sabato, 26 gennaio 2008

Così fan tutti
Categoria:filosofia, scritto da altri


La bizzarra filastrocca che segue
è stata gentilmente concessa a noantri dal mitico Caramella,
personaggio curioso che la notte si aggira
interpellando e studiando il genere umano per le strade di Trastevere.
La sua fotografia spietata del Paese
rende al meglio l'idea del periodo
che stiamo attraversando.
Provate a recitarla a voce alta.

[aNDy cAPp]

Liberi tutti
Liberi tutti,
perché così fan tutti!

Per quella casa con l'affaccio,
per ricoverarmi come faccio?

Per i rifiuti di Pianura
che t'inquina(n) la verdura,

se tutto è rincarato,
se ti punta il magistrato,
se ti hanno messo in mezzo,
mentre un altro t'offre un pezzo,
se ti hanno già arrestato
e non sei manco.... tesserato,

nello sfascio di un sistema,
la politica non trema!
E il concorso l'hai studiato,
ma non sei... raccomandato.

E pensi che per farcela da solo,
magari dovresti dare pure il...

ti chiedi: cos'è la libertà?
E poi chi vincerà?
Il Parlamento o la Questura?
La politica o la Magistratura?

E ascolti il ritornello
e ti bevi pure quello,
e non capisci un cazzo!
Tutti a dire: tu sei pazzo!?

L'autonomia va rispettata
o qui famo la frittata!

Il primario l'ho piazzato,
il fondo è già assegnato,
a quella Procura c'è un mio uomo
e lì... non chiederò perdono!

Ti ricatto?!
ma sei matto?
Io l'ho solo consigliato,
tutt'al più... raccomandato

e dal segretario al caporale,
tutti giù a raccomandare:
posti in bianco, posti in nero,

siamo tutti un Ministero,
va così nel mondo intero!
Perché farsi il sangue amaro?

Vai a votare,
non barare,
tutto si potrà aggiustare!

Ma che errore nel giudizio,
c'era solo un mezzo indizio
e l'inquisitore biricchino,
tanto per fare lo scherzetto,
chissà perché quella mattina,
s'è bevuto la sposina!

Al primo posto è la famiglia!
E tutti i voti se li piglia,
e il simbolo hai barrato,
già sei mezzo imparentato,
familismo l'han chiamato,
dimmi tu che nome strano,
chi ha più voti è Presidente,
giù
giù
giù
fino all'ultimo parente!
Tutti tutti sistemati,
tutti belli già piazzati!

Viene poi la sicurezza,
e per l'ultima...
... c'è sempre la mondezza!
... ma quella è una ricchezza!

intanto,

qualche targa alla memoria,
ricorda chi è morto senza gloria...
ai figli dicono: era un eroe!

Ma non è vero,

quello ha preso fuoco mentre andava a lavorare,
o venuto giù da un trave,
o gli è mancata l'aria dentro la stiva di una nave,

come quei due
che te li puoi immaginare a tarda sera,
guardare il porto di Marghera,
e anche senza raccomandazione,
sperare per i figli un futuro un po' migliore,

o almeno...
Un giorno... da leone!

giovedì, 17 maggio 2007

La festa de noantri
Categoria:filosofia, scritto da andy capp


Sconfitte, delusioni, sofferenze
noi oltre il risultato
ostinatamente A.S. Roma

I ragazzi

Francesco

Vittoria

Francesco con la sua gente

La Sud, il simbolo di Roma, la gente in festa
Unico Grande Amore

lunedì, 06 marzo 2006

Aspettare
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


guinnessAh, la fretta! Mi chiedo perché mai le cose si godano talmente poco e talmente male mentre sono lì che accadono. Tutta questa bramosia di fagocitare, di tracannare, invece che di assaggiare, di sorseggiare. Servirà?

C'è sempre qualcosa che sarebbe stato perfetto dire nell'arco di una serata, per esempio, e invece non c'è venuta in mente, perché chissà a cosa eravamo già proiettati. La guardi negli occhi, sai che ti piace, sai di piacerle e la cosa migliore che ti esce è un complimento da fumetto, mentre qualche ora più tardi, a letto, diventi Prevèrt. Troppe volte mi rimane questo senso di avrei potuto ma non ho fatto, anche dopo una semplice serata con gli amici. Con i gomiti appoggiati a un tavolo e i bicchieri davanti: quando poi guido verso casa, mi convinco che  qualcosa poteva essere fatto meglio. Ci vorrebbero dei tempi obbligatori da rispettare: uno non può fare determinate cose a meno che non ci metta tot tempo. Se fai prima, che ne so, viene un Garante e ti multa gravemente.

Perciò amo la birra Guiness. A parte il fatto che le stout non mi dispiacciono in generale, ma la Guinness non lo so... Addirittura leggenda narra che sullo spesso strato di schiuma sia possibile disegnarci qualsiasi cosa e che quel disegno debba poter resistere fino all'ultima sorsata del boccale. Solo così puoi star sicuro di aver bevuto una Guinness originale. Già questa è una cosa da perderci su un po' di tempo, no? Il fatto di disegnarci sopra e poi di sorseggiare con calma per vedere se è vera la leggenda e via dicendo. Poi prima di bere una Guinness, la devi lasciare lì, si sa: aspettare che si depositi il fondo. Che cosa magnifica: se si potesse fare anche nella vita reale, dico io. Per le cose di tutti i giorni: starle lì a guardare con tutta calma, mentre si deposita il fondo. Che storia sarebbe l'esistenza? Tutti sarebbero costretti a trovarsi qualcosa da fare mentre il fondo si deposita, così che la prima sorsata - di qualunque cosa si stia parlando - sia veramente memorabile. Mi piace talmente tanto farmi girare un boccale di Guinness tra i palmi delle mani mentre si deposita il fondo. Posso guardare gli altri approcciare le loro consumazioni e si dà il caso che quando io comincio, quelli stanno almeno a metà. Non vi capita mai, al ristorante, di terminare un piatto troppo velocemente e di guardare con appetitosa invidia il piatto dell'altro, ancora pieno? Con la Guinness non può succedere: c'è il fondo che si deve depositare. Li batti sul tempo, ma al contrario.

Quando bevo una Guinness ci penso sempre: una volta ho letto che ogni giorno nel mondo si consumano 8 milioni di boccali di birra. Di questi, 3 milioni sono di Guinness. Allora mi viene allegria, di fronte una cosa simile: pensare che esistono 3 milioni di persone disposte ad aspettare che si depositi il fondo prima di bere, mi riempie di ottimismo.

Alla vostra.

giovedì, 02 febbraio 2006

Le conseguenze
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


E se l'attore di teatro non riuscisse più a risollevarsi? Se al termine dell'ultimo inchino, quello più azzardato e sentito, se ne restasse così? Impossibilitato a ritornare dritto: sorpreso, paralizzato, condannato da un blocco emotivo, da un risucchio gastrico, dal colpo della strega, da un peto forte abbastanza da sollevargli la coda del frac? Se rimanesse così, mi sono chiesto? Se gli spettatori tutti pensassero all'unisono all'ennesimo gioco delle parti, alla consueta pantomima solo un po' più lunga e pacchiana del previsto, mentre invece quello sta passando un dramma? Davvero dico: se l'attore, nel climax del tripudio, al famoso minuto numero dodici dell'applauso più lungo della stagione, scoprisse di non poter più sollevare la fronte dalle tavole di legno del proscenio, cosa ne sarebbe di lui? Cosa gli passerebbe per la testa? Con chi farebbe immediatamente a cambio? Un attore di teatro: non sono tutti vecchi a sufficienza perché un'eventualità simile possa essere plausibile? Quello con i capelli bianchi, l'attore con il portamento più elegante, con le nocche delle mani nodose; l'attore con la voce profonda che gracchia nel diaframma, proprio lui che in quella scena recitata a torso nudo ha mostrato apertamente tutta la piattezza del costato, i peli bianchi, i capezzoli ridotti a due asole di una giacca stanca, le costole come quelle di un quarto di bue appeso a un gancio di una macelleria. Ecco, quello dico, con che coraggio va a piegarsi tanto, ad inchinarsi con una simile plasticità, eppure sorridendo, godendo? Chi glielo dice che non rimarrà così fino al prossimo Godot? Che i colleghi non dovranno aiutarlo con le mani sotto le ascelle e che non dovrà essere riportato in camerino accartocciato su una sedia come una pila di asciugamani? Quell'attore lì, quando non fa l'attore, si piegherebbe allo stesso modo o forse incaricherebbe qualcun altro di raccogliergli la penna precipitata in terra?

