venerdì, 09 novembre 2007

Superiorità culturale del popolo che inventò la ghigliottina (microreportage da Parigi)
Categoria:viaggi, scritto da giggimassi


La ricchezza di una lingua sta nelle sfumature. Nei dettagli. Non l'avevo mai capito così bene finché a Parigi, non m'è capitato di dover chiedere al concierge dello scicchettoso albergo di Place des Vosges, il Pavillon de la Reine, di sostituire in camera due lampadine fulminate. Proprio non c'era verso di ripescare in quelle 4-500 parole di francese che conosco, la parola: lampadina. Così ho fatto ricorso al fido vocabolarietto, che se da un lato fa molto turista sfigato, dall'altra salva la vita in più di una situazione, specie a tavola. [Non so voi, ma io mangiar delle robe che non so esattamente cosa siano, proprio non riesco]. E così il vocabolarietto mi restituisce: ampoule per lampadina. Ampoule, capite? Sentite com'è rotondo ed elegante questo termine: ampoule [pronuncia: ampùl]. E poi, la lampadina è, a guardarla bene, effettivamente un'ampolla. Ecco: i francesi, la loro lingua, i loro modi, son tutti lì. Amano far coincidere la forma con la sostanza, e quando la sostanza non è abbastanza elegante, ci pensano loro ad abbellirla. Vabbè è un discorso che ci porterebbe verso i luoghi comuni, quindi lasciòns perdre.

Ci sono diverse cose che un italiano - e specialmente un romano - può imparare a Parigi. Innanzitutto l'amore per la propria città. Parigi è pulita, signori, strano ma vero, per una città così estesa e così presa d'assalto dai turisti. La mattina vedi scorrere ai lati dei marciapiedi quel rivoletto d'acqua che porta via la zozzeria della sera prima. Hanno un rispetto sacro per i loro bellissimi giardini, dalle Tuileries al Boulogne. Vivono la città. Vivono il loro fiume. E' bellissimo mischiarsi ai parigini in pausa pranzo lungo la Senna. Una baguette rustique di
Kayser, boulangerie storica, una copia di Le Parisien o del Canard enchainé, e sei a posto. Se penso che gli argini del Tevere son pieni di baracche di disperati, mi si stringe il cuore.

Un altro segno di grande civiltà è l'incentivo forte all'uso delle biciclette che la Mairie de Paris ha fatto in questi anni. Ci sono depositi in tutti i principali punti del centro, tu infili la carta di credito nella macchinetta, paghi a ore, e lasci la bici in un'altra parte della città. Volendo puoi fare l'abbonamento periodico. I depositi sono tutti vicini alle fermate della metro. Le metrò, uno spettacolo, ma che ve lo dico a fare, questo sicuramente già lo sapete. Bene, non ho visto una di queste biciclette macchiata, ammaccata, rotta o scardinata dall'alloggiamento. Provate a lasciare un paio di notti una bici a Piazza del Popolo e ne riparliamo.

Che poi, dicevo: la pausa pranzo. Secondo me molte cose di un popolo si capiscono dalla pausa pranzo. La pausa pranzo dei parigini può andare invariabilmente da mezzogiorno alle quattro. Li vedi a tutte le ore, praticamente, ai giardini e nei bistrot; e quando son le cinque, e continui a vederli nei bistrot, dici, vabbè: prendono il té, ma quando son di nuovo le sette-le otto, e li ritrovi nei ristoranti, capisci che questo popolo non fa un cazzo dalla mattina alla sera, pensa solo a mettere le gambe sotto a un tavolo, e questo te lo rende infinitamente più simpatico. La sera, poi, Parigi è sfavillante, esattamente come vuole il luogo comune. Tutti nei ristoranti, a ingollare plateaux di ostriche no.1 dell'atlantico. E poi le loro casserolette di lessi con verdure (pot au feu), i loro piatti di vitello (noisette de veau à l'ancienne), cinghiale, maiale. Le Saint Jacques al burro. Tutta la serie delle pates en croute, delle terrine, dei crumble. Come dice Cayenna: anche una pizza rustica, te la fanno sembrare una figata pazzesca. E i croissant: morbidi, ariosi, te ne mangi tre di seguito senza problemi e senza dover ricorrere al maalox. Sentite come torna la questione della lingua? Della forma e della sostanza? Non vi viene l'acquolina in bocca a pensar di mangiare  un piatto di Rôti de canard farci au foie gras?

E' che loro saprebbero vendere pure il ghiaccio agli esquimesi, chiamandolo magari
trionphe d'eau glacée.

Eh, son tipi interessanti da studiare, i francesi. Se parli un pochino della loro lingua, ti si aprono come bambini [no, non fanno sconti, parlano a tremila comunque, e tu sei costretto a chiedere continuamente pardon? Ma va bene così, son fieri della loro bellissima lingua e questa autarchia culturale, questo orgoglio identitario in tempi di nebuloso globalismo, a me, mi commuove]. Che poi, il Governo non aveva consigliato loro di essere più affabili con i turisti e di parlare inglese? A ogni modo, son più simpatici da stronzi.

Ci siamo sottoposti anche alla tortura del Louvre. Non so voi, io odio i musei e le accademie, son marinettiano, sapete, ma come si fa a non vedere il Louvre? E quindi volando si fanno le antichità egiziane-greche-romane, finché si arriva alla sala della pittura italiana dal duecento al settecento. Cayenna, che è la mia guida storico-artistica, era emozionata, Veronese, Tiziano, Pinturicchio, Guercino, capolavori ITALIANI depredati nel corso dei secoli [l'ho detto che sono autarchico], e diceva Cayenna, piuttosto sporchi, tenuti, male, non restaurati, coi colori non riportati all'origine. Bello, ci mancherebbe altro. Però l'apoteosi mia personale della romanità trash l'ho raggiunta quando davanti alle nozze di Canaa del Veronese, a un italiano è squillato il cellulare con la suoneria degli ultrà laziali, Non mollare mai (Aho', bella, stamo ar Lùvre). Che vergogna. Mi è venuto in mente quel pischello di mio cugino che sul diario della casa di Anna Frank, ad Amsterdam, scrisse Forza Magica Lazio. Ma si può? Lo dico sempre che non c'è antidoto contro i romani all'estero...l'unica cosa peggiore anche di questa, erano i giapponesi assiepati a fotografare la Gioconda come tante cavallette beote.

Mi fa tanta pena, ha detto invece Cayenna davanti alla Venere di Milo, e lei era davvero accorata, questa cosa, a me, mi ha commosso, sapete Cayenna è una che cerca il bello ovunque, questa cosa che lei era accorata di fronte al destino di una cosa di tremila anni, infinitamente più bella e più significativa di tutto ciò che ognuno di noi potrà significare nella vita, è stato un momento intenso.

