sabato, 22 marzo 2008
E questi sono i delinquenti.
venerdì, 16 novembre 2007
Provocazione e sentimento
Categoria:sport, scritto da stefano havana
Dedicato a chi domenica scorsa se la ricorderà per sempre. Dedicato a chi non è riuscito a trattenere le lacrime e non ne ha provato vergogna. Dedicato ai ragazzi che muoiono ammazzati mentre dormono o mentre compiono il loro dovere di cittadini, oppure mentre se ne stanno tornando a casa con le mani ficcate in tasca. Dedicato a chi domenica mattina ha subito scritto o detto che si trattava di banda Noantri, che l'auto del ragazzo ammazzato era piena di armi, di esplosivo, che il ragazzo ammazzato era un teppista con un passato becero: voi. Siete. Merda.
Dedicato a chi ama il calcio. Dedicato a chi pensa che quei maledetti 90 minuti possano anche valere un'esistenza intera. Dedicato a chi le più intense emozioni della propria vita le ha provate dentro a uno stadio e così anche le delusioni più appuntite. Dedicato a chi ha perso un padre o un familiare e, ricordandolo oggi, è comunque legata al calcio la prima immagine che gli viene in mente. Dedicato a quelli che Nick Hornby è il miglior scrittore vivente, anche se non lo hanno mai letto. Dedicato a chi tra una serata con la donna della propria vita e la partita sceglie comunque e sempre quei novanta minuti maledetti.
Dedicato a chi parla con i terzini. Dedicato a chi non ha paura di cominciare un coro allo stadio. Dedicato a chi i tornelli gli fanno cagare. Dedicato a chi c'è stato 100 volte in quegli autogrill e sa che se 99 volte va tutto bene, basta una sola cazzo di volta in cui uno alza le mani o la voce, per leggere il giorno dopo sui giornali che i tifosi sono sempre gli stessi e che bisognerebbe vietare le trasferte. Dedicato a chi non può più entrare allo stadio perché ha scelto di non fare un passo indietro. Dedicato a tutti i forcaioli che non hanno mai conosciuto un carcere. Dedicato a chi s'è fatto mesi dentro senza un perché, mentre altri sguazzano tuttora in una poltiglia schifosa che si chiama impunità. Dedicato a chi si nasconde le facce dietro le sciarpe e il lunedì mattina presto va a lavorare in fabbrica in tram perché il Suv non ce l'ha mai avuto e mai ce lo avrà. Dedicato a chi ha sfondato quei vetri a Bergamo perché non si giocasse una partita di plastica, macchiata di sangue, ipocrisia e menzogna.
Dedicato a chi, come noi, s'è sentito in dovere, domenica sera, di incontrarsi tutti insieme da qualche parte, come dopo l'11 settembre, quando ci si chiamava a vicenda per sapere se andava tutto bene e per capire cosa sarebbe stato giusto fare. Dedicato a chi non è mai stato razzista e mai lo sarà, epperò durante quei maledetti 90 minuti non c'è un nero che non sia un negro dimmerda esattamente come non c'è un pelato che non sia malato di leucemia. Dedicato a chi dice le parolacce e a chi non gliene frega un cazzo di vedere i bambini sulle spalle dei papà allo stadio. Dedicato ai caffè borghetti, uno duemila, tre cinquemila. Dedicato a chi non ha voglia di uscire, la domenica sera, se la propria squadra le ha prese. Dedicato alle macchine parcheggiate in quarta fila quando gioca la Roma.
Dedicato a tutti quelli che il calcio non sarà mai solo uno sport. Dedicato a quelli che se non ci stanno due porte alle estremità, nemmeno lo chiamano SPORT. Dedicato a quelli che pure sul 5-1 per gli altri non lasciano il proprio posto allo stadio. Dedicato a quelli che non mangiano prima di un derby. Dedicato a quelli che vanno in trasferta: non riusciranno mai ad impedircelo, perché ci mischieremo, ci nasconderemo, ci guarderemo le partite arrampicati sugli alberi, sui piloni dell'elettricità, dappertutto, perché potrete levarci la vita da 80 metri di distanza ma non quei 90 minuti. Dedicato a chi passeggia per le strade della città ospitante cercando quel ristorante che gli hanno consigliato in curva la domenica prima. Dedicato ai viaggi di ritorno. Dedicato a chi guida. Dedicato a chi dorme. Dedicato a chi lo sa che non esiste nessuna grande opera d'arte al mondo e nella storia dell'umanità che possa dare la medesima emozione che corre sul filo tra il momento in cui l'arbitro fischia il rigore e l'attimo in cui il tuo giocatore si leva le mani dai fianchi.
Dedicato a chi davanti a una carica della polizia non ha mai fatto marcia indietro. Dedicato a chi marcia dietro gli striscioni invece di criticare dalla poltrona del salone. Dedicato a chi è tornato a casa con le ossa rotta. Dedicato a chi a casa non c'è tornato più. Dedicato a chi ha detto no a matrimoni e amici per esserci. Dedicato a chi ha capito qualcosa in più della propria esistenza al minuto 94.
Dedicato a chi pensa che ogni calcio d'angolo possa diventare goal. Dedicato a chi ha visto passare i più grandi calciatori del mondo nella propria squadra e oggi si abbraccia per un gol di Stendardo. Dedicato a chi esulta stretto a perfetti sconosciuti. Dedicato a chi ha pianto e riso a crepapelle e che oggi non ha un solo ricordo che non sia legato in qualche modo a una partita di pallone. Dedicato a chi pensa che le donne non ne capiscano un cazzo. Dedicato a chi non ne vuole sapere la domenica. Dedicato a chi ci spende tempo, soldi e battiti di cuore nonostante lo schifo che c'è dietro.
Dedicato a chi rallenta sempre, in macchina, quando passa davanti a un campetto di merda dove stanno giocando una partita di merda di cui si parlerà fino a giovedì. Dedicato a chi non sa niente di Londra, Madrid e Barcellona fatta eccezione per lo stadio. Dedicato a chi si manda gli sms dopo un gol con dentro scritto semplicemente: "Goooooool!". Dedicato a quelli che si danno appuntamento al bar. Dedicato a quelli che al bar ci rimarranno per sempre. Dedicato a tutte le sconfitte che ci siamo infilati nel culo per poi fottercene una settimana dopo, come se mai niente fosse accaduto. Dedicato a chi se lo sentiva. Dedicato ai profeti del pronostico.
E' dedicato a noi questo post.
E' dedicata a noi questa settimana difficilissima che c'è stata. Noi che non saremo mai come voi ma che non per questo vi additeremo a distanza. Troveremo altri cordialissimi punti di comune interesse. Solo, per piacere, adesso lasciatelo riposare. Lasciateci in pace. E basta anche con gli slogan: Gabriele no, non vive. Tantomeno suona. Sta lì dove i morti stanno. E così sia.
martedì, 06 novembre 2007
Sei tu che l'hai resa Magica
Categoria:sport, scritto da andy capp
Sai perché mi sono commosso ieri quando ho letto la notizia che te n'eri andato?
Alla radio passavano Roma Capoccia, era la dedica che aveva richiesto un tifoso commosso, e sulle note di Venditti andavano le parole indimenticabili di Giorgio Bubba da Marassi: "E' la fine, la Roma è Campione d'Italia, sono le 17.45 [...] è un momento eccezionale, gentili ascoltatori, che non abbiamo mai descritto nel corso di nessuna partita, di nessuna conclusione di nessun campionato di serie A che abbiamo descritto in circa in 23 anni di attività in questa trasmissione".
Era l'8 maggio 1983.
Mi sono commosso ieri perché hai portato via con te un pezzo della mia infanzia. Ero bambino quando sentivo parlare del Barone, della zona mista, di Di Bartolomei falso libero e della ragnatela. Ero un po' più grande quando cominciai a intuire la tua grandezza. Sorrido ancora oggi quando in tv passano L'allenatore nel pallone. C'è Lino Banfi che davanti allo specchio prova a farti il verso imitando una tua foto, e poi dopo ci sei tu nei panni di te stesso, che dopo il 5 a 0 rifilato alla Longobarda lo saluti con il cinque della mano aperta e quell'indimenticabile: "Ciao Canà" .
Caro vecchio Barone nostro, uno non può andarsene così in punta di piedi, dopo anni di discreto silenzio in un mondo del calcio dove è l'urlo a farla da padrone. La tua sottile ironia e la tua classe immensa poco avevano a che spartire col dio denaro che governa oggi il pallone delle televisioni. No, tu non eri per i riflettori, meglio starsene tra i vitigni del Monferrato con la tua amata moglie, che ora potrai riabbracciare, per dedicarti all'altra tua grande passione.