A chi di noi è mai capitato, nella vita, di fare qualcosa apparentemente al di là delle nostre capacità? Quanti di noi riescono a non pensare alle conseguenze senza un pubblico che applaude?

lunedì, 23 gennaio 2006

Assorbire
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Cosa ci portiamo di veramente nostro, dietro? Camminando, facendo cose. Uno va dal barbiere, prende la macchina, si comporta in un certo modo; magari gli capita di sedersi da qualche parte, ordinare da bere, rivolgere un sorriso a una che passa e che pare particolarmente bella. Quante, delle cose che facciamo, è farina del nostro sacco? Cos'è nostro? Cosa è definibile nostro? Non è forse vero che tutto ci è stato insegnato, tramandato da qualcun altro? Che merito ha la bella ragazza che sa camminare sui tacchi da dio? Che tipo di qualità nasconde uno che sa scalare alla grande dalla quarta alla terza così morbidamente, dopo che l'ha visto fare per anni al padre? E Carver ha meriti? O sono tutti di Cechov? Ci sarebbe Cassano senza Baggio? Prima l'uovo? Prima la gallina? Cosa conta? La nostra capacità di imparare o la bravura degli altri ad insegnare? Hai gli occhi di tua madre, hai i bei capelli di tuo padre, hai quella camminata magnifica di tuo nonno che era pompiere, porti dentro di te il coraggio di tua nonna, crocerossina durante la prima guerra mondiale, scrivi come Baricco, scrivi come Calvino, hai il realismo di Hemingway e il surrealismo realista di Barthelme. C'è già stato qualcun altro che è stato come te, forse addirittura meglio. Hai imparato a baciare col bacio del tuo primo amore, qualcuno ti ha detto che quando si stringe la mano di un altro, lo si deve fare con grande forza, altrimenti si ha il cosidetto effetto sogliola. Da allora non l'hai più dimenticato. Credi in Dio oppure in Allah, perché qualcuno ti ha convinto nel parlartene: o, se ti sei fatta un'idea tua, è stato certamente grazie a qualcosa che hai letto, o sentito dire in giro. E' da quando hai letto Kafka che hai capito qualcosa sull'efficienza di una scrittura priva di orpelli: hai deciso che il rosso è il colore preferito dei tuoi vestiti da quando qualcuno ti ha detto che ci stavi particolarmente bene. Sfogli il giornale dall'ultima pagina alla prima, perché per anni hai visto tua madre farlo nel sole accogliente e caldo della prima mattina. Sai preparare ottimi mojito, perché te l'hanno insegnato a fare a Cuba e da quel momento in poi dici a tutti che il vero mojito ha un aspetto pessimo, torbido: la menta deve galleggiare come il fango in uno stagno.

Facciamo nostre delle cose di cui non abbiamo merito.
E' la capacità di assorbire, la discriminante che distingue gli uomini eccellenti dai mediocri?

mercoledì, 18 gennaio 2006

L'ordine delle cose
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Sono l'unico a pensare che sia una gran fortuna che le cose che ci sono accadute nella vita, ci siano accadute esattamente nell'ordine in cui ci sono accadute? Insomma, io il primo bacio l'ho dato veramente tardi: avevo diciotto anni, ma almeno posso dire che quando è stato, è stato per vero amore. Fosse successo prima (e poteva succedere), sarei stata sicuramente una persona diversa e - dopo qualche accurato calcolo - posso dire peggiore. E poi, sempre parlando del primo bacio, mi pare che sia stato meraviglioso che sia avvenuto proprio in quel momento della giornata: non prima, non dopo. Considerata la cosa adesso, mi sembra assurdo pensare a quel primo bacio in un altro orario; oppure in un altro luogo. E Cuba? La Havana, Raul: è talmente perfetta la stagione che il Destino ha scelto come quella decisiva per farmi conoscere queste cose che io - davvero - non ho parole. Se quell'estate del 2003 Fabio non ci avesse presentati a Raul a Trastevere, se l'estate successiva io non avessi imparato le potenzialità del Negroni, se non fossi stato in un momento di grazia con Fabio e Fede (Fabio poi è partito per l'America, Fede ha cominciato davvero a fare l'avvocato), l'avremmo incontrata Cuba, la Havana, Raul e la sua meravigliosa famiglia e le cose intrasmettibili che ci hanno insegnato? Ovvio che no. Mi sembra posizionata proprio bene Cuba, lì tra la mia età più immatura e quella immediatamente prima della fase adulta: esattamente come strategica e storica è la sua posizione geografica. Non è incredibile che proprio nel momento in cui stavo considerando di licenziarmi dal vecchio lavoro, Davide sia venuto da me a dirmi che c'era un certo posto in una certa redazione e che forse poteva fare al caso mio? E quante cose sono cambiate, grazie a quel curriculum inviato? Non avevo forse 23 anni e tutto ancora da imparare? Non è stato fantastico imparare questo tutto insieme a persone che stimo - dalla prima all'ultima - avendo in seno ancora le potenzialità più accese del giovanotto di speranze? Aver visto New York sei mesi dopo la mia seconda volta a Cuba, non è anche questo degno del miglior montatore? Non è esattamente così che l'avrei deciso io stesso per la mia persona?

Sono solo io a pensare che non sono le cose che ci succedono a farci diventare le persone che siamo, ma l'ordine preciso con cui queste ci succedono?

martedì, 17 gennaio 2006

Illuminazioni
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Una donna SOLA all'interno di un sexy shop, intenta nell'acquisto di un vibratore, è uguale a manifesta zoccola.

FALSO!

Una donna SOLA all'interno di un sexy shop, intenta nell'acquisto di un vibratore, evidentemente non è abbastanza zoccola da riuscire a permettersi altro.

giovedì, 15 dicembre 2005

Riconoscere Rimbaud
Categoria:letteratura, filosofia, scritto da stefano havana


L'egocentrismo ci salverà, disse il saggio sulla cima della montagna. L'egocentrismo può opporsi al qualunquismo? L'egocentrismo è una difesa ai disastri che ci capitano intorno: Wallace dice che siamo tutti solipsisti. Ma il solipsismo necessita di una spessa fetta d'intelligenza dietro la corteccia cerebrale e non tutti sono sì dotati. Io sono ancora macchiato di quel sentimento auto-elitario per cui quando qualche automobilista in macchina mi manda a quel paese, mi metto lì a pensare: ma lo sai chi sono io? Lo sai chi hai appena fanculizzato con tanta faciloneria? E non urlo mai: pure se ne ho voglia, faccio di tutto per non farlo perché devo sembrare superiore, marcato, voglio avere l'aurea. L'aurea voglio avere: quando uno mi suona al semaforo, io avrei voglia di scendere dall'auto con le mani giunte, protendermi nel suo finestrino e accarezzargli il capo fino a farlo piangere: passerà, figlio mio, vedrai che passerà. Vorrei indottrinare il mondo: l'egocentrismo vi salverà. Il cinismo è l'unico gladio che avete diritto di brandire: cinismo. E' la calce tra gli interstizi delle nostre debolezze: alzare le spalle e sbuffare di noia finché siamo in vita, in piedi, belli. Assassini romantici, una lacrima che scioglie il trucco della maschera dopo ogni omicidio efferato. Urlare. Ma a che cosa è mai servito? Io, che la cosa che ho urlato più forte in vita mia è stata Sally di Vasco.