Bòn. Voleva essere solo un inservibile microreportage. Concludo con qualche consiglio di viaggio. Se decidete di andare a Parigi, state alla larga da Montmartre, lo so che è dura resistere, ma è diventata una fogna, non si cammina [anche se abbiamo mangiato una fantastica crèpe prosciutto e formaggio da uno zozzone libanese. Ah, Parigi ha anche questo di buono: che è piena di irresistibili zozzoni]. Champs-Elysees e Place Vendome, un 'occhiata volante. Piuttosto scoprite la città a piedi: St.Germain des Pres, il Quartiere Latino (indirizzo per la sera:
Le Pré Verre), les jardins du Luxembourg (con dolcetto di Pierre Hermé incorporato), il bellissimo Marais, con le sue botiques e il quartiere ebraico (obbligatoria la sosta dallo zozzone maghrebino, l'As du falafel, e dal suo dirimpettaio israeliano, Finkielsztajn, con dolci della tradizione ebraico-viennese). Belleville, se avete letto Pennac, è proprio come la descrive lui, specie nei giorni di mercato: un souk arabo, nella città più internazionale che esista.

Ma anche diverse semiperiferie, meritano un giro sanza meta, e perfino qualche banlieue, stando attenti si intende, può essere interessante.

Insomma, il consiglio è: scoprite Parigi pedinando i parigini. E buttando, una buona volta, quel cazzo di cellulare.

martedì, 13 marzo 2007

Lost in Lione
Categoria:viaggi, scritto da valerio roma


Passeggiare di notte per Vieux Lyon, dopo aver vinto per 2-0 contro una delle squadre più forti della Champions League, non è affatto male. Senza fare casino, senza cantare il "Poooo po po po po poooo po" dei Mondiali. Cammino tranquillo, sovrappensiero, guardo in alto. Senza pesi sullo stomaco, ho fatto il mio lavoro (spero bene) e dopo quattro giorni splendidi sono tornato a casa (in Sardegna) con la qualificazione in valigia oltre alla sciarpa dell'Olympique e il computer portatile.

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Lione è una città tranquilla, sa di ordine. Ci sono quattro linee di metro e il lungorodano è fantastico. Anche se vi posso garantire che camminare da solo di notte per la zona di Gare de Perrache (la stazione ferroviaria più importante della città), quella dove c'era il mio albergo, non è il massimo. Sulla navetta che mi ha portato dall'aeroporto al centro della città, ho conosciuto un romano che vive qui da due anni. E' un ingegnere. Oltre a un paio di dritte su alcuni posti dove poter mangiare alla grande, mi ha parlato un po' di questa città della valle del Rodano. Mi ha spiegato che il traffico non è una prerogativa solo romana. Basta fare un esperimento nell'ora di punta, possibilmente a Part Dieu, la zona nuova. Strano, le "zone nuove" dovrebbero diluirlo, il traffico. Ogni tanto poi succede un casino. Non parlo di viabilità. Le banlieues, i quartieri periferici, si rivoltano. Il fenomeno non è soltanto parigino. Non esiste solo Clichy-sous-Bois. Mi raccontava che si assiste a scene di guerriglia urbana da brividi. Spesso i disordini si spingono fino al centro: è un susseguirsi di automobili incendiate e cariche della polizia per disperdere i "riottosi".

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Il paragone con quello che succede a Roma, a Campo de' Fiori, non è possibile. Lì ci sono soltanto un gruppo di ragazzini coglioni che giocano a sfidare le guardie, oppure a tirare un pallone addosso a una vetrina. Si sentono importanti con qualche coro contro i carabinieri. Qui, invece, c'è un disagio sociale pazzesco, che spinge discendenti degli immigrati di un tempo a sfidare a volto coperto uno Stato che li considera cittadini di serie B "a tutti gli effetti". Diventano teppisti per mancanza di alternative. Possono essere nati a Parigi, a Marsiglia, a Lione. Cambia poco: le loro radici sono algerine, marocchine, senegalesi, camerunensi. La loro doppia cultura è la discriminante. Sul lavoro, ma più in generale in tutte le situazioni in cui la società dovrebbe darti un'opportunità. E' un malessere che accompagna anche chi è riuscito a inserirsi, trasferendosi negli arrondissement dei "francesi". 

7C'è disagio, mi spiegava, e tutto questo poi sfocia in un comunitarismo che li fa diventare ancora più cittadini di "serie B". Si creano i ghetti di periferia, le banlieues, dove queste persone vivono in case sovraffollate. E si emarginano anche solo non volendolo. Mentre parlava, mi mostrava alcune foto scattate con il cellulare dalla finestra di casa sua durante una serata "calda". Immagini un po' confuse, bagliori di luce. Dai suoi racconti, prendevano forma quartieri periferici dove le donne vanno in giro con il velo e dove l'integralismo islamico sta facendo proseliti.

Si tratta di un problema gigantesco, forse IL problema di questa nazione che, secondo me, rimane ancora un punto di riferimento per il nostro sviluppo. Al di là di un modello di integrazione, quello dell'assimilazione degli immigrati, che sta accusando segni di cedimento. Questo ingegniere, mi raccontava che nella rivolta dei beurs (così vengono chiamati i ragazzi delle banlieues) non c'è una lotta politica.

4Dopo la mia terza volta in Francia, sono sempre più convinto che un giorno verrò ad abitare qui: i servizi funzionano, il pane è buono, le città sono ricche di opportunità (a patto che tu non abbia un'origine extracomunitaria) e le persone sono stronze al punto giusto da non annoiarti. Presto o tardi mi deciderò a imparare il francese.

martedì, 30 gennaio 2007

Gomorra e la coscienza collettiva
Categoria:viaggi, scritto da andy capp


L'Olanda è tutt'altro che un paese senza personalità. La giornata passata ad Amsterdam ha completamente ribaltato la prima impressione che avevo avuto. Perché lassù le cose funzionano, eccome. Ma non perché c'è poca gente, o perché hanno risorse naturali ed economiche. In Olanda è il diffuso senso civico a fare la differenza. C'è una coscienza collettiva che da queste parti nemmeno ci immaginiamo.

Museo delle cere

Certo, sta un po' in tutti i paesi del Nord Europa la contraddizione di fondo per cui convivono coffee shop e quartieri a luci rosse con il divieto categorico di parcheggiare sulle strisce, ma tant'è. Ad Amsterdam o a Den Haag, delizioso capuoluogo politico composto di bellissime villette medio-borghesi e palazzi istituzionali da fare invidia, non si sente suonare un clacson neanche a pagarlo e nemmeno il tram fa rumore. Tutti sono rispettosi della vicinanza altrui. Provate a passare con il rosso oppure a fare un'inversione di marcia dove non si può; troverete almeno tre persone pronte a dirvi "Guarda che non si fa". Chi si fa gli affari propri campa cent'anni di più, è vero, però volete mettere la differenza con chi da noi ci suona solo perché deve passare, senza preoccuparsi minimamente se si sta imboccando (magari per errore) una strada contromano?

kitLa religione in Olanda non ha nessuna influenza sulla vita politica tantomeno sulle abitudini degli olandesi. Nemmeno le feste religiose condizionano la produzione quotidiana. Insomma, a Natale in Olanda nessuno si scambia regali o spende centinaia di euro in panettoni e torroni. Eppure campano bene lo stesso. L'energia alternativa c'è e produce elettricità, mica come da noi dove si fanno solo chiacchiere. E poi vogliamo parlare degli ingegnosi sistemi di irrigazione e di controllo delle acque? Intere distese di mare asciugate e rese edificabili.