Hai fatto bene a goderti la vita vecchio Barone. Sei riuscito a farti amare da due grandi tifoserie come quella milanista e romanista, che per un giorno hanno messo da parte l'odio che le divide da anni. Ma tu eri così, ti riusciva l'impossibile, amavi stupire. Come quando a quel cronista dicesti: "La mia partita migliore è stata Brasile-Svezia del '58". Finì 5-2, è vero, ma tu "eri uscito sull'1-0", amavi sottolineare. Una vita di aneddoti, racconti, battute sorridenti. Una carriera da campione assoluto in campo e in panchina. Tu sei stato un vero signore del calcio. Mai sopra le righe. Ci sarà una bella compagnia lassù ad aspettarti, il presidente Viola, il capitano Agostino. E ora tu, l'allenatore di quella squadra che è stata unica per tutti noi. Grazie per quello scudetto che ne vale 100. Grazie soprattutto di aver reso Magica la nostra Roma.
lunedì, 17 settembre 2007
I Dieci Comandamenti
Categoria:sport, scritto da stefano havana
Che voi veniate qui a leggere le cose che scriviamo mi rende molto felice: è un onore che ci fate e io non so che dire. M'inchino. Che su alcune cose, il G8 di Genova, il calcio, per dirne due a caso, io sia portatore di alcuni (pochi) convincimenti che vi fanno oltremodo incazzare e puntualmente essere in disaccordo con me (e spesso pure con Andy Capp) è un altro dato di fatto: davanti a questo, allo stesso modo, io mi prostro, tant'è, siamo come siamo, cerchiamo di divertirci insieme senza che le divergenze minino troppo i nostri rapporti. E' proprio questo il bello. O l'interessante. O tutte e due le cose.
Però vorrei stilare ora e per sempre la mia lista dei Dieci Comandamenti Inerenti Il Calcio E Il Modo Di Viverlo che vorrei fossero chiari anche per eventuali post futuri sull'argomento. (che comunque sono l'assoluta minoranza, lo sapete) Così che chi reputi questa serie di Comandamenti troppo lontana dalla persona che si sente di essere, allora possa liberamente, felicemente, serenamente, andarsene altrove. (sempre che non gliel'abbia ordinato il dottore. Tipo: ossessione compulsiva da Noantri. E allora m'inchino di nuovo. Però rigorosamente dietro presentazione di certificato medico) Perché questo è quello che siamo e, come ha detto un caro amico, nonostante tutto il rispetto e la voglia di ascoltare le vostre opinioni, non saremo mai come voi.
1) Il razzismo nel calcio non esiste. Esiste il razzismo, punto. Se voglio sentirmi sicuro, se voglio andare in un posto leale, io vado allo stadio. Semmai evito le villette di piccoli centri cittadini o montani, evito i parcheggi del lungomare laziale, evito il Parlamento, evito il Billionaire, e, soprattutto, evito la camera da letto dei miei familiari, parenti e amici, vista la tendenza all'accoltellamento facile di questi ultimi tempi. Il male del pallone non sono i tifosi, non sono gli Ultras. Lanciare un fumogeno in campo è un atto piuttosto cretino: ma chi lancia un fumogeno in campo, la sera, poi, dovrebbe poter tornare a casa a guardare Controcampo SENZA vedersi per forza proiettato in primissimo piano su tutti i video wall del mondo con la dicitura in basso "Criminale", perché quello non è un criminale. E' uno scemo. E gli scemi, in genere, non stanno in carcere ma tutti a casa a leggere o a fare i blog. Ne conosco tantissimi di scemi e ci vado molto d'accordo: non meritano di stare in carcere. A me non piacciono i tifosi di professione, mi stanno antipatici, non li frequenterei volentieri, penso sempre che potrebbero trovarsi altro da fare, e di più costruttivo, ma quelli non sono criminali, non dovrebbero andare intercettati e, anche loro, come gli scemi, dovrebbero poter tornare la sera a guardarsi Controcampo, col telecomando in mano, e non aspettare il proprio turno nella sala mensa di Regina Coeli o Rebibbia. O Alcatraz.
2) Io non sono razzista. Amo i negri e mi stanno molto simpatici pure i froci. Premessa questa, odiosa ma necessaria, perché spesso il livello del ragionamento scende penosamente verso confini pre-fognari. E siccome non sono razzista e siccome il razzismo nel calcio non esiste, ma esiste punto, così come la violenza, vi dico che allo stadio per me un negro che gioca in una squadra avversaria non sarà mai niente di diverso da un: (seguono esempi) "negro di merda", "scimmia urlatrice", "congo, vatti appendere a una liana", "mannaggia alla foresta da dove sei venuto", "africa di merda", "negro bastardo", "razza inferiore". Gli stessi epiteti sono da me reiteratamente lanciati, allo stadio, nei confronti di: calabresi, siciliani, milanesi, toscani. E napoletani: io sono napoletano. Ma quando quel mezz'uomo di Cannavaro (vostro campione del mondo) spaccò le gambe a Behrami con un intervento da criminale incallito e recidivo qual è, io gliele urlai tutte, perfino in accento napoletano, perché si sapesse da dove venivo e da dove veniva tutta la mia famiglia: (seguono altri esempi) "Napoletano di merda", "Coleroso infame", "Vesuvio lavali col fuoco", "Napoli colera", "Napoletano testa di cazzo". Tutte gliele ho cantate, anche se sono napoletano. Perché il calcio è il calcio, la passione sportiva voialtri non sapete neanche dove infilarvela e durante quei 90 minuti non c'è niente (niente), neanche un lutto, un dolore, una malattia, non c'è niente, niente esiste di più importante al mondo della tua squadra. Fine. Anzi un'altra cosa: lo stadio non è una zona franca. Ci sono delle leggi come da altre parti. E io le rispetto in pieno. Vi dà problemi la volgarità? Impossibile. Non andreste allo stadio: non amereste il calcio. Il calcio è uno sport volgare, maschio, fatto di gente che sputa catarro in eurovisione e che bestemmia in primissimo piano. Io sento e dico molte più parolacce nel traffico. E anche voi. Quindi non venitemi a dire che le parolacce e la volgarità non vi consentono di godervi il match con i vostri bambini. Perché mi fate ridere. Poi piangere. Infine disperare. Per ultimo sperare che i vostri bambini non vengano su com
3) Dire "negro di merda" a Seedorf quando ti ha segnato da 28 metri al 91' minuto di una partita dominata, non ha niente a che vedere col fatto che potrei prendere a pugni Seedorf se lo incontrassi (anche perché avrei di sicuro la peggio, in quanto Seedorf è un Uomo Fisicamente Totale). Dire "zingaro di merda" a Stankovic, che dopo dieci anni alla Lazio bacia la maglia dell'Inter sotto i miei occhi, non significa "stare a un passo dall'andargli a incendiare l'appartamento". Se incontro Stankovic ubriaco al bar l'unica cosa che mi verrebbe in mente di fare è offrirgli un'altra birra. Così come Seedorf diventerebbe immediatamente un Assoluto Mito se, per caso, durante l'intervallo, nello spogliatoio, si cambiasse maglietta e tornasse in campo con i colori della Lazio addosso. Negro o non negro. Invece quando tu mi accoltelli un tizio a San Lorenzo perché ti ha rubato il parcheggio, ti assicuro che non c'è intervallo che tenga. Quello sempre morto ammazzato rimane.
4) Conosco gente che ha lanciato fumogeni e petardi in campo che è migliore della metà di voi. (se è per questo conosco gente che ha lanciato fumogeni e petardi in campo che NON è migliore della metà di voi)
5) Non sono un tifoso della Nazionale di calcio (ODIO la Nazionale di calcio perché detesto tutti i giocatori che ne vestono la maglia) però mi rendo ugualmente conto che fischiare l'inno nazionale francese dovrebbe essere, non un sacrosanto diritto, ma un preciso dovere.
6) Sempre come ha detto quell'amico: io col ca... dentro al cu... non mi siedo comodo. Sedetevici voi, se vi va.
7) Il calcio non è uno sport. E' una passione.
