venerdì, 07 gennaio 2005

Da laziale, voglio provare a spiegare
Categoria:sport, scritto da stefano havana


E la prima cosa che ti viene in mente - dopo che hai vinto un derby 3-1 - è che l'ultima volta avevi vent'anni. Ti rigiri il bicchiere di birra vuoto tra le mani, analizzi il tuo stato di esaltazione, ti senti sudato, pieno, gravido di quelle cose che solo il calcio può dare e capisci che - niente - ne avevi bisogno.

 

L'abbracceresti Di Canio, l'abbracceresti pure se umanamente è quanto di più lontano da te e dalle tue idee: a Paolo piace Vittorio Feltri come giornalista, basterebbe questo per tenerlo fuori dalla porta di casa. Però che gli vuoi dire a uno che in campo e sul tartan sotto la Curva ha fatto e detto tutto quello che avresti fatto e detto tu se fossi stato al posto suo? Che gli vuoi dire? Pensi all'ultima volta: ti ricordi di Nesta, di Nedved e di Veron. Ti ricordi che quando quella parabola magica andò a insaccarsi sotto al sette tu c'avevi vent'anni, la tua squadra era la più forte che ci stava al mondo e stavi per vincere il tuo primo tricolore. Ti ricordi che era una bella primavera del 2000 e che faceva caldo e ti ricordi perfino com'eri vestito, quel pomeriggio, ti ricordi chi avevi vicino, ti ricordi quali erano i tuoi cazzi e quali erano i tuoi pensieri. Ti ricordi l'odore di fumo e marijuana nei tuoi Distinti Nord che oggi non esistono più. Oddio: eri addirittura innamorato nel 2000.

 

Come allora adesso: mandi giù l'ultimo sorso della tua birra, ti abbracci con tutti quelli che hanno qualcosa di azzurro addosso e non ci credi. Ti senti gli occhi umidi, pensi è solo calcio, ma poi vedi Paolo che si batte un pugno sul cuore e ti viene da urlare. Lo vedi che esce dal campo facendo il segno tre con le dita e capisci che non sarà mai più la stessa cosa guardare una partita. Come farai a spiegarlo ai tuoi amici romanisti? Quelli hanno dei fenomeni in squadra come Totti e Cassano: campioni così assoluti da soprassedere il fatto che a quei due della Roma e di Roma non gliene importa più niente. Come farai a dirlo a loro? Come fai a spiegare a uno così che sticazzi che Di Canio è un fascistello? Come fai a spiegare i brividi lungo la schiena nel guardare il tuo capitano sotto la loro curva urlare, semplicemente urlare nella più primitiva delle reazioni, hai voglia a dire che è stata un'esultanza irriverente? Come fai? Allora ci rinunci: ti alzi, applaudi, urli il nome di Paolo, lo urli come urlavi quello di Signori anni e anni fa, quando giurasti che mai più avresti urlato con tanta convinzione il nome di un Capitano. Lo urli che la voce non esce più dalla bocca; lo urli e il cuore ti esplode, mentre lo vedi negli occhi degli avversari che la cosa sta facendo effetto, più di una goleada. Ti senti felice e ubriaco, ti senti un ragazzino il giorno della sua prima palpatina: ti senti talmente bene e talmente orgoglioso che non ti ricordi più la verità, non lo sai più che la tua squadra si deve salvare e che sarà durissima da oggi in avanti. Te ne freghi, semplicemente, sai solo che ne avevi bisogno: perché questo calcio freddo, algido con cui ti trovi ogni giorno a lavorare - tu giornalista - ti stava disgustando. Ti stava dando ai nervi. E allora incroci le braccia e annuisci, respirando finalmente, mentre intorno a te è tutto un calare di pacche sulle spalle. Senti che da qualche parte, in qualche angolo sotto la sabbia il calcio è ancora quello che piace a te. Ti rendi conto che è tutto merito tuo, che non solo hai vinto il Derby, ma lo hai ridisegnato, hai rimodellato tutto, hai disegnato un nuovo modo di gestire una vittoria e godere di una sconfitta altrui.