Risultato perfettoCapitolo trasgressione: Amsterdam è Gomorra o il Paese dei balocchi, come preferite. E' piccola e i mezzi funzionano perfettamente. E' piena di negozi dove fare acquisti all'ultima moda, pub dove bere birre tra le più buone d'Europa, ci sono locali dove si fuma dell'ottimo hashish o della marijuana di qualità e poi c'è il quartiere a luci rosse, che devo dire mi ha davvero colpito per originalità. Non tanto la storia delle vetrine quanto tutto il resto è che fa la differenza: supermarket del sesso, locali di strip tease, insomma di tutto di più.

Due considerazioni: nonostante le droghe siano legalizzate non ho visto scippi o gente pericolosa o fuori di testa, almeno non più di quella che si vede da noi. Il fatto che le ragazze delle vetrine paghino le tasse allo Stato non mi convince del tutto: secondo me il racket dello sfruttamento c'è anche lì. Quindi attenzione a prendere questo tipo di esempi solo per vedere le nostre strade ripulite. Il problema è sempre a monte: finché c'è gente che viene sfruttata va colpita la domanda.

Mare del Nord

domenica, 28 gennaio 2007

Netherlands on tour by noantri casual firm
Categoria:viaggi, scritto da andy capp


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sabato, 27 gennaio 2007

Sotto il livello del mare
Categoria:viaggi, scritto da andy capp


La prima informazione che vi regalo, per chi non lo sapesse, e' che da circa 24 ore sono a Den Haag. La seconda informazione che vi regalo, per chi ancora non lo avesse saputo, e' che Den Haag, sarebbe L'Aia. Vabbe' cosa nota direte, ma siate onesti, da quanto l'avete scoperto? Un paio d'anni al massimo, suvvia.

La storia secondo cui questo ricco paese (14 mln di abitanti) si trovi sotto il livello del mare credo sia proprio vera a giudicare dal fatto che intorno non si vede una collina che sia una. Poco danno, l'unico inconveniente e' che tira sempre un vento micidiale; da qui deduco e confermo che anche tutta la storia dei mulini non era roba che esisteva solo sui libri di geografia. Cibo: non e' che si mangi un granche', anche se si trova tutto, De Cecco e Barilla comprese.

La grossa differenza sta nel modo e nei tempi di cottura. Una zuppa lasciata sul fuoco per piu' di due ore alla fine credo sia indigesta per chiunque, soprattutto se accompagnata da un mega wurstel affumicato. Cosi' come far rosolare un filetto di baccala' in una specie di miscuglio di olio di semi e burro non e' proprio il massimo. E poi onestamente tutte quelle salsine a base di cipolla ammazzano i sapori, c'e' poco da fare.

La gente non ho ancora capito com'e', anche perche' per le strade non c'e' davvero nessuno, soprattutto oggi che e' sabato mattina. Tra poco saro' ad Amsterdam di cui tutti mi hanno sempre parlato un gran bene. Si', andro' al coffee shop e anche al quartiere a luci rosse. Ma nessuno sapra' mai cosa sara' successo nelle prossime 8 ore.

Heineken

Mi sto nutrendo di Heineken (non che a Roma non si trovi) pero' qui e' l'equivalente della Peroni o della Moretti giu' da noi, cosa che mi fa sentire integrato. Calcio: purtroppo l'Ajax gioca in trasferta cosi' come tutte le squadre minori di Rotterdam e il Den Haag, quindi niente partita. L'unica speranza era legata al Feyenoord ma l'incontro di domani inizia troppo a ridosso del mio volo ed io con gli aeroporti ho un rapporto molto particolare (ieri stavo per perdere di nuovo l'aereo, dopo quello per Parigi perso qualche anno fa).

Tutto qui, il mio era solo un breve saluto a tutti i fratelli di noantri. Per il resto, un paese senza salite e discese e' un paese senza personalita', ma ha ancora tempo per farmi cambiare idea.

ps: quando gli americani inventeranno le tastiere con le accentate avranno fatto un primo passo verso la civilta'.

lunedì, 14 agosto 2006

La pace degli oggetti
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana


L'abbiamo scritto sul nostro blog on the road da Cuba, ci stavo ripensando stanotte. C'è un momento esatto, durante tutte le vacanze del mondo, in cui ti accorgi che è finita: non è solo questione di stomaco e nervi, di orario e tensione, di tristezza e malinconia o semplicemente di calendario. Arriva un giorno in cui, tutto abbronzato, ti rimetti a fare la valigia: è allora che togli, scastri, demolisci tutti gli oggetti che durante quelle tre settimane hai sistemato in giro e ti rendi conto che nessuno di quelli - vestiti, scarpe, schiuma da barba, cinte, pezzi di carta, penne - poteva stare in una posizione diversa.

In bagno il mio beautycase sistemato sopra il ferro che solitamente tiene l'asciugamano, le scarpe da turista tedesco di Pat sotto il condizionatore, le due buste con le statue di legno di Davide sul divano; le tre valigie nelle rispettive posizioni e guai a spostarle. Quella casa sarebbe stata un'altra casa, se dall'oggi al domani, ci fossimo messi a modificare l'assetto di ogni cosa, a sconvolgere la pace trovata autonomamente dagli oggetti. I miei vestiti sulla poltrona, l'occorrente per le lenti a contatto di Pat sul comodino vicino al letto, carte, scontrini e numeri di telefono sul tavolo di vetro in salotto: ti accorgi in un momento di autocompiacimento e malinconia che quella era diventata casa tua, con le tue manie, le abitudini - l'ordine maniacale di Pat, il disordine incondizionato mio - e che da un momento all'altro diventerà casa di un altro, rispecchierà il modo d'essere di un altro.

Mi ricordo a New York quest'inverno: il periodo più lungo mai trascorso personalmente in una camera d'albergo. Alla fine tutto aveva un senso e mi pareva impossibile pensare a quella camera in termini diversi: il pupazzone verde di Slime di Davide sopra al frigorifero, tutte le scarpe che ci eravamo comprate posizionate lungo la parete, i miei cappelli invernali sulla scrivania, la sciarpa sulla spalliera, la mia valigia sotto la finestra, quella di Davide accanto l'armadio. E il modo in cui ognuno istintivamente sceglie il proprio letto? Ci avete mai pensato? Si arriva in un posto - magari si è in tre o in quattro - e ciascuno si dirige verso un posto letto. Non capita mai di sedersi in due sullo stesso e di doverne parlare per decidere: semplicemente ognuno posa il proprio culo su un materasso - oppure ci lancia distrattamente una felpa sopra - e da allora quello sarà il suo letto. Nessuna discussione, nessun dubbio; arriva il giorno della partenza e capisci, ti dici, che nessun altro letto poteva essere il tuo. Quello è proprio un letto che ti piace, nella posizione giusta, con la consistenza giusta: gli altri ti sembrano impossibili e ti daresti una pacca sulla spalla per congratularti con te stesso.