8) L'emozione più forte della mia vita l'ho provata dentro uno stadio, quando Cucchi disse l'ora (le 18 e 4 minuti) e la data (del 14 maggio 2000) e poi fece il suo annuncio (la Lazio è campione d'Italia). Dubito fortemente che proverò le stesse emozioni quando prenderò per la prima volta in braccio mio figlio. Dubito fortemente. A meno che non assomigli già di primo acchito a Veron. Quella è stata la più forte in assoluto, ma tutte le altre più forti provate, parlo di emozioni, non forti come quella ma forti ugualmente da essere ricordate, ebbene, pure le altre, almeno fino alla decima posizione di classifica, io le ricordo dentro uno stadio o davanti alla televisione (ultima, cretinissima, la qualificazione alla Champions League di un mesetto fa. La prossima, già lo so, quando la mia triste, rabberciata, zoppicante squadra, si schiererà in campo al suono di quella musichina accanto a quei Mostri del Real Madrid)
9) Se non siete almeno appassionati la metà di così (e io non sono minimamente tra i più appassionati della mia cerchia d'amici!) siete pregati di non commentare mai più a caso post inerenti il calcio e la passione sportiva. Aspettate il prossimo post per dire la VSQ*. Di spazio non ne mancherà mai.
10) Il tizio che ha stanato quello scemo di tifoso juventino lanciatore di petardi, e che l'ha fatto arrestare, dopo un processo per direttissima, non è un eroe: è una spia. E lo stadio dovrebbe essere inviso a lui, come al tifoso che ha lanciato il petardo. Perché se uno è scemo, l'altro è un pezzo di merda e fra i due non so bene quale dovrebbe essere l'esempio migliore da trarre.
Fine. Non v'ammorbo più ma era doveroso.
Ora passiamo pure ad altri argomenti. Per esempio questo. A proposito di chi dovrebbe stare dentro e chi fuori.
*Vostra Stronzata Quotidiana
lunedì, 03 settembre 2007
Finalmente un Silvio che mi piace
Categoria:sport, scritto da valerio roma
Non ci si può indignare per un calcio nel culo. Almeno, non fino a questo punto. Come molti di voi sapranno, Silvio Baldini, allenatore del Catania, ieri non s'è potuto sedere in panchina, perché punito con cinque giornate di squalifica e una ammenda di 15 mila euro per avere sferrato il suddetto calcio (di punta, perfino) al collega allenatore del Parma, Domenico Di Carlo, durante la prima giornata di campionato.
Baldini non andava punito così pesantemente. Cinque giornate sono troppe. Lui, allenatore mediocre ma personaggio vero e schietto, ha riportato in Serie A un po' di sano provincialismo, di sana genuinità. Perché il calcio è uno sport popolare, che deve vivere di queste cose. Il suo gesto sembrava una scena uscita da "L'allenatore nel pallone". Non è un qualcosa di violento, non incita alla violenza, non crea violenza. E' un semplice calcio nel culo, una reazione rabbiosa, tant'è che la prima sensazione della gente (e dello stesso Di Carlo), domenica davanti alla tv, è stata quella di riderci sopra.
Mi capitò un episodio molto simile quando giocavo negli Juniores di una squadra che si allena qui vicino casa. Il nostro allenatore diede una pedata nel sedere a un accompagnatore di una squadra avversaria. A noi fece ridere, alla Federazione un po' meno, visto che venne squalificato per un paio di mesi, se non ricordo male. Ma resta uno dei ricordi più belli della mia amara carriera calcistica. Censurare questi comportamenti non ha senso, giornali e televisioni hanno esagerato. Per fare un piacere a chi, poi? Non sono questi i gesti diseducativi, che armano la mano dei tifosi violenti. Non ce n'è uno, di questi personaggi, che si lascerebbe influenzare dal calcio di Baldini per caricare ancora di più il suo odio nei confronti di Polizia o tifosi della squadra avversaria. Quella è gente che quel comportamento lo adotta a prescindere. E io che sono una persona normale, come la gran parte delle persone che guardano una partita, voglio vederlo e rivederlo in televisione come fosse una pubblicità.
Voglio vedere nella sigla di testa di Controcampo la memorabile cavalcata di Carletto Mazzone, allora allenatore del Brescia, verso il settore dei tifosi atalantini al grido di "MERDEEEE, SIETE MERDEEEEE!". Diciamoci la verità, il calcio di Baldini è sicuramente meno violento dell'immagine di Franco Ordine che strilla e urla senza motivo su Italia 1. E sulla questione dei bambini, chi se ne frega, dico io. Non esageriamo, ci hanno riso pure loro, domenica sera, come è giusto che sia. Non sottovalutiamo sempre e comunque le potenzialità dei cervelli delle persone che guardano la tv, bambini compresi. La maggior parte riescono ancora a pensare con la propria testa. Oltre al pubblico di merda, al quale faceva giustamente riferimento Stefano, c'è anche un pubblico che ragiona. E che, come nel caso di Corona, segue certi personaggi solo quando sono "gratuiti", come diceva qualcuno. Io non credo che la sua linea di mutande abbia venduto granché. Questi sono divi da foto con il telefonino, niente di più.
venerdì, 06 aprile 2007
L'effetto Serra ti spacca la testa
Categoria:sport, attualità , scritto da andy capp
L'ennesima ondata di critiche sulla Polizia italiana è piovuta ieri dall'Inghilterra, dove tutti hanno chiesto spiegazioni su quello che è accaduto sugli spalti dello Stadio Olimpico durante la partita di Champions League tra Roma e Manchester United. Tifosi inglesi con le teste spaccate da manganelli, cariche indiscriminate da parte della Celere e quant'altro hanno fatto da cornice a una bellissima partita di calcio. I timori della vigilia sono stati confermati durante la giornata di mercoledì dove alla fine si contavano 18 feriti, tra cui 7 accoltellati di cui uno grave.
Il Manchester United aveva fatto benissimo a mettere sul chi va là i propri supporters perché la piazza di Roma negli ultimi tempi non è più un luogo dove fare tranquille passeggiate in occasione delle partite di calcio, quando in casa gioca la Roma. Chiedere a bergamaschi e catanesi per restare in casa nostra, oppure agli inglesi del Middlesbrough o ai tifosi greci dell'Olimpiakos, che in 13 sono tornati a casa con i segni delle lame romaniste. L'ipocrisia della vigilia del sindaco Veltroni e del Prefetto Serra, dunque, si è sposata benissimo con l'altrettanto ipocrita atteggiamento della stampa sportiva locale, subito scesa in piazza in difesa di Roma città aperta.
Ma torniamo sul comportamento tenuto dalla Polizia e in particolare sulle parole del Prefetto di Roma Achille Serra, protagonista negli ultimi otto giorni di dichiarazioni a dir poco sconcertanti. Ricorderete i problemi organizzativi per la distribuzione dei biglietti della partita. Alcuni capitifosi storici si erano auto organizzati per accaparrarsi il più alto numero di biglietti possibili in modo da riempire i charter già prenotati per Manchester ed evitare disdette dei pacchetti venduti a prezzi salati. Sia per i tagliandi della partita in casa che per quella dell'Old Trafford la fila era stata divisa con numeretti colorati che davano o meno diritto di prelazione. Insomma, un vero e proprio racket della vendita documentato da foto, filmati e testimonianze. Molti tifosi, a dir la verità, hanno apprezzato l'organizzazione fai da te passando sopra la questione lucro, perché in altre occasioni la macchina organizzativa messa in moto dalla società aveva lasciato a desiderare. Fatto sta che molti singoli tifosi hanno dovuto rinunciare. Quello che ha lasciato interdetti però è la nota diffusa dalla Prefettura, al limite del ridicolo:
"In relazione ad alcune notizie apparse su quotidiani locali circa il possibile acquisto di biglietti per l'incontro di calcio Manchester – Roma previsto il 10 aprile p.v, tramite la distribuzione di numeretti da parte di sconosciuti che avrebbero costituito priorità, la Prefettura smentisce categoricamente che tale logica abbia prevalso. Al botteghino si accede esclusivamente dando precedenza assoluta alle persone in fila già dalla mattinata di ieri. Senza alcuna prevaricazione".
Ma il fondo non era ancora stato toccato. Questo è infatti quello che Serra ha dichiarato dopo le pressioni degli inglesi sugli incidenti dell'Olimpico:
"Le forze dell'ordine hanno agito correttamente. Se qualcuno dimostrasse il contrario sarei io stesso a chiedere un'inchiesta. La Polizia si trovava in cima agli spalti e poi è stata costretta ad intervenire. Non mi sembra sia stata una notte di violenza. Ci sono stati incidenti prima e dopo ma certamente non gravi".
Non gravi? Trecento hooligans che hanno caricato i romanisti sul Lungotevere, 7 accoltellati, divieto di vendita di alcolici non rispettato (altro colpo di genio), poliziotti che hanno picchiato sulle teste dei tifosi inglesi con il manganello rovesciato (vedi terza foto, ndn) non sarebbero gravi? E cosa dovrebbe succedere di più? Un altro Raciti? Altro caso su cui stiamo per conoscere verità scomode.