 

Sto a godé come un maiale, dice Di Canio e lo dici anche tu, parlandogli sulle labbra come un doppiatore. E lo diciamo tutti, tutti quanti. Non ce n'è uno che non l'abbia detto al telefonino alla propria fidanzata o alla mamma, o al migliore amico. Ti sembra di volare per una sera: è solo calcio, continui a ripeterti e pensi ai disastri del mondo, ai tuoi problemi, alle tue donne, ai tuoi amici, ai tuoi genitori. E' solo calcio, ti dici mentre brindi con un altro rum e senti la testa che va e vorresti chiamare tutti, vorresti condividere con tutti una gioia centuplicata dall'irresponsabilità di Paolo, finalmente. Tu che odi la linearità, la giustizia, i doveri e il rispetto; tu che non credi in tutto questo, tu che credi nell'incoerenza come a una divinità, tu che non sopporti più di andare al lavoro perché hai degli orari da rispettare, proprio tu te ne stai lì a rigirarti il bicchiere tra le mani ancora coperto di condensa e non sai più da che parte guardare per cercare altra gioia che si unisca alla tua.

 

Ti diranno, i tuoi amici romanisti: eccolo l'eroe che vi meritate. Un fascistello. E tu pensi che va bene, pensi che ci puoi stare. Se deve essere un fascistello a farti vedere in campo quello che per anni hai sognato o descritto con gli amici come il tuo calcio ideale, allora va bene. Freddie Mercury lo prendeva in culo, Oscar Wilde calava le mutande alle bambine, Woody Allen ha sposato la sua figlia adottiva, George Michael non si contano le volte che è stato sorpreso in un cesso pubblico con un pisello in bocca, Picasso urlava allo specchio frasi insensate, perfino Socrate - forse - era balbuziente. E quelle vecchie leggende su D'Annunzio? E allora venga il fascistello: quello la pensa così, ci puoi fare poco, parliamo tanto di democrazia, di liberalità, di condivisione del pensiero e poi? Ti siedi - mentre il Derby sta per cominciare - ti mordi le dita e dici al tuo amico: "Se vinciamo sono contento. Se perdiamo rosico. Ma c'è solo una cosa che mi può fare morire davvero". Il tuo amico ti guarda, sta zitto, ha capito, non si può dire ad alta voce: se segna Paolo... E quando ti ritrovi in piedi a strillare così - perché quello ha segnato davvero - dimenticando anche il mal di gola, quando salti e fai cadere tutto intorno a te, quando capisci sensibilmente che forse non hai mai esultato tanto, te ne sbatti del fascistello, te ne sbatti del saluto romano, te ne sbatti del tatuaggio del Dux sul braccio. Veron c'aveva il 'Che', eppure non era la stessa cosa quando la palla ce la spingeva dentro lui. Te ne stai lì, a guardare l'orologio e sperare che passi. Vivi il pareggio di Cassano come l'ennesima delusione, poi lo vedi a centrocampo Paolo che dice parolacce ai compagni, proprio come fai tu ai tuoi amici il sabato pomeriggio. Pensi a loro quanto ti odiano e quanto odi tu loro, se non te la passano. Pensi che forse stavolta si vince: lo pensi davvero. Ti passa per la testa ed è un pensiero unico e irripetibile: forse si vince perché la Roma in campo non ce l'ha un Di Canio. 

Ci sono delle cose che ti fanno semplicemente essere felice.

Ci sono delle cose che sono semplicemente belle perché sono esattamente come le avevi sognate tu.

La perfezione non esiste. La perfezione è solo l'ennesima mancanza di fantasia.

E il mare ha gli scogli.

E qualche volta ti devi guardare dal tuo migliore amico.

E qualche volta quello che tu vorresti essere su un campo di calcio, oddio, ha Mussolini tatuato sul braccio.

E' il dazio da pagare perché sia tutto vero. Come una cicatrice sul cuore alla fine dell'amore più bello.