Poi tutto sparisce, naturalmente. Nell'aereo che ti riporta a casa rimane solo la consistenza di un'altra avventura tra le labbra e l'angoscia per l'ennesimo vuoto d'aria che ti lascia lì, aggrappato ai braccioli, a domandarti chi te l'ha fatto fare.

domenica, 06 agosto 2006

Ci vuole calma
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana


Fidel sta male, Fidel è morto. Hanno ucciso Fidel, Fidel è vivo. Sono un po' disgustato, spaventato da questa vicenda cubana: Cuba è il terzo posto, dopo Roma e Napoli, dove ho vissuto più giorni della mia vita e il secondo, dopo Roma, dove ho costruito le migliori amicizie. Sono spaventato e disgustato, mentre leggo i giornali: penso a Raul che sta in vacanza a Guanabo con i soliti quindici con cui condivide una macchina e un sacco di prelibatezze da cucinare. Penso che per loro non deve essere questo gran divertimento, pure se con Fidel ce l'hanno a morte; pure se gliele infilerebbero volentieri una per una su per il culo quelle bandiere nere anti-imperialiste che ha fatto montare davanti all'ufficio per gli affari nordamericani. Non deve essere bello: magari non dormono, magari fanno sonni agitati.

Qui si parla a sproposito. La vicenda sembrerebbe esaurirsi nell'equazione sulla vita di Fidel: se muore bene, se vive è peggio. O viceversa. Quel Grillini ha ben pensato di argomentare tutta la sua dialettica per dirci che sarebbe ora che Raul Castro ammettesse la propria omosessualità: come no? Grande problema: hai centrato il punto, imbecille. Penso alle strade della Havana dove tutti ti guardano le scarpe; penso alle pozzanghere dopo gli acquazzoni, con i bambini che ci sguazzano dentro. Penso a Sergio e alle foto che mi ha mostrato: quelle dove sono tutti uniti, abbracciati davanti alla televisione, mentre Grosso sta per calciare il rigore della vita. Penso a lui, appena laureato: un grande architetto innamorato di Cuba e che darebbe via un braccio per poter esercitare la propria professione nel paese natìo. Penso a tutti loro che guardano le mie fotografie che ho raccolto in un album: un regalo sciocco che è diventato magia per quegli occhi disabituati al mondo. Penso che mentre li guardavo guardare quelle immagini di Roma, New York e degli altri posti in cui sono stato, abbassavo un po' gli occhi perché avanti così mi sarebbe scesa una lacrima: quegli indici puntati su Castel Sant'Angelo, sul Colosseo, sul serpentone di Corviale e le domande che, a turno, si sollevavano assetate di sapere. Se Broadway è veramente così, se il ponte di Brooklyn oscilla quando passano le macchine; e quella sera in cui Sergio mi portò sotto il palazzo più alto della Havana per chiedermi nel suo italiano senza patente: «Mi spieghi come fa l'Empire State Building ad essere più alto di questo?». E tu gli devi spiegare che non solo l'Empire State Building è più alto di quello, ma è alto almeno venti volte quello e che l'ascensore va più veloce di una Mercedes e le orecchie ti si tappano tutte dopo il piano numero sessanta.

Fidel è morto, evviva. Fidel sta morendo dissanguato, è lì che  vomita pezzi del suo stesso stomaco, evvai. Morto Fidel se ne fa un altro molto migliore e i cubani saranno finalmente privati del loro terrorista per eccellenza. Non la posso fare tanto facile: se Fidel muore domani, che ne sarà della stradina dove sta la casa di Raul e quella di Marla? Ho ancora l'immagine di tutto quel pesce cucinato per noi: Raul che abbraccia le fidanzate dei suoi figli e le fa ballare piano la Conga, mentre io scatto foto così ho la scusa per non unirmi. E la nonna sbiellata che ci domanda cento volte al minuto da dove veniamo; le nostre discussioni sulla politica e sul sociale fino a notte fonda. Le riunioni con Pat e Davide, a casa, prima di uscire: se fosse il caso o meno di lasciar loro dei soldi per pagare le bollette. Penso ad Arianne e Leslie, due ragazze semplici a cui ci siamo affezionati: le abbiamo lasciate l'ultima sera nella loro casa difficile da raggiungere per lo stato disastroso della strada. Le abbiamo lasciate lì con il cuore in gola, sapendo che nulla di diverso vedranno mai al di fuori di quell'asfalto devastato e del loro posto di lavoro, al Banco Metropolitano. Per quanto? Per sempre? Dieci anni?

Fidel è morto, evviva. Ma cos'è? Un bottone che si schiaccia e che risolve i problemi? Ho paura che non sia così: non è uno starnuto, non è che uno alza la tavoletta e si svuota la vescica. Non è come prendere un aereo e ritornare a Roma per vedere quello che succede: me li sono lasciati tutti alle spalle, quest'anno, la famiglia Ferreira, gli amici, tutti e mai come stavolta ho avuto la percezione di mollarli lì, dentro una prigione fino alla prossima visita. Guardarli nel loro balconcino quell'ultima sera, mentre salivamo sul nostro taxi diretti a casa, è stato affilato, colpevole: mi piacerebbe che tutti noi aspettassimo le conseguenze di questo delicatissimo momento storico. Non sarà un successo politico per nessuno, anche se la cosa sarà strumentalizzata dai nostri partiti. A Miami festeggerranno tra palme e dollari e bandane a stelle e strisce; a Cuba qualcuno brinderà dietro una porta chiusa. Il mio pensiero va agli amici di lì: mi chiedo ogni giorno dove sia la verità. Dove sia la soluzione perché Raul torni a fare il dottore.

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[Pat e Raul bevono rum bianco]

giovedì, 06 luglio 2006

Vacanze
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana


Noi partiamo lunedì mattina.
E voi partite? Quando? E dove ve ne andate?

mappamondo

Con la promessa che ci ritroviamo tutti qui, dopo, a raccontarci cose belle e cose brutte delle nostre scoperte intorno al mondo. Con il proposito di trascorrere insieme un altro anno di esperienze, cambiamenti, litigi, discussioni, scambi, moralizzazioni, vaccate, donne e motori dei paesi nostri.

sabato, 10 giugno 2006

Tornando a Cuba
Categoria:viaggi, scritto da andy capp


BaracoaQuando alle parole si fanno seguire i fatti c'è sempre da andarne fieri. Ecco perché il nostro prossimo viaggio a Cuba mi rende particolarmente felice. Primo perché stavolta ci siamo mossi in tempo e così abbiamo evitato la solita inutile corsa contro il tempo che mi opprime in maniera particolare, secondo perché saremo ancora i noantri dell'ultima volta, terzo perché questa volta non scappo dal passato. Ci vado, anzi ci torno, per tanti motivi: ho voglia di rivedere Raùl e la sua famiglia, ho voglia di riassaporare il mojto del chioschetto sul Malécon (a Roma non l'ho più preso) e soprattutto voglio riprovare quella sensazione di totale distanza mentale dalla vita quotidiana.