Raggiunta l'età di 65 anni per Serra sarebbe auspicabile, da uomo dello Stato qual è, concludere la propria carriera senza grosse polemiche. Ma visto che a dicembre scadrà il suo mandato e che scatterà sicuramente la proroga per altri due anni (di solito quasi automatica), una presa di coscienza da chi dovrebbe garantire l'ordine nella città pù importante d'Italia sarebbe di buon auspicio. Gli incidenti, anche se prevedibili, sono incidenti in quanto tali. Basterebbero meno dichiarazioni di facciata e maggior senso di responsabilità. Quella che sicuramente è mancata a quei teppisti che l'altra sera si celavano dietro a un casco blu.
domenica, 25 marzo 2007
In India si uccidono per il cricket...
Categoria:sport, scritto da stefano havana
... E si vorrebbero organizzare tavolate con i Talebani?

Dài, non c'è speranza per l'umanità.
mercoledì, 07 febbraio 2007
Trasparenza dell'opacitÃ
Categoria:sport, scritto da stefano havana
"Il bello del calcio italiano è che non ha nulla di misterioso e occulto. E' tutto lì alla luce del sole. Chiunque può guardare dentro il giocattolo e sfiorarne i meccanismi. Quella gigantesca giostra del contraffatto è del tutto trasparente. La trasparenza della sua opacità è, anzi, la sua forza. Obbliga chiunque incroci gli affari del calcio, chiunque debba occuparsene per ufficio (o per una maledizione) a farsene complice, corresponsabile, protettore. A meno di non voler rompere il giocattolo che crea un appetitoso consenso per molti (politica, impresa, amministrazione, media), bisogna ipocritamente far finta di non vedere quel che il calcio italiano è, vuole essere, sa essere: un mondo a parte. Con una propria medicina, che prevede il doping. Un proprio diritto societario, che accetta per statuto il falso in bilancio e fantasiosi trucchi contabili. Una propria Borsa con azioni truffa. Una propria giustizia che mai prevede colpe e responsabilità degli attori, ma soltanto impunità per gli addetti: dai presidenti agli arbitri".
Qualsiasi cosa si avesse da dire sul momento vissuto dal calcio, in questo momento, è stata già detta da Giuseppe D'Avanzo su "la Repubblica" di oggi.
lunedì, 11 dicembre 2006
Qualche informazione di servizio
Categoria:sport, scritto da stefano havana
Dal momento che je arimbarza ho pensato di fornire delle utili UTILITIES ai tifosi della Roma. Dunque, quanti volessero recarsi in quel di Torino al seguito della fortissima squadra, abituata a vincere, per la trasferta prossima del 20 dicembre, qui di seguito alcune informazioni utili:
Ore 20.30 - Stadio Olimpico, Via Filadelfia 88
Prevendita biglietti: dalle ore 10 di Mercoledì 13 dicembre alle ore 15 di martedì 19 dicembre.
Punti Vendita: AS Roma Store - Piazza Colonna 360- Tel. 06.69200642 - con orario 10.00 – 18.00
Via Appia Nuova 130 Tel. 06.77590664 - con orario 10.00 – 18.00 FAX: 06.77262370Prezzo settore ospiti: euro 23
Per l'acquisto del biglietto si prega di presentare un documento. Si ricorda che, in ottemperanza alle vigenti disposizioni di ordine pubblico, i biglietti del settore riservato agli ospiti non possono essere venduti il giorno della partita. Pertanto è assolutamente SCONSIGLIATO recarsi a Torino per la gara senza avere preventivamente acquistato il biglietto d'ingresso.
Quanti invece, sempre tra i tifosi della Roma, volessero incoraggiare la squadra spennata in casa contro il Palermo (gara valevole per restare entro i 180 punti di distacco dall'Inter), ecco qui di seguito le informazioni riguardanti:
Prevendita biglietti: dalle ore 10.00 di martedì 12 dicembre 2006, alle ore 18.00 di domenica 17 dicembre 2006 (A.S. Roma Store) e alle ore 20.30 di domenica 17 dicembre 2006 (Ricevitorie L.I.S. e Gran Teatro).
Per entrambi gli eventi, la società giallorossa raccomanda i propri tifosi di stare tranquilli: la SS Lazio, infatti, NON CI SARA'.
Noantri ricorda inoltre che il numero di dicembre della Rivista Ufficiale dell'A.S. Roma "dedica la copertina alla vittoria numero mille della storia giallorossa, resa ancor più memorabile dal fatto che è stata raccolta a San Siro col Milan, nella splendida serata che ha visto risplendere i due sigilli di Capitan Totti... Quale miglior firma, infatti, su un traguardo così importante. La fantastica doppietta del nostro numero dieci ha inoltre riportato i nostri al successo al Meazza con i rossoneri dopo ben vent'anni... Una serata proprio da ricordare!".
Sempre dal sito ufficiale della società (e certi di fare un servizio utile), ricordiamo il sondaggio messo online stamattina: Quali sono le maggiori insidie di Roma-Palermo? Le risposte possibili sono TRE:
1) Il contraccolpo psicologico del derby (e qui direi di no. Sconfitte come quella del derby fanno crescere e aiutano a non sbagliare più)
2) La velocità dell'attacco rosanero (anche qui direi di no. Con difensori come Tonetto e Chivu, la situazione dovrebbe essere sottocontrollo)
3) La condizione fisica dei titolari giallorossi (ecco, voto questa)
Infine grandissimo momento per quanto riguarda il settore giovanile giallorosso (che comunque è il calcio che conta perché si sa l'importanza del futuro eccetera eccetera):
PRIMAVERA: ROMA–LAZIO 1-0
ALLIEVI NAZIONALI: ROMA– RIETI 3-0
ALLIEVI COPPA LAZIO: ROMA–VIGOR PERCONTI 2-0
GIOVANISSIMI NAZIONALI: PESCARA–ROMA 1–1
GIOVANISSMI COPPA LAZIO: ROMA TEAM SPORT–ROMA 0-2
GIOVANISSIMI PROVINCIALI: SAN GIORGIO SRL–ROMA 0-3
GIOV. SPERIM: ROMA – FONTE MERAVIGLIOSA 7-0
ESORDIENTI: LAZIO–ROMA 0-2
PULCINI: ROMA–MAMELI SPINACETO 8-1 (incredibile apoteosi)
post scriptum: oggi, fino alla mezzanotte, va così!
sabato, 09 settembre 2006
La solitudine di Burgnich
Categoria:sport, scritto da stefano havana
Per me oggi comincia l'anno calcistico 2006-2007. Venerdì c'è stato un anticipo di serie B, ha già giocato la Nazionale Italiana, ma è con oggi pomeriggio - con tutte le partite cadette, compresa la Juventus - che si comincia a fare sul serio. Porterò con me alcuni ricordi, durante questi nove mesi circa di passione e di lavoro, di progetti e di speranze (sono tifoso della Lazio e quindi CREDO - senza ombra di dubbio alcuno - che la Lazio vincerà lo scudetto).
- la sofferenza di sangue provata dal sottoscritto durante i 30 giorni di mondiale, con quella cosa intifabile che indossava i colori del MIO paese e che VOI avete colpevolmente sostenuto. Quella coppa alzata al cielo di Berlino, tra le lerce mani di uno degli sportivi più vergognosi di sempre, ha significato la morte del calcio, la bonificazione di una sentenza e l'elogio massimo del vatuttobenismo del Bel Paese. E adesso NESSUNO, a parte i pochi eletti che hanno deciso di DISSENTIRE, possono protestare per il Milan in Champions League o per la Juventus QUASI in serie A. Nessuno.
- la retorica devastante che ha caratterizzato i media italiani in occasione di due tragici eventi: la quasi morte di Pessotto e la morte di Giacinto Facchetti. Le immagini al rallenty dei due, prima e dopo QUALSIASI avvenimento sportivo (dal curling al torneo mondiale di palla avvelenata), hanno segnato la fine culturale dell'informazione di massa italiana e l'insulto ultimo a due elementi del calcio italiano che per vent'anni nessuno si è INCULATO nemmeno per sbaglio e che improvvisamente hanno trovato il loro quarto d'ora di fama. Sfortunato Pessotto che è tornato alla vita: a lui sono destinati un'altra cinquantina d'anni di assoluto ANONIMATO. Quanto al presidente dell'Inter: la maglia numero 3 è stata ritirata (hanno aspettato che incrociasse le braccia sul petto, bravi). Il mio personale pensiero va a Burgnich: un uomo rimasto disperatamente solo, il cui nome per quasi mezzo secolo è stato sollevato ad alta voce solo come vagone minuscolo di un treno più lungo: Albertosi-Sarti-Burgnich-Facchetti. Buon viaggio a lui, nella gelida transiberiana della Dimenticanza.
