quello che hanno fatto a me - io sto recuperando, figuriamoci -, ma per quello che hanno fatto e sempre faranno a tutti i quattordicenni del mondo.

Come si può non incuriosire un bambino di quell'età? Ci riesce un fiore, ci riesce un ragno che zampetta sul cornicione della finestra, ci riesce una nuvola della forma di un coniglio, ci riesce un pesce rosso in una vasca, ci riescono due pattini a rotelle, ci riesce una pozzanghera fatta apposta per saltarci dentro. I professori no, non ci riescono. Non ci riescono mai. Come si può non incuriosire, non interessare con una poesia di Ungaretti, un passaggio di Montale, un aneddoto delle violenze dei barbari? Come si può? Come fanno i professori a non generare curiosità agli occhi di un bambino con i racconti del terrore di Mary Shelley? Com’è possibile che in tanti anni di scuola io non abbia mai letto nulla di Mark Twain? Com’è possibile che io abbia scoperto solo di recente che King Kong è un racconto di Edgar Wallace, prima che un film americano? Come mai nessuno mi ha mai dato in mano le avventure di Jules Verne, sussurrandomi in un orecchio che quelle nascondevano qualcosa di immenso, non solo un bel sette all’interrogazione se per caso mi fossi ricordato al momento giusto dove e quando fosse nato l'autore. Perché tutto questo continua ad accadere? Perché mi è venuta solo ora la curiosità di leggere Italo Calvino? E' la storia che conta o chi la racconta? Per quindici anni della nostra fanciullezza ci insegnano che è più importante un voto sul registro che la propria autonomia di pensiero. Un tre in pagella giudica chi sono e cosa sono?

Si diceva, o mio ipotetico e poetico Scrittore Preferito, che, ecco vedi, non ti odio a questa stregua. Ti detesto perché alle volte, quando scrivo io stesso, quando mi incartapecorisco davanti a un passaggio ostico, quando vorrei tessere romanzi immensi pieni di personaggi e intrecci secondari, quando vorrei essere come te, ti detesto perché è detestabile non essere te.

Per me tu e quelli come te, continuerai e continuerete ad essere i proprietari dei miei rifugi. E' nelle storie come quelle che scrivi tu, o mio ipotetico e poetico Scrittore Preferito che io vado quando qui fuori qualcosa non va. E' lì che io so di tornare quando alla mattina mi si prospetta innanzi una giornata dura: so che alla sera sarò lì, con le luci della mia camera riflesse sul bianco della pagina e intorno a me si alzerà la polvere e suoneranno campanelli muti e trilleranno telefoni destinati ad aspettare. So che esiste un mondo alternativo a quello reale. Questi rifugi per la mente sono di quanto più importante io abbia contratto in vita: se non li avessi, non so come farei. Se nel traffico ottuso di Roma, io non potessi pensare alla prossima pagina, a quella che ancora non ho letto, a quella che sto per leggere, a quella che mi aspetta, io non so come ne uscirei. Forse sarei come loro, come gli altri, quelli che maledicono il mondo e la propria vita; sarei come quelli che vomitano e basta, sarei come quelli che si lamentano del costo degli oggetti in una vetrina.

Ho i miei rifugi, grazie a te, grazie a quelli come te. Ho i miei rifugi per la mente, quando fuori piove e del sole nessuna traccia. Sono rifugi rischiosi, polverosi, camere d'albergo alla fine di corridoi allucinanti, di solito deserti. Ma è lì che io cresco, mi rendo sempre più conto; non nel mondo vero. In quello sono sempre lo stesso, noioso sacco di carne e sangue. Altrove non posso invecchiare, non posso sbagliare, non posso reagire, non posso inventare, non posso mentire, non posso avere paura. In questi rifugi bellissimi c'è chi lo fa per me, c'è chi mi solleva dalla strada e mi regala l'insostenibile leggerezza del non-essere. Io sento di essere al massimo quando non-sono.

Leggere mi fa non-essere.
Ecco cosa risponderò a chi mi domanderà il perché lo faccio.
Perché solo così posso non-morire.
Leggendo.
E scrivendo.