I camerieri a Roma vanno di fretta. I piatti arrivano freddi per il vento prodotto e i gelati si squagliano per colpa dell'attrito. E' proprio vero: siamo luci tra un milione di tapparelle chiuse. E dove sta andando tutta questa gente? Neanche a farsi i fatti suoi, io dico. Perché poi la vedi disarmata, impreparata, ignorante e ignorata, questa gente e - cazzo - un fantastiliardo di uomini e donne che se ne stanno per i fatti loro dovrebbero almeno saperne tutto di qualcosa e invece no. Il fatto è che non vedo più gente intelligente in giro: quella degna se ne sta all'estero oppure dentro la televisione a diventare scema. Qualcuno ha fatto un film e adesso s'è montato la testa. Magari ha cambiato pettinatura e la mattina fa a fare footing con una bandana in testa. Egocentrismo, egocentrismo: ecco cosa ci salverà. Egocentrismo che non significa egoismo. Egoista è uno che davanti ai problemi del mondo non fa niente al fine di evitare lo stress; egocentrico è colui che davanti ai problemi del mondo non fa niente uguale, ma fa di tutto per NON nasconderlo. E' quella virgola d'arte e coerenza che salverà il pianeta.

Camminare per Trastevere di notte d'inverno è egocentrico. Sedersi sulla scalinata di Piazza Santa Maria a suonare i bonghi è egoista. Mettere un rum a 8 euro è egoista. Comprarlo senza fare una piega è egocentrico. Guardare il decolleté di una ragazza è egoista. Guardare il decolleté di una ragazza se sei in compagnia di un'altra ragazza è egocentrismo allo stato puro.

«Che bello dormire su pietre di città sconosciute»
«Ehi, ma questo è Rimbaud»

Riconosce una citazione di Rimbaud.
«Hai riconociuto Rimbaud. Cazzo, dovrei fare all'amore con te seduta stante».

Lei non dice niente. Guarda obliqua, si alliscia la gonna e sorride di rimprovero. E' così evidente che lo farebbe subito. Farebbe all'amore citando Rimbaud, sospirando gemiti di Yates. Invece ce ne andiamo via ognuno per la sua strada, due egoisti a cui Rimbaud non è servito a niente.

mercoledì, 28 settembre 2005

La rivincita della vita
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Ci pensate mai alla morte, voialtri?
Io dico di sì: a me succede quando l'idea della morte penetra - pure se per poco - quello scudo difensivo che mi sono costruito intorno. Magari c'è un caro amico in difficoltà e allora prendo e penso alla morte. Ci penso a letto mentre m'addormento. Se ci penso in macchina rilascio leggermente la pressione del piede sull'acceleratore. Cose così. Poi automaticamente mi aggrappo alla vita: se l'amico in difficoltà è un amico comune, succede che gli amici in questione si incontrino più spesso del solito. Anche due, tre giorni di seguito, cosa che oggigiorno non capita più frequentemente (vuoi per gli impegni, vuoi che l'amicizia - c'è poco da fare - è qualcosa che si disimpara): birra, cena, ubriacature, tantissime chiacchiere (molte delle quali, ecco che riguardano l'amico in difficoltà). Si ride e si riflette: Enzo Baldoni, in uno dei suoi reportage, ha detto: è la rivincita della vita. Ecco, ci credo: si fa quadrato, si riconsiderano un po' di cose e compagnia bella.

Però, certo, è curioso come, a un certo punto, uno si ritrovi conscio della propria mortalità. Non è qualcosa che succede: non è che te lo vengano a dire. Semplicemente un bel giorno ti svegli, lo sai, e - niente - continui a fare quello che facevi prima, solo sapendo che non lo farai per sempre. Non ho coscienza di tutte le mie 'prime volte'. Che ne so della prima volta che ho mangiato la pasta al forno, per esempio? Ne sapete qualcosa voi della prima volta in assoluto che avete assaggiato una birra chiara? Uguale per il fatto della morte. Uno si ricorda il primo bacio, si ricorda della prima volta che ha srotolato un preservativo (sbagliando), si ricorda delle prime tette sotto le mani. Io mi ricordo perfino della prima sega. Ma non lo so proprio com'è che a un certo punto ho semplicemente accettato il fatto che le cose finissero. Non mi ricordo la prima volta che ho urlato «Vaffanculo!». Non mi ricordo affatto la prima volta che ho giocato a calcetto con gli amici. Che ne so come ho fatto a scoprire che i capperi mi fanno tanto schifo? Ora che ci penso: anche la stessa vita, quella pratica strana che occorre perpetrare perché i bambini vengano al mondo, come ho fatto ad impararla a sapere che era necessaria?

Allora m'è venuta in mente una risposta orribile a tutto questo: non sarà stata mica la televisione a inculcarci - seppure subliminalmente - il germe di certi concetti?

mercoledì, 24 agosto 2005

Nuovi innesti e post-it
Categoria:filosofia, quotidianismi, scritto da stefano havana


E' incredibile come tutte le cose restino al proprio posto e altre nuove riescano a mescolarsi senza disturbare. Capita di fare mille scoperte, un milione di giri, eppure tutte le cose se ne stanno lì, non si spostano mica. Puoi agitare la testa fino a farti lacrimare gli occhi, ubriacarti, piangere, urlare, ridere con una mano stretta sul cuore, sudare, correre, ascoltare musica pompata da far accelerare il sangue: tutte le cose restano lì, nella mente, nei ricordi, tra le abitudini meccaniche di una vita. E' quasi dieci giorni che il Viaggio è finito ed è altrettanto che ho ripreso la vita di sempre: è sorprendente come ogni oscillazione, precedente a questi ultimi ventuno giorni, si sia spenta e ora - all'occorrenza - riesca a riprendere senza alcuna spinta.

Le password utili al lavoro, i tempi e le modalità per scrivere un buon pezzo, i sistemi per arrivare puntuali in redazione, ogni stradina buona per parcheggiare la macchina, i mezzucci per abbreviare il percorso, le posizioni preferite al posto di guida, la casa percorsa a memoria mentre la luce è spenta, il saluto al portiere in guardiola uscendo e rientrando, l'occhiata alla cassetta della posta mentre arriva l'ascensore, la tapparella abbassata dopo cena, le cose nei cassetti, la posizione delle penne sulla scrivania, i numeri di telefono degli amici. Non dico che non mi piaccia: anzi. Ho sempre creduto che in questo mondo tanto immenso, tutti siamo ciechi. Ciechi davanti a certe inspiegabilità della vita, a certi meccanismi assurdi del vivere insieme; perciò riconoscere la mia stessa vita nell'Immensità Generale non è male. Mi faccio precedere dalle mani protese e trovo gli spigoli e i pericoli esattamente dove li avevo lasciati prima di partire. E ancora di più mi piace notare come determinati cambiamenti, dovuti a questi ultimi Viaggi importanti che mi sono capitati, riescano ad incastonarsi con delicatezza nel mio Vivere: alcune scelte musicali, qualche sigaretta, un modo diverso di bere certi alcolici, il fatto che non mi giro più - e dico mai più - a guardare dentro un concessionario di automobili, perché - di fatto - non me ne frega più niente e giammai spenderei dei soldi per uno di quegli stupidi oggetti con le ruote; anche alcuni cambiamenti negli orari, nel modo di pranzare e di fare colazione, un certo atteggiamento nei confronti degli altri, la scelta delle letture, dei film e di come spendere il tempo libero. Il definitivo abbandono dell'orologio e la voglia di frantumare dalla finestra il cellulare. 