- La Juventus in serie B e Moggi affogato nella merda. Una delle primissime esplosioni da "giustizia è fatta" della mia esistenza (almeno fino alla maledetta edulcorazione). Anche in questo caso per sempre porterò nel cuore la maledizione a chi ha bonificato una sentenza che avrebbe dovuto portare la Signora al marciapiede vita natural durante. Quindi l'onta vada ai tifosi italiani che hanno dimenticato tutto per un mese di totale menomazione mentale, a Guido Rossi e alla Fretta che - com'è stato già detto da molti - anche questa volta ha fatto dei gatti orribilmente ciechi. Personalmente spero che i bianconeri sprofondino il più possibile in basso; l'augurio è di non vedere mai più le Vergogne nel calcio che conta secula seculorum. Amen (neanche il rispetto ai tifosi deve andare: quello striscione giustificazionista installato al Delle Alpi che inneggiava all'importanza del VINCERE, disinteressandosi del COME - con la chiosa, "Giù le mani dalla Triade" -, per quanto mi riguarda è sufficiente per far precipitare i supporters bianconeri, TUTTI, nel girone dei dannati per sempre).
Adesso è tempo delle scommesse da bar tra amici (gli stessi con cui ci si scanna perché di credo opposto al proprio, compreso quello nei confronti di QUESTA Nazionale appena trapassata):
- già ci siamo giocata una cena su questo: a Natale la Lazio sarà almeno un punto sopra la Roma
- personalmente mi gioco tutto sul Milan campione d'Italia e sull'ennesimo fallimento dell'Inter (motivato dall'acquisto di Ibrahimovic e dalla cessione di Pizarro all'unica pretendente reale al titolo che è la Roma. Ancora un sentito clapclap alla strana coppia BrancaOriali)
Infine la secchiata di vomito del weekend la voglio riversare sul fairplay. Basta col fairplay, generatore di meschinità come il caso Materazzi-Zidane nella finale (dove ha clamorosamente ragione Materazzi, c'è da dirlo): il fairplay deve uscire dal calcio come le farmacie, il doping amministrativo, i Moggi e i Gattuso. Il fairplay genera mostri di intoccabilità come Totti, il quale ormai PER LEGGE deve poter segnare - anzi ENTRARE direttamente nella porta nemica palla al piede - senza essere MAI toccato da nessuno, giammai qualcuno che indossi una maglia avversaria. Fuori il fairplay dal calcio, sport vero fatto di spinte, sputi, parolacce e insulti a mammeta.
Tutto questo tornando finalmente con i piedi per terra, terminata la spiralina ipnotica negli occhi da febbre mondiale, e ribadendo con forza l'unica verità in grado di farci riammirare la realtà dei fatti senza luccicchii da coppadelmondo: Grosso era, è e resterà una fantomatica PIPPA.
Buon campionato!
lunedì, 28 agosto 2006
E parlarne con tua sorella?
Categoria:sport, scritto da stefano havana
Ma perché noi dovremmo stare buoni buoni, zitti zitti, ad aspettare Francesco Totti? Chi è Francesco Totti fuori del Raccordo Anulare? Che ha vinto? Che ha fatto? Cos'ha portato al calcio italiano, a parte la ribalta del cucchiaio?
«Prima ne dobbiamo parlare, poi vediamo»: così si pronunciò il campioncino di periferia, il fenomeno dell'ultimo passaggio, l'esegeta del patinato compulsivo, davanti alla proposta avanzatagli dal ct Roberto Donadoni di tornare in Nazionale. Ma chi sei? Che vuoi? Dove credi di andare? Che hai fatto per permetterti di parlare così alla - e della - Nazionale CAMPIONE DEL MONDO? Semmai siamo NOI a doverne parlare in un serratissimo conclave e poi - FORSE - a dover decidere, o Grande Campione della Barzelletta Sociale Radical Chic, Amico di Costanzo e di Veltroni, Marito Perfetto; colui a cui si perdona perfino una demenza cerebrale totale, perché tanto simpatico e terra terra. Francesco Totti: uno de noi! Ma uno de VOI, piuttosto, ché io mi faccio ardere in una pira purificatrice a Piazza del Popolo anziché rassomigliare a lui - piede destro, conto in banca e Blasi a parte (le cose sono consequenziali in quest'ordine).
Credo che con questa uscita definitiva - «Ne dobbiamo prima parlare...» - Totti (decisivo, trascinatore e geniale anche nella finale di Supercoppa con l'Inter...) abbia scritto il suo testamento sportivo con una penna d'oca. Ha deciso, Francesco, che ci deve fare un favore: lui, che è stato senza possibilità di smentita la Delusione di questo trionfante campionato mondiale, l'Assente (rigore sparato a cento all'ora nella porta della TEMIBILISSIMA Australia a parte), ci deve fare un favore. «Prima ne dobbiamo parlare, poi vediamo»? Ci serve questo favore? Io opterei maggiormente per un ritorno in Azzurro di Paolo Maldini o di Roberto Baggio, se possibile. Ma chi è questo Francesco Totti da Porta Metronia? Dove stava durante la partita con la Germania? Che cosa pensava nel cuore della gara con la Francia - la finalissima! -; cosa faceva quando sparì così - PUF! - dal cuore dell'incontro lasciandoci da soli?
Pensi a portare la sua Roma da qualche parte che non siano laici quinti posti; ne ha piedi e capacità tecniche. Ma si inginocchi, eventualmente, quando si parla della squadra che rappresenta il mio Paese e che sta cercando di uscire dal più grande scandalo criminale che abbia mai colpito il calcio. Senza ulteriori alibi o giustificazioni: er pupone sono anni che dovrebbe essere diventato adulto.
sabato, 26 agosto 2006
Io so che tu sai che io so
Categoria:sport, scritto da andy capp
Luciano Moggi non si è arreso. Anzi, la sua anima, quella che avevamo dato per morta, uccisa chissà da quale male oscuro, è più viva che mai. Tanto che l'ex dg della Juve si è concesso addirittura una conferenza stampa (in rappresentanza di chi?). E sorridente come nei tempi migliori è passato al contrattacco: "Dove sono le prove? Non posso essere il corruttore se non ci sono i corrotti".
E già, vecchia volpe, stai a vedere che ora ci siamo inventati tutto. Che non ha mai parlato al telefono con i designatori, che non hai fatto pressioni sui procuratori, che non hai mai ricattato le società nemiche. Anzi, dovremmo anche chiedere scusa alla Juve, la nuova Juve, quella dal volto pulito dei giovani Elkann. Tutti col capo chino, Federazione compresa.
Peccato che quando si entra in un'aula di Tribunale bisogna sempre ricordarsi del perché ci si va. Non abbiamo noi le prove delle magagne combinate alle nostre spalle, ma non siamo magistrati, né avvocati. Quindi possiamo fare a meno di arrovellarci sui cavilli giudiziari e condannarvi perché a noi bastano i fatti. E i fatti dicono che Juve e Milan avevano creato un sistema di potere: sceglievano gli arbitri corrotti e si spartivano risorse e vittorie. Non è così? Bene allora è forse come dice Moggi ("Ora sto facendo il ricercatore del marcio")? Oppure come recita questo comunicato ufficiale diramato ieri dal Milan?
"In relazione ad alcune notizie apparse su qualche quotidiano, l'A.C. Milan precisa che il suo Amministratore Delegato Adriano Galliani si è recato a Madrid perchè invitato ad assistere al Trofeo Santiago Bernabeu dal Presidente del Real Madrid Ramon Calderon. Il predetto invito rappresentava lo strumento attraverso il quale comporre, come si è in effetti composta, la controversia insorta tra l'A.C Milan e il Real Madrid in relazione alla nota vicenda attinente contatti con il calciatore Kakà.
Ogni diversa interpretazione della presenza di Adriano Galliani in quel Paese non è dunque corretta: egli non ha infatti svolto, né intende svolgere fino a che la pur ingiusta sanzione di inibizione avrà efficacia, alcuna operazione di cosiddetto mercato, né altra attività che possa costituire inadempimento alle limitazioni impostegli in conseguenza della sanzione predetta, cui egli desidera dare piena esecuzione anche per rispetto istituzionale delle regole. In particolare, tutte le trattative di mercato dell'A.C. Milan sono state poste in essere, sia sotto il profilo formale, sia sotto il profilo sostanziale, dal Direttore Generale Ariedo Braida".
Certo, perché le interviste (con tanto di registrazione televisiva) in cui Galliani comunica l'incedibilità di Kakà e dice di aver raggiunto uin accordo con Ronaldo ce le siamo inventate.