Penso proprio che sarà una bella vacanza. Già immagino la sera prima della partenza: sarò di turno fino alla chiusura, vedrò la finale del Mondiale e me ne andrò a dormire con la valigia già pronta dalla mattina. Tuttavia farò ancora una volta scorta di valeriana per il volo. Lo scorso anno partecipai con Stefano a un concorso di Repubblica Viaggi: gli mandai questo pezzo sulle mie impressioni al ritorno dall'Isla. Non ricordo il titolo che avevo scelto né l'avevo mai postato su noantri. Sono curioso di confrontarlo con il prossimo.

Quando torni da lì vorresti che tutto si conservasse dentro di te. Perché hai paura che a forza di raccontarla se ne scivoli via. Quando dicevano che ti avrebbe cambiato sorridevi perché pensavi che a te non sarebbe mai successo. Poi torni, e ti accorgi che ti manca. Ti mancano gli odori forti di nafta e di marciume, e ti manca lo stupore per l’assenza di quelle comodità a cui eri talmente abituato da non farci più caso. Laggiù fa caldo, ma un caldo di quelli insopportabili, umidi, che non ti danno tregua nemmeno di notte. Poi però una volta tornato scopri che ti manca anche quello. Ti manca il sorriso delle persone, la loro incredibile fierezza, quell’essere così attaccati alla loro indipendenza e alle forti radici indigene. Un popolo orgoglioso perché da quelle parti è solo, schiacciato da un gigante che proprio non ne capisci il motivo. Un vecchio che vende mani-mani, un pescatore, un giovane che ti offre i suoi manufatti, una ragazza che passeggia in quella maniera che non puoi scordare: a chi potrebbero mai far del male? E poi quei bambini che sorridono per un semplice saluto e non si nascondono dietro le sottane delle mamme e non fanno i capricci. Sì, ci sono gli scrocconi, quelli che ti vedono come un bancomat con le gambe, e che ti seguirebbero per tutta la città in cambio delle tue Nike. Una marca fa status: è questa la loro idea di Occidente, tutto benessere e potere d’acquisto. I turisti hanno i soldi e arrivano gonfi di sperma e promesse mai mantenute. Ma quella gente non conosce il mondo perché non può viaggiare. Ecco la colpa più grande di chi un giorno la rese libera e oggi invece teme di perderla la sua amada Isla. Forse raccontandola, Cuba sarà un po’ meno sola.

VIDA_SIDA

 

martedì, 07 febbraio 2006

Prime impressioni...
Categoria:viaggi, scritto da federico roma


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il Vicere'

P.S.
Non mi capita tutti i giorni di avere questa tastiera quindi beccatevi questo:¿¡¿¡ñññÑÑÑÑÇ

giovedì, 12 gennaio 2006

Vieja Europa
Categoria:viaggi, scritto da federico roma


E' qualche giorno che non sto bene. Una sorta di influenza a "freddo", senza febbre, ma fastidiosissima. Cerco di vincere la mia atavica indolenza e scrivo questo post essenzialmente per contribuire alla collezione di foto del blog. Non sarei in grado, infatti, di descrivere davvero i miei giorni a Madrid. Non posterò neanche foto di lei per ora, tanto per ragioni di delicatezza, quanto soprattutto per pura gelosia, quell'istinto primitivo - e probabilmente altamente "meridionaleggiante" - che ti prende alla gola. 

Le dico solo "grazie", per essere stata insieme guida, amante ed amica perfetta.

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Il Palacio Real... purtroppo la città era invasa da torme di turisti e dunque la maggior parte delle foto è stata scattata in modi assurdi, proprio per cercare di evitare "contaminazioni". Metteteci pure che non sono fotografo, che sono innamorato, e il gioco è fatto. 

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Piccola "Pala" da altare. Interno della Catedral de la Almudena. E' strano pensare che la maggior parte dell'oro massiccio di cui Madrid è piena venga dalle Americhe. Pensavo alle mani di quei poveri Cristi nelle miniere, ridotti a bestie. Pensavo al viaggio ciclopico, all'Oceano.

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Il Parco del Retiro. Bello davvero. Anche perchè dopo i parchi romani è difficile essere realmente colpiti. Ovviamente di questa foto esistono versioni prettamente da "coppia"...

Lo "stagno" che vedete in realtà è enorme!

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Parco del Retiro. Museo Reina Sofia (mi pare...). In effetti questa foto non è un granchè: "talgliata", leggermente storta... Ma dovete pensare al fatto che il portone era invaso da una torma indecente di giapponesi che si facevano le foto tra di loro in pose strane. Alcuni mimavano Superman (!), altri gli egiziani. Ricordo di aver pronunciato qualche frase su Hiroshima. Fortuna che ero abbagliato dal cielo meraviglioso e da quei mosaici arabeggianti.

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Il Tempio del Calcio. Da sinistra a destra: il Campo (qui fummo campioni del Mondo). La teca dedicata a Don Alfredo di Stefano. Il Pallone d'Oro dello stesso (1957). Un tenero ricordo per gli giuventini. 

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Real Armeria (interno del Palazzo Reale), da sinistra a destra: armatura (tra le tante) dell'Imperatore Carlo V, la spada del "Cid Campeador" eroe della Reconquista e protagonista dell'omonimo poema epico; elmo donato da un Papa a un sovrano castigliano nel sec. XI (non ricordo i nomi dei due, mi pare Innocenzo qualcosa a un Ferdinando. Ditemi se potevo non mettere questo elmo, sembra quello di Aragorn!) come segno di riconoscenza nella lotta contro i Mori; souvenir della Battaglia di Lepanto: vessilli di guerra turchi ed armi di un generale ottomano (immagino che questi siano stati "gentilmente" estirpati).    

Mi fermo qui. La sublimazione sta prendendo il sopravvento e vi risparmio le foto del Prado

Madrid è una città stupenda, calda e tragica al tempo stesso. Dopo aver sentito i racconti di Ste su Nuova York voglio assolutamente andarci. Soprattutto per capire se davvero, come credo, le sponde dell'Atlantico dividano due mondi davvero diversi. Profondamente diversi.

il Vicerè 

lunedì, 09 gennaio 2006

Definitely in my opinion
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana


Stare a New York è abbastanza incredibile SEMPRE. Ma è la prima volta che ci cammini sopra e ti viene in mente che sei in un posto in cui incontrare Al Pacino è semplicemente possibile, che capisci di avere voglia immediatamente di un hot dog. C'è da dire che l'hot dog non l'abbiamo mangiato (Davide, cazzo, non abbiamo mangiato un hot dog!); in compenso abbiamo capito che la parola-tormentone per i newyorchesi è definitely che più o meno abbiamo deciso di tradurre con "a palla" oppure "di brutto".