Le recenti Cose che ho visto e assorbito stanno diventando Me. Come molti libri e certi autori, come diversi insegnamenti e alcune persone nel corso dei miei 25 anni, la roba che mangio: sono sempre più convinto che Viaggiare sia la più grande ricchezza dell'inquieto uomo moderno. Certe conseguenze, poi, sono del tutto imprevedibili: stamattina osservavo un intonso blocchetto giallo di Post-it e mi è venuto da spanciarmi dalle risate.

lunedì, 27 giugno 2005

Voglio pensarla così
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


This is the end… cantavano i Doors e certe volte cantano tuttora negli stereo delle macchine o nelle cuffiette dei passanti (pure se sono trascorsi tanti anni e i prezzi sono aumentati). Ascolto questa canzone, ripenso a Marlon Brando (...l'orrore...) e mi viene in mente che quando le cose finiscono, a riempire la mente della gente arrivano sempre i ricordi del giorno in cui erano cominciate.


Il giorno in cui ci si conosce
, per esempio: io ci penso spesso e ogni volta mi convinco che il giorno in cui si conosce qualcuno di importante (oppure si dà vita a qualcosa di grosso), tutto è predestinato perché accada proprio quello, quello e basta. Il giorno in cui ci si conosce è sempre un giorno bellissimo (generalmente c'è il sole, oppure è una serata fresca o se piove, significa che la pioggia ci sta veramente bene): secondo me ci sono schiere impossibili di persone - di cui non ci rendiamo conto - perse per le strade che camminano con gli occhi sollevati perché dentro di loro stanno ripensando a quel giorno, il giorno in cui ci si conosce (magari un mercoledì). La Fine Delle Cose – io l'ho sempre detto – è una fortuna che ci sia: l'eternità, come ogni condimento eccessivo, rende disgustosa la portata più prelibata (troppo uovo e non riesco più a mangiare neanche la carbonara). Quello che dovremmo fare - quello che dovrei fare io, almeno - è godere di più delle cose mentre accadono. Mi piacerebbe, da oggi in poi, carpire meglio i momenti iniziatici e assaporarli con tutta la lingua e i polpastrelli. Perciò da un paio di giorni mi sento anche io facente parte della schiera di quelle persone: cammino con gli occhi alzati (ma senza patimento) e ripenso a quel giorno generico e ideale in cui ci si conosce (che può anche essere un giorno qualunque in cui, semplicemente, ti sentivi meglio). Secondo me è così che va avanti la vita (o forse vorrei che andasse così): si procede immalinconiti (oppure accecati da qualcosa), non si guarda a dove si mettono i piedi e bum, si finisce per scontrarsi con qualcun altro in uno svolazzare di fogli, appunti o che ne so. Gli occhi tornano ad abbassarsi e quel momento, il momento in cui stavi prendendo coscienza della fine e tutto ti sembrava strano, ecco che diventa l'ennesimo giorno in cui ci si conosce.

martedì, 14 giugno 2005

Una sola frase
Categoria:filosofia, scritto da granduca di palau


Tutto quello che non ha senso nasconde le infinite verità sulle cose.

Io ci credo.

giovedì, 09 giugno 2005

Residuo di realtà
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Certe volte tocco il terreno quando s'è appena fatta sera e lo trovo ancora caldo. L'asfalto o la sabbia: ci arrivo con le dita e, seppure il sole non c'è più, io percepisco ancora il calore trattenuto dalla terra. Questa cosa del residuo di realtà (bò, l'ho sempre chiamato così) mi accompagna da parecchio: quand'ero innamorato e tutto sembrava fatto nell'ottica di un’altra persona, guardavo la scia della nave che mi separava da lei (che io le cose non me le sono mai scelte facili) e urlavo con la mente a quella schiuma di salutarla al posto mio - mentre io mi allontanavo - e mi piaceva pensare che l'oggetto del mio amore, dall'altra parte di quel filo, poteva desiderare lo stesso, se voleva, anche se io ero già sparito oltre l'indice dei bambini puntati all'orizzonte.

Il residuo di realtà: alla fine delle feste c'è un residuo di realtà. Quando la casa è vuota e lo stereo tace. Quando i bicchieri hanno smesso di rotolare in tutti gli angoli e mancano - e mancheranno per sempre – le mani che li hanno trattenuti e portati alla bocca. C'è un residuo di realtà nei divani ammaccati, nelle sedie spostate nei vassoi semi svuotati fatta eccezione per l'ultima pizzetta, l'ultimo panino, l'ultima oliva, l'ultimo stuzzichino, ché quelli non ce l'ha mai nessuno il coraggio di mangiarli. Resta qualcosa nei primi giorni di settembre: qualcosa di quello che s'è fatto durante le settimane precedenti. C'è questo residuo di realtà quando ci si ritrova con i gomiti su un tavolo, tutti un poco più abbronzati, a raccontarsi l'un l'altro delle reciproche vacanze. Il rumore del vetro dei bicchieri. La bocca che diventa una -o-, una -c-, una -s-, una -t- e forma piano piano il cammino dei giorni appena morti. C'è un residuo di realtà anche in questi casi, con gli amici che ti dicono tocca qui e ti fanno sentire il bernoccolo di quando sulla spiaggia erano ubriachi, guarda qui e ti mostrano il retro di uno scontrino con il numero di telefono della tipa mora e bona. E' tutta una risata e quando poi te la presenterà, la sua tipa mora e bona, ti ricorderai di come lui l'ha conosciuta e quello sarà il vostro residuo di realtà.

Il residuo di realtà è uno strascico che c'è anche negli occhi della gente la domenica mattina se il sabato notte è stato per caso indimenticabile. Per me è come un abbraccio, non lo so, un conforto: mi siedo con gli amici sui muretti alle otto della sera e lo sento sotto al culo che la terra è ancora calda e il cielo è viola, quasi nero. Il sole non c'è più ma ha lasciato la sua promessa. Noi con una tennents in mano a sparare cazzate e a fare ampi cerchi con le braccia.

martedì, 31 maggio 2005

La severa moralità insita nel Maxibon
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Credo che ci sia una moralità severa nell'ergonomia del Maxibon (ma anche del Magnum Sandwich e di qualunque altro gelato-biscotto configurato come adesso vi andrò a dire). Nei gelati-biscotto - seguitemi - c'è qualcosa che mi rimanda a certe spigolosità della vita e a certi atteggiamenti dell'umanità: il gelato-biscotto – secondo me – è un riassunto magistrale della retorica della vita e delle reti convenzionali a cui l'essere umano si sottopone pur di apparire regolare.