Mi dispiace ma questa volta la verità sta da una parte sola. E voi meritate solo una secchiata di merda.
martedì, 04 luglio 2006
Senza cucchiaio
Categoria:sport, scritto da stefano havana

Sono veramente contento per questo individuo.
venerdì, 19 maggio 2006
I'm forever blowing bubbles
Categoria:sport, scritto da andy capp
Un sentito ringraziamento è d'obbligo per i lettori che hanno sopportato il nostro sfogo calcistico. Come avrete capito, non si è trattato di un capriccio, bensì della difesa a oltranza di una delle nostre più grandi passioni, che una banda di mafiosi non riuscirà certo a portarci via. Con il post di oggi, dedicato a una trasferta in terra londinese, chiudiamo la settimana calcistica di noantri. Anche se per il week end troverete una sorpresa goliardica. Perché il calcio è anche quello.
Luca ed io non eravamo mai stati a Londra e l'occasione era di quelle imperdibili: proprio in quel fine settimana iniziava la stagione calcistica 2004-2005. A differenza delle città italiane, Londra può contare su più di dieci squadre di calcio tra Premier Ship e categorie inferiori. Così calendario alla mano, organizziamo una tre giorni indimenticabile tutta football, Guinness e fish and chips. Premessa doverosa: un biglietto di una partita in Inghilterra costa molto rispetto ai prezzi italiani, così iniziamo un martellante lavoro ai fianchi degli addetti stampa per ottenere gli accrediti. Il risultato è straordinario. Siamo a Londra per le 13 di sabato e, saltato il primo match delle 15 tra Tottenham e Middlesbrough (non avremmo mai fatto in tempo), ci dirigiamo verso la zona sud, direzione The Den. La partita tra Millwall e Leicester è di First Division, ma la squadra dei leoni è tra le più gloriose di Londra (per non parlare della sua firm, tra le più violente di tutta la Gran Bretagna). L'atmosfera è di quelle anni Settanta, non so se avete mai visto il documentario The Football Factory oppure letto Hoolifan - Trent'anni di botte di Martin King e Martin Knight. Se siete appassionati di terrace culture, trovateli. La sensazione che ho provato di fronte alle tribune di quella struttura spartana dopo aver passato gli archi della ferrovia non la dimenticherò facilmente. Cazzo, eravamo a Londra, in uno degli stadi storici della City a vedere il Millwall. La squadra di casa vince 2-0 e se chiudo gli occhi nella mia testa ancora rimbomba il possente "No one like us we don't care, we are Millwall, super Millwall, we are Millwall from the DEN".



E' sera e stremati decidiamo di andare in centro per mangiare qualcosa. Una volta a Piccadilly entriamo in un pub e ordiniamo Guinness e fish and chips. Avevamo però una missione: vedere tutti i gol della giornata. Sapevamo infatti che oltre al campionato, iniziava anche un nuovo programma calcistico stile 90° minuto sulla BBC. Il proprietario del locale ci accontenta e in pochi secondi si sparge la voce che eravamo italiani appassionati di calcio. Si avvicinano tre ciccioni puzzolenti di birra che ci chiedono da dove venivamo. Alla parola Roma iniziano ad urlarci a dieci centimetri dalla faccia: "P-a-u-l-o-d-i-c-a-n-i-o, p-a-u-l-o-d-i-c-a-n-i-o", sulla note del Rigoletto. Certo l'approccio non è dei migliori, noi siamo della Roma e quei tre ciccioni sono dei fottuti tifosi del Tottenham (le nostre simpatie londinesi sono per il West Ham, per il Millwall e un po' per l'Arsenal). Ancora oggi mi chiedo perché abbiano urlato proprio quel nome (tra l'altro Di Canio ha giocato negli Hammers). Al nostro convincente "Lazio Shit!, We are Ultrà Roma", ci rispondono con un sorriso e un urlo: "F-r-a-n-c-e-s-c-u-o-t-o-u-t-t-i". Andava già meglio. Finiamo di bere e pensiamo al giorno successivo, quello di West Ham-Wigan Athletic e Chelsea-Manchester United. La prima partita si gioca alle 14, la seconda alle 16, ma c'è un problema: per la sfida di Stamford abbiamo solo un accredito. E' giusto che vada Luca. Prendiamo il trenino da King Kross per raggiungere la fermata Upton Park nel cuore dell'Est End. E' stato bellissimo mischiarsi con i tifosi degli Hammers, tutti composti, silenziosi, tatuati e con la maglia della squadra. Ricordo una vecchietta che indossava un ciondolo d'oro con i martelli incrociati davvero notevole. Percorso Grenn Street abbiamo i brividi quando arriviamo davanti al Queens, lo storico pub dove l'Intercity Firm del mitico Cass Pennant organizzava il comitato d'accoglienza per le tifoserie rivali. Entriamo e stavolta l'impatto emotivo è devastante. Lo stadio è ancora vuoto ma va via via riempendosi. L'atmosfera è tesa perché la tifoseria è ancora scossa dalla retrocessione in First Division, ma sarà per i colori dello maglie e per la tradizione della working class che gli Hammers ci sono entrati davvero nel cuore. Meraviglioso poi l'inno "I'm forever blowing bubbles...". Alla fine del primo tempo Luca esce per raggiungere Stamford Bridge. Io invece resto ad Upton Park fino al termine.




Il West Ham perde 3-1 così decido di non rimanere in sala stampa e riprendo il trenino, direzione Fulham Road. Scendo alla fermata giusta e raggiungo lo stadio. Impossibilitato ad entrare faccio un respiro profondo e mi dirigo verso The Shed Pub, il punto di ritrovo degli Headhunters del Chelsea. Riesco ad entrare con qualche difficoltà, ma alla fine mi confondo tra i Blues. Fanno un chiasso infernale. Uno dei capi è un ciccione, rasato con orecchini e denti rotti che indossa la maglia rossa dell'Inghilterra, un paio di jeans e gli anfibi. Tatuaggi sugli avambracci, come da tradizione, e voce rotta: "C'mon Chelsea! C'mon Chelsea!". Mi trovavo solo in mezzo ai veri hoolingans! Per fortuna il Chelsea vince 1-0, esco e aspetto Luca. Dopo un paio di ore i Blues sono ancora fuori lo stadio a scambiare qualche opinione con la MP in attesa di quelli del Manchester United. Nella loro prima linea riconosco qualche faccia. E per fortuna che in Inghilterra non esistevano più gli incidenti tra tifosi. Stremati torniamo in albergo. Il giorno successivo dovevamo rientrare ma decidiamo di sfruttare la mattina. Cosa fare? E' facile, Highbury è di strada. Così prendiamo la tube e siamo lì in pochi minuti. Peccato non essere riusciti a entrare. Non posso ancora credere che dalla prossima stagione l'Arsenal non ci giocherà più. Trafalgar Square, Tower Bridge? Al diavolo, non so nemmeno cosa siano.




giovedì, 18 maggio 2006
Maradona e la Madonna
Categoria:sport, scritto da stefano havana
Vi racconto quel giorno pazzesco in cui vidi Maradona giocare. Va tenuto presente che quando Maradona giocava io avevo circa sei anni e, più che il calcio, mi interessavano enormi mostri con la schiena irta di aculei, he-man, il conte Dracula, la spada nella roccia, Robin Hood, Devilman e - incredibilmente - Renzo Arbore. Davvero, quando avevo più o meno quell'età e abitavo ancora a Napoli, mi arrampicavo spesso sulla sedia della cucina dove stava anche mia madre e guardavo Indietro tutta di Renzo Arbore.
Il nome Maradona non mi diceva niente: la mia percezione del mondo passava per le scelte di scaletta di Renzo Arbore e degli altri autori. Strano, no? Se uno non veniva invitato in trasmissione, allora per me era come se non esistesse. Di quel programma, mi piaceva soprattutto Nino Frassica - che mi faceva ridere tantissimo pure se non capivo le battute - e le canzoni tormentone (ho scoperto, in tempi recenti, che il motivetto de "Il cacao meravigliao" era cantato da una giovanissima Paola Cortellesi). Per il resto, tutto quello che sapevo sul calcio aveva a che fare col volto giallognolo di Paolo Valenti che la domenica pomeriggio leggeva le schedine, dicendo ancora il segno accanto al risultato: «A Cremona, Juventus batte Cremonese 2-1, due». E così via: non c'erano le vallette o comunque non entravano in politica.