Cose comprate tra tutti e due (in ordine sparso e del tutto casuale):

- più di cinque paia di jeans
- più di cinque paia di scarpe
- circa tre giacche
- più o meno una decina di magliette
- almeno un maglione di cachemire
- presumibilmente un numero di cinte compreso tra cinque e nove
- senz'altro sei pupazzi di vario tipo
- almeno un oggetto molto cool
- comprensibilmente un numero di cd vicino al sette
- numero quattro action figures
-
oggetti sparsi e numerosi la cui identità non posso rivelare perché in qualità di regali c'è una spessa possibilità che non siano ancora stati consegnati e la loro epifania su queste pagine potrebbe rovinarne l'insita sorpresa
- una valigia
- cinquanta miniposter di film celebri
- uno Slime verde che balla

Ore di fila fatte:

- tre complessive per la Liberty Island
- quasi una per l'Empire State Building, poi abbandonato per impossibilità manifesta di arrivare alle casse indenni (ci siamo tornati in un secondo momento cavandocela con circa diciassette accettabili minuti complessivi)
- almeno due all'aeroporto JFK (che come organizzazione ricorda più o meno il migliore aeroporto del BURUNDI)
- 40 minuti scarsi al Moma (museo che Davide ha inquadrato con un condivisibile "eccezionale")
- 2 minuti esatti al Metropolitan (museo che Davide ha inquadrato con un inesorabile: "du' cojoni")
- un'ora circa alla cassa del Burger King il giorno 31 dicembre sera

Roba più bella vista in assoluto:

- L'NBA store
- Il Disney Store
- La gallery di Diane Arbus al MOMA
- Il Financial District
- Soho e Greenwich Village
- Times Square (ebbene sì: Times Square è semplicemente una figata pazzesca)
- Battery Park
- La vista di Manhattan dal Ponte di Brooklyn

Roba pessima:

- L'aeroporto JFK
- I docks presso il Lincoln Tunnel

Posti definitivi:

- Il ristorante fusion "Asie de Cuba" sulla Madison Avenue
- Il ristorante di sushi sulla 1st avenue: "Sapporo East"
- Il ristorante cubano "Azucar" appena a sud di Central Park
- "Rise to riches": pudding di riso da far girare la testa in un ambiente fantastico (a Spring Street)
- Gli insalatari a Bryant Park

Premio della critica:

- La catena di pizza "Sbarro"
- La catena di pizza "Famiglia"
- Il sushi "in scatola" comprato in un centro commerciale indescrivibile
- Gli avvocado messicani

Rimpianti:

- Harlem
- Il blue note jazz club
- Queens
- The Scores
- Serena (questa è roba mia)

Miglior aperitivo:

- Tutto considerato il premio va forse a "Teany" a Rivington Street. Locale di Moby specializzato in the. Noi ci siamo specializzati in mojito con lo champagne in luogo del rum (tre a testa) e un piatto di proporzioni abominevoli dei più buoni sandwiches mai saggiati in vita (tutto per la modica cifra di una Finanzaria)
- Lacrimevole per la commozione anche l'aperitivo del "W": lì ricordiamo il mojito (questa volta tradizionale) semplicemente più buono bevuto dal Malecòn della Havana

Premio come miglior tocco drammatico:

- 31 dicembre a Central Park: nevicata con i controcoglioni e scenari da commedia americana decadente

Spesa più alta pagata per una cena:

- Tra i sessanta e i settanta dollari a persona (con piena soddisfazione)

Parola chiave:

- Disastro

Un po' di foto della vacanza sono qui (finora ho inserito quelle relative ai primi tre giorni di vacanza e mica tutte, ci mancherebbe). La verità è che sono in pieno jet-lag (oggi ho cercato su Internet e ho scoperto che si tratta di una vera e propria sindrome. Insomma sono malato) e non riesco a parlare di altro. Non ho argomenti, non ho un'opinione, non so cosa sia successo negli ultimi quindici giorni in italia, non ho ancora acceso la televisione, in compenso ho già bevuto un negroni, due rum e mezza birra. La cosa veramente incredibile è che non ho ancora nemmeno visitato, letto o scrutato un blog (a parte questo). Il pensiero di tornare in palestra mi dà il voltastomaco, ma ho fissato una data onesta per mercoledì. A parte questo, i'm back.

sabato, 07 gennaio 2006

Finalmente a casa
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana


Ragazzi,

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Qualunque idea avessi di New York e dei newyorchesi mai avrei immaginato di poter amare a tal punto questa città e questa gente.

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E' assurdo. Mi duole ammetterlo, come quando si abbassa la testa davanti a un fatto calcistico, ma non sono soltanto mangia-hamburger. Queste sono persone strepitose.

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E' gente che sa stare al mondo.
New York è una città che fa continuamente l'amore con se stessa. E si mangia cubano da dio!

martedì, 03 gennaio 2006

Buon anno!
Categoria:viaggi, scritto da noantri


Tutto è cominciato con uno straordinario Avocado messicano in qualità di nostro cenone. Anzi, a dire la verità tutto era cominciato qualche ora prima con alcune birre e dei whiskey. Sul baffo di Davide vi è una traccia verde dovuta PROBABILMENTE allo stesso frutto tropicale.

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La cosa è andata avanti all'aperto con una temperatura vicina a quella utile per ghiacciare il Mar Egeo. Capatine in un pub e poi nell'altro ove i nostri richiedevano whiskey americani a fronte di menu tipicamente irlandesi.

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Incontri ravvicinati di tipo strambo si sono succeduti. Non domandateci chi siano costoro, per esempio; sappiate solamente che nella loro fotocamera possono conservare foto più divertenti di questa.

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E forse anche di questa.

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Quanto al primo AUTOSCATTO dell'anno - cosa di cui lo scrivente (Ste) è notoriamente appassionato - quale migliore augurio di questo: io DENTRO le gemelle di Diane Arbus esposte al MOMA. Dire che le sono state a guardare inebetito per circa trentadue minuti è dire poco.

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Quanto al resto, possiamo annunciare che il nostro rientro è severamente collegato ai prossimi acquisti. Lo shopping fatto finora NON ENTRA nell'aereo; quello che resta da fare potrebbe portare al nostro immediato arresto (non c'entra il fatto che Davide è stato sorpreso a LECCARE il modellino di resina rappresentante Sullivan, il suo personaggio preferito di Monsters & Co. esposto anch'esso al MOMA).