Per dire: a me del gelato-biscotto piace solo la parte – bé – biscotto. Quella che funziona anche da manico, insomma. L'altra – quella superiore – generalmente pralinata o comunque ricoperta di cioccolato a scaglie che si scompone ogni volta macchiando i pantaloni o il divano (ché è difficile che un gelato-biscotto lo si mangi in piedi, pensateci) – quella lì a me non piace. La mangio perché devo: la mangio perché c’è (esiste) ed è tutto un costituirsi d'aspettativa in attesa che arrivi la parte buona. Lo dimostra il numero di morsi necessari: la parte pralinata – quella superiore – la mando giù in tre mandate, con una mano raccolta a coppa per non far cadere i pezzi e, in generale, senza un vero confort o un'autentica goduria. Poi arriva la sezione biscottata e lì sì che godo. E' quello il vero momento che in seguito ricorderò come piacevole dell'Aver Mangiato Un Gelato-biscotto. Il resto è accessorio, come le parti noiose della vita: esse ti conducono a un dato momento e non servono ad altro che a formare un'aspettativa. Le lunghe code nel traffico cercando parcheggio, l'attesa davanti al portone aspettando che lei arrivi e ti posi il primo bacio della sera sulla bocca - ancora profumata di lucidalabbra e lacca per capelli. I secondi immediatamente precedenti al fischio d'inizio, quando tutto intorno è un azzardo di pronostici e critiche alla formazione. Il dramma (o la meraviglia) è che non c'è un modo per sbarazzarsi della parte superiore del gelato-biscotto. Te la devi sorbire. Né puoi (a meno di estreme sofferenze e una scomodità ancora più atroce) mangiarlo al contrario: non solo ti sporcherai stoltamente le mani, ma ti leverai il gusto maggiore subito, costringendoti al sacrificio senza nessuna dolce aspettativa successiva.

Insomma, io credo che non sia un caso che i gelati-biscotto siano fatti così e che i viaggi di ritorno siano sempre meno trafficati dell’andata.

giovedì, 05 maggio 2005

Mentre le cose accadono
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Non accorgersi delle cose che succedono è l'unica speranza che abbiamo perché le cose continuino ad accadere. Ci ho pensato, secondo me è così. Ci sono delle cose che semplicemente accadono. Io mi metto lì a guardarle succedere, ma - niente - quando lo vorresti quelle non si palesano mai. E' impossibile sorprendere un'unghia nell'istante in cui cresce di un millimetro, ad esempio. Non si può fare: tu puoi restare lì a guardarla con gli occhi puntati finché la pupilla non s'è fatta rossa e le lacrime si sono riunite in un puntino sotto al mento, ma niente. Verrà un bel giorno in cui - ecco - dovrai tagliarla via perché s'è fatta troppo lunga e tu ti sei perso quel cammino. La barba che cresce: a che serve restare fermi davanti allo specchio ad osservare? Non è neanche una questione di tempo o di temperamento: tu ci puoi avere un anno davanti, ebbene accadrà qualcosa proprio nell'istante decisivo e un leggero pop! ti farà battere il pugno nel palmo dell'altra mano perché - di nuovo - hai perso e un'altra di quelle cose che succedono, è successa. Sei mai riuscito a vedere la lancetta dei minuti scorrere in avanti di una tacca? Hai mai visto con i tuoi occhi le 15.59, diventare le 16? Sapessi le volte che me ne sono rimasto con il naso penzoloni sull'orologio, eppure non c'è mai stato niente da fare: fregato! Sempre. Ho ben presente tutte le albe della mia vita e mai una volta che sia riuscito a definire l'istante esatto della nascita del sole. Un momento prima è notte, l'attimo dopo ecco il cielo tinto di rosa e quel disco arancione tremare di indecisione timida.

Che succede in quell'istante teso in cui le cose accadono? Succederebbero lo stesso se le vedessimo accadere? Hai mai sorpreso l'acqua ad asciugarsi sul tuo corpo? Al sole, su una spiaggia per esempio? Io no: esco dal mare, mi metto lì e dopo un po' mi scopro asciutto. Che è accaduto mentre succedeva? Dov'è che si va mentre i capelli crescono? Mentre il sonno ha la meglio sulla veglia? Mentre il tempo incide un'altra ruga sotto l'occhio? Tutto scorrerebbe ugualmente se lo guardassimo scorrere? Oppure quell'incapacità è proprio l'olio nel meccanismo della realtà?

Prendi me, per esempio. Caspita, da quando ho cominciato a starmene lì, immobile a fissarlo con gli occhi spalancati aspettandolo al varco che succedesse, non è mai più arrivato l'amore.

mercoledì, 27 aprile 2005

Quello che voglio dire
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Secondo me uno dei più grandi limiti dell'essere umano è che prima o poi gli scappa da pisciare. L'esigenza di pisciare porta spesso le persone alla demenza: non c'è un'impellenza simile che riduca tutto il resto della vita a un livello tale di marginalità. Voglio dire: se ti scappa da pisciare mica ce l'hai il contentino della scorreggia. Non è che puoi farne un poco poco e poi il resto a casa.  Leonardo o Mozart – perché scappava da pisciare pure a loro a un certo punto – diventavano perfetti idioti quando gli scappava veramente: mollavano pennello e spartiti e non potevano fare più nulla che non fosse tenersi le mani tra le gambe camminando come sconsiderati. Non più una nota geniale saliva alle orecchie di Mozart e non più un'esigenza di pittura correva per le dita di Leonardo: entrambi diventavano complete nullità e se avessi domandato loro – in quel preciso istante – per cosa avrebbero pagato o dato un brano della loro intelligenza, secondo me tutti e due avrebbero messo al primo posto il paradiso di svuotare la vescica. Sto pensando anche agli uomini di grande malvagità e rinomata ferocia: Hitler, perfino, se gli veniva una di quelle pisciate lì, mentre si trovava tra i suoi soldati schierati a menar stronzate, neanche più un ebreo pensava di voler bruciare, perfino gli omosessuali gli sembravano tutti improvvisamente simpatici e qualunque razza diversa dalla sua gli appariva all'improvviso impregnata del più elementare diritto all'esistenza. Non sto dicendo che sarà una pisciata a salvare il mondo, ma che una cagata – volendo – si può anche rimandare.

mercoledì, 20 aprile 2005

Non fatevi ingannare: non è un post sul Papa
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Raramente ho sentito un accento tedesco stereotipato come quello di Ratzinger: dice certe -V- al posto delle -U- che neanche il cattivone di turno dei cartoni animati. Non ne so nulla di questo Papa. Non ne sapevo e non ne so nulla di quello vecchio. Una cosa, però, mi pare certa: connotazioni socio-cultural-politiche a parte (è nazista, è fascista, è relativista, è antimilitarista, è teutonico dalla testa ai piedi, è la fine del mondo, è l'anticristo, è il nuovo Hitler, è il nuovo Costanzo), Benedetto XVI non ha gli stessi occhi di Giovanni Paolo II. Beninteso: non tifavo per Wojtyla (non era un angelo, né un'anima dai pensieri necessariamente candidi e ha detto - come tutti - un bel po' di stronzate nel suo esistere). Ma gli occhi. Gli occhi di Wojtyla erano un concentrato di predestinazione, di assolutezza, di potere, di forza e magnetismo. Questo tedesco qui, nessuno mi toglierà dalla testa che assomiglia al perfido Mister X dell'Uomo Tigre - ve lo ricordate? - il sicario di Tana delle Tigri*.

Ho visto una foto, tempo fa. Ritraeva gli studenti di una classe dell'Actor's Studio. C'erano una quarantina di giovanissimi attori nel pieno dei loro corsi. Un cerchietto rosso circondava uno di loro in particolare: un bel tipo, spiccava senza una sola ragione su tutti gli altri. Ce n'erano di belli, ma quello nel cerchietto aveva qualcosa in più. Gli occhi: spaventosamente predestinati. Quel petto un po' all'infuori diceva a tutti gli altri: io diventerò qualcuno. Io sarò l'unico nome conosciuto qui dentro. Ed era vero: diventava pacifico anche ad uno sguardo superficiale. Mentre la foto veniva scattata, tanto tempo fa, quel giovanotto in carne se lo sentiva già addosso il cerchietto rosso. Paul Newman a 24 anni - diceva la didascalia.