Perciò, il giorno che misi per la prima volta piede dentro lo stadio San Paolo ero terrorizzato, naturalmente, ma non esaltato. Tutta quella gente: io avevo in mente al massimo le panoramiche parziali sul pubblico di Indietro tutta e già quella mi pareva una gran folla. Quando sbucai sugli spalti in mezzo a mamma e papà, restai con il fiato e le parole tutte dietro la lingua. Non c'era un posto vuoto e il sole picchiava tantissimo: mi sa che era maggio o giù di lì. Insieme al polline e all'odore di sigaretta, respiravo nell'aria quell'atmosfera che ogni tanto percepivo anche in casa, quando le cose non andavano bene o c'era qualche problema: le persone stavano zitte zitte e con le mani in tasca, oppure mangiavano pistacchi con gli occhi fissi sul niente. Un caffè Borghetti costava 500 lire e io non arrivavo assolutamente a vedere il campo (la partita si guardava tutta all'impiedi).
Non ricordo nulla di quell'incontro e mi piacerebbe adesso
dirvi una serie di cose per cui Maradona fu l'unica cosa rimasta impressa nella mia mente e bla bla bla: ma sarebbe dire una bugia. Non ricordo nulla: no, anzi, è sbagliato. Non vidi nulla, a parte il fatto che la gente urlava e si metteva le mani in faccia e che mentre io tiravo i pantaloni di mio padre per farmi prendere in braccio, lui non mi cagava proprio e si sentiva solo questo grande coro: Maradona è megl' e Pelé. Oppure quell'altro famoso: O mamma mamma mamma... Giuro: non me lo ricordo Maradona, perché - di fatto - non lo vidi mai. Eppure percepii ogni sua giocata, ogni sua meraviglia, perfino ogni suo appoggio sbagliato, tutto questo, riflesso nei gesti e negli occhi degli altri. Si capiva perfettamente ogni volta che Maradona toccava palla.
Poi successe che mentre io continuavo imperterrito a tirare i pantaloni dei miei genitori, prima a uno e poi all'altro, un tizio lassù in alto mi scosse per le spalle e mi urlò addosso esattamente questa frase, letterale: «Maròòòòòòòòòòònnn!». Così fece: Maròòòòòòòòòònnn!, come se la Maronna stessa fosse scesa in campo dall'alto, tipo un pompiere lungo il suo tubo di ferro, e si fosse messa a ballare il tip tap con una scollatura osé.
Mi spaventai un attimo, feci due occhi grandi così e fu in quel momento che mio padre si ricordò di me. Mi prese in braccio e mi pare che venni al mondo un'altra volta: finalmente potei guardare tutto quel verde condito da ventidue insetti colorati, ma neanche allora pensai a Maradona o che ne so. Tutto quello che mi venne in mente fu solo che era centomila volte meglio di una puntata di Indietro tutta. E mi sa che provai il desiderio di diventare grande.

mercoledì, 17 maggio 2006
Highbury e la ginga
Categoria:sport, scritto da andy capp
Finalmente stasera si torna a giocare a calcio. E che partita ci aspetta a noi appassionati. Talmente bella che quasi non ci va di dividerla con i profani, con quelli che guardano solo le finali senza sapere come sono andate le semifinali o i quarti. Ma quella di stasera è davvero troppo bella. Il massimo. Soprattutto dopo il fantastico 3-3 della scorsa stagione tra Liverpool e Milan. Chi non avrebbe firmato per una sfida Arsenal-Barcellona? Due scuole di pensiero calcistico contrapposte, due tradizioni a confronto, Inghilterra contro Spagna (Catalogna), Gunners contro Blaugrana, e soprattutto Henry contro Ronaldihno. L'omaggio al pallone di noantri prosegue e per la serata che assegnerà la Champions League abbiamo scelto due pezzi che riguardano le squadre contendenti.
Il primo è l'attacco di Febbre a 90°, il libro di Nick Hornby, scrittore inglese e tifoso sfegatato dei Gunners. Conservo queste righe un po' ovunque, nell'agenda, nel computer e nel cuore. Mi hanno aiutato un sacco di volte per far capire quello che provo quando parlo di calcio, tifo, Roma, a chi mi guarda come se fossi un pazzo.
"Il calcio ha significato troppo per me e continua a significare troppe cose. Dopo un po' ti si mescola tutto in testa e non riesci più a capire se la vita è una merda perché l'Arsenal fa schifo o viceversa. Sono andato a vedere troppe partite, ho speso troppi soldi, mi sono incazzato per l'Arsenal quando avrei dovuto incazzarmi per altre cose, ho preteso troppo dalla gente che amo... Ok, va bene tutto, ma non lo so, forse è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro. Come fai a capire quando mancano 3 minuti alla fine e stai 2-1 in una semifinale e ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce, stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient'altro nella testa. E poi il fischio dell'arbitro e tutti che impazziscono e in quei minuti che seguono tu sei al centro del mondo e il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato l'elemento cruciale in tutto questo, rende la cosa speciale; perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio? E la cosa stupenda è che tutto questo si ripete continuamente, c'è sempre un'altra stagione. Se perdi la finale di coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio e che male c'è in questo?.... anzi è piuttosto confortante se ci pensi".
L'altro pezzo è stato pubblicato da Repubblica nell'ultimo inserto domenicale. Si intitola Io danzatore di ginga nell'area di rigore. La firma? Ronaldinho, l'essenza del calcio. Non c'è bisogno di aggiungere altro.
"Il calcio è la mia vita. Solo a guardarlo, solo a pensarci, mi sento motivato. Sono nato con un pallone vicino a me in una famiglia che amava il calcio. La mia famiglia amava anche la musica. Sono cresciuto così, a ritmo di musica e di calcio. La ginga, in brasiliano, è l'arte del movimento. E' ciò che ci ispira ogni qual volta dobbiamo muoverci in modo creativo, la musica ha ginga e tutto ciò che ha a che fare con la musica ha a che fare con la ginga. Non è solo questione di musica. Ginga è l'arte del movimento anche quando gioco a calcio. Nel calcio è il dribbling, è il cambio di velocità, è ciò che creo per confondere l'avversario. Tutti noi abbiamo uno stile diverso nel ballare, uno stile che cambia nel corso del tempo sviluppando la nostra ginga. E così succede anche nel calcio. Musica e calcio. Dalla mia famiglia al campo di gioco. Sono un giocatore che adora il dribbling ed il movimento del dribbling perché ho la ginga dentro. Non sono l'unico giocatore che ha questo dono. Probabilmente ognuno ha qualcosa di questo tipo dentro di sé, in misura diversa. Solo che noi brasiliani ne abbiamo di più, amiamo la musica, siamo più sorridenti e felici, abbiamo più ritmo. Non so, forse la verità è che ognuno ha la propria ginga, e basta".
Stasera non ci saranno intercettazioni, designazioni o plusvalenze, ma solo tifo, passione e ginga. E se andrà male ad agosto ci saranno di nuovo i preliminari. Mi sembra piuttosto confortante.

martedì, 16 maggio 2006
Baguette e Ronaldo
Categoria:sport, scritto da stefano havana
E fu così che il 6 maggio del 1998 me ne andai da solo a Parigi a seguire la mia Lazio alle prese con uno strano e contorto sogno: la finale di Coppa Uefa contro l'Inter. Il calcio era una cosa bellissima che scandiva le mie giornate e i miei tormentati anni scolastici: non c'era niente di laico nel mio amore per la Lazio, io sportivo-cattolico clamorosamente praticante.
Dal 1994 (anno definitivo in cui compresi che il calcio trattavasi di Cosa Meravigliosa) al 2002 (anno definitivo in cui compresi che il calcio trattavasi di Cosa Meravigliosa OGM) io ricordo ogni goal della mia squadra, ogni esultanza, ogni sostituzione. Da Zeman, a Zoff, ad Eriksson e Mancini, ancora oggi mi basta vedere un frammento di partita per saltare sulla sedia ebbro di quel lampo di riconoscimento da io c'ero. Eravamo tutti un po' più giovani, era tutta un'altra cosa.