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venerdì, 30 dicembre 2005

I due fighi e la figa
Categoria:viaggi, scritto da noantri


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mercoledì, 28 dicembre 2005

Non siamo mica gli americani
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana, scritto da noantri


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domenica, 04 dicembre 2005

Organismi non geneticamente modificati
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana, ritratti cubani


Camminano senza sapere dove andare. E' più che altro una questione di partecipazione: camminano perché farsi vedere è importante e che ne sai? Magari capita l'occasione giusta, una qualunque. Si vestono come si deve: si guardano e riguardano prima di uscire. Si sollevano sulle punte dei piedi e fanno sempre un po' di fatica, perché lì di specchi a figura intera ce ne sono pochi. Ma, davvero, non lo sanno dove andare. Le vedi che impugnano ciuffi di banconote tra le mani: pochi spiccioli. Contati. Fanno una fila di due ore alla gelateria Coppelia e mai che sbuffino o sbadiglino: sai, il trucco. Però si guardano intorno e i loro occhi - mamma mia - sono bellissimi. E' qualcosa che c'è dentro: non ti stordisce subito ma poi ti tiene sveglio in aereo, mentre torni. Eccole lì: scendono lungo la Rampa, calle 23, e ti pare impossibile che possano resistere intere con quei jeans lunghi - senza sciogliersi. Il collo ritto, la schiena perpendicolare al terreno, lo sguardo fiero di chi non conosce modelli imitativi. Non sono Nicole Kidman, non sono Sandra Bullock, non sono Elisabetta Canalis, non sono niente. Sono due giovani habanere che non vedranno mai nient'altro nella vita che quella strada e quei volti. Tutta l'esistenza consumeranno, andando con il Golfo del Messico a sinistra e ritornando con il Golfo del Messico a destra. Non ne sapranno niente di un sacco di cose e la loro più grande arte sarà quella dimenticata del sorprendersi dell'ovvio. Non saranno attrici, non saranno modelle, non guideranno mai una macchina vera, non ne sapranno nulla di come si prepara una valigia: sono niente e moneta nazionale. I loro no e i loro sì tintinnano sempre di graziosi gioielli senza valore; sognano Roma e sognano l'America. Sognano di essere bellissime sotto la Torre Eiffel.