Ci sono occhi e occhi. Wojtyla aveva occhi in grado di dipingere la Cappella Sistina. Ratzinger ha occhi da impiegato sottopagato, al massimo. Provate anche voi, con quelle vecchie foto del Liceo: c'è sempre qualcuno che spicca sugli altri. Cerchiatelo di rosso e aspettate che passino gli anni.

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* devo
ritrattare sulla somiglianza con Mister X. Ego Sconnesso mi ha illuminato e non ci sono più dubbi
su chi sia realmente Ratzinger.

venerdì, 11 marzo 2005

Chissà come sarei adesso
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Non è tanto il fatto che a scuola andavo malissimo. Sì, non studiavo mai e non mi sono mai avvantaggiato i compiti. Mai andato volontario a un'interrogazione e mai partecipato a una gita scolastica. Ero un piccolo, peloso ragno che sognava di essere un puledro con una di quelle belle criniere: si può immaginare una condanna peggiore? In più ero anche piuttosto sfigatello: cinque anni di superiori senza mai alzare gli occhi dalla punta delle mie scarpe. Cinque anni di superiori e l'approccio più azzardato che io abbia mai osato verso una ragazza deve aver riguardato la sfera del Prestarle Un Temperamatite Durante l'Ora di Disegno. Eppure - nonostante lo scenario surreale - c'era una cosa che più di ogni altra mi gettava nel panico profondo; una cosa che superava per insopportabilità anche l'algebra e il greco. Questa cosa era per me il buco nero sopra la mia gioventù, quella cosa - ce n'è una per ogni ragazzino, credo - che di notte mi faceva rigirare nel letto portandomi a pensare: "Voglio diventare grande, voglio diventare grande, voglio diventare grande". Questa cosa era dover andare in un'altra classe a chiedere qualcosa.

 

Succedeva sempre che la professoressa mi domandasse la cortesia (l'ordine!) di recarmi - per dire - in IV B a chiedere il gesso/una circolare/il registro. Succedeva anche che ci andassero altri, per carità, ma il più delle volte (almeno dal mio punto di vista ossessionato) era a me che toccava. Una mazzata: il cuore cominciava ad andarmi a mille, percorrevo quel corridoio di marmo a chiazze con l'angoscia del condannato a morte. Facevo un giro lunghissimo per arrivare a destinazione, così, nella speranza che l'ordine venisse revocato all'ultimo momento (la grazia!). Poi me ne rimanevo con il pugno a un centimetro dal legno della porta (di un beige anonimo come mai dovrebbero essere i colori), gli occhi sempre sulle punte delle mie maledette scarpe. Qualche volta il coraggio me lo inoculava il passaggio di un bidello: allora mi imbarazzavo il doppio e mandavo giù la pillola in un sorso - indeciso perfino se sarebbe stato meglio bussare una o due oppure tre volte - pur di non dover elargire altre spiegazioni. Dentro, poi - in dubbio se richiudermi la porta alle spalle o lasciarla aperta - mi sembrava che tutte le risatine e i mormorii fossero per me; mi pareva che sulla lavagna ci fosse scritto il mio nome e che tutti dai posti lanciassero freccette. Ogni volta avrei voluto scomparire in una nuvola di foglie secche e ritrovarmi inspiegabilmente a casa, nella mia cucina a mangiare gli spaghetti  al pomodoro di mamma.

 

Io pagherei oro - oggi - perché una magia mi riportasse a quegli anni, in quello stesso corpo e in quegli stessi vestiti, ma con un'altra considerazione di me stesso. Che sogno sarebbe: arriverei di corsa a una di quelle porte beige, darei due o tre colpetti veloci e risolverei la pratica. Anzi sai che ti dico? La sfonderei con una spallata, quella porta, mi rotolerei dentro come Rambo, eseguirei il mio compito davanti alle bocche spalancate di tutti - prof compresa - e me ne andrei portandomi via la più bella della classe. Ostenterei il mio Essere, gliela farei vedere io a quelli lì e mi richiuderei la porta con tanta forza da far cadere l'intonaco dalle pareti. Ci penso qualche volta e, davvero, chissà come sarei adesso.

lunedì, 28 febbraio 2005

Milioni di domande
Categoria:filosofia, scritto da granduca di palau


Capita spesso che mi faccia milioni di domande. Altrettanta cifra di giustificazioni per coprire quello che in teoria, non ha motivo di essere coperto. Perdo tempo.

Forse.
Il Granduca

giovedì, 24 febbraio 2005

Primitive istintualità
Categoria:filosofia, quotidianismi, scritto da stefano havana


Certe volte mi ritrovo a pensare che mai nessuno di tanto geniale e rivoluzionario c'è stato al mondo quanto quei due - meravigliosi pazzi - che un giorno di un miliardo di anni fa, quando le macchine e i palazzi non esistevano, quando la gente ancora andava in giro scalza, quando l'inquinamento era una parola sconosciuta, talmente tanto tempo fa che le cose per chiamarle bisognava indicarle col dito - questi due - esseri superiori e dotati di un intelletto unico e mai più ripetuto, neanche dai più grandi genii, all'improvviso dopo essersi guardati negli occhi e - cosa fondamentale, perché adesso è facile ma allora... oddio! - prima che chiunque altro lo avesse mai fatto prima e dunque non sapendo affatto come farlo, ecco, avvicinarono le loro facce emozionate e si regalarono il primo bacio sulle labbra dell'umanità.

mercoledì, 16 febbraio 2005

Dare un senso all'amore, ma perché?
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Stamattina mi ci sono messo d'impegno. Perfino in palestra non sono andato. Mi sono messo seduto, con i gomiti puntati sul tavolo e le due mani strette a pugno vicino alle orecchie e ho detto a me stesso: sù, adesso trova un senso all'amore.

Dice: perché trovare un senso all'amore?

Trovare un senso all'amore val bene una messa perché se ci cascano tutti e se pure io ci sono caduto tempo addietro, ebbene non possono essere tutti imbecilli indiscriminatamente e non posso essere stato io - soltanto due o tre anni fa - ingenuo a tal punto. Quindi avanti: trova un senso all'amore. Perché la gente si ama? Perché un uomo preferisce chiudersi a riccio dentro un rapporto piuttosto che correre nudo in un campo di margherite e copulare con giovenche carnalmente eccitanti? Perché una donna dovrebbe dismettere gonne corte e abiti aderenti per la gelosa avidità del proprio partner?

Trova, trova un senso all'amore. Avanti, cazzo. Concéntrati.

Ci deve essere da qualche parte, questo senso. Certamente non nelle braccia conserte di lui che reagisce con spropositata rabbia al ritardo di lei. Dove deve stare scritto che a fronte di un imprevisto capitato, non possano esserci motivazioni che tengano? Perché in un rapporto amoroso una spiegazione diventa ineluttabilmente una scusa?

Ma il senso. Trova il senso dell'amore.

L'esempio più tipico. Coppia in macchina, al termine di una gradevole giornata.
Lei: "Tesoro, vuoi un caffè?".
Lui (dopo breve e onestissima conversazione interiore cervello-stomaco): "No, grazie".
Lei (dopo fragorosa e inconcepibile conversazione bocca-utero): "Non capisco perché non vuoi mai fare niente con me. Che ti ho fatto?".

E' a questo punto - più o meno - che ti passa per la testa l'irraccontabile perversione di raccogliere da terra un ramo di ciliegio e fracassarle le ossa parietali della scatola cranica. Perché l'amore è l'amore - si sa - e allora si passa sopra a tutto, tuttavia perché - mi chiedo io - perché si deve giustificare l'insolente imbecillità del rapporto medio di coppia, facendola passare per litigiosa passionalità?