Ah, Paris. A 18 anni appena fatti presi il primo aereo della mia vita da solo: avevo neanche una valigia e appena una vaga idea di dove fosse, Parigi. Eppure ho ricordi molto precisi: il terrore di non trovare l'autobus giusto che portasse al Parco dei Principi, la considerazione che ero il tifoso solitario più giovane che ci fosse, la lunga camminata a piedi fino allo stadio, la telefonata a Fede (lui interista) con il mio primo telefonino (un microtac a forma di brontosauro), la baguette comprata a un prezzo esagerato (non c'era l'euro) e consumata goffamente in fila. L'emozione potentissima, acuta che mi fece bagnare gli occhi nel momento in cui sbucai in mezzo alla curva della Lazio già gremita. Il pensiero che anche io ero lì: i cori già alti nel cielo a due ore dal fischio d'inizio, gli striscioni e i pronostici azzardati. La certezza matematica di farcela. Il mio posto, gli occhiali tirati fuori dal taschino della giacca (un'incredibile giacca di pelle da Fonzie che mi aveva regalata mio padre di ritorno da uno dei suoi viaggi di lavoro in Argentina); i brividi lungo le braccia fino all'ingresso delle squadre in campo. La curva interista cento metri lontana, quei colori nerazzurri che preannunciavano battaglia. E Marchegiani che saltellava sotto la traversa a pochi metri da me, i guantoni alzati in segno di saluto, gli altri giocatori piegati sulle ginocchia e l'arbitro col fischietto in bocca. Mi ricordo tutta una convinzione di stare lì a tifare per la squadra più forte che si fosse mai vista o sentita: ho gli stessi brividi adesso, mentre scrivo, pure se quella giacca, nel frattempo, è stata data via a chissà quale parrocchia.
Il viaggio di ritorno fu allucinante: tutti i charter che saltarono per uno sciopero o non so che. C'era Fini in fila con noi (lui laziale) e ricordo che pensai che se anche una persona tanto importante non riusciva a partire, allora era la fine. I cori dei tifosi: "Portace a casa, Gianfranco portace a casa". Mia madre al telefono che quasi piangeva (ancora oggi mi confessa che quella fu l'unica mossa incosciente della sua carriera da mamma: mandarmi da solo a quell'età a Parigi, io che allora avevo più o meno l'esperienza di un girino e non avevo mai neanche baciato una ragazza). Le ore di attesa e il sonno liberatorio in aereo: il pensiero sorridente che in quasi 24 ore di avventura non avevo pronunciato una sola parola al di fuori del nome della mia Lazio strillato a squarciagola per 90 minuti (perfino la baguette, all'omino, gliel'avevo giusto indicata con il mento. Neanche il resto, avevo aspettato).
La partita terminò 3-0 per l'Inter. Fu un risultato disastroso: la prima volta che la Lazio si affacciava a una cosa così importante, ecco che subito la perdeva. Zamorano segnò immediatamente, dopo sei minuti, e io mi sbattei talmente forte la mano sul ginocchio destro che ancora oggi, nei giorni in cui minaccia pioggia, mi fa male. Zanetti si inventò un capolavoro una ventina di minuti dopo: un tiro da 30 metri che Marchegiani, mi pare, deve ancora atterrare. E poi Ronaldo, che grandissimo giocatore. Ricordo che fu quel goal di Ronaldo a regalarmi almeno un motivo di sorriso: poter raccontare ai miei amici di aver assistito a una delle sue serpentine a distanza tanto ravvicinata: perché, davvero, fece una cosa con i piedi che non so. Spostò il peso del corpo da una gamba all'altra e tutte le teste davanti a me (me lo ricordo bene) seguirono quel gesto, tutti ingannati come il portiere, mentre lui andava tranquillamente dall'altra parte. Quindicimila persone a terra e la palla in rete: bravo, bellissimo. Mi asciugai una cosa all'angolo degli occhi.
La mattina dopo, a scuola, durante l'ora di italiano presi il nastro adesivo, mi frugai in tasca e feci queste due pagine nel mio diario (Lupo Alberto, chi non ce l'ha avuto?). E' per questo, per queste due pagine, che io non sarò MAI garantista nei confronti di questi maledetti imbroglioni: sempre li guarderò da una certa distanza con i pugni che tremano di rabbia lungo i fianchi. Preferisco mille sconfitte per 3-0, dopo una giornata così, che due scudetti con l'arsenico. Ti hanno ucciso l'anima, a noi hanno rapito il cuore: adesso sta a te pagare. E palla finalmente al centro, baby.

lunedì, 15 maggio 2006
Quando giocava Roberto Baggio
Categoria:sport, scritto da andy capp
Sono già passati due anni da quando il mondo del calcio si è alzato in piedi ad applaudire per l'ultima volta la classe sconfinata di Roberto Baggio. Era il 16 maggio del 2004. Il codino è stato esteta e pragmatico del pallone, capace di battere record su record (205 goal in serie A) e di vestire le maglie più importanti del campionato senza mai legarsi in maniera viscerale a una città, ma restando il campione di tutti. Ha fatto sognare Firenze, ha stregato Torino, si è preso le sue rivincite su entrambe le sponde milanesi, ha vissuto l'avventura bolognese, fino al dolce tramonto di Brescia.
Vederlo dispensare calcio stellare in quella maniera a 37 anni regalava amarezza e incanto. Amarezza per il modo in cui più volte la sua carriera è stata ostacolata dagli infortuni e da cinici calcolatori, incanto per la capacità di morire e risorgere non una, ma due, tre e più volte. Giudicato a volte come un mercenario, ha passato la vita ad inseguire, come l'Achab di Melville, quella balena che nel suo caso non era bianca ma azzurra. La sua voglia di Nazionale se paragonata alle fughe dei campioni nostrani dai ritiri di Coverciano appariva quasi come una romanticheria d'altri tempi. Ha vinto due scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia e uno storico Pallone d'Oro. Nemmeno tanto per uno che ha vestito le maglie di Juve, Inter e Milan. Ma non è stato fortunato. Ha sfiorato due titoli Mondiali giocando da protagonista assoluto nel 1990 e nel 1994 e chissà come sarebbe finita nel 1998 contro la Francia se quella sua invenzione non si fosse spenta a un sospiro dal palo.
La sua storia, così tribolata, gli ha attirato uno sconfinato affetto popolare, divenuto plebiscito alla vigilia dei Mondiali di Corea e Giappone quando Trapattoni, vestiti i panni dell'orco, ha scritto la parola fine sulla sua favola azzurra. Ed è forse lì che è cominciata la sua rinuncia. Da quell'ultimo maledetto infortunio sconfitto in soli 77 giorni fino alla mancata convocazione. Poi un paio di stagione piene di dubbi fino all'addio, quello vero, consumato prima a Genova nella farsa dell'ultima chiamata azzurra e poi a Milano con la standing ovation che San Siro gli ha regalato nel giorno di festa per l'ennesimo scudetto rossonero. Ottantasei minuti giocati, un quasi gol annullato dalla bandierina del guardalinee, un mezza dozzina di piccole poesie calcistiche recitate al rallentatore e tanta emozione. Il 28 aprile del 2004 allo stadio Luigi Ferraris di Genova, alla sua maniera Roberto Baggio ha vestito per l'ultima volta la maglia azzurra, regalo ipocrita di chi due anni prima gli aveva sbattuto la porta in faccia. ''Peccato per il gol, avrei voluto festeggiare quella serata con una rete: ma l'incredibile affetto della gente rende meno amaro il mio saluto al calcio'', Roberto la parola addio non è mai riuscito a pronunciarla. Il 9 maggio, invece, con un assist e un gol alla Lazio, si è congedato dal pubblico di Brescia. E' stata la sua ultima partita davanti ai tifosi che lo avevano sostenuto per quattro anni e che a fine partita ha ringraziato con uno striscione "Oggi vi applaudo io, grazie di tutto... Roberto Baggio".
Una settimana più tardi la fiaba più bella si chiudeva alla scala del calcio. Al 39' della ripresa, richiamato in panchina da De Biasi, l'abbraccio commosso di ottantamila persone salutava la sua uscita dal rettangolo verde. Sembrava quasi che il tempo si fosse fermato ad osservare quella maglia numero dieci che se ne andava per l'ultima volta. "Ho faticato – ha detto - ma credo di aver vinto soprattutto su me stesso, la cosa più importante". C'era una volta, in una paesino del Veneto chiamato Caldogno, un ragazzino che con determinazione, umiltà e talento è diventato Roberto Baggio, l'eletto del calcio.

venerdì, 05 maggio 2006
Tifosi juventini, a voi
Categoria:sport, scritto da stefano havana
Ma sì che ho capito. Questa storia delle intercettazioni telefoniche, della Juventus, di Moggi e di Giraudo, voglio dire: sì che ho capito. Ho capito che siamo seduti su un cesso intasato che solo i tifosi juventini possono spurgare. La domanda è: tanta onestà intellettuale, al giorno d'oggi, vale uno scudetto?
Di certo i Farabutti a capo del calcio italiano non muoveranno un dito, lo stiamo vedendo: sono persone da rinchiudere a pane e acqua per sempre e non certo per l'illecito o la frode o che ne so. Fossi io stesso la Giustizia Morale, fossi io stesso la Nemesi Divina, ecco che mi accalorerei a