domenica, 21 agosto 2005

No es facil
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana


Ma la stanno processando la fila? La valeriana. La bocca semiaperta di Pat. Il sudoku di Davide. Il rollio del jumbo. L'Oceano Atlantico. La compilazione dei visti. Por favor. Il controllo della policia dell'interior. L'hotel Riviera. Pat col naso incollato alla finestra al piano numero 14. Il primo giro. Il primo mojito. Il gelato da Coppelia. Il primo pacchetto di Vegas. La bucanero. Gli occhi nocciola della cameriera. Il primo jinetero. Il ronzio indefesso di Davide durante il sonno. Le scorregge. Raul. Il trasloco. Le mille case particular. I taxi particular. Tutto particular. Signooore. Nieves. Nidia. I perros scassacazzi. Il condizionatore sovietico. L'uomo brutto. Il caldo. "Ci mette dieci minuti a scattare una foto". I bambini non conoscono i capricci. "Si sono fatte più fighe rispetto all'anno scorso". "La voglio bianca, ariana, la voglio appena uscita dalla varrecchina". La camminata delle negre. L'Orsa Maggiore. La luna rovesciata. Il cielo stirato. Il Fratello del baretto sul Malecon. Il pollo. Il congrì. "Mi sono innamorato". "Eccezionale". Le camicie imbarazzanti. Il palmare di Davide. "Mi sono innamorato di nuovo, ma stavolta è vero". La Rocha. Il panino giallo avvolto nella carta della stampante. Il cagotto. Il bimixin. Il caffè annacquato. I soldi stupidi. La moneta del Che. So' ‘mbriaco. Julio. Jo soy Fidel. Le amiche di Fidel. Il gesto della barba. La danzante serata a casa di Raul passata sulla tazza del cesso. Il trabiccolo con le eliche. Il ghiaccio secco in cabina che sembrava fumo. La faccia di Pat. Enrique. La piccola Patricia. Patricia & Patrizio. La langosta. Otro. Dariza. Come si prendeva cura di Pat. La stretta di mano di Amado. La mano intrisa di coscia di pollo. Assomigliava a Denzel Washington. Taaaarda. Le ragazze nel buio di fronte casa. Le rane nelle pozzanghere. I bambini, tutti bellissimi, che ci inseguono di nascosto. La fosforera. La lemonada della signora. Jolie, che quasi mi innamoravo per la terza volta. Il bacio sulla panchina. Il famoso detto cubano "A belle mani corrisponde un gran bel cazzo" che – come dire – ha in qualche modo rotto l'incantesimo fatato. La tipa incinta con la cartucciera di preservativi. Il ragazzo dei cocktail allucinogeni. Il bicchiere pieno fino all'orlo di rum. Il cocco. Il cocco loco. Pat riverso a terra travestito da Mojito. Quel paradiso. I discorsi coi ragazzi su Fidel. L'oficina della Cubana. V'ha mentido. Encantado d'averve conosciuto. Ricardo. Por la mia securidad y la securidad de usted. Sandro. Scopare. Culino. Massimo. Comprare il Capitolio. Bamba. Il mango batido. Il mercatino della Havana Vieja. Havana Vieja. La firma di Maradona. Il cerdo. Plaza della Catedral. Il cuore che mi batte forte. Il ricordo di Fabio e la donna della sua vita. La vecchia vestita di bianco con il cesto di frutta in testa. Santiago. Adriana. Le cene imbarazzanti. Uovo. Uovo. Uovo. Uovo alle sette di mattina. Pat che fa il palo mentre rubo il pane a quella stronza. Mui calooooor. La casa della musica. La casa de Patricio. Il frocione con la maglietta gialla. Quelle tre. Il culo a ritmo di salsa che ti si struscia addosso. "Me s'è imbarzottito". "A 'n certo punto gliel'ho appoggiato". Il romanaccio alle tre di notte tanto lontano da casa. Quella che Davide un po' si era innamorato. Germano, che fratello. La Gran Pietra. La macchina col cofano aperto. La ricerca dell'acqua. L'attesa nel nullaLe banane e il mango per strada. L'omino befana e le sue coseI 400 e passa scalini. Pat con le mani sui fianchi. Viviana o Giuliana o Tiziana o Cristiana o come cazzo si chiamava. Come cantava Obsession. Come la guardavo io. Come mi guardava guardarla. Come era stupenda. Come avrei voluto portarla via con me. La chitarra. La piazzetta dei rompicoglioni. L'albergo degli americani. Il mago del cazzo. "Io li proibirei per legge". I turisti tristissimi. Baracoa. Omar. Apocalypse Now. Apocalypse Now Redux. Dieci pesos per il nonno. Il ponte rotto. Il guado del fiume. I pescatori. Il pesce con le banane fritte. Le tre guantanamere. "Dici che sono le donne più belle del mondo?". La biondina sensuale che ci faceva cenno. "Omar, e daje!". I quattro sì. Le banane rosse. Pat che dorme seminudo con l'aria condizionata sparata sulla pancia. Meno quattro gradi. La coperta. Gli starnuti di Davide nell'altra stanza. Il vivinC. I Buena Fe. Lo stereo della Peugeot che non funziona. Hasta siempre. Carlos Puebla. Il viaggio di ritorno. Il tramonto impossibile. La cauzione, fosse l'ultima cosa che faccio. Quelli in mezzo alla strada. Desculpe. Amigo. Noi che cantiamo in macchina tutte le canzoni trash. La guagua. La fame nera. I fottuti bocadito jamon e queso. Viviana, Tiziana, Cristiana, Giuliana o come cazzo si chiamava che non s'è più fatta trovare. Le due tipe portate via dalla polizia. I dieci pesos per non finire in galera. L'indirizzo di casa di Davide. La signora della casa della musica. Il paladar di Santiago. Quella in minigonna. Il cerdo. La cameriera dolcissima che ci ha chiamato il taxi. Le puttane odiose che ci hanno insultato. Me gusta la popola. Il cd masterizzato a dieci pesos. Germano borrachado che si scorda di passare a prenderci. Le sue scuse all'aeroporto. Quella con le tette così. Guanabo. Jasmine e Swani. I miei occhi sulla prima. Gli occhi di Pat sulla seconda. Il domino. I biglietti della Iberia sulla sedia. Raul in costume a trangugiare rum. I cuba libre di Jorge. Il mio primo cuba libre preparato a Cuba a dei cubani. La paura di metterci troppo rum. L'incapacità di non lasciarmi sfuggire il lime dalle mani. Cibo. Cibo. Cibo. Troppo cibo. Cagare in mare. Fare finta di niente. Parlare con Jasmine lungo tutto il tragitto di ritorno con le fitte allo stomaco. Il cesso occupato. Il cesso occupato. Il cesso occupato. Le foto nel monitorino mostrate a Jasmine. Il pensiero della partenza imminente. Il pensiero di Sergio. Il pensiero che no, proprio non è possibile. L'abbraccio con Raul. Il viaggio nella macchina di Tito. Il silenzio. L'odio maledetto per gli addii. La promessa tacita di rivederci tutti presto. La gita dell'ultimo giorno a Varadero. Il messicano. Mehhhhico. La guida turistica che è stata baciata da Ernesto. La pina colada senza rum per favore - che sono le dieci di mattina -, ma che poi di rum ce ne abbiamo messo un sacco. La maglietta del Che. La francesina sulla spiaggia. L'inno nazionale francese cantato con la mano sul cuore. Le lucertole con le unghie. L'ultima noche loca. Il pronostico di Pat. I sei mojito. Yurida seduta con la famiglia al tavolo davanti al mio. I miei sguardi lungo tutto la sera. I suoi. La scusa della sigaretta. Pat e Davide che si allontanano. Il bacio sul Malecon più bello del mondo. La corsa in taxi fino a casa. L'appuntamento al giorno dopo mai rispettato. Davide con la bionda assurda. L'appuntamento con Pat davanti all'Università all'una e mezzo di notte che invece s'erano fatte le quattro. La piramide di sigarette. Un racconto relativo a certi bagni chimici. Il pronostico azzeccato che neanche alla Snai. La doccia quasi all'alba "perché mi faccio schifo". Le valigie. La lunga attesa prima della partenza. L'ultima puntata al bar dei fratelli. Le stecche di sigarette, il rum e il caffè da riportare. L'ultimo tragitto silenzioso verso casa. Lo sguardo a tutti i posti che ci avevano ospitati. "Lì è cominciato tutto". Il ricordo di Angelo. Il ricordo delle troione in calze a rete. L'incapacità di definire il tempo: se ne sia passato troppo o troppo poco. La via di casa. Il passo lento che esiste solo là. La sorpresa di Raul. Di nuovo gli occhi di Jasmine. Il taxi. L'aeroporto. I sei chili di esubero. I 160 pesos di multa da pagare. La responsabile del chek-in che si lascia corrompere per 14. L'ultima bucanero. Il brindisi alla fine di tutto, Pat ed io seduti senza più energie e il cuore così gonfio da sporgere dalla camicia. Il mento appoggiato nel palmo della mano e l'occhio all'orologio. La ricerca di un'alternativa alla partenza. Non più un soldo nei borsellini. L'attesa per l'imbarco. I turisti bardati come suppellettili. A me che viene voglia di piangere. Io che non voglio tornare. Non voglio tornare mai. Io che sto troppo bene senza molte cose. L'imbarco. Il tizio sull'aereo accanto a noi che improvvisamente si accende una sigaretta. Il pasto. La valeriana. La catalessi. Madrid. Un panino 10 dollari. L'Europa. I bimbi grassi che frignano pieni di eccessi. I bimbi che si nascondono dietro le gambe delle mamme. Il ricordo di quegli altri bambini. Le puttane – loro sì – in minigonna a fare la fila con quella stupida camminata al rallentatore (donne, imparate a fare le donne). Nessuna che sappia camminare. Il volo verso Roma. Triste. Tristissimo. L'hostess carina. Il ritiro bagagli. Mamma e papà. Le fotografie. Le prime chiamate con gli amici. Il ritorno in redazione dai ragazzi. La sensazione continuativa di vivere la vita nel posto sbagliato, coi tempi sbagliati. E poi di nuovo tutto. Davide, Yurida, Dariza, Raul, Germano, i tramonti, l'Orsa Maggiore, l'odore fisso di nafta, il mio Malecòn dove vado a mettere tutti i problemi durante l'anno, il sudore, i sorrisi, quei tramonti, no es facil. Hasta luego, amada isla.

martedì, 16 agosto 2005

Siamo tornati
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana


Il bello è che - dopo cose così - non avrò mai più un cazzo di veramente decente da dire.

Dedico (si dice così?) questa meravigliosa cosa che è stata la nostra vacanza a Raul, a Yurida, a Jasmine, a Germano, a Enrique, al Malecòn e naturalmente a Pat e a Davide, gli amici con cui l'ho vissuta.

mercoledì, 03 agosto 2005

Da ottomila chilometri
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana


E' che siamo qui da una settimana ormai.
Avventure su avventure. Cose incredibili che non ti entrano negli occhi e che si possono raccontare solo allargando le braccia e respirando forte.

L'Isla e' sempre talmente grande.
La gente di qui sa solo abbracciarti.
L'aragosta e' l'aragosta che mangerebbe l'aragosta se l'aragosta fosse ghiotta di aragosta. Il cielo e'  di un azzurro strano e l'Orsa Maggiore e' veramente gigantesca.

Stiamo guardando cose.
Stiamo imparando cose.
C'e' del nuovo in noi.

Ci sentiamo con calma a meta' agosto.
I Noantri stanno bene.
Almeno per quanto riguarda questi tre.
Gli altri sono alle Canarie, chi in America e so che stanno alla grande anche loro.

Siempre, siempre, siempre viva la rivolucion.
Io sono pronto a Rinunciare per una rivolucion anche in Italia.

E per il resto, vamos bien.