Smettila. Smettila.
Trova un senso all'amore.
Pensa.

Pensa alle serate insieme, solo voi due. Al cinema mano nella mano. Oppure ai film noleggiati o a una vetrina in cui vi siete specchiati. Pensa alle luci di Natale o ai sorrisi che avete nascosto dietro una mano per qualcosa di buffo osservato per la strada. Pensa al nuovo vestito di lei: poterle dire che le sta talmente bene che non la vorresti di nessun altro. A quell'attimo di follia che ti ha preso, mentre l'abbracciavi da dietro e le sussurravi nell'orecchio - credendoci perfino - che sarebbe stato per sempre. Pensa alle lacrime che hai versato, quando lei ha cominciato a preferire un altro. Pensa al ricordo dei suoi pigiami scemi. Pensa ai nodi che hai nell'anima di tutti i pranzi e le cene che avete fatto insieme e alla sua aria buffa mentre sceglieva un primo piatto e tu la spiavi da dietro il menu. Pensa alle vacanze trascorse abbracciati, mentre le cose succedevano. Pensa agli insegnamenti che le hai dato e agli insegnamenti che ha dato lei a te. Pensa ai litigi - tutti te li ricordi -, ai momenti di passione e a quelli di dolcezza. Pensa al ricordo più bello che hai, quello morbido e sinuoso della consistenza della sua pelle mentre lentamente vi addormentavate insieme, intorpiditi l'uno del sonno dell'altra. Pensa che tutto sommato non ti è mai piaciuto dare un senso alle cose. Pensa che non è che dai un senso al suono di un blues, per esempio. Tamburelli le dita sulla prima superficie levigata che trovi e basta. Ne prendi atto e ti senti felice. Pensa che quando sei innamorato - così come in quei quattro minuti e quarantasette secondi della tua canzone preferita - succede che senza fare nulla di che, diventi semplicemente una persona migliore.

E tienitelo così, l'amore.
Oh yeah.

mercoledì, 19 gennaio 2005

Questo sì che è anticonformismo
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Io non l'ho mai capito cos'è che spinga la luna a starsene su in cielo pure quando è mezzogiorno esatto. Né voglio saperlo: la risposta deve essere per forza di un'ovvietà scientifica imbarazzante. Deve riguardare la luce, la magnitudine, l'esposizione, la posizione della terra, la stagione in corso, il momento politico o che so io. Non mi interessa: ci sono cose - stupide, per carità - che pretendo rimangano senza risposta. L'amore, l'odio, Berlusconi al governo, la gioia immotivata, la Juventus iscritta al campionato nonostante la frode sportiva: certe volte la verità indossa abiti dal colore insopportabile, freddo, ebete. Perché, allora, la luna se ne sta in cielo pure quando nel mondo è mezzogiorno?

Cosa s'è dimenticata? Perché è così in ritardo? Lo sa che l'ho scoperta? Con chi ha fatto l'amore tutta notte per restarsene così, tanto profondamente addormentata? E' ubriaca? E' stata una notte di bagordi? E' questione di un dispetto? Di beata testardaggine? Narcisismo? Egocentrismo? Se ne sta lì la luna, certe volte che tu stai quasi per andare a pranzo e sorridi, pensi alle tue cose, ai tuoi amici, al mondo che ti è intorno e decidi che forse è questo il più alto grado di rivoluzionario anticonformismo.

lunedì, 27 dicembre 2004

Che poi a vivere non s'impara mai
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Diciamo tanto dei pesci: li indichiamo con la punta del dito e ne ridiamo. Ah che stupidi. Un milione di anni e ancora non capiscono nulla di lenza e di amo. Ogni volta abboccano. Così diciamo mentre ci spalmiamo sù un etto di maionese e un pizzico di sale.

Ma - pensavo - che facciamo noi esseri umani, se non lo stesso?
Tutto si riduce al fatto che a vivere non s'impara mai. Prendiamo l'amore: ne restiamo tutti delusi prima o poi. Si piange di notte o chiusi nel cesso, si danno i pugni all'ascensore, ci si guarda allo specchio e a labbra strette ci si dice: mai più. Chi non ha pianto disperatamente almeno una volta nella vita per amore? Chi non si è sentito usato, sfruttato, incompreso, messo da una parte, dimenticato per amore? La conosciamo a memoria la lenza dell'amore e quel verme galleggiante: vediamo il filo, scorgiamo addirittura la sagoma del pescatore oltre il pelo dell'acqua. Ci siamo feriti mille e mille volte eppure puntualmente apriamo la bocca e -gnam! - ci caschiamo con tutte le pinne.

Gli incidenti stradali: ne abbiamo visti e sentiti a centinaia di morti per le strade. I telegiornali, i bollettini, le pubblicità progresso. Uno la scampa bella, si ritrova a ringraziare iddio anche se non ci ha mai creduto: addirittura se ne sta lì a recitare un paio di dimenticate preghiere, salvo poi schiacciare nuovamente il piede sull'acceleratore al primo rettilineo. Lo conosciamo l'amo del pericolo, la lenza dell'imprevisto: anche in questo caso diciamo quella parolina magica - mai più - e invece a bocca spalancata mandiamo giù l'ennesima esca. E gli esami per cui non si studia mai abbastanza e le occasioni perse e quella scopata senza preservativo e le vacanze organizzate in ritardo e i propositi di correggersi e di non caderci più: gnam!, quell'amo che si incaglia in gola e non ti lascia andare.

La vediamo la lenza. La vediamo la canna. Lo vediamo il pescatore: l'unica cosa che non vediamo - forse - è il lago, l'enorme lago o mare in cui siamo tutti immersi e dove ci sentiamo sempre così orgogliosamente sicuri. Ci caschiamo sempre e poi diciamo dei pesci.

giovedì, 23 dicembre 2004

Certe volte ho paura
Categoria:filosofia, quotidianismi, scritto da stefano havana


Una ragazza con le maniche della maglia lunghissime che le coprono le dita. Un'altra ragazza seduta proprio sotto al finestrino: quando entro ci guardiamo perché lei è bellissima e ha due occhi che uno smette per un attimo di respirare. Fuori c'è il sole. Un signore non riesce a timbrare il biglietto. Un altro signore gli dice come deve fare. Le buste della spesa, le buste delle librerie e dei negozi di giocattoli. La zingarelle che spiano i bagagli dei pendolari. Una ragazza si morde l'unghia del pollice destro e contemporaneamente si guarda indietro: chissà chi la sta inseguendo.

C'è questo tipo a Via Veneto, che buffo. Dice: "Non sono nevrotico, me l'ha detto anche il neurologo". Lo dice ridendo però: io lo guardo di sfuggita e vedo molta barba, due occhi azzurri vispi e niente capelli. Chissà chi è: io mica riuscirei a dire una parola come "nevrotico", così alla leggera in giro per la strada. E se la dicessi ad alta voce subito vorrei specificare che non si tratta di me, che mi stavo riferendo a un altro - non sia mai la gente si mettesse a pensare che lo sono davvero, nevrotico. Tutti gli uscieri sulle porte dei grandi alberghi: c'è questo signore rosso rosso in faccia con una tuba altissima e un vestito da pinguino. Io non l'ho mai visto muoversi di un passo. C'è quest'altro, senza giacca, con i pantaloni così neri e un maglione così viola che mi viene da ridere. Mi nascondo le labbra dietro il collo alto della giacca, mentre aspetto il verde per attraversare. C'è questo grande albero di Natale, ma proprio grande, enorme, arriva fino al primo piano del palazzo e ai suoi piedi una bambina con un cappotto rosa fa roteare una pallina di vetro. Lo fa con la punta delle dita e quando la mamma la chiama dall'ingresso della libreria, lei aspetta che si fermi prima di raggiungerla.

Alla fine di Via Veneto, prima del Muro Torto, hanno chiuso la strada: c'è una vigilessa bionda orfana della sua femminilità che protende mani senza anelli a guidatori senza tempo. Stanno girando un film: c'è Michele Placido che riconosco. Poi un altro attore deve cadere dentro una vetrina dopo una sparatoria: che forza. Spingo per arrivare a vedere e tutti che tengono il cellulare davanti al naso per fare foto e le recinzioni di ferro vibrano e fanno rumore. C'è un ragazzino, avrà dieci anni, che non è alto abbastanza per guardare: un altro - più grande, ma non abbastanza per esserne il padre -, lo prende in braccio e poi sulle spalle come a un grande concerto rock. Allora il piccolo ci sovrasta tutti e improvvisamente tanti anni passati a crescere sono cancellati e - non c'è niente da fare - vince lui.

Sono le dieci di mattina e, certe volte, inspiegabilmente mi sembra tutto bellissimo in giro, al sole. Mi sembra che tutti - io compreso - abbiano una marcia in più e tanti sorrisi, tanta allegria, tanto benessere, tanta leggerissima spensieratezza mi travolgono con cortesia. Certe volte mi rendo conto di essere tanto affamato di vita e talmente affezionato a questo mondo e alle cose semplicemente belle che - niente - ho paura.

venerdì, 17 dicembre 2004

Passatempi
Categoria:filosofia, scritto da granduca di palau


Non fate mai che il vostro passatempo diventi il vostro lavoro. Così dicono Molti e Saggi. Così credo io. Amare per non essere soli non è amare, ma è pensare di vivere meglio. Già mai soli, sempre con una persona che sta lì ma poi? Chi sa chi sei ? Chi sa quello che vuoi veramente? E' più facile in due che da soli, sapete. E allora molte volte stare insieme diventa un passatempo inutile, un voler scoprire un'altra persona per non saper scoprire se stessi. Ne conosco io, sapeste quanti. Ma sto zitto da una parte come mi piace spesso fare e non uscire a dirlo in giro. Che ognuno scelga di passare il tempo come vuole suonando boxando scrivendo studiando surfando correndo lavorando o, tentando di amare. Chi non lo fa almeno una volta nella vita? Il granduca.

venerdì, 17 dicembre 2004

Metti che tra dieci anni o giù di lì
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Quanto di quello che sono adesso tra dieci anni sarò ancora? E quanto di quello che adesso mi piace di me tra dieci anni esecrerò?

Mi spiego: se ripenso al me stesso del 1994, quattordicenne brufoloso e pieno di complessi, mi vergogno addirittura di essere stato così: eppure allora stavo bene. Voglio dire, mica passavo il tempo ad arrovelarmi il cervello prendendomela con me stesso per quello che ero. No: giocavo, correvo, andavo a scuola, prendevo sempre tre, c'era mamma che mi coccolava un sacco, i miei amici, i miei amorini adolescenziali, le pippe, i joypad, i fumetti porno nascosti nel mobile sotto al televisore, la Lazio di Zeman, gli incubi, Pamela Anderson. Insomma mi lasciavo vivere e vivere mi piaceva più o meno quanto adesso: però ci penso e scopro - giorno del signore 2004 - che ero detestabile e qualunquista in un sacco di modi diversi. Non dicevo mai nulla di granché intelligente, mi vestivo a casaccio, non mi pettinavo, non curavo il mio fisico e mangiavo un sacco di tegolini a merenda. Avevo una maglietta - me la ricordo - orrenda, larghissima a strisce viola e rosse verticali che mettevo sempre perché mi piaceva. Mi piaceva? Ero dozzinale, il classico pipparolo qualunque, quello per cui le mamme degli altri ragazzini dicevano sempre: che educato che è. E che begli occhioni blu che ha. Ma cazzo: questa è roba da famiglia Jefferson. Io detesto essere amabile: io sono pieno di sconsiderati difetti a cui non voglio porre rimedio.

E allora come la mettiamo?
Dieci anni fa ero in tutto e per tutto quello che oggi non vorrei mai essere. Allora mi vengono gli incubi: e se anche adesso io fossi come tra dieci anni non vorrei mai essere? Sarò giusto allora o sarò stato (sono) sbagliato adesso? E' un folle paradigma temporale che mi attanaglia l'anima mentre gioco a Fifa2005 e che non mi fa essere freddo sotto porta.

martedì, 07 dicembre 2004

Tempi moderni
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


L'erba voglio nel giardino del Re cresce eccome.

domenica, 14 novembre 2004

Anche se...
Categoria:filosofia, scritto da granduca di palau


Anche se non c'ero ero lì. Con Te che stai per non esserci più. Ma ero lì in tutti i momenti dal momento che ho saputo che il momento sta per giungere. Altre volte mi è successo di provare ciò che si prova. Dalle luci di una Firenze vista dall'alto ho pensato che tutto finisce e tutti finiamo. Col sorriso sulle labbra, perché va così e urlare e bestemmiare non serve a nulla se Qualcuno ha deciso così, Qualcuno che non ha tempo da perdere per fermarsi davanti a un dolore piccolo, minuscolo, di fronte al Dolore, grande, del mondo. Riscoprire il Senso è riscoprire la vita, lunga ma corta, bella ma difficile, gioiosa come mi hanno insegnato a pensare che sia. Un'immagine e un suono di voce che rimane nella testa: mi servirà per ricordarTi per sempre dall'attimo in cui sarai sopra di me. Il Granduca

martedì, 09 novembre 2004

Credo
Categoria:filosofia, scritto da stefano havana


Credo nell'incoerenza.
Credo che un uomo possa cambiare idea.
Credo che un'idea possa cambiare un uomo.
Credo che un uomo e un'idea possano cambiare il mondo.

Credo negli angeli custodi.
Perché sono ancora vivo e non può essere merito mio.

sabato, 06 novembre 2004

Sarà
Categoria:filosofia, scritto da granduca di palau


Sarà che a volte, ragazzi miei, non capisco il mondo che mi circonda ma vi giuro che faccio fatica a comprendere i comportamenti delle persone. E mi spiace perché credevo fosse una mia caratteristica personale, una sorta di piccola specializzazione della vita. Sì, mi sentivo un operaio specializzato in caratteri. Ma da un po' di tempo sfuggono al mio orgoglioso cervello delle sfumature.

Orbene come mai una donna non è mai contenta quando ha tutto e si mostra felicissima quando le cose sono vicine alla catastrofe? Questo è oggi il mio interrogativo, non starò a dire il perché o il per come né voglio sentire risposte del tipo "anche gli uomni sono così" perchè sono giunto alla personale conclusione che codesta è caratteristica solo femminile. E badate ci ho ragionato e posso portare mille esempi quindi sono irremovibile dalla mia posizione. Avete per caso mai osservato in certe coppie portate alla lunga come facciano delle cose bellissime tipo viaggi e quant'altro senza alcun godimento? E avete per caso mai notato come a volte senza far nulla due persone possano divertirsi mentre voi magari li guardate e pensate "madonna che palle" dato il vuoto intorno? Sì, è forse un problema di spirito, di come si affrontano le cose. Ma credo che le donne soffrano più degli uomini la mancanza di novità, di mistero: credo che l' uomo si abitui di più e riesca a divertirsi piu di una donna in molte situazioni. Non sono maschilista, per favore. Il granduca